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ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

La potenza della parola nei riguardi delle cose dell'anima sta nello stesso rapporto della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo (Gorgia 483 a.C. circa – 375 a.C.)

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Utente: Inghilleri
Nome: Marco Inghilleri
Marco Inghilleri, psicologo psicoterapeuta, mediatore familiare, libero professionista, esercita in Padova presso lo Studio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia, via Carlo Rezzonico, 22, tel/fax. 049-9875002. Collabora sia con l'Università di Padova (Facoltà di Psicologia e Facoltà di Sociologia) che con l'Università Bicocca di Milano (Facoltà di Sociologia)e con l' Institute of Constructivist Psychology. E' presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia Interattivo-costruttivista (www.scienzepostmoderne.org) ed è stato docente in diverse scuole di specializzazione in psicoterapia. Le sue aree di interesse clinico riguardano: problemi relativi all'identità sessuale, personale e sociale, disturbi alimentari, dismorfofobie e problematiche legate alla costruzione dell'immagine corporea in uomini e donne. Si occupa inoltre dei disturbi d'ansia e delle disfunzionalità delle relazioni di coppia e dei disturbi della sessualità.

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mercoledì, 25 novembre 2009

NON SIAMO MAI STATI MODERNI. Bruno Latour


 

Embrioni congelati, virus dell'aids, buco dell'ozono... questi «oggetti» rientrano nel campo della natura o della cultura? Una volta le cose sembravano molto più semplici: alle scienze naturali spettava occuparsi della natura e alle discipline sociali della società. Ma questa tradizionale divisione non riesce più rendere conto dell'attuale proliferazione di «ibridi». Ne deriva un senso di angoscia che i filosofi contemporanei, post-moderni, moderni o anti-moderni che siano, non riescono a placare. E se avessimo sbagliato strada? In effetti, la società «moderna» non ha mai funzionato in modo coerente con la grande scissura su cui si fonda il suo sistema di presentazione del mondo: quella che oppone radicalmente natura e cultura. Tanto che i cosiddetti «moderni» non hanno mai smesso di creare oggetti ibridi che attingono all'uno e all'altro ambito contemporaneamente. E tuttavia si rifiutano di prenderli in considerazione in quanto tali. Non siamo mai stati davvero moderni, dunque, ed è proprio quel paradigma fondatore che bisogna rimettere in discussione per riuscire a capire il nostro mondo.

http://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=261#
 

postato da: Inghilleri alle ore 12:36 | link | commenti
categorie: societĂ , epistemologia
sabato, 31 ottobre 2009

Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinitĂ 

Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità  
Autori e curatori: Elisabetta Ruspini
Contributi: Marco Alberio, Monia Azzalini, Lorenzo Benadusi, Chiara Bertone, Federico Boni, Stefano Ciccone, Raffaella Ferrero Camoletto, Nicola Gasparini, Rossella Ghigi, Marco Inghilleri, Paolo Jedlowski, Barbara Mapelli, Stefania Operto, Marina Piazza
Collana: La società - Saggi
Argomenti: Sociologia dei processi culturali
Livello: Saggi, scenari, interventi
Dati: pp. 304,     in preparazione, 1a   (Cod.1420.1.106)
 
Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità


Pubblico i primi tre paragrafi del VI capitolo per farvi venire la curiosità di leggerlo.

Coito ergo sum.
La sessualità come terreno di conferma identitaria del maschile
di
Marco Inghilleri e Nicola Gasparini
 
 
 
1. Introduzione
 
Nel corso di questi ultimi anni, nel nostro lavoro di psicologi clinici abbiamo registrato un aumento considerevole della domanda di psicoterapia soprattutto da parte di persone di sesso maschile. Incremento a cui per altro è corrisposto un cambiamento delle problematiche riferite. Se generalmente a portare un uomo nello studio di uno psicoterapeuta − evento decisamente più raro, rispetto alla controparte femminile − era un qualche disagio molto specifico, di carattere quasi prettamente sessuale, come ad esempio la disfunzionalità della funzione erettile, il calo del desiderio, l’eiaculazione precoce e così via, ora si presentano invece uomini che il regista Almodovar non esiterebbe a definire sull’«orlo di una crisi di nervi». Le difficoltà che vengono portate allo psicoterapeuta, cioè, si manifestano sempre più come significativamente caratterizzate da temi molto ampi e generali, che investono l’identità nella globalità dei suoi processi di costruzione, e che mettono in risalto un profondo senso di inadeguatezza relativamente ai propri ruoli maschili e all’espressione della propria mascolinità.
Gli uomini che abbiamo incontrato nel corso di psicoterapie talvolta anche lunghe e difficili, sono stati uomini non solo giunti nel nostro studio perché preoccupati da una virilità messa in discussione nel rendimento delle loro performance sessuali, o dalla solitudine provata per l’incapacità di vivere relazioni affettive significative e stabili. Piuttosto, sono uomini che cercano sempre più di riattribuire senso e significato ad una mascolinità percepita come espulsa dal mondo; uomini che hanno tentato di riparare al disagio attraverso mille tentate soluzioni, mille auto-terapie, che risultando inefficaci si sono rivelate generative di un senso di maggior smarrimento e disorientamento.
C’è un film, Fight Club, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, che rappresenta abbastanza bene la condizione del maschio postmoderno, perso in un mondo senza storia[1], e imprigionato tra la routine impiegatizia, «l’arredomania» e le palestre. Il protagonista impersonato da Edward Norton, consulente di una grande assicurazione, è il prototipo dello yuppie frustrato dalla vita contemporanea. Insonne, ansioso, ipocondriaco, stordito dal jet lag, trova un'apparente calma solo frequentando gruppi d'ascolto. Egli rappresenta il maschio postmoderno che ha perso il suo ruolo di cacciatore-raccoglitore (inteso come scontro e incontro con la natura), come si dice espressamente in un monologo del film, e che, incapace di reinventare la propria mascolinità e riposizionarsi in sintonia ai cambiamenti sociali, dà luogo a vere e proprie condotte devianti e autodistruttive.
Tuttavia, questo film coglie solo alcune delle diverse modalità attraverso cui l’uomo esprime il proprio disagio rispetto a un mondo in cui il maschile non è più funzionale al mantenimento dell’ordine sociale. Dove il maschile è percepito come aggressivo, violento e va quindi controllato, espulso, addomesticato o rieducato, regressivamente, ai valori tradizionali per contrastare in qualche modo la spinta ad un cambiamento culturale antiautoritario di cui le donne sono sempre state inconsapevoli custodi (Bookchin 1982).
Altre forme di risposta al disadattamento maschile prevedono, ad esempio, la restaurazione di una cultura revanscista dell’ordine patriarcale. Come mette in evidenza Marco Deriu (2004), nel mondo occidentale sono nati movimenti di uomini che si pongono come obiettivo specifico quello di una ricostruzione o ridefinizione delle forme di maschilità e paternità in una prospettiva nostalgica. Quando queste soluzioni sono vissute come inadeguate o anacronistiche, perché troppo distanti dai costrutti attraverso cui un individuo si rappresenta pubblicamente e interiormente, si assiste spesso a un ripiegamento su se stessi, dove è il corpo questa volta, a raccontare disordine, disorientamento, paure, angosce e insicurezza (Faccio 2007). Gli esorcismi, in questo caso, passano attraverso il culto di un estetismo della virilità erculea ed eroica, o attraverso la modificazione espulsiva dei caratterisessuali secondari femminilizzandosi quanto più possibile, oppure nello sperimentare una sessualità compulsiva ed estrema, dove l’imperativo ad essere riconosciuti nell’esibizione erotizzata di sé, diventa anche un’attribuzione di identità, una certezza di esistere.
In questo nostro lavoro, dopo aver presentato una breve riflessione epistemologica, indicando la metodologia utilizzata, andremo ad illustrare la costruzione sociale della mascolinità per poi affrontare nello specifico una riflessione sul corpo e l’identità maschile. A tale scopo, a chiusura del capitolo, abbiano ritenuto utile utilizzare delle storie cliniche che potessero meglio narrare quanto da noi sostenuto.
 
2. Problemi teorici e scelte metodologiche
 
Lo studio di uno psicoterapeuta, oltre ad essere un mini laboratorio sociale, può essere considerato un piccolo osservatorio sul «disagio di una civiltà». Le psicologie cliniche e le psicoterapie, infatti, essendo orientate ad intervenire sulle manifestazioni del malessere umano, riescono a catturare, e a volte con largo anticipo, le diverse e più recenti configurazioni disfunzionali che caratterizzano il disadattamento e le difficoltà di uomini e donne in una data epoca storica, culturale e sociale (Cushman 1995; Inghilleri e Fasola 2005). Tuttavia, questa possibilità lascia anche spazio a non poche difficoltà di natura epistemologica e metodologica nell’organizzare una sistematizzazione dei dati ricavati nel lavoro clinico, sia nell'adattarsi ai parametri di osservabilità prescritti dalla scienza classica sia rispetto all'impossibilità di ridurre i complessi oggetti qualitativi entro confini che definiscono l'indagine sperimentale (Di Maria e Giannone 1998). La rigida e rassicurante semplicità della tradizione positivo-naturalistica è entrata in grave crisi negli ultimi trent’anni (Goodman 1978), producendo importanti riflessioni sui criteri di scientificità che essa prescriveva e generando al contempo diversi cambiamenti all’interno delle discipline psicologiche e nell’ambito delle psicoterapie (Salvini 1998). Ciò ha favorito all’interno della riflessione psicologica di questi ultimi anni, l'esigenza di valorizzare la dimensione teorico-costruttiva dell'attività conoscitiva rispetto alla sua dimensione osservativo-fattuale. Ogni atto conoscitivo allora, è un atto teorico che si muove all'interno di un sistema di assunti non empirico-fattuali, bensì simbolico-concettuali (Goodman 1978).
Porre il problema del significato come centrale per la ricerca e l’analisi psicologica, così come per la ricerca storica, sociologica e antropologica (Geertz 1973; Rosaldo 1984), significa privilegiare lo studio del linguaggio, del discorso, dell’argomentazione, delle narrazioni come fonti di sviluppo e costruzione di significati condivisi.
Coerentemente con il modello costruttivo-interazionista da noi assunto, proprio dalle narrazioni dei nostri pazienti abbiamo organizzato il materiale del prossimi paragrafi, presentando il più classico dei metodi di ricerca della psicologia clinica: lo studio dei casi (Davidson-Neale1974). Abbiamo utilizzato, con le persone venute in psicoterapia da noi, strumenti di indagine assimilabili a una tradizione di tipo fenomenologico[2], come l’autobiografia, i colloqui clinici, le autocaratterizzazioni, le griglie di repertorio, al fine di cogliere il più possibile la natura mormorante a sé stessa delle loro narrazioni, piuttosto che invitarli a rispondere alle nostre domande o a scivolare nella tentazione di incasellarli in categorie diagnostiche professionali. Senza entrare troppo nei dettagli, diamo una breve descrizione degli strumenti da noi utilizzati.
a) Autobiografia e narrazione: con il termine autobiografia si è inteso un account retrospettivo e individuale formulato in un dato momento della propria vita (De Waele-Harré 1979). Per Bruner (1983), l’autobiografia risulta essere lo strumento privilegiato per lo studio del Sé: i resoconti autobiografici sono espressione della funzione ermeneutica del pensiero narrativo applicata al mondo interiore. In più non riportano solo la storia di un Sé che continuamente si modifica e si ricostruisce, ma permettono di osservare quanto di culturale ci sia in tale ricostruzione, ovvero come il raccontare se stessi avvenga in relazione alla propria cultura di riferimento[3].
b)Autocaratterizzazione:proposto all’interno della psicologia dei Costrutti Personali da Kelly (1955) come strumento di indagine privilegiata del sistema di costrutti di una persona; indaga i significati e i criteri con cui una persona struttura e dà forma al suo mondo. Una classica consegna è la seguente: «Vorrei che Lei si descrivesse brevemente, in generale. Scriva questo breve bozzetto come potrebbe scriverlo un amico che fosse molto benevolo con Lei e che la conoscesse molto intimamente, forse meglio di chiunque l’abbia realmente conosciuta. Si ricordi di scriverlo in terza persona; per esempio cominci pure dicendo tizio è… o conosco tizio….»[4].
c)Griglie di repertorio:lo strumento delle griglie di repertorio (Kelly 1955) ha la finalità di far emergere la rete di costrutti personali dell’individuo e di analizzarne la struttura e le relazioni con diversi ruoli significativi per lui[5] consentendo al clinico di calcolare correlazioni e significatività statistiche sui dati emersi (Gasparini 1994).
d) Colloquio clinico:in termini generali, possiamo definire il colloquio clinico come una tecnica di osservazione e di studio del comportamento umano orientato essenzialmente alla raccolta di informazioni, le cui funzioni possono tuttavia variare sulla base degli obiettivi che il clinico ha concordato con l’interlocutore e sulla base del modello teorico assunto[6]. Secondo il modello costruttivo-interazionista, il colloquio clinico implica, da parte dello psicologo, innanzitutto la capacità di assunzione del ruolo altrui. È questa la capacità che ci permette di sussumere e dare un senso alle parole e alle azioni dell’altro, di ricostruirne le intenzioni ed il significato. In tale modello, il primo obiettivo da raggiungere è quello di imparare a parlare il linguaggio e adottare la retorica utilizzata dal proprio interlocutore, ricostruirne gli schemi cognitivi, i sistemi di regole e di significati inerenti ai ruoli psicologici disadattanti entro cui è imprigionato.
 
 
3. La costruzione sociale della mascolinità contemporanea: sociogenesi di un disagio
 
La dimensione storica e culturale che sovrasta e costruisce l’identità maschile, le sue rappresentazioni, i ruoli ed i correlati psicologici, è soggetta a mutamenti molto più lenti di quelli sociali, che invece obbediscono alle accelerazioni ed ai più rapidi cambiamenti politico-economici, tecnico-scientifici e di costume. Questa diversa velocità di cambiamento mette a disposizione degli uomini un materiale semantico spesso incoerente e contraddittorio a cui attingere nella produzione dei propri costrutti biografici, dando così luogo a processi di costruzione identitaria conflittuali e fragili.
Se per le donne favorire e promuovere la spinta emancipativa e sociale, riconfigurando i significati attribuiti alla femminilità, ha implicato un percorso di liberazione e di riscoperta dei valori antiautoritari (Bookchin, 1982), al contrario per gli uomini questo ha comportato una perdita della visione patricentrica, autoritaria, e dei suoi modelli. La storia del maschile e dei suoi significati è infatti legata a quella del dominio e della gerarchia, tanto da coagularsi in una simbologia dove costrutti relativi al potere e mascolinità spesso si confondono. Gli uomini diventano i guardiani della comunità non in base ad un’usurpazione, ma perché meglio forniti di quella forza fisica e muscolare idonea a difendere la propria comunità da pericoli naturali, così come da predoni ostili (Bookchin, 1989). Infatti, non solo la caccia, ma anche la difesa e più tardi la guerra entrano a far parte delle attribuzioni maschili nella divisione sessuale del lavoro. Il maschio, nelle comunità dedite alla caccia, è uno specialista della violenza rispetto alla donna. Fin dai primissimi giorni dell’infanzia, egli si identifica con aree di significato attribuite al maschile, quali il coraggio, la forza, l’autoaffermazione, la decisione e l’atletismo; tutti costrutti sovraordinati e necessari al benessere della comunità. La comunità, a sua volta premierà il maschio per questi atteggiamenti, concorrendo così a promuoverli e a validarli. Similmente, la femmina è una specialista nell’allevare i bambini e nel raccogliere il cibo. Le sue responsabilità si focalizzano sull’educazione e sul sostentamento. Sin dall’infanzia apprenderà ad identificarsi in aree di significato attribuite al femminile,come il prendersi cura degli altri, la tenerezza e le verranno insegnate occupazioni relativamente sedentarie.
La riflessione degli esseri umani non ha che potuto dirigersi su quanto era loro dato di osservare più da vicino, cioè il corpo e l’ambiente in cui il corpo è immerso. Il corpo umano, luogo di osservazioni costanti, presenta un tratto notevole: la differenza sessuale e il differente ruolo dei sessi nella riproduzione. Su questo aspetto si fonda un’opposizione concettuale essenziale: quella che oppone l’identico al differente, uno di quei themata arcaici che si ritrovano in tutto il pensiero scientifico, antico e moderno, e in tutti i sistemi di rappresentazione. Le categorie di genere, le rappresentazioni della persona sessuata, la ripartizione dei compiti che conosciamo nelle società occidentali, non sono fenomeni a valore universale generati da una natura biologica comune, bensì costruzioni culturali. Infatti, con uno stesso alfabeto simbolico, ancorato a questa natura biologica comune, ogni società elabora frasi culturali particolari e che le sono proprie (Héritier 1996).
Non vi è una ragione intrinseca per cui una comunità patricentrica, solo perché ha un orientamento maschile, debba essere gerarchica, o debba ridurre le donne in posizione sottomessa. Senza il sostegno della complementarietà dei due generi la comunità si disintegrerebbe. Nel trasferire i nostri atteggiamenti e significati sulle società preletterate, non riusciamo spesso a renderci conto di quanto lontana sia una comunità arcaica da una moderna società politica. Finché la crescente sfera civile rimane un’estensione pragmatica del ruolo maschile nella divisione del lavoro, è solo questo e niente altro. Anche quando la sfera civile si espanderà, essa sarà ancora radicata nella vita domestica ed a questa intimamente interconnessa. Da qui il potere sacrale, orizzontale anziché verticistico, che circonda la donna nelle società primordiali. Solo quando la vita sociale viene sottoposta ad una differenziazione gerarchica ed emerge come spazio separato che va organizzato in proprio, troviamo conflitto tra sfera domestica e civile; un conflitto che introduce la gerarchia anche nella vita domestica e che sfocia non solo nella sottomissione della donna, ma anche nella sua squalifica. Allora, quegli aspetti più propriamente femminili, che la società arcaica valuta come un bene prezioso per la sopravvivenza, vengono degradati a tratti della subordinazione sociale. La capacità femminile di prendersi cura degli altri viene degradata a rinunzia, la sua tenerezza a obbedienza. Anche gli aspetti maschili propri all’uomo subiscono una trasformazione. Il suo coraggio diventa aggressività, la sua forza viene usata per dominare, la sua autoaffermazione si trasforma in egoismo, la sua determinazione in ragione repressiva, il suo atletismo è sempre più diretto alle arti della guerra e del saccheggio(Bookchin 1982).
È all’interno di una tale arcaica narrazione che il maschile va ad attingere le matrici generative di significato con cui continua a costruire storicamente la propria identità tradizionale. Identità che ancora gode di ottima salute all’interno delle società occidentali, in quanto estremamente funzionale all’assolvimento delle richieste sempre più competitive dei mercati globalizzati e al mantenimento dei principi di autorità e gerarchici di cui il nostro mondo ancora ha bisogno per legittimare il suo ordine.
Se per un verso le società occidentali favoriscono il permanere di modelli maschili tradizionali, d’altro canto ne prescrivono contemporaneamente la sua decostruzione innestando un vero e proprio gioco perverso di comunicazioni paradossali, di doppi legami e incongruenze, che rende vittime entrambi i generi, messi nella condizione di imprigionarsi l’uno con l’altro, in un muto vincolo di controllo reciproco e eteroregolazione.
Se favorisce la spinta emancipativa delle donne, la società lo fa in funzione di porre una sorta di contenimento agli aspetti della mascolinità che desidera espellere dalle proprie entità istituzionali. Limita così ciò che essa stessa concorre a creare e che a sua volta utilizza per disinnescare le istanze libertarie presenti nella critica radicale all’ordine e all’autorità patriarcale, che la liberazione femminile porta in dote. Tutto questo avviene attraverso un’astrazione dei modelli di mascolinità e femminilità che diventano in tal modo copioni di ruolo funzionali al mantenimento dell’ordine costituito, anziché mansionari legati semplicemente al genere di appartenenza. Il risultato è il paradossale invito che chiede agli uomini di rendersi più simili al genere femminilee alle donne di rendersi più simili al maschile, ricercando un’androginia psicologica funzionale al consumo delle merci e ai ritmi produttivi delle medesime.
E’ nelle prime fasi della rivoluzione industriale che compaiono in modo evidente tali richieste contraddittorie. Le mutazioni del luogo di lavoro, dalla fattoria rurale o dalla corporazione medievale alla fabbrica urbanizzata e industrializzata e all’ufficio, favorirono il processo di secolarizzazione che pose in maniera sempre più irrinunciabile le richieste di emancipazione da parte del femminile, generando di fatto nella controparte maschile la necessità, non solo psicologica, di riassegnare legittimazione all’autorità del proprio ruolo. La messa in discussione del modello patriarcale, che finora aveva governato e dato significato alle relazioni fra generi nei processi di costruzione e mantenimento di realtà consensuali, obbligava uomini e donne a rinegoziare quelle regole sociali che avevano costituito le certezze del mondo da loro finora abitato. Pertanto, il controllo sociale si preoccupò di riequilibrare e di ridefinire le tendenze che si ponevano come potenzialmente devianti dal corso di norme implicite o esplicite prescritte dal momento storico. Non è forse un caso, che uno dei luoghi in cui inizia a funzionare una forma di controllo sociale, diventa lo studio dello psicoanalista (Dal Lago 2000). È qui che il neo-sacerdote della modernità celebra il rito di una religione laica che se da un lato ha contribuito al processo di secolarizzazione sociale, dall’altra parte si è proposta come liturgia della cura del medesimo. La psicoanalisi in qualche modo ripropone così una consacrazione dell’autorità dell’ordine patriarcale, non più attraverso un discorso teologico, bensì attraverso un discorso scientifico atto a patologizzare ogni esigenza di liberazione sessuale femminile, stigmatizzandola come isteria o ninfomania. Parimenti, interviene anche sul disagio del maschile, minacciato e messo in discussione nei suoi poteri dai movimenti nascenti di emancipazione femminile, assegnandogli una certa e riconoscibile collocazione diagnostica che trovava forma ed etichetta nella perversione sessuale e nel comportamento criminale violento (Cushman 1995; Inghilleri e Fasola 2005).
È singolare notare come storicamente è proprio adesso che si inizia a fare attenzione al tema delle perversioni sessuali ed a come esse vengano sin da subito configurate tutte al maschile. La psicoanalisi, non solo garantisce la guarigione da queste forme di disagio manifestate attraverso una sessualità atipica o non ordinaria, ma si pone anche come esorcismo collettivo, rassicurando quel potere maschile, rappresentato simbolicamente dal fallo, messo in discussione da quelle forze liberatorie da sempre appartenute al pensiero occidentale (Vercellone 2003).
Il conflitto sociale, esterno, viene in tal modo risignificato attraverso uno spostamento all’interno delle persone sotto forma di conflitti inconsci, espressi attraverso un linguaggio metaforico che li depoliticizza, attraverso una retorica esplicativa di tipo causale, che rimanda ad angosce di castrazione, evirazioni edipiche e invidie del pene… Tutto purché il fallo venga salvaguardato come significante del dominio e del potere, ripristinando lo status quo ante.
 


[1] «Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita.», recita una battuta del film.
[2] Il lavoro di Segre (2001) Fenomenologia e Interazionismo simbolico, presenta uno studio sulle continuità concettuali delle due teorie.
[3] Un resoconto autobiografico consiste nell’incarico che si assume il narratore di descrivere nel presente il corso degli avvenimenti di un protagonista nel passato. Narratore e protagonista sono la stessa persona. L’autobiografia, dunque, è uno sforzo interpretativo da parte di un soggetto mosso dalla necessità di dare un senso a ciò che è accaduto per trovare e costruire la propria identità e, come tale, essa trasforma la vita in un testo, per quanto implicito o esplicito questo possa essere.
[4] Kelly (1955) propose precisi criteri di lettura degli elaborati, ai quali si rimanda in bibliografia, sottolineando come il rigore dell’analisi necessiti l’esplicitazione di tali criteri rendendo così confrontabili le modalità e i processi di interpretazione.
[5] La grigia di repertorio deve il suo nome alla sua struttura. Al soggetto viene chiesto di compilare una matrice che riporta in colonna una serie di elementi (attraverso i quali dovrà elicitare i propri costrutti) e in riga i costrutti identificati. Successivamente verrà chiamato ad assegnare un valore numerico per ciascun elemento, a seconda che questo sia vissuto come più vicino al costrutto elicitato o al suo polo di contrasto.
 
[6] Si può avvalere nell’eventualità dell’uso di domande, che possono essere domande aperte, chiuse, interlocutorie, indirette, riflessive, ecc... (Lang 2003) e può essere strutturato, semi-strutturato o libero. Le informazioni vengono ricavate da tre fonti principali: dal contenuto, cioè quello che si dice durante il colloquio; dal contesto e dal metacontesto, cioè la valutazione del comportamento non può prescindere dalla valutazione della situazione e dal ruolo assunto dagli interlocutori; dalle espressioni non verbali e dalla metacomunicazione.
giovedì, 09 luglio 2009

La psicologia del male

La psicologia del male
Piero Bocchiaro
Prefazione di P.Zimbardo
Editori Laterza 2009.
 
 
 
 
La psicologia del male è un libro che mi ha interessato moltissimo, sia in quanto riprende il viaggio di esplorazione e di indagine dell’anatomia interiore di uomini e donne di inizio millennio che l’amico Adriano Zamperini ha intrapreso in questi anni in suoi diversi libri, sia poiché occupandomi, come clinico, dell’odio dell’amore e delle perversioni delle relazioni umane, mi ha fornito non pochi spunti di riflessione e strumenti per affrontare meglio le problematiche di cui mi sto attualmente interessando.
Al posto di scriverne una recensione completa ne riporterò un semplice brano, per invitare alla lettura di un libro che sicuramente è un respiro d’aria nel panorama asfittico e chiuso della letteratura psicologica italiana.
 
La disobbedienza come valore
E’ triste osservare l’atteggiamento arrendevole dinnanzi al potere. Uomini che hanno già traslocato dalle parti dell’obbedienza cieca, cercatori di conforto o di vantaggi materiali. In un caso come nell’atro, uomini pronti a tradire la propria coscienza non riconoscendola come la vera autorità, vittime di un sistema sociale che punta ad assicurarsi l’ordine e il funzionamento delle strutture gerarchiche. In favore di queste priorità, infatti, i rappresentanti del potere (sia esso religioso o politico-economico) persuadono l’individuo che da solo sarà sconfitto; poi, per sistemare il tutto, lo assoggettano in nome di qualche universale – Dio, la Patria, l’Armonia della Società, la Legge di Mercato. Elogio della tirannia. E dell’omologazione.
Chi volesse riscattare la propria dignità di essere umano dovrà rinunciare ai benefici connessi alla sottomissione; ancora, dovrà sganciarsi dalla tradizione e cominciare a pensare autonomamente, soppesando in maniera critica le proprie e le altrui ragioni, nonché le conseguenze delle varie opzioni di condotta. E’ evidente che un simile processo, oltre che essere psicologicamente gravoso, porta con sé l’angoscia della scelta, del sentirsi liberi e del dover inventare. Basterebbe questo fardello per domare l’energia ribelle. Ma c’è dell’altro: l’incapacità di desiderare, l’istinto gregario, l’apprensione legata al rischio di essere punito. Tutto questo trattiene l’individuo nelle terre desolate del servilismo. Migrare vorrebbe dire emanciparsi dall’autorità e mettere le mani su una ricompensa che solo pochi riescono a gustare, ossia quella della libertà di scegliere la condotta ritenuta più opportuna per ogni circostanza, inclusa, all’occorrenza la sottomissione a una figura autoritaria retta. Se è vero infatti che l’asservimento indiscriminato non è certo una virtù, è altrettanto vero che il rifiuto aprioristico di qualsiasi forma di subordinazione sarebbe espressione di una pericolosa quanto inutile rigidità.[…]
postato da: Inghilleri alle ore 14:15 | link | commenti (1)
categorie: societĂ , devianza, psicologia clinica
giovedì, 30 aprile 2009

Segnalazione evento: Michel Foucault: i soggetti, i poteri, le libertĂ 

Le ricerche e la scatola di attrezzi di Michel Foucault – grande protagonista del pensiero novecentesco – ci aiutano ad ampliare gli orizzonti delle nostre libertà personali e collettive: a costruire nuove autonomie, nuovi valori, nuovi “modi di vita”, all’interno del travagliato e complesso panorama della nostra democrazia e della crisi epocale che la attraversa.
Dobbiamo allora – con l’occhio rivolto al futuro – «capire in quale misura la poderosa e variegata macchina analitica di Foucault ci aiuti a costruire un’ontologia critica di noi stessi, un’ontologia del nostro presente, concepita non tanto “come una teoria o una dottrina”, ma piuttosto come una prassi, come un atteggiamento, un ethos, una vita filosofica, laddove la critica di quello che siamo è, al tempo stesso, analisi storica dei limiti che ci vengono posti e prova del loro superamento possibile”»
(dall’Introduzione di M. Galzigna a “Foucault, oggi”).
 
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Mario Galzigna insegna all’Università di Venezia, Storia della Scienza ed Etnopsichiatria & Psichiatria clinica.
Ha insegnato all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, all’Università di Boston e di Ginevra. E’ stato invitato come visiting professor all’Università di Marsiglia e all’Università della California (Los Angeles). Tra i suoi vari lavori pubblicati: La malattia morale. Alle origini della psichiatria moderna (Marsilio), Il mondo nella mente. Per un’epistemologia della cura (Marsilio), La follia reclusa. Museo del Manicomio di San Servolo (Arsenale).
Ha curato la pubblicazione di autori classici della psichiatria (Esquirol, Georget, Binswanger). E’ condirettore del magazine “Psychiatry on line Italia”.
   
 
 
 
Dibattito sul tema:
Michel Foucault: i soggetti, i poteri, le libertà
 
 Giovedì 14 maggio 2009
Sala Paladin di Palazzo Moroni
Ore 17.30
 
In occasione della pubblicazione del libro a cura di Mario Galzigna
“Foucault oggi”
(Feltrinelli)
la S.V. è invitata a partecipare
al dibattito sul tema
“Michel Foucault: i soggetti, i poteri, le libertà”
 
Interventi:
 
prof. Sandro Chignola
Università di Padova
 
prof. Umberto Curi
Università di Padova
 
prof. Mario Galzigna
Università di Venezia
postato da: Inghilleri alle ore 14:55 | link | commenti
categorie: recensioni, societĂ 
mercoledì, 01 aprile 2009

Giorgio Antonucci

postato da: Inghilleri alle ore 13:44 | link | commenti
categorie: societĂ , devianza, psicologia clinica
lunedì, 30 marzo 2009

I cambiamenti del maschile

Nel corso di questi ultimi anni, nel nostro lavoro di psicologi clinici abbiamo registrato un aumento considerevole della domanda di psicoterapia soprattutto da parte di persone di sesso maschile. Incremento a cui per altro è corrisposto persino un cambiamento delle problematiche riferite. Se generalmente a portare un uomo nello studio di uno psicoterapeuta, - evento molto raro, rispetto alla controparte femminile - era un qualche disagio molto specifico, di carattere quasi prettamente sessuale, come ad esempio la disfunzionalità della funzione erettile, il calo del desiderio, l’eiaculazione precoce e così via, ora si presentano invece uomini che il regista Almodovar non esiterebbe a definire sull’orlo di una crisi di nervi. Le difficoltà che vengono portate allo psicoterapeuta, cioè, si manifestano sempre più come significativamente caratterizzate da temi molto ampi e generali, che investono l’identità nella globalità dei suoi processi di costruzione, e che mettono in risalto un profondo senso di inadeguatezza relativamente ai propri ruoli maschili e all’espressione della propria mascolinità.
Gli uomini che abbiamo incontrato nel corso di psicoterapie talvolta anche lunghe e difficili, sono stati uomini non solo giunti nel nostro studio perché preoccupati da una virilità messa in discussione nel rendimento delle loro performance sessuali, o dalla solitudine provata per l’incapacità di vivere relazioni affettive significative e stabili. Piuttosto, sono stati uomini che cercavano sempre più di riattribuire senso e significato ad una mascolinità percepita come espulsa dal mondo, castrata, negata, che avevano tentato di riparare attraverso mille tentate soluzioni, mille auto-terapie, che risultando inefficaci avevano generato un senso di maggior smarrimento e disorientamento.
C’è un film, Fight Club, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, che rappresenta abbastanza bene la condizione del maschio postmoderno, perso in un mondo senza storia («Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita.», recita una battuta del film), imprigionato tra la routine impiegatizia, «l’arredomania» e le palestre. Il protagonista impersonato da Edward Norton, consulente di una grande assicurazione, è il prototipo dello yuppie frustrato dalla vita contemporanea. Insonne, ansioso, ipocondriaco, stordito dal Jet lag, trova un'apparente calma solo frequentando gruppi d'ascolto. Egli rappresenta il maschio postmoderno che ha perso il suo ruolo di cacciatore-raccoglitore (inteso come scontro e incontro con la natura), come si dice espressamente in un monologo del film, e che incapace di reinventare la propria mascolinità e riposizionarsi in sintonia ai cambiamenti sociali, dà luogo a vere e proprie condotte devianti e autodistruttive.
Tuttavia, il film coglie solo alcune delle modalità attraverso cui l’uomo esprime il proprio disagio rispetto a un mondo dove il maschile non è più funzionale al mantenimento dell’ordine sociale. Dove il maschile è percepito come aggressivo, violento e va quindi controllato, espulso, addomesticato o rieducato, regressivamente, ai valori tradizionali per contrastare la spinta ad un cambiamento culturale antiautoritario di cui le donne sono sempre state inconsapevoli custodi (Bookchin, 1982). Le altre forme di risposta al disadattamento maschile prevedono, infatti, la restaurazione di una cultura maschile revanscista dell’ordine patriarcale. Come mette in evidenza Marco Deriu (2004), nel mondo occidentale sono nati movimenti di uomini che si pongono come obiettivo specifico quello di una ricostruzione o ridefinizione delle forme di maschilità e paternità in una prospettiva nostalgica. Quando queste soluzioni sono vissute come inadeguate, perché troppo distanti dai costrutti attraverso cui un individuo si rappresenta pubblicamente e interiormente, o semplicemente perché considerate ridicole e anacronistiche, si ha un ripiegamento su se stessi, dove è il corpo questa volta, a raccontare disordine, disorientamento, paure, angosce e insicurezza (Faccio, 2007). Gli esorcismi, in questo caso, passano attraverso il culto di un estetismo della virilità erculea ed eroica, o attraverso la modificazione espulsiva dei caratteri sessuali secondari femminilizzandosi quanto più possibile, oppure nello sperimentare una sessualità compulsiva ed estrema, dove l’imperativo ad essere riconosciuti nell’esibizione erotizzata di sé, diventa anche un’attribuzione di identità, una certezza di esistere.

postato da: Inghilleri alle ore 12:14 | link | commenti
categorie: societĂ , genere, psicoterapia
sabato, 17 gennaio 2009

A.I.S.I.A. (Associazione Italiana Sindrome da InsensibilitĂ  agli Androgeni)

Un gentilissimo Utente Anonimo ha postato il link dell'A.I.S.I.A. (Associazione Italiana Sindrome da Insensibilità agli Androgeni) .

http://www.sindromedimorris.org/

Ho cancellato la sua segnalazione in quanto anonima, in coerenza con quanto scritto in un mio precedente post. Tutti gli interventi, lo ricordo ancora una volta, sono i benvenuti purché firmati con il proprio nome e cognome.

Considerata l'utilità dell'informazione che ha voluto fornire ho pensato di darne una maggiore visibilità.

 

Il 4 ottobre 2006 è nata AISIA

A.I.S.I.A. (Associazione Italiana Sindrome da Insensibilità agli Androgeni) 

A.I.S.I.A. potrà rappresentare gli associati, presentare progetti per ottenere fondi, collaborare con altre Associazioni, partecipare a Convegni ed altre iniziative.

Obiettivi di A.I.S.I.A.:

a) Fornire supporto alle persone interessate dall’AIS (Androgen Insensitivity Syndrome), [nota in Italia anche con i nomi: “Sindrome da Insensibilità agli androgeni” o “Sindrome di Morris”]; garantire il rispetto delle persone e tutelarne l’immagine e l’inserimento nella società;

b) Favorire l’incontro e l’aiuto reciproco sia per le donne interessate, sia per i loro familiari;

c) Aumentare le informazioni disponibili sull’AIS e contribuire alla loro diffusione;

d) Incoraggiare i medici, i genitori, la società ad una maggiore apertura verso i problemi legati ai disordini nella differenziazione sessuale;

e) Migliorare l’informazione e il trattamento medico e chirurgico;

f) Sostenere un approccio globale ai problemi da parte del personale sanitario;

g) Stabilire e mantenere contatti con altre associazioni che si occupano dell’AIS in Italia e all’estero;

h) Collaborare con Associazioni che, in Italia o all’estero, hanno fra gli obiettivi il supporto alle persone con disordini nella differenziazione sessuale (DSD) e alle loro famiglie.

 

postato da: Inghilleri alle ore 14:46 | link | commenti
categorie: societĂ , genere
venerdì, 09 gennaio 2009

Appunti per una psicologia critica

E' noto come, in qualsiasi settore della scienza, ad un insieme di dati sia sempre possibile sovrapporre più di una costruzione teorica. Poiché in psicologia nessuna spiegazione risolve mai tutti i problemi relativi ad un dato argomento, è spontaneo porre l'interrogativo circa quali tipi di problemi siano più importanti da risolvere e quale funzione possano poi svolgere le spiegazioni prescelte. La questione dei valori viene così ad essere scoperta a monte di qualsiasi discorso scientifico. Nonostante ciò, le formulazioni teoriche che riguardano i "settori" caldi della psicologia, cioè educativi, terapeutici, sociali, ecc.. che ruotano intorno al problema della personalità, continuano a rimanere arroccate al mito della conoscenza oggettiva e a-valutativa. In effetti non si riflette abbastanza sul fatto che i valori rappresentano una parte costitutiva di tutte le conoscenze intorno all'uomo, negarne l'evidenza significa sottoscrivere, attraverso l'ideologia fatta scienza, i valori dominanti; cosicchè ogni dichiarazione di neutralità diventa un'affermazione di consenso ad una data visione del mondo, ritenuta eterna e immodificabile. Lo stesso Freud ha creduto che la sua scienza, a similitudine del modo di pensare del suo tempo, fosse la vera ed unica analisi della psichè. Ma gli psicoanalisti  che sono disposti a rischiare la propria ortodossia, riconoscono che il loro sapere è condizionato e reso unilaterale e, come ogni altro, contiene una serie di scelte di valore conformi ad una determinata visione della realtà. Per cui si può dire che la prospettiva dell'analisi cambia se il suo modello non è quello astratto di "armonia interiore" ma in origine è sociale. In altri termini la psicologia deve tener presente che il dato in analisi è un dato di valore; che come tale esso non potrà mai essere analizzato in parametri estranei alle dimensioni che strutturano il valore stesso. Nasce quindi la domanda se sia auspicabile e possibile che gli psicologi considerino come relativi i propri valori. La risposta è sì. Infatti, per quanto scientificamente validi (attendibili e verificabili) possano dimostrarsi i risultati di una ricerca o di una costruzione teorica, tale validità oggettiva non si ripercuote sui valori che muovono gli intenti conoscitivi e soprattutto gli interventi, cioè sull'impiego del sapere psicologico. Il ricercatore, il clinico, possono preferire determinati valori perché appaiono migliori, non perché sono più certi. Da cui consegue che l'oggettività metodologica viene ad essere utilizzata, quand'anche non fosse già un valore, entro le opzioni dello scienziato o del tecnico e quindi della loro società e non viceversa. Per esempio, il significato di una valutazione della personalità, tramite il "16 P.F. di Cattel", non è altro che una definizione dell'altro secondo parametri, che nonostante la loro obiettività psicometrica, esprimono giudizi di valore. Ogni atto teorico e pratico è condizionato, non solo dalla scelta dei problemi, ma anche dalle categorie concettuali e linguistiche con le quali risolverlo. Un metodo empirico-analitico produce soltanto sapere valorizzabile tecnicamente in un quadro precostituito. Ciò significa che qualsiasi scopo scientifico riceve l'indicazione del fine ed assume valore solo all'interno di un ordine sociale verso cui tale fine è diretto. Si può quindi affermare che se i giudizi di valore non facessero parte della struttura della scienza, farebbero comunque parte del motivo della sua produzione. Questo perché la scienza non è sola forza produttiva sociale, ma è anche rapporto sociale di produzione. Perciò non si può parlare di una scienza assolutamente oggettiva, cioè estranea ai valori ed alle scelte che la determinano. Le stesse condizioni del conoscere variano a seconda delle condizioni in cui si esplica il ruolo dello psicologo, cioè in relazione alle aspettative ed ai fini che il suo atto conoscitivo deve perseguire, ossia secondo le indicazioni istituzionali ed i valori egemoni. La scienza dell'uomo è mossa molte volte dall'idea dell'esistenza di leggi statiche, di una realtà di fatto, senza tenere conto che non esiste una realtà definita una volta per tutte. Difatti il soggetto con cui si è in rapporto (che non è mai un oggetto) è impegnato in una continua trasformazione di se stesso nel momento che interagisce con la realtà che lo circonda. Le misurazioni, le osservazioni, che lo psicologo esegue sulla persona non riflettono il dato dell'esperienza, ma ciò che è presupposto come tale sulla base di un paradigma teorico, metodologico e tramite un'azione strumentale. Tale forma d'approccio alla situazione dell'altro comporta certe operazioni mentali, che finiscono per porre in risalto e ritagliare una realtà che può essere lontanissima dall'esperienza immediata da cui deriva. Anche il linguaggio non può riferire il "dato" in maniera neutrale ed obiettiva in quanto utilizza un linguaggio appreso per descrivere il mondo degli uomini conosciuto in anticipo. Mondo predefinito da certe operazioni logico-linguistiche e metodologiche che sono sempre degli apriori. Inoltre l'infrastruttura linguistica utilizzata nel momento scientifico non è un qualcosa di diverso dalla società che l'ha prodotta, e come tale contiene una motivazione ed un orientamento all'azione conoscitiva che è di per sé un valore. La difficoltà in cui si muove qualsiasi studio intorno alla psicologia dell'uomo, inteso come totalità in relazione con l’esperienza passata, presente e futura, è data dal fatto che tale studio trova il suo oggetto costituito. Mentre per la psicologia della percezione l' "effetto Hering" o quello della "buona forma di Wertheimer" si costituiscono come fatti non direttamente connessi con i valori del ricercatore, qualsiasi riferimento al "sistema di personalità" contiene - anche indipendentemente dal volere dello psicologo - un agire rivolto a valori, per cui diventa impensabile uno studio della personalità in termini neutrali. Ora è certo che nel campo degli studi sulla personalità, quanto più gli psicologi diventano abili nel classificare i tratti, gli atteggiamenti, le motivazioni, le azioni ecc.., congelandoli entro espressioni presunte obiettive, tanto meno SVILUPPANO LA LORO COSCIENZA CRITICA verso la natura e la funzione di un dato sapere e quindi intorno ad una effettiva consapevolezza dei bisogni degli uomini; da cui la loro inserzione nel mondo non come agenti dell'emancipazione, ma come scienziati burocrati, che convalidano un certo modo sociale ed istituzionale di definire e concepire l'individuo, prestabilendo quindi, secondo una ideologia dello statu-quo, il suo modo di essere nel mondo. Le teorizzazioni sulla personalità, lungi dall'essere avalutative hanno finito sempre per radicare nella psicologia l'egemonia di un dato modo di considerare la realtà psicologica dell'individuo. Cioè impedendo di leggere e capire le azioni, le motivazioni, le idee, i sentimenti dell'uomo in relazione ad una interazione sociale storicamente e politicamente agente sulla personalità, negando quindi la possibilità di riconoscere nella dinamica psichica e comportamentale dell'individuo l'influenza del dato organizzativo della società, ma spiegandola secondo leggi "naturali" di funzionamento. La consapevolezza critica che qualsiasi riflessione scientifica centrata sull'uomo, in effetti, trascina dei valori amalgamandoli come fatti con l'atto conoscitivo, deve essere particolarmente presente nello scienziato sociale. Soltanto una tale consapevolezza è garanzia per una psicologia che non voglia rimanere prigioniera della razionalità dei propri strumenti. Contemplazione sacrale della scientificità, nella presunzione che la razionalità del mezzo contenga la capacità di sapere indicare dei fini. La maggioranza degli uomini si attacca all'illusione che la conoscenza debba fornire anche le norme per l'azione, e trasferisce quindi la dignità della conoscenza stessa, come se gli scopi dell'etica o della pedagogia si potessero dimostrare "giusti" per il fatto che, per realizzarli, ci si lascia guidare da conoscenze "giuste".
Ad un tale rischio sembrano oggi essere esposte le scienze sociali, in quanto tecnologie in voga per l'amministrazione degli uomini e mezzi di razionalizzazione del controllo sociale. Finiti i tempi in cui psicologi, sociologi, psichiatri, antropologi, potevano non porsi con immediatezza tali problemi e responsabilità dietro l'alibi di una scienza che come sosteneva Peirce, era etica di per sè. Anche per gli scienziati sociali, alla stregua di quelli fisici, è giunto il momento di interrogarsi ed assumersi la responsabilità ed il peso del tempo storico che contribuiscono a costruire.
Se è vero che non ci può essere scienza senza uomini e fuori dalla storia, a maggior ragione non ci può essere una psicologia (che è scienza DI e PER gli uomini) avulsa dalla loro concreta realtà.
Una psicologia della personalità in senso naturalistico (biotipologica, istintualista, behaviorista, organicista, psicometrica, ecc..) anzichè ermeneutica e critico-dialettica, suona come l'affermazione di un uomo astratto, meccanico, isolato, senza legami con la società e senza responsabilità verso di essa. Cioè l'affermazione di un mondo senza uomini.
Il ruolo di una siffatta psicologia è quello di partecipare al calcolo delle strutture di una realtà, che la scienza e la tecnica hanno preparato a somiglianza delle ideologie tendenti a legittimare le nuove forme di potere e di controllo.
Scopo di una PSICOLOGIA CRITICA è invece l'emancipazione sociale, ovvero la liberazione del soggetto dalla realtà diventata potenza subordinata al calcolo. Non confondere quindi l'uomo che emerge da questa realtà come l'unica e naturale manifestazione umana, anche perchè lo strumento teorico e metodologico utilizzato dallo psicologo può far parte di questa realtà e svolgervi un lavoro (inconsapevole) di leggittimazione e conferma.
Il postulato valoriale di una scienza dell'uomo è che essa si configuri, a priori, come uno strumento critico contro l'ordine apparente del sapere, cosicché la psicologia possa disporsi verso il suo antico oggetto, finalmente divenuto soggetto, partendo da un interesse gnoseologico di emancipazione.
Fare della teoria scientifica in senso critico, comporta sempre un chiarimento preliminare capace di suggerire il senso ed il perché di una tale attività. Perciò teorizzare in tale modo implica per lo psicologo un atteggiamento critico che, unito a quello conoscitivo, sia in grado di esprimersi a favore e nell'interesse della gente. Persone quindi viste non come astratte portatrici di una natura umana, ma protagoniste di determinate vicende biografiche all'interno di una situazione storica e sociale. Perciò maturazione di un conoscere che trovi la sua giusta validazione nel confronto con i bisogni che tale realtà manifesta.. Cioè in quello spazio rappresentato dal mondo interno ed esterno dell'uomo, la cui interazione problematica è il campo di indagine ed intervento dello psicologo. Spazio a cui compete testimoniare e verificare la bontà delle proposizioni adottate dallo psicologo, in relazione alla loro capacità di incidere sul sociale svelando la vera natura dei problemi. Ma questa sarebbe una pura enunciazione di principio se non si riconoscesse che l'atto di "capire scientificamente" dello psicologo è già prestabilito nel suo mandato sociale. Cioè in quel ruolo la cui sopravvivenza è resa possibile a patto che condivida la realtà che giustifica la sua IDENTITA' PROFESSIONALE.
In altre parole lo psicologo è nella condizione, per esempio, di non poter rinunciare a certi miti scientifici autolegittimanti il proprio ruolo, nel contesto di una società favorevole al concetto di "malattia mentale" o del "disadattamento" come giustificazione della diversità sociale.
Lo psicologo, portatore di determinate convinzioni su cosa sia e come funzioni la personalità umana, se delegato istituzionalmente ad interpretare il "linguaggio della devianza", lo fa impossessandosi delle espressioni di tale personalità e le traduce secondo parametri di una conoscenza ideologica e non preventivamente sottoposta a verifica critica.
 Tipo di conoscenza che il più delle volte ha codificato risposte e definizioni atte a negare i bisogni e le contraddizioni di cui il soggetto è portatore. Bloccando così, anche a livello interpretativo, tutto il processo interpersonale ed esperenziale, deviando l’attenzione sulla psiche dell’individuo, sui suoi gesti, sui dati dei test, ecc.. Cosicché il linguaggio dello psicologo si viene a declinare come una conoscenza che ha sviluppato la propria teoria secondo le aspettative di chi detiene il potere, cioè entro una cornice ideologica alle cui richieste di razionalizzazione egli risponde. A maggior chiarimento si può dire che le operazioni ed i settori di conoscenza vengono predisposti già dalla domanda sociale, che indica allo psicologo certe strade d’accesso che finiscono per condurre a determinate spiegazioni anziché ad altre. Ciò con il risultato di svuotare il linguaggio dei bisogni di ogni contenuto contrario all’ordine esistente.
Per esempio gli psicologi che operano in istituzioni come la scuola sono chiamati ad intervenire ad un crocevia di situazioni in cui i problemi dei singoli ragazzi finiscono per rivelarsi prigionieri di quelli di natura ideologica, economica, culturale ecc.., all’interno di una particolare struttura, che è quella scolastica. Tali operatori si trovano quindi coinvolti nella gestione di spazi che non riconoscono ed alla cui trattazione possono sentirsi estranei. Ma la constatazione è di essere dei tecnici il cui profilo professionale è funzionale alle richieste dell’istituzione e di esercitare per essa un ruolo di legittimazione attestante la normalità delle sue richieste, rispetto ai comportamenti non conformi. Tale constatazione è un momento di crisi. Presa di coscienza che porta lo psicologo a scoprire che il giudizio emesso sulla personalità del ragazzo, non solo viene richiesto all’interno di una cornice normativa prestabilita, ma obbliga l’operatore a condividere la bontà di tale richiesta partecipando, per il solo fatto di esistere come ruolo, ad obiettivare la realtà del ragazzo diverso, secondo una prassi che corrisponde a esigenze stigmatizzanti collegate con il venir meno di un adattamento scolastico. Cioè di una norma istituzionale per eccellenza.
La prassi dello psicologo nei suoi rapporti con gli uomini è sempre sostenuta, non solo da una o più teorie sulla personalità, ma anche dal suo ruolo e dalle attese pubbliche connesse con tale ruolo.
Lo psicologo criticamente orientato deve quindi essere consapevole che la persona che gli sta davanti non può testimoniargli se stessa e la sua realtà, se non per quella parte consentitagli dallo schema teorico impiegato e dalla reciproca collocazione istituzionale o di ruolo. Ecco qui che si delinea il fatto che qualsiasi riflessione sulla personalità non si esaurisce in un atto meramente teorico e tecnico al riparo di una presunta neutralità, ma si estende alle implicazioni sociologiche dell’azione conoscitiva, che in primo luogo è una azione di potere, ideologicamente orientata. Ciò perché la prassi dello psicologo acquista significato negativo o positivo solo in riferimento all’interesse che esso tutela.
La conoscenza intorno alla personalità come dato ideologico, scientificizzato per tramite dello psicologo, dello psichiatra, del pedagogista, ecc.. può diventare un mezzo di indottrinamento, controllo e manipolazione attraverso tre tendenze negative che caratterizzano l’intervento e la funzione sociale di questi operatori, cioè:
 
1.     trasformazione dei problemi sociali, dalla loro natura economica e politica, in problemi di soluzioni tecniche o professionali;
2.     indicazione di un’etica la cui saggezza, normalità ed equilibrio viene a coincidere scientificamente con le prescrizioni psicologiche. Tutto ciò in vista di una integrazione ottimale, che spalanca all’immagine di un sempre più vasto numero di persone, consensualizzate fin nelle sfumature emotive, alle condizioni oggettive dell’organizzazione predominante.
3.     imperativo della salute e della normalità che attraverso la teorizzazione della personalità matura ed integrata acquista una sacralizzazione ed un valore feticistico, divenendo così un fattore di ricatto da cui non è possibile sottrarsi in quanto interiorizzato come prerequisito di efficienza e capacità produttiva. Mito della normalità che sempre di più permea la condizione dell’uomo occidentale, al quale sembra non venir più consentita la possibilità di avere fantasie e razioni difformi da quelle utilizzabili nella catena di riproduzione della macchina sociale. E ove le abbia, quale conseguenza delle contraddizioni sociali, sia costretto a sperimentarle come colpa privata.
 
Queste osservazioni suggeriscono una serie di considerazioni riguardo ad ogni elaborazione teorica che deve trovare una sua giustificazione preventiva nella prassi, cioè:
 
§        orientamento nello studio della personalità come fatto sociale, ovvero secondo le esigenze emergenti dalla problematica reale in maniera che lo psicologo possa porsi di fronte al suo vero committente, cioè la situazione di disagio dell’uomo sociale, a cui offrire non solo delle soluzioni individuali, ma svelando le linee di un’azione sociale e politica. Ciò con la piena consapevolezza che l’origine collettiva, storica, economica, ecc.., di tale disagio non deve avallare piatti determinismi, facendoci quindi dimenticare l’unicità e la irripetibilità dell’esperienza individuale, cioè di quella soggettività che deve essere difesa da ogni manipolazione conformistico-maggioritaria;
§        orientamento della ricerca-intervento dello psicologo nella esplorazione delle alternative per uno sviluppo della personalità dell’uomo, passando attraverso l’esame e la trasformazione delle sue matrici ambientali, senza peraltro prefigurare aprioristicamente come modelli ideali e quindi come nuovi strumenti conoscitivamente coercitivi. Da cui un atteggiamento costantemente critico e diffidente verso le operazioni di “ingegneria sociale” che, in omaggio alla scienza psicologica, vogliono tradursi in progetti pedagogici di massa.
§        Orientamento a favore di una conoscenza dell’uomo che abbia una funzione innovativa e non di controllo; che si ponga criticamente verso qualsiasi chiusura del discorso fatta da teorie che manifestino la funzione latente di conservare la condizione umana esistente, congelandola nel proprio schema spiegativo.
 
Ciò tenuto conto che quanto più un soggetto sociale è interessato a generare profonde trasformazioni nel tessuto della società, tanto più necessaria diventa l’assunzione di un punto di vista critico e fondamento dell’analisi che esso esprime, mentre, al contrario, quanto più un soggetto sociale è interessato a non modificare la realtà, tanto più la sua analisi sarà “neutrale”, o al limite “apologetica”
giovedì, 08 gennaio 2009

The XVIIIth International Congress on Personal Construct Psychology

Venice, Italy, July 20-24, 2009

PCP and constructivism: ways of working, learning and living

Welcome to the homepage for the XVIIIth International Congress for Personal Construct Psychology - a recognition and celebration of the continuing growth and elaboration of PCP worldwide.

Our inclusive congress title PCP and Constructivism recognises the central place of PCP in the broad family of theories and practices describing themselves as constructivist. Our most common denominator is an emphasis on the active construction of meaning by and between people. In this spirit, our aim is to encourage and support lively and empowering conversation and debate aimed at both extending and defining our diverse approaches.

The second part of our theme: ways of working, learning and living celebrates the broad range of convenience of PCP and its continuing application to new and exciting areas, such as the recent explosion of work in the field of arts and popular culture. Contributions exploring new topics and themes using PCP will be warmly welcomed.

PCP as ‘a psychology for living’ is a central theme. Our hope is that we will not only talk about PCP and constructivism, but also enjoy this opportunity to co-create a vibrant experience of constructivist living. With this in mind, we would like to encourage, alongside the more traditional papers and presentations, a range of experiments in sharing and co-creation, using the ‘social laboratory’ of the congress, and enabling our individual and collective development as a community of adventurous psychological explorers.

About the Congress

The congress on S. Servolo Island, Venice (Italy), is the 18th bi-annual international conference organised to explore developments in Personal Construct Psychology in all the fields in which this theory is applied - including practice, research and theoretical challenges.

PCP, initially developed by George A. Kelly (1905 – 1967), started with the focus of psychotherapy and has inspired and informed research and practice across a wide range of fields including education, counselling, health, business, arts, architecture, linguistics and politics.

Work in these diverse fields is based on the common idea of the person as fundamentally engaged in making sense of his/her own world and in verifying that sense-making to assess its usefulness in the living of their lives.

Academics, practitioners, students and researchers from all areas of interest are invited to share, promote, critique and develop PCP in all its forms in the most democratic and collaborative ways we can invent.

Massimo Giliberto, Institute of Constructivist Psychology (Italy)

Organizing Committee

Massimo Giliberto (Chair), Francesco Velicogna, Carmen Dell’Aversano, Carla Trincas

Conference Committee

Maria Armezzani (Italy), Richard Bell (Australia), Vivien Burr (UK), Trevor Butt (UK); Peter Cummins (UK); Carmen Dell’Aversano(Italy); Mary Frances (UK); Marco Gemignani (USA); Massimo Giliberto (Italy); Alessandra Iantaffi (USA); Marco Inghilleri (Italy); Assaad Marhaba (Italy); Robert Neimeyer (USA); Harry Procter (UK); Joern Scheer (Germany); Dusan Stojnov (Serbia); Valeria Ugazio (Italy); Francesco Velicogna (Italy); David Winter (UK); Adriano Zamperini (Italy)

Students Committee

During the last Summer School, organised by the European Constructivist Therapy Network (ECTN), the idea emerged to create a Students Committee. This group will collaborate with the Conference Committee and organizers, consistent with the spirit of participation and sharing experiences in a constructivist way lived during the summer school, representing the thoughts and suggestions of a new generation.

The Students Committee is an unlocked group, a ‘laboratory’, a ‘work in progress’ open to any student interested in PCP and constructivism. It is possible to join a Students Committee simply by contacting Carlo Guerra studentspcp2009@gmail.com to become part of our e-mailing group.

Currently the membership is:

Milena Akšamović (Serbia); Chiara Arneri (Italy); Elena Barbato (Italy); Ilaria Bregant (Italy); Maja Brusin Kelly (Serbia); Francesca Carlin (Italy); Laura Casale (UK); Marco Casarotti (Italy); Sarah Chadwick (UK); Vukašin ÄŚobeljić (Serbia); Alessia Coccioli (Italy); Michela Corona (Italy); Agnese Corpaci (Italy); Giovanna D'Apolito (Italy); Elena Daniel (Italy); Vladimir DĹľinoviÄŤ (Serbia); Luigi Fiorin (Italy); Giovanna Foffano (Italy); Nikola Golubović (Serbia); Verena Gomiero (Italy); Luana Grassi (Italy); Carlo Guerra (Italy); Simona Imazio (Italy); Ingrid Karlegger (Italy); Ĺ˝eljka Kecman (Serbia); Tamara KoprÄŤina (Serbia); Marija Krsmanović (Serbia); Elena Lugato (Italy); Anne-Marie Martin (UK); Marialuisa Menegatto (Italy); Paola Orlando (Italy); Jelena PavloviÄŤ (Serbia); Christian Petrillo (Italy); Camilla Polli (Italy); Sylvia Puchalska (UK); Ana RajkoviÄŤ – Tuce (Serbia); Federica Rigoni (Italy); Laura Salvadori (Italy); Federica Sandi (Italy); Giulia Sandri (Italy); Stefania Sepp (Italy); Serena Vanini (Italy); Alessandra Viviani (Italy); Laura Zampolli (Italy); SlaÄ‘a Ĺ˝ivković (Serbia)

(http://www.icp-italia.it/pcp2009/scientific_programme.php)

postato da: Inghilleri alle ore 09:18 | link | commenti
categorie: societĂ , epistemologia, psicoterapia
venerdì, 26 dicembre 2008

Intervista per What's up

ERMAFRODITI: CHI SONO?

Non si sa quanti casi esistano nel mondo perché non sono mai stati classificati, nemmeno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si nascondono nella società, semplicemente perché sono irriconoscibili: non esistono segni distintivi evidenti che li segnalino all’occhio di un osservatore comune. Di chi stiamo parlando? Degli Ermafroditi, esseri umani nati con “entrambi i sessi” …

 

servizio di Edyth Cristofaro

 

Ci siamo rivolti all’Organizzazione Mondiale della Sanità per cercare di far luce su questo argomento spinoso e controverso di cui tanto spesso si è sentito parlare, anche con toni sensazionalistici, ma di cui poi nessuno fattivamente sa niente di preciso, a parte gli addetti ai lavori (medici, psicologi e sociologici). La risposta è stata davvero sorprendente: non esiste un elenco ripartito per questo genere di anomalia genetica che colpisce gli organi della sessualità. E questo perché l’ “ermafroditismo completo” è assai raro.

Si tratta di una anomala condizione fisica per cui un essere umano nasce dotato di caratteri sessuali sia maschili che femminili, e cioè con la simultanea presenza di tessuti gonadici, come ovaie e testicoli, nella stessa persona. Non è un problema che riguarda solo l’aspetto fisico esteriore, quindi, ma colpisce sia i genitali esterni che quelli interni e si manifesta in primo luogo a livello cromosomico, ormonale e, infine, morfologico.

Non siamo riusciti neanche a scovare - sempre che esista - un’associazione che in qualche modo li raggruppasse, perché la tendenza medica è quella di rendere queste persone alla normalità anatomica il prima possibile, tanto che, di preferenza, entro i primi anni di vita, si esegue un intervento chirurgico per l’assegnazione del sesso, prendendo in considerazione le analisi genetiche ed ormonali, i caratteri comportamentali, estetici e psichici della persona.

Recentemente, in Colombia, la Corte Costituzionale, nel caso di un bambino di 5 anni affetto da ermafroditismo, ha stabilito che sarà lui stesso a scegliere autonomamente il proprio sesso, perché la volontà del soggetto ha assoluta priorità, anche rispetto alla volontà dei genitori che lo hanno cresciuto come un maschio e avrebbero voluto farlo operare per eliminare gli organi genitali femminili.

Diversi da questo i cosiddetti stati di “pseudoermafroditismo” maschile e femminile, condizioni un po’ più frequenti, in cui lo sviluppo degli organi genitali esterni è ad un livello intermedio fra maschio e femmina o in cui per un difetto cromosomico un corpo geneticamente maschile è insensibile agli ormoni maschili e si sviluppa come una femmina (Sindrome di Morris), oppure la sindrome adreno-genitale per cui si ha una virilizzazione del corpo femminile.

Il caos sull’argomento regna sovrano, soprattutto nell’immaginario collettivo della gente comune che tende spesso a fare confusione tra ermafroditi, transessuali e trans gender. A fare chiarezza interviene su What’s Up il Dott. Marco Inghilleri, psicologo- psicoterapeuta che si occupa di transessualità ed intersessualità, che tiene subito a precisare la “transessualità indica uno stato di transizione da uno dei poli sessuali all’altro, modificando anche fisicamente il proprio corpo; mentre il transgenderismo indica una persona interessata ad acquisire alcuni o molti caratteri fisici del sesso opposto senza necessariamente mettere in discussione la propria genitalità biologica”. Insieme al suo contributo, sul versante prettamente scientifico discutiamo con Prof. Paolo Vezzoni, ricercatore e genetista dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del Cnr di Milano.

 

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 “Nell’uomo è un problema medico-scientifico perché lo sviluppo dei genitali sia interni che esterni è alterato. È fondamentale anche l’aiuto dello psicologo”.

 

PROF. PAOLO VEZZONI*(GENETISTA)…WHAT’S UP?

 

di Edyth Cristofaro

 

Dal punto di vista genetico come è possibile un’anomalia come l’ermafroditismo?

Negli animali inferiori si intende per ermafrodita un organismo che è in grado di produrre sia gameti femminili che maschili perfettamente funzionali. Negli animali superiori, ed in particolare nell’uomo, una situazione del genere non esiste. Nell’uomo, per ermafrodita “vero”, si intende un organismo che ha in se stesso sia tessuti di tipo ovarico che testicolare (gonadi), con altre alterazioni degli organi genitali che generalmente lo rendono sterile. In molti casi, la prima manifestazione di un disturbo di questo genere è che i genitali esterni alla nascita sono ambigui, con forme per così dire intermedie o non completamente sviluppate. Quindi nell’uomo l’ermafroditismo “vero” è un problema in quanto lo sviluppo dei genitali sia interni che esterni è alterato.

 

La tendenza comune è di confonderlo con altri stati intersessuali, perché?

La parola ermafroditismo evoca stranezze e miti dell’epoca greca e probabilmente non solo greca, ma dal punto di vista pratico e medico è solo un problema difficile da risolvere. Nel feto normale, i genitali si sviluppano sempre dalla stessa regione e possono essere indirizzati o in senso maschile o in senso femminile per formare o un testicolo o una gonade, che a loro volta poi determineranno altri caratteri sessuali.

 

 

Da cosa dipende questa diversificazione?

Dall’assetto cromosomico, in quanto è la presenza di un cromosoma Y a provocare la formazione di testicoli. Se questo non funziona bene o se è assente in alcune cellule (mosaicismo) si possono sviluppare gonadi di entrambi i tipi. Di fatto il termine “ermafroditismo” viene usato spesso come sinonimo di persone che hanno caratteristiche di entrambi i sessi, ma in questo senso l’uso è improprio.

 

Quando è effettivamente possibile diagnosticarlo?

In molti casi è possibile dire prima della nascita se lo sviluppo dei genitali è normale. Si possono combinare analisi genetiche a esami come l’ecografia. Cosa sia successo esattamente non è sempre facile da predire prima della nascita. Spesso la diagnosi prenatale viene fatta su famiglie in cui qualche problema del genere si è già manifestato.

 

Gli stati intersessuali hanno diverse categorizzazioni: quali?

Gli “stati intersessuali” o “disordini della differenziazione sessuale” sono quelli in cui lo sviluppo sessuale è anatomicamente e fisiologicamente alterato. Molti di questi non hanno nulla a che fare con l’ermafroditismo “vero”. Le sindromi più conosciute sono quelle di Turner e di Klinefelter in cui le gonadi sono anormali, ma sempre di uno stesso genere. L’ermafroditismo “vero” dipende in genere da anomalie cromosomiche che vanno sotto il nome di mosaicismo. Le altre anomalie vengono invece raggruppate sotto la dizione di “pseudoermafroditismo”.

 

Che cos’è l’ermafroditismo “falso”?

Lo “pseudoermafroditismo” riguarda quelle persone in cui sono presenti tratti sessuali secondari che non sono in accordo con il sesso gonadico: tratti maschili in un individuo con ovaie o tratti femminili in un individuo con testicoli. In questi casi, il tessuto delle gonadi è solo di un tipo, pertanto, in base alla definizione iniziale, non si può parlare di ermafroditismo “vero”.

 

Secondo Lei, qual è l’atteggiamento “giusto” da tenere nei confronti di un’anomalia importante come questa?

Le decisioni da prendere in questi casi sono senza dubbio difficili. Oggi tuttavia si è raggiunto un consensus sulle linee generali da seguire. Quasi sempre il bambino affetto da un disordine di questo genere non potrà essere curato completamente e la sterilità è quasi sempre la norma, ma in alcuni casi un soddisfacente equilibrio nella sfera sessuale può essere raggiunto e questo deve essere l’obiettivo che il pediatra si deve porre. Il medico dovrà illustrare ai genitori la situazione specifica e le opzioni che possono essere prese. L’intervento dello psicologo sarà fondamentale affinché i genitori possano condividere le scelte da fare: l’identità sessuale ha un ruolo fondamentale nella vita di relazione.

Ricordando che la diagnosi esatta e le decisioni da prendere devono essere il più possibile precoci, sia per eventuali interventi chirurgici che per una definitiva assegnazione al “genere” maschile o femminile (non oltre i primi due anni di vita), in parecchi casi di pseudoermafroditismo la diagnosi avviene solo in età puberale e in questo caso è consigliabile che l’individuo partecipi alla decisione.

 

Perché secondo lei, una Istituzione come l’OMS, non possiede alcun dato relativo all’ermafroditismo, né esperti del settore?

Non ne ho idea, anzi, non so neanche se è vero…

 

 

*Genetista- ricercatore presso l’Istituto

 di Tecnologie Biomediche del CNR di Milano

 

 

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 Gli ermafroditi non necessariamente sentono il bisogno di intraprendere un percorso psicologico, in quanto alla nascita già ‘curati’ medicalmente. Non esiste nulla che li distingua dagli altri”.

 

DOTT. MARCO INGHILLERI (PSICOLOGO)* …WHAT’S UP?

 

di Edyth Cristofaro

 

La gente comune che cosa ne sa veramente di ermafroditismo? Perché se ne parla poco e male, spesso con toni sensazionalistici?

Le persone sanno ben poco di queste condizioni e persino tra “gli addetti ai lavori” non c’è particolare chiarezza. Ogni diversità tende ad essere stigmatizzata e l’ermafroditismo, con l’ambiguità che porta necessariamente con sé, turba profondamente il senso comune, semplicemente perché propone un ibrido.

La violazione di una norma, di una regola, di una legge è ciò che l’ermafroditismo afferma: l’infrazione di un tabù culturale più che naturale. Pertanto, suppongo che se ne parli poco sia perché è qualcosa di molto raro, sia perché ritengo che ogni possibile discorso risente di una sorta di ipoteca culturale che lo influenza.

 

Dalla sua esperienza, quale sarebbe l’atteggiamento “giusto” da tenere nei confronti di un’anomalia importante come questa?

Ci tengo a ribadire che essendo una condizione assai rara, difficilmente avremo modo incontrare nella nostra vita una persona che ha dovuto fare i conti con questa condizione. Potrei dire molto in generale che la biodiversità è una ricchezza e una società che non riesce a integrarla in se stessa, espellendola come un’anomalia o peggio tentando molto barbaramente di correggerla, è destinata a dissolversi, a estinguersi, a diventare arida.

 

Le è mai capitato di incontrare una persona affetta da questo tipo di anomalia?

Mi occupo più di problematiche legate alla transessualità che è una condizione ben diversa dall’ermafroditismo che nell'essere umano è descritto come una rara disgenesia gonadica. Più frequenti, ma anch’essi abbastanza rari, sono gli pseudoermafroditismi, maschile e femminile, nonché le alterazioni collegate al sistema endocrino, che possono dar luogo ad una insensibilità agli ormoni maschili, come nella sindrome di Morris. Mi è capitato talvolta di incontrare queste ultime situazioni.

 

Anomalie come questa che tipo di incidenza hanno sul sistema di vita delle persone che ne sono affette e sulla società che le circonda?

Dipende dal genere di atteggiamento che i genitori assumono nei confronti di un figlio/a che li obbliga a confrontarsi con una simile situazione. Solitamente si assiste a una messa in crisi della propria capacità di procreazione. Il problema non è l’avere un’anomalia della differenziazione sessuale. Non è della persona, ma diventa tale nella misura in cui il mondo gli fa pesare l’esistenza di una qualche presunta imperfezione. Questo, comunque, non è monopolio esclusivo dell’ermafroditismo, bensì appartiene come possibilità a tutte le nascite “imperfette”, costituendosi come un lutto della coppia di genitori, cioè la morte simbolica del figlio idealizzato.

 

Che tipo di persone sono coloro che ne sono affette? Esistono delle caratteristiche comportamentali che differenziano queste persone dalle altre?

L’ermafroditismo è una situazione molto rara, tanto da non avere una grande incidenza statistica. I diretti interessati non necessariamente sentono il bisogno di intraprendere un percorso psicologico e psicoterapeutico, in quanto alla nascita la loro condizione è già stata affrontata medicalmente, con l’obiettivo di mettere la persona nella condizione di vivere una sessualità e un’esistenza soddisfacente che consenta alla persona uno sviluppo idoneo a garantire la massima congruità con la norma. Posso garantirle che non esiste nulla che distingua queste persone dagli altri.

 

Raramente si ha spermatogenesi o ovulazione negli ermafroditi, che sono quindi quasi sempre sterili. Ciononostante si dice possano condurre una vita pressoché normale. Quale è questa cosiddetta “normalità” di cui si parla?

Freud indicava la normalità come quello stato in cui una persona può amare e lavorare. Personalmente ritengo che la normalità sia la patologia di cui sono affetti i normopatici… Scherzi a parte, se la realtà è una costruzione sociale, come sostengono le psicologie postmoderne, allora per normalità si deve intendere il grado di accordo che il nostro punto di vista ha con quello della società e della cultura a cui apparteniamo, un sinonimo di conformismo, in sostanza. L’anomalia, ciò che incontra l’attenzione clinica, è solo la violazione di una norma prescrittiva. Io non utilizzerei il costrutto di normalità e patologia, almeno in riferimento al comportamento umano.

 

Nel mondo non sembra esistere un'Associazione che raccoglie o tutela gli ermafroditi. In un periodo storico in cui tutti, in un modo o nell'altro, si associano, come se lo spiega?

Molto semplicemente col fatto che sono troppo pochi per fare gruppo…

 

*Psicologo- psicoterapeuta, Presidente dell’Associazione Italiana

di Psicologia e Sociologia Interattivo- Costruttivista

  ( da http://www.portup.net/content/view/3280/103/)

postato da: Inghilleri alle ore 11:14 | link | commenti
categorie: societĂ , genere, psicoterapia, psicologia clinica