
Che cosa significa essere un essere umano in questo tempo, in questa società, una delle società del mondo occidentale, e soprattutto come si manifesta e a quali valori si richiama l’espressione di questa mia, nostra, umanità? Tale è la domanda che Adriano Zamperini rivolge a se stesso e ai lettori che lo hanno seguito via via in un percorso di riflessione, cercando di raccontare il complesso e quasi vano tentativo che l’esistenza di ciascuno, nessuno escluso, prova ad organizzare per difendersi dalla disfatta della perdita di quelle certezze che la postmodernità ha spazzato via, costringendoci a diventare niente di più che atomi sociali.
Prima con “Psicologia dell’inerzia e della solidarietà”, descrivendo come chi si trovi ad assistere ad una situazione di emergenza adotti uno sguardo “opaco”, rimanendo di conseguenza indifferente, appunto, di fronte ad essa. Poi, con “Prigioni della mente”, mostrando come sia possibile che in ognuno di noi silente alberghi un carnefice e che cosa accade, a persone comuni, quando agiscono in situazioni estreme. Adesso, con il suo nuovo libro, l’Autore prosegue nel suo viaggio di esplorazione e di indagine dell’anatomia degli uomini e delle donne di inizio millennio.
In un mondo saturo, dalle risorse oramai limitate, ogni Altro da me è diventato necessariamente un concorrente, un competitore pericoloso, che mi obbliga nell’arena della quotidianità a vivere secondo la filosofia del mors tua vita mea, a patto però che io resti indifferente di fronte alla sorte che tocca al mio simile. Indifferente, alienandomi per sopravvivere.
In questo libro, non è stata formulata nessuna teoria dell’indifferenza. L’Autore ha piuttosto cercato di capire in che modo l’indifferenza venga vissuta, soprattutto quando essa si faccia problema. Egli getta uno sguardo all’interno delle condizioni nelle quali le persone sono disposte ad accettare la propria devianza emozionale, resistendo ai vincoli e alle sanzioni che ci prescrivono e che legittimano il nostro restare lontani, il non farsi toccare per non patire, per non turbare la nostra tranquillità di spettatori, inermi, distratti, complici. Tutto purché non si riesca a vedere nella sofferenza altrui il nostro privilegio.
Il filo narrativo attraverso cui si compie questa anatomia dell’indifferenza, passa attraverso tre storie: le tortuose vicende di un funzionario del personale, sullo sfondo di una città devastata da attentati terroristici; le peripezie ed i drammi di un peacekeeper, nel corso di una missione umanitaria; l’angoscia e l’impotenza di un infermiere, mentre svolge il proprio lavoro nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 di Genova. Tutte e tre le vicende raccontate evidenziano quanto l’essere emotivamente “devianti” comporti il dover sopportare stress. Quanto sia faticoso trasgredire quelle regole sociali (di cui ognuno di noi è un portatore sano e inconsapevole) che prescrivono la pertinenza delle nostre emozioni ai contesti in cui esse si manifestano, essendo anch’esse inscritte in quei copioni di ruolo che ci rendono sempre personaggi pirandelliani in cerca d’autore.
I contesti d’azione che Zamperini prende in considerazione, pur con le rispettive peculiari diversità, aspiravano a considerare gli attori come semplici locatari di una presenza indifferente e li chiamavano a coltivare l’estraneità.
L’Autore ci conduce allora ad intraprendere un tragitto in queste tre sfere dell’indifferenza, individuando l’esito di una devianza emozionale che si fa resistenza, che diventa ribellione. Che non vuole rintanarsi in un angolo a rimuginare sulla propria impotenza. Piuttosto, si fa pronta a cercare il confronto e a non rifuggire più lo scontro. Una lotta frontale dove la persona sicuramente rischia.
Però, gli effetti di una simile contrapposizione, pur investendo pienamente il singolo, vanno ben oltre, riguardano l’intera società. E ad ogni vicenda, corrisponde una particolare conseguenza: il cambiamento, la malattia mentale, l’esclusione sociale.
Queste tre figure del dissenso emozionale, sono testimonianza di quanto l’indifferenza sia, come tutte le emozioni, un modo di disporci con gli altri, all’interno di un determinato contesto socio-normativo. Un disporci mai dato per una volta per sempre, ma sempre rinegoziabile. Infatti tali vincoli possono essere riconosciuti, accettati o infranti.
Trasgredire l’indifferenza significa sfidare e violare le regole della distanza sociale. Usare le emozioni come pratiche per mettere in discussione la gerarchia, per mettere in tensione i rapporti interpersonali e collettivi, dove non si genera tanto un “sento, dunque sono”, bensì il “dissento, dunque siamo”, un punto di partenza da dove poter ricostruire quei legami di solidarietà da cui siamo stati espropriati.
A questa mia recensione, a queste mie parole di commento a un libro che sicuramente non mi ha fatto restare indifferente, vorrei aggiungere, per finire, quelle di una poesia di Samuel Beckett, perché riescono a descrivere in modo molto sintetico ciò che è possibile trovare in tutto il percorso e nell’impegno intellettuale del’Autore di questo saggio sull’indifferenza così “umano,troppo umano”:
Musica dell’indifferenza
cuore tempo aria fuoco sabbia
del silenzio frana d’errori
copri le loro voci ch’io
non mi senta più
tacere.