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Ordine degli Psicologi del Veneto

transessualità | ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

La potenza della parola nei riguardi delle cose dell'anima sta nello stesso rapporto della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo (Gorgia 483 a.C. circa – 375 a.C.)

Chi sono

Utente: Inghilleri
Nome: Marco Inghilleri
Marco Inghilleri, psicologo psicoterapeuta, mediatore familiare, libero professionista, esercita in Padova presso lo Studio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia, via Carlo Rezzonico, 22, tel/fax. 049-9875002. Collabora sia con l'Università di Padova (Facoltà di Psicologia e Facoltà di Sociologia) che con l'Università Bicocca di Milano (Facoltà di Sociologia)e con l' Institute of Constructivist Psychology. E' presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia Interattivo-costruttivista (www.scienzepostmoderne.org) ed è stato docente in diverse scuole di specializzazione in psicoterapia. Le sue aree di interesse clinico riguardano: problemi relativi all'identità sessuale, personale e sociale, disturbi alimentari, dismorfofobie e problematiche legate alla costruzione dell'immagine corporea in uomini e donne. Si occupa inoltre dei disturbi d'ansia e delle disfunzionalità delle relazioni di coppia e dei disturbi della sessualità.

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e-mail: marco.inghilleri@ordinepsicologiveneto.it

Cellulare: 349-8632076

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martedì, 23 dicembre 2008

Convegno

AssociazioneLibellula
Associazione Ora d’Aria Onlus 
CGILNuovi Diritti
 
 
Il non detto:LaTratta delle Persone Trans/gender
I Convegno
 
Coordinano:
Salvatore Marra - CGIL Regionale Ufficio Nuovi Diritti Roma-Lazio.
Francesca Rufino - Vicepresidente dell’Associazione Libellula Roma.
 
 
Le ragioni dell’iniziativa:
Maria Gigliola Toniollo - CGIL Nazionale Settore Nuovi Diritti.
Leila Daianis - Presidente Associazione Libellula Roma.
 
 
Percorsi migratori e Tratta di esseri umani:
Lilli Chiaromonte - ImmigrazioneCGIL Nazionale.
Francesco Carchedi - Esperto in materia diTratta di esseri umani.
Paola Cervellini - Tratta minorile per sfruttamento sessuale.
Responsabile Pronta Accoglienza Associazione Virtus Ponte Mammolo ONLUS
 
 
L’Accoglienza:
Marcia Leite - Storia dell’immigrazione trans in Italia.
SegretariaAssociazione Libellula Roma.
Fabiola Ferrari e Amanda Evans - Difficoltà d’accoglienza per le transessuali vittime di tratta.
Operatrici Casa di Accoglienza vittime di tratta progetto Associazione Ora d’Aria Onlus.
Emila Markgjonai - Esperta in assistenza alle vittime di tratta. OIM rimpatri assistiti (articolo 18 legge 40).
 
 
Il lavoro delle Unità di Strada:
Marina Torreggiani - Assistente sociale Servizio Roxanne.
Morena Casalin - Referente U.D.S. per la CooperativaParsec.
Carla Valeri - Referente U.D.S. per la CooperativaMagliana 80.
 
 
Dalla situazione italiana al contesto globale:
Matteo Meccacci - Parlamentare radicale eletto nelle liste del PD,
Membro della Commissione Esteri della Camera.
 
 
Interverràun referente dellaQuestura di Roma Ufficio Immigrazione.
 
 
Dibattito
 
 
Sala Rosi
Assessorato delle Politiche Sociali
Comune di Roma V Dipartimento
Roma - Viale Manzoni, 16
 
Giovedì 8 gennaio 2009, ore 15 – 20
 
 
Le Associazioni Libellula, Ora d’Aria Onlus e la CGIL Nuovi Diritti organizzano il primo convegno sulla Tratta delle Persone Trans/gender. Da molti anni ci occupiamo delle persone transessuali, di fornire assistenza, informazione, consulenza legale e psicologica, di difenderne i diritti e ci battiamo per una giusta dignità per tutti sempre meno garantita e tutelata. Del fenomeno della tratta di persone transessuali non se ne fa mai cenno, é quasi sempre occultato e sempre più spesso dimenticato, eppure quando si parla di transessualismo si continua a far riferimento solo alla prostituzione come scelta di vita. La comunità e molte istituzioni non sono a conoscenza che raramente si tratta di autodeterminazione, che la gran parte delle persone transessuali che si prostituiscono sono vittime di organizzazioni criminali e nelle mani di “cafetinas” che le costringono prostituirsi, sono picchiate, minacciate, violentate e violate in tutti i diritti. E’ nostra intenzione informare e discutere su questo argomento, soprattutto ora che il fenomeno sta cambiando, cambiano le modalità di approccio con la vittima, cambiano le motivazioni che spingono le transessuali a migrare, cambia l’età del percorso di transito sempre più frequente in adolescenza
postato da: Inghilleri alle ore 15:10 | link | commenti
categorie: società, transessualità
sabato, 30 agosto 2008

Le rappresentazioni di sé nella persona transessuale

Alessandro Salvini (intervento al convegno Transessualità e nuovi diritti, Padova)

Introduzione

Inizierò ricorrendo ad una frase di Goffman, sociologo che riassume in poche parole il tema dell'intervento: "La posta in gioco è il successo nella rappresentazione di sé stessi..."
Considero la rappresentazione di sé come costrutto emotivo, cognitivo e relazionale su cui ruota il sentimento di valore e la risposta alla domanda "Chi sono io?" che è particolarmente viva nel transessuale come in tutti coloro che per diversi motivi si trovano con un'identità precaria.
La costruzione, il mantenimento, ma soprattutto la dimostrazione esterna di una identità diversa da quella a cui al transessuale non è stato di nascere, crea non pochi disagi a queste persone.
Disagi che portano l'individuo a chiedere consulenza psicologica o terapia che richiedono una comprensione piuttosto che una spiegazione. Si tratta di indagare le ragioni di un disagio invece che le cause.
Il transessuale conosciuto come persona nell'ambito della relazione clinica, ci ricorda costantemente che una scienza basata sui "tipi" non può nel nostro caso, avere risposte universali poiché non può eliminare il soggetto.
Quindi a differenza dell'approdo nosografico, non si tratta di desumere le caratteristiche di un soggetto attraverso la sua assegnazione ad una sindrome (ovvero ad una certa classe di sintomi) ma di ricostruire, utilizzando il soggetto come esperto su di sé, la storia attraverso cui declina se stesso e il proprio modo di interpretare la realtà.
L'approccio clinico in psicologia, pur poggiandosi anche su conoscenze di tipo sperimentale ed empirico, si avvale quindi anche di un metodo storico-clinico ed ermeneutico che insieme all'ottica fenomenologica consentono di dialogare con i costrutti del Soggetto, di ricostruire le narrazioni, l’esperienza ed eventualmente di modificarla.
Del resto la psicologia clinica per non divenire altro, deve rimanere legata alla propria tradizione ossia l'interpretazione e la comprensione dei processi mentali al fine di poterli influenzare e modificare con strumenti psicologici ove ve ne sia bisogno.
Ritorniamo ora alla rappresentazione di sé nella persona transessuale. Si è uomini e donne non solo per un sentimento interiore ma anche per una continua conferma che riceviamo dall'esterno.
Se condividiamo tale affermazione possiamo ben comprendere un'eventuale operazione complessa sia sul piano cognitivo che emotivo che il transessuale si ritrova a dover affrontare, a questo proposito sono utili le parole scritte da una persona transessuale di nome Meri: ".. .coloro che mi aspettano aldilà della porta per giudicarmi, e che possono farmi sentire una donna pienamente riuscita o con un difetto originario di fabbrica..."
I transessuali sono dipendenti e problematizzati dal fatto che gli altri gli riconoscano un'identità sessuale da loro scelta, voluta.

Uno sguardo dal passato

Riprendendo nuovamente le parole di Meri: ".. .non ci si può dimenticare degli abiti che abbiamo indossato per forza o per convenienza soprattutto quando c'è utile ricordare cosa si è imparato attraverso essi. Il mondo ci ha conosciuti con quegli abiti anche se non ci fa piacere ricordarcelo. Talvolta, per un attimo o un po' più a lungo ci riconosciamo, spaventati, come ci ha definito un tempo il mondo. E' questo il nostro dramma. Del nostro guardaroba segreto, di donne, sappiamo poco finché non lo capiamo attraverso gli altri. Conosciamo il copione, ma non diventa nostro finché non lo recitiamo sulla scena. Il guaio è che per quanti sforzi facciamo non riusciamo mai a dimenticare completamente l'altro che siamo stati. Certe volte mi sembra di essere Alice, quando viene ammonita di essere solo un'immagine nel sogno del Re Rosso e che può scomparire da un momento all'altro come un'impostura. E' per questo che chiedo aiuto".
I transessuali non solo dunque sono dipendenti e problematizzati dal fatto che gli altri gli riconoscano un'identità sessuale, ma anche da un giudizio interiorizzato che utilizzano privatamente nei confronti di se stessi.
Quindi siamo di fronte ad una doppia dipendenza: una esterna ed una interna. Considerando che durante l'iter biografico il transessuale entra in contatto con punti di vista diversi, data la metamorfosi e la transizione di una certa configurazione dell'identità pubblica, il suo “mondo interno” può risultare problematico e conflittuale.
Il punto di vista dell'altro, l'occhio, lo sguardo, non è solo reale o contingente, ma è anche quello
che attraverso un processo dissociativo, il transessuale ospita in una parte di sé come esperienza,
fantasia e immagine ideale. Il suo sentirsi uomo o donna deve talvolta fare i conti con il fatto che ospita, volente o nolente, un punto di vista, uno sguardo personale che appartiene al ruolo sessuale a cui è stato inizialmente assegnato e che ha dovuto impersonare in alcuni momenti della sua vita.
Ciò lo lega a quella parte di sé che vorrebbe eliminare, ma che nessun trattamento ormonale può modificare e nessun bisturi togliere. "Il suo arto fantasma" rimane più presente di quanto si pensi e molta energia viene spesa per rimuoverlo dalla coscienza, questi persone si sentono come il riflesso di una scena, più che la sostanza stessa della scena.
La persona transessuale fino ad un certo punto della sua vita ha vissuto con una doppia identità. Pur misconoscendo e rifiutando il ruolo sessuale a cui è stato socialmente assegnato, ha finito comunque per impararne la lingua e il punto di vista, con il risultato che nel suo essere pienamente Donna o Uomo, finalmente ricongiunto con il suo sentimento più intimo, interverrà comunque l'occhio della sua identità parziale e forzata attraverso cui è stato costretto a manifestarsi pubblicamente.

Autobiografie

Le autobiografie dei transessuali, proprio nello sforzo di negare ogni forma di ambivalenza e di doppia dipendenza, costruite dalla necessità di dimostrare a tutti i costi di essere veramente un uomo o una donna, lasciano intravedere, anche nella scelta delle prove un ricorso ad un occhio femminile o maschile a cui pensano di aver rinunciato.
Il transessuale, è impegnato come tutti, ma con un'attenzione maggiore, nella gestione dell'immagine di sé e delle sue rappresentazioni.
In ogni situazione, in ogni momento della giornata, costruisce e introduce un osservatore interno capace di controllare le espressioni di sé più appropiate al ruolo che rivendica o cerca di nascondere.
Espressioni di sé magari periferiche alla situazione, ma controllate, intenzionalmente anche se in forma tacita, anche in risposta alle azioni o alle parole dell'interlecutore. Un continuo controllo ha come effetto il restringersi della soggettività, ovvero la rinuncia alla molteplicità cangiante delle “voci interiori”, condensandola invece in forme stereotipiche, da cui il problema e il bisogno di esperienze autentiche che il transessuale tende a vivere come esigenza angosciosa quanto utopica. Bisogno e aspirazioni inconciliabili con la costante sorveglianza sulla messa a punto di un'immagine credibile di sé, nel costante timore che gli altri possano ingabbiarlo in quello che non è.
Tutto questo si riflette sulla memoria autobiografica, ossia su ciò che conferisce al proprio senso d'identità una coerenza retrospettiva e una continuità futura.
Occupato a dimostrare agli altri, a coloro che lo circondano: "Sono Y e non X come voi potreste credere", gli episodi di vita presenti, passati e remoti vengono selezionati dal transessuale e ricostruiti per dare sostegno, coerenza alla rappresentazione di sé che l'autobiografia deve produrre.
Con il risultato che molto spesso le autobiografie dei transessuali presentano sostanziali analogie dovute anche al genere narrativo utilizzato, per esempio di tipo epico. Non solo, diversi psicoterapeuti hanno notato lo scarto che esiste nelle autobiografie dei loro clienti tra "verità narrativa" e "verità storica".
Sia detto di passaggio: non è certo compito del clinico separare la verità narrativa da quella storica... Anzi: l'obiettivo del clinico è di accogliere i racconti, i dati autobiografici come se fossero oggettivamente veri: va sostenuta una certa versione di sé del paziente fintanto che è funzionale al mantenimento del sistema di ragioni, di bisogni e di impegni necessari al suo equilibrio.
Il transessuale non è sempre in grado di affrontare il crollo tematico e motivazionale che gli deriva dal dover rinunciare ad una certa idea, immagine o rappresentazione di se stesso.

Conclusioni

Utilizzando le parole di Jerome Bruner si può concludere affermando che se gli uomini riescono a ricordare solo ciò che è stato strutturato in forma narrativa, ogni autobiografia psicologica influisce sull'organizzazione del sentimento d'identità o accentuandone il disagio, o ristabilendo, tramite l'apporto del terapeuta, una nuova legittimazione e accettazione di sé.

postato da: Inghilleri alle ore 21:49 | link | commenti
categorie: genere, psicologia clinica, transessualità
giovedì, 19 giugno 2008

Presentazione libro

TRANSESSUALITA' E SCIENZE SOCIALI@CAFFE' LETTERARIO BG Stampa  
giovedì, 26. giugno 2008, 20:30 - 23:30    

BergamoLaica presenta Transessualità e scienze sociali, Liguori 2008. , Liguori 2008.

 

 

Saranno presenti:

i CuratoriElisabetta Ruspini, professore associato di sociologia presso il dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Universita degli Studi Milano-Bicocca

Marco Inghilleri, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia interattivo-costruttivista.

gli Autori

Claudio Fasola, psicologo e psicoterapeuta, cultore e borsista presso la cattedra di Psicologia Clinica dell'Università di Padova.

,

Simona Luciani, psicologa esperta in psicologia giuridica. CTU presso il tribunale di Vicenza, docente formatrice nel Master di Psicologia e Psicodiagnostica Forense, Università degli Studi di Padova.

,

Carla Turolla, laureata in fisica, è imprenditrice e, a tempo perso, attivista nel movimento transgender italiano.

,
Luogo: CAFFE' LETTERARIO, via San Bernardino 53 BG
Contatti: Tel Fax 035 243964

tratto da:

http://www.giovani.bg.it/component/option,com_events/
task,view_detail/agid,1186/year,2008/month,06/day,26/Itemid,75/
postato da: Inghilleri alle ore 08:03 | link | commenti
categorie: genere, transessualità
sabato, 14 giugno 2008

IDENTITÀ TRANSITORIE. Travestitismo, transgenderismo e trasformazioni societarie

Intervento al seminario di Psicologia Giuridica del 14-06-2008
(in verità ho detto altre cose andando a braccio)
 
Con la giornata di oggi, siamo arrivati all’ultimo tema che queste riflessioni in psicologia giuridica hanno proposto alla comunità sia scientifica e professionale che non specialistica, di cui facciamo parte. L’aspetto che più mi ha sorpreso nel leggere le schede di valutazione dell’evento è stato il fatto che da parte degli psicologi presenti (contrariamente ad altre professioni come quelle dei medici e degli avvocati) l’aspettativa e la richiesta più sentita fosse quella di delineare maggiormente i termini pratici ed operativi che è possibile incontrare in ambito peritale.
 
Una simile esigenza esulava ed esula un po’ dalle intenzioni che hanno motivato l’organizzazione di questi seminari, che appunto non sono un master di formazione. Il nostro obiettivo principale era quello di mettere in dialogo discipline, come la psicologia, il diritto e la sociologia, le cui competenze spesso si intersecano rispetto a fenomeni di nuova rilevanza sociale su cui l’esperto (psicologo, giurista, sociologo) è chiamato a confrontarsi nel proprio ambito disciplinare, come ad esempio la multiculturalità, la costruzione sociale dei mostri, le nuove famiglie, la transessualità.
 
Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria”, sembra che rispetto a questa frase di Lewin, psicologo gestaltista, la mia comunità professionale dimostri poco consenso. Tale fatto è davvero molto singolare, in quanto la psicologia detto in termini molto provocatori è una scienza senza oggetto, o meglio, ciò di cui la psicologia in ogni suo ambito applicativo si occupa studia e valuta, è proprio ritagliato dal modello teorico che lo psicologo utilizza nell’organizzare le proprie prassi di intervento clinico o conoscitive. Ma non solo l’occhio dello psicologo è carico di teoria, lo sono anche i suoi strumenti: ogni reattivo o test è stato costruito proprio dalla teoria a cui fa riferimento. In sostanza non c’è una mente se non c’è una teoria che la definisce e la descrive e ne prescrive le modalità attraverso le quali è possibile indagarla e conoscerla.
Non tenere in considerazione questo aspetto, appiattendo le proprie competenze unicamente su di un fare operazionistico, inevitabilmente genera cattive prassi, che spesso si traducono in segnalazioni alla commissione deontologica dell’Ordine degli psicologi, o peggio diventano sfiducia rispetto alle nostre competenze, o peggio ancora assumono la forma delle barzellette come quelle sui carabinieri.
 
Se la mente è ciò che una teoria mette in luce, diventa quindi doverosa la riflessione epistemologica in quanto parte imprescindibile del proprio bagaglio di tecniche, di competenze e di formazione, senza la quale inevitabilmente si rischia di colludere con un mandato sociale esclusivamente normativo e correzionale.
 
Il tema della transessualità, come argomento, implica molto di più che confrontarsi con una delle molteplici possibilità con cui l’umano si manifesta. E’ un argomento che ci pone nella condizione di domandarci da quale punto di vista sia più opportuno configurare i fatti umani, cioè se essi siano ascrivibili all’oggettività supposta delle scienze della natura o alla soggettività dei significati delle scienze sociali.
 
A ben guardare, l’azione umana è, infatti, dotata di un significato in un senso in cui gli eventi della natura non lo sono. Le regolarità o le irregolarità che si possono riscontrare nella condotta umana non possono essere considerate come derivate da leggi e quindi spiegate negli stessi termini di quelle che ricorrono nel mondo della natura. Tali regolarità o irregolarità sono un prodotto di mediazione di quadri di significato il cui accordo è stabilito da regole. Proprio il fatto che le persone possano modificare e produrre le regole e quindi ridefinire il contesto normativo, spiega la difficoltà delle scienze psicologiche nel riuscire a prevedere il comportamento degli individui.
 
Le regole del comportamento, infatti, non hanno lo status di leggi naturali, perché possono essere sfidate, ignorate o cambiate. L’infrazione normativa, nel mondo umano, può esprimere non tanto un’anomalia comportamentale, quanto l’adesione ad un altro ordine di regole. Questo perché il mondo sociale si differenzia da quello della natura essenzialmente in virtù del suo carattere etico, cioè normativo.
 
Affermare ciò, significa mettere in evidenza una differenziazione radicale, in quanto gli imperativi etici non rappresentano alcuna analogia con quelli della natura e sono una tipica produzione umana che regola le interazioni tra persone.
 
La confusione tra norme prescrittive e norme costitutive ha portato, per esempio, ad attribuire una competenza diagnostica e peritale nel campo dei comportamenti devianti in generale, e nella transessualità in particolare, alla psichiatria e alla medicina legale nella veste di discipline bio-mediche.
Questo è un malinteso assai grossolano da un punto di vista metateorico se si considera che l’atto deviante, che la transessualità porta con sé almeno come stigma, è sempre aprioristicamente un’infrazione a norme prescrittive, cioè storiche, dettate da certi interessi e culturalmente relative. Ogni azione deviante non deriva dalla natura anomala dell’individuo, ma è soprattutto una valutazione di una condotta che a partire da questa, viene attribuita alla persona come caratteristica stabile.
 
L’improprio coinvolgimento del sapere dei tecnici delle discipline bio-mediche rispetto alle condotte devianti, il fatto di considerarli depositari di conoscenze specifiche e su misura, ha finito per riflettersi sulla natura dell’oggetto. In altri termini, giudicare se un atto sia o meno deviante dipende in parte dall’atto (cioè se infrange o meno qualche regola) e in parte dal trattamento che gli viene riservato dal pubblico, cioè da chi quando e dove esso venga valutato.
 
In tal modo, nell’attimo stesso in cui la persona transessuale viene definita “malata” e i suoi atti vengono designati come sintomi, quello che viene ad essere consolidato in maniera rassicurante è lo spessore del quotidiano della “normalità” che è stata infranta. Difatti se la persona transessuale è deviante perché “anormale” rispetto ad un presunto ordine naturale, ne consegue che la norma-moralità non appartiene ai decreti umani, ma a quelli della natura. Così facendo, si consente di dedurre un processo di legittimazione della norma esistente, delegandone l’interpretazione ad una disciplina bio-medica.
 
Affrontare le problematiche che caratterizzano i vissuti e le esistenze delle persone transessuali, costituisce allora un duro banco di prova non solo per “l’arredo teorico” utilizzato nella spiegazione e nella comprensione della transessualità, ma anche e soprattutto per le implicazioni implicite ed esplicite insite nel mandato istituzionale con cui lo psicologo è chiamato a confrontarsi.
 
L’ampia fenomenologia che ruota attorno al tema della transessualità, conduce inevitabilmente ad una riflessione critica sui fondamenti della realtà sociale, sottolineando l’aspetto contrattuale della “normalità” o il suo ruolo ideologico, evidenziandone quindi la storicità e la relatività politico-culturale degli universi normativi.
 
La ricerca nell’ambito della transessualità trascina con sé la problematizzazione teorica di quelle discipline che studiano l’uomo come attore sociale, mostrando come e perché la psichiatria - ma anche la psicologia clinica – abbia contribuito molte volte a costruire quanto diceva di voler spiegare e correggere.
 
La riflessione sui meccanismi di riproduzione sociale di cui la transessualità è un aspetto e un prodotto, lo studio psicologico delle categorie di senso comune, la ricerca sui processi di attribuzione d’identità e di etichettamento, finiscono per svelare le influenze ideologiche, le inconsistenze scientifiche di certi giudizi biomedici, le banalità clinico-diagnostiche, le impostazioni correttive di cui il diverso – come abitante generale della quotidianità – è la vittima designata.
 
Questo dal momento che tutti in larga maggioranza sono portatori di una qualche diversità, che può essere o meno contrassegnata come devianza. Diversità utilizzata come giustificazione per nascondere le disuguaglianze a cui ogni atto non conforme agli aspetti normativi di una certa società può confinare.
 
L’organizzazione quotidiana della vita sociale impone ruoli, rappresentazioni di sé, procedure d’azione, rituali pubblici e privati soggetti a cambiare a seconda dei contesti, delle attese, delle attribuzioni incrociate e delle complementarietà interattive. Una smagliatura qualsiasi in questa rete di regole non scritte costringe l’individuo a trovarsi in una condizione di incongruenza e a minacciare con il suo agire i significati che gli altri attori sociali attribuiscono alla situazione.
 
Che cosa accade, quindi, se qualcuno non accetta il suo ruolo di genere ed evade, infrangendolo, il gioco delle attese sociali collegate?
 
Si pensi ad esempio ad una donna, magari sposata e madre di famiglia, che in seguito ad una crisi personale, intende intraprendere un percorso di transizione. Un comportamento che viene a ridefinirsi secondo una nuova strategia non può che mettere in crisi le regole istituzionali esistenti, di cui ciascuno di noi è un portatore più o meno consapevole. In questo esempio, la solidarietà familiare, i giochi di faccia e di facciata, vengono ad essere infranti, i taciti e reciproci accordi spezzati, ognuno si sente minacciato in quelle categorie normative di cui è produttore e consumatore.
 
Una persona che rifiuta uno dei suoi ruoli assegnati ed interpretati, e che quindi non assolve più il sistema di attese incrociate di cui è un perno, mette in crisi l’intero sistema delle reciproche attribuzioni d’identità su cui si regge la realtà. Se l’altro si nega, il mio e il suo sé svaniscono, o almeno rischiano di farlo. Ne discende l’esigenza di ridefinire la situazione e la mia posizione rispetto al suo agire, cercando nello spazio normativo disponibile una possibilità di reintegrare il disordine in un ordine e di ricollocare in un ruolo colui che rifiuta un certo tipo di identità.
 
 
Non si tiene mai abbastanza in considerazione il fatto che le scienze sociali e la psicologia sono parte della realtà che cercano di descrivere. Da ciò la loro difficoltà nel trascendere quelle stesse regole che prescrivono le forme ed i tipi della descrizione stessa.
 
Inoltre, i resoconti che esse ci forniscono propongono un uomo sociale e psicologico la cui ricostruzione scientifica risulta totalmente estranea all’uomo della realtà quotidiana ed ai suoi problemi. Ricostruzione che finisce da un lato per rimanere prigioniera di una data definizione della realtà non valutata nei suoi apriori costitutivi, dall’altra per non spiegare la realtà con le stesse categorie che l’uomo sociale sperimenta nel quotidiano.
 
Proprio per queste ragioni, più che porre attenzione alla rilevanza di ciò che accade dentro le persone, nella loro interiorità, dovrebbe essere la realtà di senso comune ad interessare l’occhio dell’esperto.
 
La realtà del senso comune è data per ovvia, per scontata e mai tenuta in debito conto, proprio per la sua presunta banalità.
Ma proprio da tale scontata evidenza vengono continuamente secrete quelle regole fondamentali dell’interazione attraverso cui la realtà convenuta e negoziata, in quanto prodotto sociale, diviene un mondo di fatti, di significati, d’esperienze socialmente e consensualmente agite.
E’ nella nostra vita quotidiana e nel corso delle interazioni che in essa avvengono, che costruiamo insieme agli altri la stabilità e la convenzionalità della realtà del nostro mondo.
 
Quindi lo studio dei comportamenti, o meglio delle “transizioni”, normali e devianti, proprio per la loro particolarità nel governare o provocare le regole dell’interazione sociale, diventa un settore particolarmente produttivo per ricostruire attraverso i resoconti e le ragioni addotte dalle persone, i modi attraverso cui viene ad essere prodotta la quotidianità sociale. E’ attraverso lo studio delle regole che governano, a diversi livelli di costruzione di realtà, le molteplici situazioni della vita quotidiana che è possibile trovare nell’individuo diverso, un protagonista quanto mai consapevole e rappresentativo della complessità dell’interazione sociale, con le sue regole, costruzioni normative, aspettative reciproche, enunciazioni di significati, processi di definizione, piani d’azione, ecc…
 
 
Stando a quanto affermato, allora il tema della transessualità diviene solo un espediente narrativo teso a definire un orizzonte ben più ampio. Assume la funzione di costituirsi come fulcro su cui innestare la leva di una serie di considerazioni sulla psicologia, il diritto, le scienze sociali, in grado di contribuire al processo di cambiamento dei linguaggi, delle teorie, e degli strumenti concettuali attraverso cui sono state configurate le proprie strategie conoscitive e di intervento. Permette di raccontare e comprendere come siano mutati i processi di costruzione identitaria nelle società attuali rispetto alle società moderne o tradizionali, mostrando con chiarezza come l’identità personale sia divenuto un costrutto polisemico. Pone in luce come le nostre categorie scientifiche abbiano l’età dei nostri stessi pregiudizi e come esse siano intrise di quel senso comune, che oltre a costruire e legittimare la società per i suoi membri, produce e mantiene anche quella data società nei suoi fondamenti consensuali.

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martedì, 11 marzo 2008

Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità

 

Transessualità e Scienze sociali.

Identità di genere nella postmodernità

LIGUORI EDITORE, NAPOLI, 2008

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Introduzione

 

Marco Inghilleri e Elisabetta Ruspini

Non c’è ragione di guardare dentro al cranio dal momento

che non c’è niente di interessante da trovare lì a parte il cervello.

H. Garfinkel

 

Questo libro nasce dall’incontro e dal dialogo venutosi a creare tra un piccolo gruppo di psicologi e sociologi che vivono tra Padova e Milano e che – per professione o per attività di ricerca – si interessano di tematiche relative all’identità di genere e all’orientamento sessuale. Si occupano, cioè, di quei cosiddetti queer studies che in Italia vengono tendenzialmente marginalizzati e trascurati da gran parte del mondo accademico, sia sul fronte delle scienze sociali che delle scienze psicologiche. Il processo che ha permesso allo zolfo della Sociologia di mescolarsi al mercurio della Psicologia è avvenuto in modo ufficioso ed informale, non seguendo i tradizionali percorsi che fanno riferimento ai Dipartimenti dell’Università. Piuttosto, il crogiuolo dove la miscela si è formata, è stato l’ambiente delle associazioni GLBT e dell’Ufficio Soggetti con Nuovi Diritti della CGIL.
La collaborazione tra Psicologia e Sociologia − senza dimenticare il cruciale contributo di altre Scienze Sociali: nel nostro caso la Filosofia e la Storia (rimandiamo ai capitoli di Benadusi e Bernini) − è fondamentale per riuscire a comprendere un fenomeno complesso qual è quello della transessualità. Questo dialogo tra discipline, favorito dalle criticità presenti nelle società contemporanee, è infatti una risorsa ormai irrinunciabile, una bussola che può permettere l’orientamento in un’epoca storica caratterizzata da fluidità, complessità, rischio, incertezza. Non a caso, proprio in tempi recenti è diventato possibile studiare la transessualità, mettendo a punto una prassi di intervento clinico che prende ispirazione dall’interazionismo simbolico e da autori di impronta sociologica quali George Mead, Herbert Blumer ed Erving Goffman (contributo di Fasola e Inghilleri).L’interazionismo simbolico non si limita a rappresentare una scuola di pensiero cara ad un certo filone di ricerca socio-psicologica, ma costituisce l’asse portante di un raffinato modello d’intervento impiegato in ambito terapeutico, sul cui tronco sono andate ad innestarsi le metodiche proprie della Terapia Breve Strategica, integrate con quelle di derivazione più propriamente costruttivista e costruzionista[1]. L’attenzione dello psicologo, in questo modello, non è più rivolta a cercare le spiegazioni di un comportamento in ciò che accade all’interno delle persone, prendendo in considerazione fattori come stimoli, atteggiamenti, moventi consci o inconsci, input psicologici, percezioni e rappresentazioni della condizione personale (Blumer, 1969). Il punto di osservazione viene spostato all’esterno, nel tentativo di comprendere un’azione o una condotta umana attraverso ciò che avviene tra le persone, nel corso delle microinterazioni della vita quotidiana e dei processi di produzione di senso dislocati entro cornici situazionali, in cui solo la stabilità delle fisionomie e dei corpi crea l’illusione di un sistema chiuso. Parafrasando le parole di Mead (1943), per lo psicologo interazionista la mente non sta nella testa delle persone, ma tra le persone, tanto da costituirsi come un fatto sociale totale.
Per lo spirito con cui è nato, anziché tracciare un punto di arrivo, il volume intende offrire delle ipotesi di lavoro, da cui poter generare ulteriori discussioni e considerazioni. In termini metaforici potremmo pensarlo come una sorta di corridoio su cui si affacciano tutte quelle discipline che conducono un discorso sull’umano e dove è possibile condividere le rispettive prospettive sul tema della transessualità. Lungi dall’offrire risposte definitive che soddisfino a pieno i nostri interrogativi, raccoglie proposte ed orientamenti per proseguire in questa feconda collaborazione interdisciplinare. Non a caso, come ricorda Popper, “La scienza non posa su un solido strato di roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dall’alto giù nella palude: ma non in una base naturale o «data»; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che, almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura” (Popper, 1970, p. 108).
 
Indice
 
 
Prefazione di Alessandro Salvini
 
 
Dentro la complessità: una introduzione (Marco Inghilleri e Elisabetta Ruspini)
 
Prima parte. Le radici culturali
1. Dalla paura al mito dell’indeterminatezza. Storia di ermafroditi, travestiti, invertiti e transessuali (Lorenzo Benadusi)
2. La decostruzione filosofica del binarismo sessuale. Dal freudomarxismo alle teorie transgender(Lorenzo Bernini)
3. Fluidità di genere: il contributo della Sociologia (Elisabetta Ruspini)
4. L’identità di genere nella psicologia clinica postmoderna (Claudio Fasola e Marco Inghilleri)
 
Seconda parte. Famiglia, lavoro, welfare: tutelare il corpo che cambia
5. Transizioni familiari. Transessualismo, genitorialità e tutela del minore (Simona Luciani)
6. Senso e nonsenso delle perizie sui transessuali (Maria Armezzani)
7. Diritto all’identità di genere e al lavoro. Il conflitto tra principi e pratica (Stefano Fabeni e Maria Gigliola Toniollo)
8. Le tracce del transito. Tratti e ritratti di un percorso (Porpora Marcasciano)
 
Terza parte. Narrazioni e rappresentazioni
9. Il mito dell’iperdonna (Carla Turolla)
10. Transgender FtM. Snodi nel discorso sociale, scientifico e soggettivo (Mary Nicotra)
11. Everybody’s passing. Passing, crossing e narrazioni trans (Elisa A.G. Arfini)
12. Le trasgressioni di genere nelle rappresentazioni dei media. Il “popolo” variopinto dei gay pride (Luca Trappolin e Claudio Riva)
13. Produzioni documentaristiche e transessualità: una storia recente (Sveva Magaraggia e Letterio Antonio Pantò)


[1] La Terapia Breve Strategica è un intervento psicoterapeutico focale capace diprodurre un cambiamento nelle modalità attraverso le quali una persona costruisce la propria realtà personale e interpersonale.Il costruttivismo radicale fa riferimento a una posizione filosofica secondo cui la realtà non è obiettiva ed indipendente dal soggetto che la conosce. Il costruzionismo sociale sostiene l’idea che il soggetto costruisca la realtà assieme agli altri individui, spostando l’attenzione dalle rappresentazioni mentali al linguaggio, ai processi conversazionali attraverso i quali gli individui costruiscono i propri mondi, intesi come mondi condivisi.
mercoledì, 30 gennaio 2008

Identità di genere e transessualismo (conferenza tenuta a Padova il 15 Giugno 2005)

Aspetti psico-giuridici del Transessualismo: implicazioni peritali e cliniche
 
 
Marco Inghilleri e Simona Luciani
 
1.     Introduzione
 
Il transessualismo sia in natura che nella storia degli esseri umani, non rappresenta una condizione eccezionale. L’eccezionalità è più nell’occhio dell’osservatore, che nelle sue effettive manifestazioni. Infatti, se la natura ha escogitato espedienti evolutivi per dar vita a passaggi da un genere sessuale ad un altro, le società degli uomini hanno escogitato mezzi culturali per permettere l’esistenza di certe possibilità. In definitiva, dunque, si tratta solo di decidere da quale prospettiva configurare i fatti umani: essi appartengono all’ oggettività supposta delle scienze della natura, o alla soggettività dei significati delle scienze sociali?
La 164/82 – Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso, è di fatto uno di questi stratagemmi proposti proprio da una delle società umane. Sebbene siano molti i problemi derivanti dalla sua applicazione, in parte di origine burocratica e in parte dovuti alla poca chiarezza del testo, allo stato attuale si è inserita nel processo europeo di regolamentazione del transessualismo, andando ad affiancarsi alla legge svedese del 1972 e a quella tedesca del 1980.
Uno dei principali elementi innovativi della legge italiana è rappresentato dalla possibilità di modificare l’attribuzione di sesso fatta nell’atto di nascita, sulla base di una precisa richiesta del soggetto interessato e previa autorizzazione del giudice. Senza nulla togliere all’importanza di questa legge, che ha finalmente regolamentato una questione assai critica, non si può fare a meno di constatare che essa abbia fatto sorgere un gran numero di problemi interpretativi che ancora oggi non hanno trovato una soluzione certa. Ritenendo utile una sua lettura ai fini di questa esposizione, ne riportiamo a seguito il testo:
 
LEGGE 14 aprile 1982, n.164
Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso
 
Art. 1
La rettificazione di cui all’articolo 454 del codice civile si fa anche forza di sentenza del tribunale passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazione dei suoi caratteri sessuali.
 
Art. 2
La domanda di rettificazione di attribuzione di sesso di cui all’articolo 1 è proposta con ricorso al tribunale del luogo dove ha residenza l’attore.
Il presidente del tribunale designa il giudice istruttore e fissa con decreto la data per la trattazione del ricorso e il termine per la notificazione al coniuge e ai figli.
Al giudizio partecipa il pubblico ministero ai sensi dell’articolo 70 del codice di procedura civile.
 
Quando è necessario, il giudice istruttore dispone con ordinanza l’acquisizione di consulenza intesa ad accertare le condizioni psico-sessuali dell’interessato.
Con la sentenza che accoglie la domanda di rettificazione di attribuzione di sesso il tribunale ordina all’ufficiale di stato civile del comune dove fu compilato l’atto di nascita di effettuare la rettificazione nel relativo registro.
 
Art. 3
Il tribunale, quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico, lo autorizza con sentenza.
In tal caso il tribunale, accertata la effettuazione del trattamento autorizzato, dispone la rettificazione in camera di consiglio.
 
Art. 4
La sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso non ha effetto retroattivo. Esso provoca lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso. Si applicano le disposizioni del codice civile e della legge 10 dicembre 1970, n.898, e successive modificazioni.
 
Art. 5
Le attestazioni di stato civile riferite a persona della quale sia stata giudizialmente rettificata l’attribuzione di sesso sono rilasciate con la sola indicazione del nuovo sesso e nome.
 
Art. 6
Nel caso che alla data di entrata in vigore della presente legge l’attore si sia già sottoposto a trattamento medico-chirurgico di adeguamento del sesso, il ricorso di cui al primo comma dell’articolo 2 deve essere proposto entro il termine di un anno dalla data della suddetta.
Si applica la procedura di cui al secondo comma dell’articolo 3.
 
Art. 7
L’accoglimento della domanda di rettificazione di attribuzione di sesso estingue i reati cui abbia eventualmente dato luogo il trattamento medico-chirurgico di cui all’articolo precedente.
 
 
La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
 
Le osservazioni che emergono mettono in luce alcune considerazioni:
 
1.     La mancanza di un’indicazione precisa dei destinatari: non si fa alcun cenno, infatti, ai transessuali né si usa un’espressione analoga, a differenza di quanto accade per la normativa tedesca.
2.     La legge non sembra essere nemmeno chiara quando, all’articolo 1, afferma che l’attribuzione di un sesso diverso da quello biologico è attuabile in seguito a “intervenute modificazioni dei caratteri sessuali”, senza specificare a quali caratteri ci si debba riferire (fisici o psichici, primari o secondari)
3.     Lascia perplessi anche il comma 4 dell’articolo 2 che recita: “Quando è necessario, il giudice dispone con ordinanza l’acquisizione di consulenza intesa ad accreditare le condizioni psicosessuali dell’interessato”.
La subordinazione dell’acquisizione della consulenza alla discrezionalità del giudice, comporta che l’accertamento delle condizioni psicosessuali della persona che “transita da un genere ad un altro”, non costituisca un presupposto necessario per autorizzare il trattamento chirurgico e la variazione anagrafica.
4.     Dalla variazione anagrafica “non discendono tutta una serie di rapporti giuridici che fanno capo al soggetto”, tra i quali anche il riconoscimento dei titoli di studio acquisiti nella precedente identità. Un/una diplomato/a o un/una laureato/a non possono trasferire automaticamente i loro titoli alla nuova identità: i tempi per l’adeguamento sono decisamente lunghi e la conseguente mancanza di documenti in regola penalizza la persona nella ricerca di un posto di lavoro. Piccola soluzione
 
2. Il percorso per la rassegnazione dell’identità di genere
 
In conformità a quanto previsto dalla legge 164, l’iter seguito da una persona che intende richiedere la rettificazione dell’attribuzione di sesso è il seguente:
 
·        Presentazione del ricorso presso il Tribunale (della propria zona di residenza o meno)
·        Notifica ai parenti ad opera del Presidente (attualmente essa avviene solo in rari casi)
·        Trattazione del ricorso
·        Accertamento delle condizioni psicosessuali
·        Autorizzazione all’eventuale trattamento medico-chirurgico e rettificazione sui registri di stato civile a cambiamento avvenuto.
 
Di fatto la suddetta procedura viene modificata da parte di alcuni Tribunali, come conseguenza di una sorta di accordo-riconoscimento con la struttura sanitaria pubblica competente per il trattamento medico-chirurgico. Il soggetto viene cioè indotto a presentare ricorso solo dopo essersi fatto seguire per due anni dalla struttura pubblica, che certifica per mezzo di una relazione la necessità dell’intervento. I Tribunali che non possono affidarsi ad una struttura sanitaria pubblica, ricorrono al parere di un consulente tecnico di ufficio (CTU) o di un’èquipe di esperti (CTU collegiale costituita dall’urologo, dal medico legale, dal ginecologo, dallo psicologo o dallo psichiatra), i quali peraltro vengono nominati a discrezione del Giudice anche a fronte di un’eventuale esauriente consulenza tecnica di parte (CTP) allegata alle memorie di parte dell’Avvocato del richiedente.
 
3. Consulenza tecnica in materia di rettificazione di attribuzione di Sesso.
 
Quando la persona presenta al Tribunale di residenza domanda di rettificazione di attribuzione di sesso, secondo la legge 164/82, il giudice può disporre di una “consulenza intesa ad accertare le condizioni psico-sessuali dell’interessato” (art. 2, comma 40).
Il giudice può dunque farsi assistere da uno o più consulenti di particolare competenza tecnica che sceglie normalmente tra le persone iscritte in albi speciali o tra professionisti specializzati nel settore.
Una volta nominato, il o i Consulenti Tecnici d’Ufficio (CTU) effettuano alcuni incontri con la persona che ha richiesto la rettificazione e svolgono una serie di indagini per rispondere ad uno o più Quesiti posti dal Giudice. Al termine del lavoro, viene redatta una relazione scritta in cui vengono riportati i risultati delle attività svolte e le risposte ai Quesiti peritali.
Chi ha richiesto la rettificazione, entro il termine stabilito dal Giudice Istruttore al momento della nomina del CTU, può a sua volta scegliere un proprio Consulente Tecnico di Parte (CTP), che dopo aver ottenuto il permesso dal giudice, può assistere alle operazioni peritali, partecipare alle udienze ed essere ammesso alla camera di consiglio con funzione di sostegno delle esigenze del richiedente.
Il CTU ha il preciso mandato di creare le condizioni affinché il Giudice possa acquisire tutti gli elementi conoscitivi necessari e sufficienti, in modo da emettere la sentenza. Va precisato e sottolineato che, sebbene il CTU sia investito di notevoli responsabilità, non detiene funzioni decisionali in merito al caso in esame. Chi è preposto a tale compito è il Giudice, che rappresenta il peritus peritorum, ovvero l’unico artefice e responsabile della decisione finale. Ciò significa che la Consulenza è per il Giudice uno strumento attraverso il quale formarsi un parere personale. A sua discrezione, egli ne fa poi l’uso che ritiene più opportuno, omologando quanto suggerito dal CTU oppure orientando la propria decisione in maniera difforme da quanto indicato dal Consulente.
Nel corso delle indagini peritali, l’interessato può essere assistito dal proprio Avvocato o da un Consulente Tecnico di Parte (CTP), opportunamente nominato. Tra gli altri compiti del CTP, questi oltre ad assistere alle operazioni del CTU, può partecipare all’udienza in camera di consiglio ogni volta che interviene il CTU, per chiarire ed esporre le sue osservazioni sui risultati delle indagini tecniche.
 
4. I quesiti posti dal giudice
 
In termini molto generali, i quesiti che il giudice pone più usualmente al CTU, possono essere formalizzati come segue:
 
1.     Ritiene il consulente tecnico che questi interventi possano migliorare la qualità della vita ed operare in funzione del benessere della persona?
2.     Dica il consulente tecnico quali sono le condizioni psico-sessuali del ricorrente, la possibilità di porre la diagnosi di disturbo dell’identità di genere, se gli interventi richiesti sono effettivamente necessari per il benessere del ricorrente, se possono essere eseguiti senza essere particolarmente pericolosi e causare danni alla salute del ricorrente.
 
La risposta ai suddetti quesiti, ed ad altri che possono essere eventualmente posti, risulta estremamente complessa e richiede una buona conoscenza teorica, esperienza clinica e rispetto della deontologia professionale. In buona sostanza, si tratta di saper ben valutare se la persona può effettivamente giovare dell’intervento, così come di valutare le caratteristiche del contesto personale, relazionale ed ambientale in cui si colloca la richiesta.
 
5. Modus operandi del CTU
 
In accordo con il Quesito posto dal Giudice, la valutazione del Consulente è finalizzata ad esplorare le seguenti aree di indagine:
 
·        Esame globale della cosiddetta “struttura di personalità”, ovvero l’analisi relativa alle caratteristiche identitarie del soggetto, all’assetto cognitivo- emotivo e ai repertori comportamentali esibiti in rapporto ai diversi contesti e ai diversi interlocutori
·        Approfondimento della problematica relativa all’identità di genere, con particolare attenzione ai desideri di cambiamento e ai vissuti associati
·        Esame della storia dello sviluppo psicologico della persona che chiede di iniziare l’iter di adeguamento, con particolare attenzione allo sviluppo dell’identità di genere al fine di avere una visione globale del periziando
·        Valutazione delle ragioni e motivazioni a monte della richiesta della riconversione chirurgica del sesso, le problematiche e le aspettative in merito a questa
·        Analisi critica del percorso di Real Life Test (periodo di tempo della durata compresa tra 1 e 3 anni, in cui la persona vive e si sperimenta in accordo alle modalità e alle problematiche annesse al genere sessuale sentito come proprio)
·        Valutazione della presenza o meno di una rete relazionale di supporto
·        Considerazione degli effetti, dei vissuti e dei riflessi relazionali nelle persone indirettamente coinvolte nel percorso di rettificazione dell’identità di genere (coniuge, figli, genitori, parenti, ecc.)
·        Valutazione delle implicazioni e delle problematiche annesse alla richiesta di rettificazione rispetto al contesto lavorativo
 
In particolare, da un punto di vista diagnostico differenziale, il consulente deve identificare quei casi in cui la richiesta sottenda condizioni psicopatologiche che poco corrispondono al bisogno di armonizzare la propria identità fisica con quella psichica, al fine di evitare il rischio che la persona si sottoponga ad un intervento del tutto inefficace ai fini della percezione di uno stato di benessere psicologico.
Il sistema di osservazione include inoltre, eventuali figli presenti nel nucleo familiare originario, rispetto ai quali va accolta e gestita la problematica riferibile al genitore in procinto di cambiare sesso, ma anche le implicazioni psicologiche del cambiamento per tutti i membri del sistema familiare, che può andare incontro a separazioni di diversa natura e intensità. Il consulente può, quindi, trovarsi nella condizione di indicare eventuali ed opportune misure che vadano oltre il suo rapporto di consulenza e che riguardino gli aspetti di tutela dei minori.
Tra gli strumenti di indagine utilizzabili in ausilio ai colloqui e all’osservazione clinica diretta, ricordiamo:
·        Il MMPI-2
·        Il Rorschach e/o il TAT
·        La WAIS
·         Il Derogatis Sexual Functioning Inventory
·        Il BEM Sex Role Inventory
 
6. Lo psicologo come CTP
 
Lo psicologo nel ruolo di CTP dovrebbe:
·        Sorvegliare sul corretto svolgimento delle operazioni peritali da parte del CTU, con particolare riferimento agli aspetti teorici e metodologici della Consulenza, in maniera da salvaguardare gli interessi del proprio assistito, in conformità con il diritto di contraddittorio
·        Essere di sostegno in qualsiasi momento del percorso di adeguamento come consulente psicologico, cui la persona può far riferimento per affrontare aspetti specifici del percorso: relazioni con i familiari o datori di lavoro, problematiche che emergano durante la terapia ormonale, preparazione al ricovero ecc..
 
7. Quale valutazione possibile?
 
La valutazione peritale viene generalmente considerata come momento in cui la persona, la sua storia di vita e le sue prospettive esistenziali divengono OGGETTO di giudizio da parte di un esperto della psiche, delegato a ratificare o meno la genuinità e l’autenticità della richiesta di rettificazione dell’identità di genere da parte della persona stessa. In tal senso, la persona coinvolta sembra assumere un ruolo squisitamente passivo, andando a coincidere con l’oggetto di osservazione e di indagine dei Consulenti e dei Giudici, fino ad essere espropriata dei propri vissuti e del proprio punto di vista rispetto a se stessa.
D’altra parte, è opportuno sottolineare che la persona OSSERVATA è al tempo stesso anche un OSSERVATORE coinvolto nel processo di valutazione, capace di orientare l’andamento del percorso peritale in funzione delle proprie necessità, dei propri bisogni e dei propri scopi. Questo in quanto le persone organizzano gli eventi in resoconti selezionando e connettendo tra di loro i fatti, conferendo loro una specifica struttura ed una particolare coloritura emotiva. Ne discende che le formule narrative adottate dai periziandi nel riferire la propria esperienza, oltre che modalità attraverso le quali rendere intelligibile la cosiddetta “verità storica”, rappresentano delle versioni “interessate” conformi alle aspettative e ai criteri valutativi adottati dal consulente. Consapevolmente o inconsapevolmente, nel momento in cui vengono chiamate a presentare la propria storia, le persone implicate in procedimenti giudiziali attingono a “copioni” consueti e ad un linguaggio sostanzialmente stereotipato. Spesso e volentieri, si ha l’impressione di essere di fronte ad attori che interpretano la loro parte secondo un preciso e prevedibile rituale.
Piuttosto che rappresentare una versione di presunti “fatti”, l’accettabilità delle testimonianze appare governata dalle convenzioni discorsive vigenti nel contesto giudiziario. Le persone coinvolte tendono a presentare versioni soggettive della situazione, conferendo spessore ad alcuni elementi e scarsa rilevanza altri: la versione degli eventi appare quindi tendenziosa, o quanto meno unilaterale. Ciò significa che i periziandi non si limitano ad adottare un genere narrativo caratterizzato da specifiche proprietà formali e contenutistiche, ma mirano ad orientare la direzione in cui l’ascoltatore (CTU o CTP) recepirà il testo, a prescindere dal suo contenuto di “realtà”. In altri termini, le parti offrono i resoconti e le rappresentazioni di sé che risultano essere maggiormente adeguate e funzionali al contesto, agli interlocutori, agli scopi perseguiti. Indipendentemente dal caso di specie, è evidente come la parte in causa cerchi di imprimere una particolare curvatura alla narrazione degli eventi, ricorrendo a manovre suggestive o a espedienti retorici, al fine di produrre storie che appaiano verosimili, convincenti e persuasive.
Tutto ciò sta ad indicare che, lungi dall’essere OGGETTO di valutazione, la persona è SOGGETTO di valutazione. Pertanto, laddove abbia a che fare con un ESPERTO della psiche, potrebbe portare la propria ESPERIENZA e partecipare in modo attivo alla costruzione congiunta del processo valutativo, al fine di configurare un percorso psicologico congruente con la propria percezione soggettiva di benessere psico-fisico.
Stando a ciò, verrebbe da chiedersi se il problema centrale risieda nella VALUTAZIONE in sé e per sé considerata, o quanto più nel del RUOLO – attivo o passivo- che la persona assume all’interno del contesto valutativo.