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Ordine degli Psicologi del Veneto

psicoterapia | ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

La potenza della parola nei riguardi delle cose dell'anima sta nello stesso rapporto della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo (Gorgia 483 a.C. circa – 375 a.C.)

Chi sono

Utente: Inghilleri
Nome: Marco Inghilleri
Marco Inghilleri, psicologo psicoterapeuta, mediatore familiare, libero professionista, esercita in Padova presso lo Studio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia, via Carlo Rezzonico, 22, tel/fax. 049-9875002. Collabora sia con l'Università di Padova (Facoltà di Psicologia e Facoltà di Sociologia) che con l'Università Bicocca di Milano (Facoltà di Sociologia)e con l' Institute of Constructivist Psychology. E' presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia Interattivo-costruttivista (www.scienzepostmoderne.org) ed è stato docente in diverse scuole di specializzazione in psicoterapia. Le sue aree di interesse clinico riguardano: problemi relativi all'identità sessuale, personale e sociale, disturbi alimentari, dismorfofobie e problematiche legate alla costruzione dell'immagine corporea in uomini e donne. Si occupa inoltre dei disturbi d'ansia e delle disfunzionalità delle relazioni di coppia e dei disturbi della sessualità.

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sabato, 31 ottobre 2009

Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinitĂ 

Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità  
Autori e curatori: Elisabetta Ruspini
Contributi: Marco Alberio, Monia Azzalini, Lorenzo Benadusi, Chiara Bertone, Federico Boni, Stefano Ciccone, Raffaella Ferrero Camoletto, Nicola Gasparini, Rossella Ghigi, Marco Inghilleri, Paolo Jedlowski, Barbara Mapelli, Stefania Operto, Marina Piazza
Collana: La società - Saggi
Argomenti: Sociologia dei processi culturali
Livello: Saggi, scenari, interventi
Dati: pp. 304,     in preparazione, 1a   (Cod.1420.1.106)
 
Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità


Pubblico i primi tre paragrafi del VI capitolo per farvi venire la curiosità di leggerlo.

Coito ergo sum.
La sessualità come terreno di conferma identitaria del maschile
di
Marco Inghilleri e Nicola Gasparini
 
 
 
1. Introduzione
 
Nel corso di questi ultimi anni, nel nostro lavoro di psicologi clinici abbiamo registrato un aumento considerevole della domanda di psicoterapia soprattutto da parte di persone di sesso maschile. Incremento a cui per altro è corrisposto un cambiamento delle problematiche riferite. Se generalmente a portare un uomo nello studio di uno psicoterapeuta − evento decisamente più raro, rispetto alla controparte femminile − era un qualche disagio molto specifico, di carattere quasi prettamente sessuale, come ad esempio la disfunzionalità della funzione erettile, il calo del desiderio, l’eiaculazione precoce e così via, ora si presentano invece uomini che il regista Almodovar non esiterebbe a definire sull’«orlo di una crisi di nervi». Le difficoltà che vengono portate allo psicoterapeuta, cioè, si manifestano sempre più come significativamente caratterizzate da temi molto ampi e generali, che investono l’identità nella globalità dei suoi processi di costruzione, e che mettono in risalto un profondo senso di inadeguatezza relativamente ai propri ruoli maschili e all’espressione della propria mascolinità.
Gli uomini che abbiamo incontrato nel corso di psicoterapie talvolta anche lunghe e difficili, sono stati uomini non solo giunti nel nostro studio perché preoccupati da una virilità messa in discussione nel rendimento delle loro performance sessuali, o dalla solitudine provata per l’incapacità di vivere relazioni affettive significative e stabili. Piuttosto, sono uomini che cercano sempre più di riattribuire senso e significato ad una mascolinità percepita come espulsa dal mondo; uomini che hanno tentato di riparare al disagio attraverso mille tentate soluzioni, mille auto-terapie, che risultando inefficaci si sono rivelate generative di un senso di maggior smarrimento e disorientamento.
C’è un film, Fight Club, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, che rappresenta abbastanza bene la condizione del maschio postmoderno, perso in un mondo senza storia[1], e imprigionato tra la routine impiegatizia, «l’arredomania» e le palestre. Il protagonista impersonato da Edward Norton, consulente di una grande assicurazione, è il prototipo dello yuppie frustrato dalla vita contemporanea. Insonne, ansioso, ipocondriaco, stordito dal jet lag, trova un'apparente calma solo frequentando gruppi d'ascolto. Egli rappresenta il maschio postmoderno che ha perso il suo ruolo di cacciatore-raccoglitore (inteso come scontro e incontro con la natura), come si dice espressamente in un monologo del film, e che, incapace di reinventare la propria mascolinità e riposizionarsi in sintonia ai cambiamenti sociali, dà luogo a vere e proprie condotte devianti e autodistruttive.
Tuttavia, questo film coglie solo alcune delle diverse modalità attraverso cui l’uomo esprime il proprio disagio rispetto a un mondo in cui il maschile non è più funzionale al mantenimento dell’ordine sociale. Dove il maschile è percepito come aggressivo, violento e va quindi controllato, espulso, addomesticato o rieducato, regressivamente, ai valori tradizionali per contrastare in qualche modo la spinta ad un cambiamento culturale antiautoritario di cui le donne sono sempre state inconsapevoli custodi (Bookchin 1982).
Altre forme di risposta al disadattamento maschile prevedono, ad esempio, la restaurazione di una cultura revanscista dell’ordine patriarcale. Come mette in evidenza Marco Deriu (2004), nel mondo occidentale sono nati movimenti di uomini che si pongono come obiettivo specifico quello di una ricostruzione o ridefinizione delle forme di maschilità e paternità in una prospettiva nostalgica. Quando queste soluzioni sono vissute come inadeguate o anacronistiche, perché troppo distanti dai costrutti attraverso cui un individuo si rappresenta pubblicamente e interiormente, si assiste spesso a un ripiegamento su se stessi, dove è il corpo questa volta, a raccontare disordine, disorientamento, paure, angosce e insicurezza (Faccio 2007). Gli esorcismi, in questo caso, passano attraverso il culto di un estetismo della virilità erculea ed eroica, o attraverso la modificazione espulsiva dei caratterisessuali secondari femminilizzandosi quanto più possibile, oppure nello sperimentare una sessualità compulsiva ed estrema, dove l’imperativo ad essere riconosciuti nell’esibizione erotizzata di sé, diventa anche un’attribuzione di identità, una certezza di esistere.
In questo nostro lavoro, dopo aver presentato una breve riflessione epistemologica, indicando la metodologia utilizzata, andremo ad illustrare la costruzione sociale della mascolinità per poi affrontare nello specifico una riflessione sul corpo e l’identità maschile. A tale scopo, a chiusura del capitolo, abbiano ritenuto utile utilizzare delle storie cliniche che potessero meglio narrare quanto da noi sostenuto.
 
2. Problemi teorici e scelte metodologiche
 
Lo studio di uno psicoterapeuta, oltre ad essere un mini laboratorio sociale, può essere considerato un piccolo osservatorio sul «disagio di una civiltà». Le psicologie cliniche e le psicoterapie, infatti, essendo orientate ad intervenire sulle manifestazioni del malessere umano, riescono a catturare, e a volte con largo anticipo, le diverse e più recenti configurazioni disfunzionali che caratterizzano il disadattamento e le difficoltà di uomini e donne in una data epoca storica, culturale e sociale (Cushman 1995; Inghilleri e Fasola 2005). Tuttavia, questa possibilità lascia anche spazio a non poche difficoltà di natura epistemologica e metodologica nell’organizzare una sistematizzazione dei dati ricavati nel lavoro clinico, sia nell'adattarsi ai parametri di osservabilità prescritti dalla scienza classica sia rispetto all'impossibilità di ridurre i complessi oggetti qualitativi entro confini che definiscono l'indagine sperimentale (Di Maria e Giannone 1998). La rigida e rassicurante semplicità della tradizione positivo-naturalistica è entrata in grave crisi negli ultimi trent’anni (Goodman 1978), producendo importanti riflessioni sui criteri di scientificità che essa prescriveva e generando al contempo diversi cambiamenti all’interno delle discipline psicologiche e nell’ambito delle psicoterapie (Salvini 1998). Ciò ha favorito all’interno della riflessione psicologica di questi ultimi anni, l'esigenza di valorizzare la dimensione teorico-costruttiva dell'attività conoscitiva rispetto alla sua dimensione osservativo-fattuale. Ogni atto conoscitivo allora, è un atto teorico che si muove all'interno di un sistema di assunti non empirico-fattuali, bensì simbolico-concettuali (Goodman 1978).
Porre il problema del significato come centrale per la ricerca e l’analisi psicologica, così come per la ricerca storica, sociologica e antropologica (Geertz 1973; Rosaldo 1984), significa privilegiare lo studio del linguaggio, del discorso, dell’argomentazione, delle narrazioni come fonti di sviluppo e costruzione di significati condivisi.
Coerentemente con il modello costruttivo-interazionista da noi assunto, proprio dalle narrazioni dei nostri pazienti abbiamo organizzato il materiale del prossimi paragrafi, presentando il più classico dei metodi di ricerca della psicologia clinica: lo studio dei casi (Davidson-Neale1974). Abbiamo utilizzato, con le persone venute in psicoterapia da noi, strumenti di indagine assimilabili a una tradizione di tipo fenomenologico[2], come l’autobiografia, i colloqui clinici, le autocaratterizzazioni, le griglie di repertorio, al fine di cogliere il più possibile la natura mormorante a sé stessa delle loro narrazioni, piuttosto che invitarli a rispondere alle nostre domande o a scivolare nella tentazione di incasellarli in categorie diagnostiche professionali. Senza entrare troppo nei dettagli, diamo una breve descrizione degli strumenti da noi utilizzati.
a) Autobiografia e narrazione: con il termine autobiografia si è inteso un account retrospettivo e individuale formulato in un dato momento della propria vita (De Waele-Harré 1979). Per Bruner (1983), l’autobiografia risulta essere lo strumento privilegiato per lo studio del Sé: i resoconti autobiografici sono espressione della funzione ermeneutica del pensiero narrativo applicata al mondo interiore. In più non riportano solo la storia di un Sé che continuamente si modifica e si ricostruisce, ma permettono di osservare quanto di culturale ci sia in tale ricostruzione, ovvero come il raccontare se stessi avvenga in relazione alla propria cultura di riferimento[3].
b)Autocaratterizzazione:proposto all’interno della psicologia dei Costrutti Personali da Kelly (1955) come strumento di indagine privilegiata del sistema di costrutti di una persona; indaga i significati e i criteri con cui una persona struttura e dà forma al suo mondo. Una classica consegna è la seguente: «Vorrei che Lei si descrivesse brevemente, in generale. Scriva questo breve bozzetto come potrebbe scriverlo un amico che fosse molto benevolo con Lei e che la conoscesse molto intimamente, forse meglio di chiunque l’abbia realmente conosciuta. Si ricordi di scriverlo in terza persona; per esempio cominci pure dicendo tizio è… o conosco tizio….»[4].
c)Griglie di repertorio:lo strumento delle griglie di repertorio (Kelly 1955) ha la finalità di far emergere la rete di costrutti personali dell’individuo e di analizzarne la struttura e le relazioni con diversi ruoli significativi per lui[5] consentendo al clinico di calcolare correlazioni e significatività statistiche sui dati emersi (Gasparini 1994).
d) Colloquio clinico:in termini generali, possiamo definire il colloquio clinico come una tecnica di osservazione e di studio del comportamento umano orientato essenzialmente alla raccolta di informazioni, le cui funzioni possono tuttavia variare sulla base degli obiettivi che il clinico ha concordato con l’interlocutore e sulla base del modello teorico assunto[6]. Secondo il modello costruttivo-interazionista, il colloquio clinico implica, da parte dello psicologo, innanzitutto la capacità di assunzione del ruolo altrui. È questa la capacità che ci permette di sussumere e dare un senso alle parole e alle azioni dell’altro, di ricostruirne le intenzioni ed il significato. In tale modello, il primo obiettivo da raggiungere è quello di imparare a parlare il linguaggio e adottare la retorica utilizzata dal proprio interlocutore, ricostruirne gli schemi cognitivi, i sistemi di regole e di significati inerenti ai ruoli psicologici disadattanti entro cui è imprigionato.
 
 
3. La costruzione sociale della mascolinità contemporanea: sociogenesi di un disagio
 
La dimensione storica e culturale che sovrasta e costruisce l’identità maschile, le sue rappresentazioni, i ruoli ed i correlati psicologici, è soggetta a mutamenti molto più lenti di quelli sociali, che invece obbediscono alle accelerazioni ed ai più rapidi cambiamenti politico-economici, tecnico-scientifici e di costume. Questa diversa velocità di cambiamento mette a disposizione degli uomini un materiale semantico spesso incoerente e contraddittorio a cui attingere nella produzione dei propri costrutti biografici, dando così luogo a processi di costruzione identitaria conflittuali e fragili.
Se per le donne favorire e promuovere la spinta emancipativa e sociale, riconfigurando i significati attribuiti alla femminilità, ha implicato un percorso di liberazione e di riscoperta dei valori antiautoritari (Bookchin, 1982), al contrario per gli uomini questo ha comportato una perdita della visione patricentrica, autoritaria, e dei suoi modelli. La storia del maschile e dei suoi significati è infatti legata a quella del dominio e della gerarchia, tanto da coagularsi in una simbologia dove costrutti relativi al potere e mascolinità spesso si confondono. Gli uomini diventano i guardiani della comunità non in base ad un’usurpazione, ma perché meglio forniti di quella forza fisica e muscolare idonea a difendere la propria comunità da pericoli naturali, così come da predoni ostili (Bookchin, 1989). Infatti, non solo la caccia, ma anche la difesa e più tardi la guerra entrano a far parte delle attribuzioni maschili nella divisione sessuale del lavoro. Il maschio, nelle comunità dedite alla caccia, è uno specialista della violenza rispetto alla donna. Fin dai primissimi giorni dell’infanzia, egli si identifica con aree di significato attribuite al maschile, quali il coraggio, la forza, l’autoaffermazione, la decisione e l’atletismo; tutti costrutti sovraordinati e necessari al benessere della comunità. La comunità, a sua volta premierà il maschio per questi atteggiamenti, concorrendo così a promuoverli e a validarli. Similmente, la femmina è una specialista nell’allevare i bambini e nel raccogliere il cibo. Le sue responsabilità si focalizzano sull’educazione e sul sostentamento. Sin dall’infanzia apprenderà ad identificarsi in aree di significato attribuite al femminile,come il prendersi cura degli altri, la tenerezza e le verranno insegnate occupazioni relativamente sedentarie.
La riflessione degli esseri umani non ha che potuto dirigersi su quanto era loro dato di osservare più da vicino, cioè il corpo e l’ambiente in cui il corpo è immerso. Il corpo umano, luogo di osservazioni costanti, presenta un tratto notevole: la differenza sessuale e il differente ruolo dei sessi nella riproduzione. Su questo aspetto si fonda un’opposizione concettuale essenziale: quella che oppone l’identico al differente, uno di quei themata arcaici che si ritrovano in tutto il pensiero scientifico, antico e moderno, e in tutti i sistemi di rappresentazione. Le categorie di genere, le rappresentazioni della persona sessuata, la ripartizione dei compiti che conosciamo nelle società occidentali, non sono fenomeni a valore universale generati da una natura biologica comune, bensì costruzioni culturali. Infatti, con uno stesso alfabeto simbolico, ancorato a questa natura biologica comune, ogni società elabora frasi culturali particolari e che le sono proprie (Héritier 1996).
Non vi è una ragione intrinseca per cui una comunità patricentrica, solo perché ha un orientamento maschile, debba essere gerarchica, o debba ridurre le donne in posizione sottomessa. Senza il sostegno della complementarietà dei due generi la comunità si disintegrerebbe. Nel trasferire i nostri atteggiamenti e significati sulle società preletterate, non riusciamo spesso a renderci conto di quanto lontana sia una comunità arcaica da una moderna società politica. Finché la crescente sfera civile rimane un’estensione pragmatica del ruolo maschile nella divisione del lavoro, è solo questo e niente altro. Anche quando la sfera civile si espanderà, essa sarà ancora radicata nella vita domestica ed a questa intimamente interconnessa. Da qui il potere sacrale, orizzontale anziché verticistico, che circonda la donna nelle società primordiali. Solo quando la vita sociale viene sottoposta ad una differenziazione gerarchica ed emerge come spazio separato che va organizzato in proprio, troviamo conflitto tra sfera domestica e civile; un conflitto che introduce la gerarchia anche nella vita domestica e che sfocia non solo nella sottomissione della donna, ma anche nella sua squalifica. Allora, quegli aspetti più propriamente femminili, che la società arcaica valuta come un bene prezioso per la sopravvivenza, vengono degradati a tratti della subordinazione sociale. La capacità femminile di prendersi cura degli altri viene degradata a rinunzia, la sua tenerezza a obbedienza. Anche gli aspetti maschili propri all’uomo subiscono una trasformazione. Il suo coraggio diventa aggressività, la sua forza viene usata per dominare, la sua autoaffermazione si trasforma in egoismo, la sua determinazione in ragione repressiva, il suo atletismo è sempre più diretto alle arti della guerra e del saccheggio(Bookchin 1982).
È all’interno di una tale arcaica narrazione che il maschile va ad attingere le matrici generative di significato con cui continua a costruire storicamente la propria identità tradizionale. Identità che ancora gode di ottima salute all’interno delle società occidentali, in quanto estremamente funzionale all’assolvimento delle richieste sempre più competitive dei mercati globalizzati e al mantenimento dei principi di autorità e gerarchici di cui il nostro mondo ancora ha bisogno per legittimare il suo ordine.
Se per un verso le società occidentali favoriscono il permanere di modelli maschili tradizionali, d’altro canto ne prescrivono contemporaneamente la sua decostruzione innestando un vero e proprio gioco perverso di comunicazioni paradossali, di doppi legami e incongruenze, che rende vittime entrambi i generi, messi nella condizione di imprigionarsi l’uno con l’altro, in un muto vincolo di controllo reciproco e eteroregolazione.
Se favorisce la spinta emancipativa delle donne, la società lo fa in funzione di porre una sorta di contenimento agli aspetti della mascolinità che desidera espellere dalle proprie entità istituzionali. Limita così ciò che essa stessa concorre a creare e che a sua volta utilizza per disinnescare le istanze libertarie presenti nella critica radicale all’ordine e all’autorità patriarcale, che la liberazione femminile porta in dote. Tutto questo avviene attraverso un’astrazione dei modelli di mascolinità e femminilità che diventano in tal modo copioni di ruolo funzionali al mantenimento dell’ordine costituito, anziché mansionari legati semplicemente al genere di appartenenza. Il risultato è il paradossale invito che chiede agli uomini di rendersi più simili al genere femminilee alle donne di rendersi più simili al maschile, ricercando un’androginia psicologica funzionale al consumo delle merci e ai ritmi produttivi delle medesime.
E’ nelle prime fasi della rivoluzione industriale che compaiono in modo evidente tali richieste contraddittorie. Le mutazioni del luogo di lavoro, dalla fattoria rurale o dalla corporazione medievale alla fabbrica urbanizzata e industrializzata e all’ufficio, favorirono il processo di secolarizzazione che pose in maniera sempre più irrinunciabile le richieste di emancipazione da parte del femminile, generando di fatto nella controparte maschile la necessità, non solo psicologica, di riassegnare legittimazione all’autorità del proprio ruolo. La messa in discussione del modello patriarcale, che finora aveva governato e dato significato alle relazioni fra generi nei processi di costruzione e mantenimento di realtà consensuali, obbligava uomini e donne a rinegoziare quelle regole sociali che avevano costituito le certezze del mondo da loro finora abitato. Pertanto, il controllo sociale si preoccupò di riequilibrare e di ridefinire le tendenze che si ponevano come potenzialmente devianti dal corso di norme implicite o esplicite prescritte dal momento storico. Non è forse un caso, che uno dei luoghi in cui inizia a funzionare una forma di controllo sociale, diventa lo studio dello psicoanalista (Dal Lago 2000). È qui che il neo-sacerdote della modernità celebra il rito di una religione laica che se da un lato ha contribuito al processo di secolarizzazione sociale, dall’altra parte si è proposta come liturgia della cura del medesimo. La psicoanalisi in qualche modo ripropone così una consacrazione dell’autorità dell’ordine patriarcale, non più attraverso un discorso teologico, bensì attraverso un discorso scientifico atto a patologizzare ogni esigenza di liberazione sessuale femminile, stigmatizzandola come isteria o ninfomania. Parimenti, interviene anche sul disagio del maschile, minacciato e messo in discussione nei suoi poteri dai movimenti nascenti di emancipazione femminile, assegnandogli una certa e riconoscibile collocazione diagnostica che trovava forma ed etichetta nella perversione sessuale e nel comportamento criminale violento (Cushman 1995; Inghilleri e Fasola 2005).
È singolare notare come storicamente è proprio adesso che si inizia a fare attenzione al tema delle perversioni sessuali ed a come esse vengano sin da subito configurate tutte al maschile. La psicoanalisi, non solo garantisce la guarigione da queste forme di disagio manifestate attraverso una sessualità atipica o non ordinaria, ma si pone anche come esorcismo collettivo, rassicurando quel potere maschile, rappresentato simbolicamente dal fallo, messo in discussione da quelle forze liberatorie da sempre appartenute al pensiero occidentale (Vercellone 2003).
Il conflitto sociale, esterno, viene in tal modo risignificato attraverso uno spostamento all’interno delle persone sotto forma di conflitti inconsci, espressi attraverso un linguaggio metaforico che li depoliticizza, attraverso una retorica esplicativa di tipo causale, che rimanda ad angosce di castrazione, evirazioni edipiche e invidie del pene… Tutto purché il fallo venga salvaguardato come significante del dominio e del potere, ripristinando lo status quo ante.
 


[1] «Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita.», recita una battuta del film.
[2] Il lavoro di Segre (2001) Fenomenologia e Interazionismo simbolico, presenta uno studio sulle continuità concettuali delle due teorie.
[3] Un resoconto autobiografico consiste nell’incarico che si assume il narratore di descrivere nel presente il corso degli avvenimenti di un protagonista nel passato. Narratore e protagonista sono la stessa persona. L’autobiografia, dunque, è uno sforzo interpretativo da parte di un soggetto mosso dalla necessità di dare un senso a ciò che è accaduto per trovare e costruire la propria identità e, come tale, essa trasforma la vita in un testo, per quanto implicito o esplicito questo possa essere.
[4] Kelly (1955) propose precisi criteri di lettura degli elaborati, ai quali si rimanda in bibliografia, sottolineando come il rigore dell’analisi necessiti l’esplicitazione di tali criteri rendendo così confrontabili le modalità e i processi di interpretazione.
[5] La grigia di repertorio deve il suo nome alla sua struttura. Al soggetto viene chiesto di compilare una matrice che riporta in colonna una serie di elementi (attraverso i quali dovrà elicitare i propri costrutti) e in riga i costrutti identificati. Successivamente verrà chiamato ad assegnare un valore numerico per ciascun elemento, a seconda che questo sia vissuto come più vicino al costrutto elicitato o al suo polo di contrasto.
 
[6] Si può avvalere nell’eventualità dell’uso di domande, che possono essere domande aperte, chiuse, interlocutorie, indirette, riflessive, ecc... (Lang 2003) e può essere strutturato, semi-strutturato o libero. Le informazioni vengono ricavate da tre fonti principali: dal contenuto, cioè quello che si dice durante il colloquio; dal contesto e dal metacontesto, cioè la valutazione del comportamento non può prescindere dalla valutazione della situazione e dal ruolo assunto dagli interlocutori; dalle espressioni non verbali e dalla metacomunicazione.
sabato, 24 ottobre 2009

E' nato il Centro di Psicologia Sistemico Costruttivista

LOGOSTUDIOLASTStudio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia
Via Carlo Rezzonico, 22 - 35131 - Padova 

Nei prossimi giorni potrete trovare informazioni più dettagliate sul sito internet
postato da: Inghilleri alle ore 18:41 | link | commenti
categorie: psicoterapia, psicologia clinica, psicologia giuridica
lunedì, 12 ottobre 2009

CICLO DI SEMINARI “GENERI, GENERAZIONI E ISTITUZIONI DELLA VITA QUOTIDIANA” (2009/2010)

 
Facoltà di Sociologia
Via Bicocca degli Arcimboldi 8

CICLO DI SEMINARI “GENERI, GENERAZIONI E ISTITUZIONI
DELLA VITA QUOTIDIANA” (2009/2010)



*
Laura Arosio
Ti sposo per sempre (o almeno per un po’)
giovedì 29 ottobre 2009
aula U6-27, ore 16.30-19.00
*
Marco Inghilleri
La psicologia nella vita quotidiana
martedì 3 novembre 2009
aula U6-27, ore 13.30-16.00
*
Alessandro Rosina
Aiutare i giovani italiani a farsi cittadini adulti
giovedì 12 novembre 2009
aula U6-27, ore 16.30-19.00
*
Marco Alberio
Non solo donna. Le rappresentazioni del corpo maschile nei media
martedì 17 novembre 2009
aula U6-27, ore 13.30-16.00
*
Martine Gross
L'homoparentalité: état des lieux
martedì 24 novembre 2009
aula Pagani, ore 14.30-17.00



I seminari sono organizzati all’interno del corso
Generi, generazioni e istituzioni della vita quotidiana
prof.ssa Elisabetta Ruspini
Laurea magistrale in Sociologia

Ciclo di Seminari Generi generazioni e istituzioni della vita quotidiana 2009-2010
mercoledì, 30 settembre 2009

Quale formazione in psicoterapia?

 La scelta della scuola di psicoterapia è una scelta particolarmente delicata e importante nel curriculum di un professionista della mente. Quali sono i criteri che una scuola di formazione in psicoterapia dovrebbe perseguire per for formare degli psicoterapeuti seriamente preparati?
postato da: Inghilleri alle ore 10:24 | link | commenti (13)
categorie: psicoterapia, psicologia clinica
mercoledì, 23 settembre 2009

La psicoterapia cambia il cervello

NEWS
23/9/2009 - MEDICINA PSICOSOMATICA
La psicoterapia cambia il cervello
Aree attivate e spente. Sul lettino modificazioni biologiche simili a quelle dei farmaci. La risonanza magnetica riabilita gli eredi di Freud: "Una svolta che cambierà il modo di concepire la malattia"
ANDREA ROSSI
C’è un uomo che ha paura dei ragni. Ne ha uno davanti. La fotografia del suo cervello mostra che una parte - l’area pre-frontale laterale destra - si attiva, stimolata dalla sua paura. Qualche tempo dopo lo stesso individuo non ha più alcuna reazione. Guarda un ragno, eppure reagisce in modo «normale», come quello di chi non è assalito da impulsi di terrore.

Il cervello è cambiato: la struttura neuronale si è modificata e tutto senza utilizzare alcun farmaco. Soltanto con la psicoterapia. La risonanza magnetica funzionale può dare la misura di una delle «rivoluzioni» che verranno presentate a Torino da oggi a sabato nella 4 giorni del 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica. La terapia della psiche è in grado di far cambiare forma e anche attività al cervello: non solo contrasta ansie e fobie, ma regola anche le risposte agli stress causati dalle malattie. Agisce, infatti, sui circuiti neurobiologici. «Ha lo stesso effetto dei farmaci anti-paura, insomma», spiega Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per i disturbi del comportamento alimentare dell’ospedale Molinette di Torino che ospita il congresso.

Un processo consolidato negli anni, a partire dagli studi di Til Wykes. Con i suoi collaboratori, già nel 2002 e poi nel 2007, ha dimostrato con una risonanza magnetica che un tipo di psicoterapia - la «Crt» - aveva sui soggetti schizofrenici gli stessi effetti positivi dei farmaci anti-psicotici. «Ecco, quindi, che il modello psicosomatico, valorizzando le terapie psicologiche anche nelle malattie del corpo, può essere la base per una nuova medicina - spiega Fassino -. Nei prossimi anni i trattamenti psichiatrici diventeranno essenziali per migliorare e umanizzare l’assistenza soprattutto nei campi dell’oncologia, dell’obesità, del diabete e delle malattie cardiovascolari». Serve, di conseguenza, un approccio «olistico» alla persona e non solo settoriale all’organo malato: si parte dai disturbi della psiche per curare le malattie più «classiche».

Una prova importante, in questo senso, è la scoperta - grazie a tecniche di «neuroimaging», come la risonanza magnetica funzionale - che la psicoterapia è in grado di modificare l’attivazione di aree specifiche cerebrali, permettendo all’individuo di gestire meglio le emozioni negative: dall’ansia alle paure. Si tratta di evidenze che nascono dalle scoperte del Premio Nobel Eric Kandel, famoso per aver dimostrato l’insorgere di alcune modificazioni sull’espressione dei geni.

Ulteriori prove arrivano dai test all’Università di Montréal: la possibilità di gestire meglio le emozioni legate alla sofferenza è indispensabile per l’affermarsi di una medicina più avanzata. «Spesso, infatti, gli stress si trasformano in disturbi mentali, aggravando la malattia organica», sottolinea Fassino. Non solo. Altre ricerche con il «neuroimaging» hanno fotografato in pazienti depressi la «normalizzazione» dell’attività cerebrale dopo una psicoterapia di qualche mese: l’effetto è paragonabile a quello dei farmaci antidepressivi, con precise basi biologiche.

Uno dei protagonisti di queste scoperte è Claude Robert Cloninger, professore alla Washington University School of Medicine di Saint Louis, Usa, dove dirige il «Laboratorio di biopsicologia della personalità». L’Io - spiega - è costituito da una parte stabile (il temperamento), legato alla genetica, e da un’altra parte (il carattere), che muta a seconda delle circostanze. Ecco perché molte terapie farmacologiche e anche chirurgiche - come la gastroplastica negli obesi - possono essere «modulate» in modo personalizzato, se si studiano i pazienti prima e dopo le cure. Del resto Georg Northoff della Otto-von-Guericke University di Magdeburgo, in Germania, ha dimostrato che l’angoscia che si trasforma in somatizzazione, come nelle paralisi isteriche, non è frutto di suggestione: è il frutto dell’attivazione o dell’inibizione di specifici circuiti cerebrali.

Lo sapevi che?
UN RAPPORTO CONTROVERSO
Psiche e corpo
Solo una mente sana contribuisce a mantenere sano l’organismo: è il messaggio-base del 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica. Intitolato «Psychosomatic innovations for a new quality of health care», è in programma da oggi a sabato 26 settembre a Torino al Centro congressi del Lingotto.
 

Articolo preso da : http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1440&ID_sezione=243&sezione=
postato da: Inghilleri alle ore 23:22 | link | commenti
categorie: psicoterapia, psicologia clinica, psicologia giuridica
venerdì, 11 settembre 2009

CONVERSAZIONI COSTRUTTIVISTE: gli Studenti dell'ICP raccontano...

 

CONVERSAZIONI COSTRUTTIVISTE: gli Studenti dell'ICP raccontano...

Nuova iniziativa promossa dall'Institute of Constructivist Psychology con l’obiettivo di far conoscere l'approccio costruttivista a tutti coloro che ne siano interessati.

Le Conversazioni Costruttiviste si propongono come un ciclo di seminari tenuti dagli specializzandi della nostra Scuola su argomenti connessi ai propri interessi professionali e di ricerca, approfonditi secondo un’ottica Costruttivista e in stretta collaborazione con i didatti e i docenti dell’ICP.

Le Conversazioni si terranno una volta al mese, il mercoledì dalle 18:30 alle 20, presso la nostra sede a Padova in via Martiri della Libertà 13.

La partecipazione è gratuita e aperta a tutti, ma è necessaria la prenotazione telefonando al 049 8751669 oppure inviando un’email a icp.scuola@gmail.com

Prossimi appuntamenti:

30/09/09 Ilaria Bregant Modello medico e costruttivismo: divagazioni sul tema

07/10/09 Simone Cheli Narrazioni e Interpreti in Psico-Oncologia

11/11/09 Fausta Fabbris L’incontro in pronto soccorso: il ruolo dello psicologo in un contesto di emergenza

02/12/09 Francesca Donà Persona e malattia

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Massimo Giliberto

Institute of Constructivist Psychology 

Via Martiri della Libertà, 13

35137 Padova, Italy


Tel./fax: ++39 049 8751669 

e-mail 1: m.giliberto@iol.it

e-mail 2: giliberto@icp-italia.it

web site: www.icp-italia.it

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categorie: comunicazioni, psicoterapia, psicologia clinica
giovedì, 10 settembre 2009

Seminario gratuito di presentazione dell'Institute of Constructivist Psychology web site: www.icp-italia.it

 

Seminario gratuito di presentazione della Scuola

Giovedì 8 ottobre 2009 dalle ore 15 alle 18 si terrà il seminario gratuito di presentazione della Scuola, nel corso del quale il Direttore della Scuola, dott. Massimo Giliberto, introdurrà la struttura, i metodi, la teoria di riferimento e risponderà alle domande dei presenti.

Il seminario si svolgerà presso la sede della Scuola in via Martiri della Libertà n. 13 a Padova.

La partecipazione è gratuita, ma è necessaria la prenotazione (tel. 0498751669; email scuola@icp-italia.it)


 

 

SONO APERTE LE ISCRIZIONI PER L’AA 2009-2010

Sono aperte le iscrizioni al Corso Quadriennale di Specializzazione in Psicoterapia Costruttivista per l’Anno Accademico 2009-2010.

La Scuola dell’Institute of Constructivist Psychology è riconosciuta dal MIUR con D.D. del 21.10.04.

Il Diploma di Specializzazione in Psicoterapia Costruttivista è equipollente al Diploma di Specializzazione Universitaria ed è titolo valido per l’esercizio dell’attività psicoterapeutica.

Gli esami di ammissione si svolgeranno sabato 31 ottobre 2009 e venerdì 6 novembre 2009.

Per poter partecipare agli esami di ammissione è necessario compilare i moduli "colloquio di ammissione" e "consenso privacy" (scaricabili nell'area "modulistica" del sito della Scuola), allegare i documenti richiesti e recapitarli (via posta ordinaria, email o di persona) presso gli uffici dell'Istituto entro il 23 ottobre 2009.

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Massimo Giliberto

Institute of Constructivist Psychology 

Via Martiri della Libertà, 13

35137 Padova, Italy


Tel./fax: ++39 049 8751669 

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categorie: comunicazioni, psicoterapia, psicologia clinica
martedì, 07 luglio 2009

George Kelly

"Di questi tempi si dice che essere sé stessi è una buona occupazione. Essere sé stessi è considerato salutare. Anche se per me è un po’ difficile capire come sia possibile, per qualcuno, essere qualcos’altro. Penso di capire che ciò significhi non cercare di sforzarsi di diventare diversi da quello che si è. Ciò, di fatto, mi sembra una maniera piuttosto noiosa di vivere. Sarei incline a pensare che ognuno di noi vorrebbe migliorare se decidiamo di essere qualcosa di diverso da quello che siamo. Ebbene, non sono poi tanto sicuro che tutti noi vogliamo migliorare, forse sarebbe più preciso dire che vorremmo una vita più interessante.
C’è qualcos’altro che potrebbe stare dietro a questo imperativo di essere sé stessi, e cioè che nessuno si dovrebbe mascherare. Sospetto che sia qualcosa vicino a quello che gli psicologi intendono quando spingono le persone ad essere sé stesse. Si presume che le persone che affrontano il mondo a viso scoperto siano più spontanee, che si esprimano più completamente, e che abbiano più opportunità di sviluppare le loro capacità se non si mascherano.
Ma questa dottrina della nudità psicologica negli affari umani, di cui tanto si parla al giorno d’oggi e che permette al sé di non truccarsi e mascherarsi, lascia assai poco all’immaginazione. Non invita certo all’avventura. Sospetto, a riguardo, che nel Giardino dell’Eden, Adamo si sarebbe deciso più in fretta di quanto effettivamente fece se Eva avesse fatto un po’ più di attenzione al suo guardaroba. Ho sentito che lo corruppe con una mela. In seguito mi dicono che si inventò qualcosa di più stimolante della foglia di fico.
Ciò che affermo è che non conta tanto ciò che l’uomo è, ma piuttosto quello che progetta di fare di sè stesso. Per fare il balzo egli deve fare qualcosa di più che scoprirsi: deve rischiare una buona percentuale di confusione. Poi, al più presto, come afferra la fugace visione di una vita diversa, deve trovare la maniera di superare il momento della minaccia paralizzante e per questo vive l’attimo in cui si chiede chi sia realmente, quello che è o quello che sta per divenire. Adamo deve aver sperimentato un momento del genere." 
George Kelly- pagg.157-8 The Language of Hypotesis- 1964
George Kelly - Psicologo, Matematico, Educatore. Ha creato la teoria della Psicologia dei Costrutti Personali. Nacque nel Kansas nel 1905. Nel 1909 fece un viaggio con la famiglia nel carro coperto del padre per recintare una terreno in concessione ai pionieri del west nel Colorado. Dopo essere ritornato alla fattoria nel Kansas frequentò irregolarmente la scuola e fu istruito dai genitori. Nel 1926 si laureò in fisica e matematica, in seguito in Pedagogia all’ Edimburgh University e in Psicologia nell’Iowa. Nel 1931 cominciò a lavorare in psicologia clinica, organizzando un programma di cliniche viaggianti dentro e fuori le aree rurali di Fort Hays nel Kansas. La ‘clinica viaggiante’ offriva i suoi servizi ad adulti e bambini attraverso psicoterapie e consulenze, ed era composta esclusivamente da lui e da suoi quattro studenti che lo aiutavano.
Lavorò soprattutto nell’area della psicologia clinica negli USA, elaborando la sua teoria della Psicologia dei Costrutti Personali, centrata sul cambiamento delle persone attraverso la psicoterapia, sebbene ritenesse il termine ‘psicoterapia’ inadeguato per descrivere l’avventura dell’uomo nella transizione e trasformazione. Infatti rifiutò sempre la terminologia tradizionale della psichiatria e della psicologia, ritenendola riduttiva e inefficace. Nel 1945-1946 fu nominato Professore e direttore dell’Istituto di Psicologia Clinica alla Ohio State University. Vi rimase sino al 1965 quando ottenne la Cattedra in Psicologia Teoretica alla Brandeis University. Morì nel 1967.
 
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categorie: psicoterapia, psicologia clinica
venerdì, 15 maggio 2009

TESTO UNICO DELLA TARIFFA PROFESSIONALE DEGLI PSICOLOGI

I

Approvato dal Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi in data 2 febbraio 2002

Art. 1

Per le prestazioni professionali, oltre al rimborso delle spese giustificate, sono dovuti

allo psicologo iscritto alla sezione A dell’Albo, come stabilito dal D.P.R. 328/01, gli

onorari indicati nell'allegata tabella.

Art. 2

Gli onorari minimi e massimi per le prestazioni professionali sono inderogabili.

Gli onorari minimi e massimi sono da intendersi annualmente adeguati sulla variazione

del canone ISTAT minimo applicabile.

Nelle convenzioni con soggetti pubblici e privati, che hanno ad oggetto prestazioni

professionali da rendere a beneficio di intere categorie di soggetti, il minimo può

essere diminuito entro il 25%.

Art. 3

Per la determinazione dell'onorario fra il massimo e il minimo stabilito, si può avere

riguardo a:

a) la complessità della prestazione richiesta;

b) l'appartenenza del cliente a categorie a beneficio delle quali sono state stipulate

convenzioni;

c) l’urgenza della prestazione;

d) la situazione socio - economica del cliente.

Lo psicologo può ridurre l'onorario per le prestazioni non effettuate a causa del

mancato rispetto dell'appuntamento da parte del cliente, ed eventualmente rinunciarvi

se lo ritiene opportuno.

II

Art. 4

Gli onorari, a seconda delle modalità inerenti alla loro determinazione, sono distinti nei

seguenti due tipi:

a) onorari a percentuale, in ragione del valore dell'intervento;

b) onorari a vacazione, in ragione del tempo impiegato.

Per la determinazione del valore dell'intervento, va tenuto conto degli interessi

sostanziali sui quali incide la prestazione professionale.

Nella determinazione dell'onorario deve aversi particolare riguardo alla competenza

specifica dello psicologo.

Quando gli onorari non possono essere determinati in virtù di una specifica voce della

tabella, si fa riferimento alle disposizioni contenute nelle presenti norme e nella tabella

allegata che regolano casi simili o materie analoghe.

Art. 5

Gli onorari dovuti allo psicologo per le prestazioni professionali non ricomprese

nell’allegata tabella sono normalmente valutati a percentuale.

In ogni caso, gli onorari devono essere valutati in ragione del tempo e computati a

vacazione in quelle prestazioni professionali nelle quali il tempo concorrere come

elemento precipuo di valutazione.

Gli onorari a vacazione sono stabiliti per lo psicologo in ragione di 60 euro per ogni

ora o frazione di ora.

Salvo casi di effettiva maggiore prestazione professionale, non si possono calcolare più

di otto ore sulle ventiquattro.

Per le prestazioni rese in condizioni di particolare disagio, detti onorari possono essere

aumentati fino al 40%.

Art. 6

Allo psicologo che per l'esecuzione dell'incarico ricevuto debba trasferirsi fuori studio

sono dovute le spese di viaggio rimborsate nel loro ammontare maggiorato del 15% a

titolo di rimborso delle spese accessorie; le spese di soggiorno, pernottamento e vitto in

base alle tariffe di albergo di prima categoria con l'aumento del 10% a titolo di

rimborso spese accessorie, nonché gli onorari relativi alle prestazioni effettuate e una

III

indennità di trasferta da un minimo di 5 euro a un massimo di 15 euro per ogni ora o

frazione per distanze inferiori a 100 Km.; nonché da un minimo di 3 euro a un

massimo di 9 euro per ogni ora o frazione per distanze superiori a 100 Km.

Art. 7

Qualora più psicologi siano stati incaricati in collegio di prestare la loro opera nel

medesimo intervento, a ciascuno spetta un compenso determinato dividendo per il

numero dei membri del collegio medesimo l'onorario unico aumentato del 40% per

ogni professionista incaricato, salvo per l’eventuale coordinatore per il quale si applica

la tariffa piena.

A ciascuno spetta il rimborso delle spese giustificate e l'indennità.

Art. 8

Per gli interventi iniziati ma non giunti a compimento ovvero nel caso di cessazione

dell'incarico per qualsiasi motivo saranno dovuti gli onorari per l'opera prestata,

comprendendosi in questa il lavoro preparatorio compiuto dallo psicologo.

La sospensione per qualsiasi motivo dell'incarico dato allo psicologo non esime il

cliente dall'obbligo di corrispondere l'onorario relativo alle prestazioni rese.

Art. 9

Qualora tra la prestazione e l'onorario previsto dalla tabella appaia, per particolari

circostanze del caso, una manifesta sproporzione, possono, su conforme parere del

competente Consiglio dell'Ordine, essere superati i minimi e i massimi tariffari

rispettivamente della metà e sino alla decuplicazione.

Art. 10

Allo psicologo spetta un rimborso delle spese generali di studio in ragione del 10%

sull’importo dell’onorario.

Art. 11

Per i giudizi arbitrali sono dovuti gli onorari stabiliti ai sensi e per gli effetti del D.M. 5

ottobre 1994 n. 585, e successive modificazioni e integrazioni.

IV

TARIFFARI TARIFFARIO

min max

CONSULENZA E SOSTEGNO PSICOLOGICO

1

Seduta di consulenza e/o sostegno psicologico individuale 35 115

2

Seduta di consulenza e/o sostegno psicologico alla coppia e alla famiglia 45 165

3

Seduta di consulenza e/o sostegno al gruppo (max 12 partecipanti) 15 45

PSICOLOGIA CLINICA

4

Colloquio psicologico clinico individuale e osservazione clinica e comportamentale diretta o indiretta (per

seduta).

Include visita psicologica

35 115

5

Colloquio psicologico clinico familiare o di coppia. Include mediazione familiare 40 140

6

Indagine psicologica per la valutazione dell’inserimento ambientale

(es. in asilo nido, in famiglia o nel posto di lavoro)

o per la verifica del trattamento (es. in comunità terapeutica) (a incontro, escluse le spese)

45 165

7

Certificazione e relazione breve di trattamento 20 70

8

Consulenze psicologico-cliniche a enti pubblici o privati con impegno orario predeterminato (ad ora) 20 95

9

Analisi, definizione e stesura di relazione psicologico-clinica (con descrizione analitica delle valutazioni

psicodiagnostiche, sintesi clinica ed eventuale progetto d’intervento)

65 155

10

Supervisione psicodiagnostica e/o clinica di gruppo (per incontro e per partecipante) 35 75

11

Supervisione psicodiagnostica e/o clinica individuale (per incontro) 45 185

DIAGNOSI PSICOLOGICA

12

Colloquio anamnestico e psicodiagnostico individuale 35 115

13

Colloquio anamnestico e psicodiagnostico familiare o di coppia 40 140

14

Esame psicodiagnostico (comprende il colloquio anamnestico e psicodiagnostico, la somministrazione

di test e prove psicodiagnostiche, l’eventuale raccolta di informazioni da fonti esterne)

135 465

15

Certificazione e relazione breve psicodiagnostica 20 70

16

Valutazione neuropsicologica, include profilo psicofisiologico 35 115

17

Colloquio di sintesi psicodiagnostica e restituzione 45 165

18

Somministrazione e interpretazione di test carta-matita 10 35

19

Somministrazione, siglatura e interpretazione di reattivo proiettivo 45 350

20

Somministrazione, scoring e interpretazione di inventario o questionario per la valutazione globale della

personalità, del disagio psicologico o della psicopatologia, dei costrutti interpersonali e delle relazioni,

dello sviluppo psicosociale e il comportamento adattivo

35 280

21

Interviste strutturate e strumenti osservativi 55 185

22

Somministrazione, scoring e interpretazione di test attitudinale, di interessi 65 560

23

Somministrazione, scoring e interpretazione di batteria neuropsicologica per valutazione di funzioni

cognitive e relativi disturbi, valutazione del linguaggio e relativi disturbi,) test di profitto

35 465

V

24

Somministrazione, scoring e interpretazione di scala o batteria (almeno 3 test) per la misurazione

globale dello sviluppo mentale e dell’intelligenza

100 350

ABILITAZIONE E RIABILITAZIONE PSICOLOGICA

25

Stesura della Diagnosi Funzionale all’inserimento scolastico di alunno handicappato e del Profilo

Dinamico (in collaborazione con altre figure professionali).

Elaborazione del Piano Educativo Individualizzato (in collaborazione con altre figure professionali)

65 230

26

Verifica periodica del Piano Dinamico Funzionale o Piano Educativo Individualizzato 40 140

27

Programmazione di training individuale o collettivo per disturbi dell’apprendimento scolastico 55 185

28

Definizione e stesura di programma di riabilitazione di specifici deficit o disturbi comportamentali e di

rieducazione funzionale di specifici processi o abilità cognitive . Definizione e stesura di un programma

di riabilitazione del comportamento psico-sociale, di terapia ricreazionale, terapia del gioco, terapia

vocazionale e occupazionale

65 230

29

Verifica e aggiustamento di programma riabilitativo o rieducativo 35 115

30

Rieducazione funzionale di specifici processi o abilità cognitive e psicomotorie (per seduta). Include

l’uso di strumenti o di programmi computerizzati

35 115

31

Tecniche espressive di gruppo con finalità terapeutico-riabilitative (per seduta e per partecipante) (max

12 partecipanti per gruppo)

15 60

32

Tecniche espressive individuali con finalità terapeutico-riabilitative (per seduta) 35 115

PSICOTERAPIA

33

Psicoterapia individuale (per seduta) 40 140

34

Psicoterapia di coppia o familiare (per seduta) 55 185

35

Psicoterapia di gruppo (per seduta e per partecipante) (n. max 12 partecipanti per gruppo) 20 70

PSICOLOGIA DEL LAVORO E DELLE ORGANIZZAZIONI

36

Assessment Center (a candidato) 270 930

37

Intervista di selezione del personale (a candidato). Include: Intervista strutturata di selezione del

personale. Colloquio di Career Counseling . Selezione del personale. Include: definizione del

fabbisogno e analisi delle mansioni, reclutamento, selezione, colloqui e interviste, test e relazione finale.

55 230

38

Analisi del fabbisogno formativo e programmazione di corso di formazione e/o di aggiornamento.

Include: rilevazione dei fabbisogni formativi, analisi della motivazione, progettazione, realizzazione del

corso, monitoraggio e follow-up dell’attività formativa, predisposizione di strumenti di analisi quantitativa

e qualitativa, analisi dei risultati e valutazione dei processi di apprendimento.

Secondo accordi tra le parti

39

Sviluppo e gestione psicologica delle risorse umane. Include: analisi dei bisogni, progettazione

dell’intervento, costruzione degli strumenti e valutazione dei risultati, tecniche di creatività, soluzione dei

problemi e di comunicazione. Analisi organizzativa. Include: mappatura e analisi dei processi e dei ruoli

aziendali, revisione organizzativa, definizione dei fabbisogni, indagini di clima organizzativo, interventi di

psicologia della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Consulenza di comunicazione di marketing e pubblicità.

parti

Secondo accordi tra le

PSICOLOGIA DELL'EDUCAZIONE E DELL'ORIENTAMENTO

40

Colloquio individuale per l’orientamento scolastico 35 115

41

Consulenza di’orientamento scolastico per classi, rivolta a ragazzi, genitori e/o insegnanti (per incontro) 55 155

42

Consulenza/formazione psicologica per insegnanti, educatori o genitori (per incontro) 55 155

VI

43

Consulenze psicologico-educative per conto di enti pubblici o privati con impegno orario predeterminato

(ad ora)

20 95

44

Somministrazione, scoring e interpretazione di questionari per l’orientamento: metodi di studio,

autoefficacia, decisionalità, assertività (per studente – con un minimo di 10)

5 25

45

Esame psicoattitudinale in relazione a una scelta professionale (comprende il colloquio, la

somministrazione di test e prove psicodiagnostiche, l’eventuale raccolta di informazioni da altre fonti;

esclude la stesura della relazione)

100 350

PSICOLOGIA DI COMUNITA'

46

Elaborazione e costruzione di progetto di analisi di comunità

Secondo accordi tra le

parti

47

Organizzazione e conduzione di focus group 100 310

48

Analisi/Stesura di profilo/relazione psicologica di comunità

Secondo accordi tra le

parti

49

Analisi organizzativa di istituzioni, gruppi, associazioni e comunità

Secondo accordi tra le

parti

PSICOLOGIA DELLA SALUTE

50

Predisposizione esecutiva di un progetto di educazione sanitaria, verifica e valutazione con relazione

finale

Secondo accordi tra le

parti

Corso di sensibilizzazione e di informazione sui corretti stili di vita, per modificare abitudini negative e a

rischio per la salute.Include: training antifumo; educazione sessuale..) . (a ora: per incontro - fino a 20

persone)

45 165

51

oltre le 20 persone)

55 185

52

Sedute individuali : educazione sessuale, gestione dello stress, Biofeedbak training, training antifumo.. 45 165

53

Indagini per individuazione precoce/prevenzione di situazioni a rischio di psicopatologia: disagio,

maltrattamento, abuso..

Secondo accordi tra le

parti

PSICOLOGIA DELLO SPORT

54

Assistenza psicologica di squadra con presenza ad allenamenti, a gare e a ritiri (a giornata) 270 930

55

Consulenza psicologica per il management sportivo (per incontro) 65 230

56

Preparazione mentale alle gare per singolo atleta (per seduta)

Training cognitivo di gestione dello stress agonistico o training ideomotorio (per seduta)

Analisi e incremento delle abilità attentive e di concentrazione (per seduta)

Analisi e incremento della motivazione individuale (per seduta)

Interventi psicologici per migliorare la prestazione atletica (per incontro)

45 155

57

Socioanalisi di gruppi sportivi (per ogni atleta esaminato) 35 115
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categorie: psicoterapia, psicologia clinica
venerdì, 24 aprile 2009

IL METODO BIOGRAFICO

La narrazione di storie è centrale nella vita di ogni individuo. Il racconto della realtà, infatti, genera la scrittura di una biografia personale che, intrecciandosi con le storie di altre vite, conferisce un senso alle esperienze umane. Questo processo quotidiano di scrittura nasce da una peculiare modalità di pensiero che contraddistingue tutti gli esseri umani: il "pensiero narrativo", che guida il ragionamento quotidiano affiancando il tradizionale e più noto "pensiero logico-paradigmatico".
Il metodo biografico, meglio definibile come metodo narrativo-biografico, spesso conosciuto in ambiti più ristretti di applicazione come "terapia della ri-scrittura" o "terapia narrativa", rappresenta uno strumento per la relazione d'aiuto e per il benessere psicologico; esso considera centrale nella vita mentale l'interpretazione della realtà, descritta attraverso le narrazioni intrapersonali e intersoggettive delle esperienze vissute. L'approfondimento e lo studio di tale "strumento" consente di conoscere, in modo più profondo, il naturale bisogno di raccontarsi e di raccontare ciò che accade, aiutando a comprendere meglio quella modalità di pensiero che, pur non giungendo alla ricostruzione causale degli eventi, assume un ruolo fondamentale nel determinare i vissuti prodotti dalle esperienze. La descrizione del metodo narrativo consente inoltre di chiarire la differente qualità dei processi attivati in una conversazione tra amici, rispetto a quelli implicati e gestiti, grazie alle competenze professionali, in un colloquio psicologico o psicoterapeutico. Il racconto di uno stesso episodio può infatti ripetersi di fronte anche a decine di amici e ottimi ascoltatori, ripercorrendo tuttavia le stesse modalità narrative "patologiche" che rappresentano una versione plausibile della realtà, ma che tuttavia possono essere la radice delle sofferenze e del malessere psicologico. La ri-scrittura della propria biografia, o più semplicemente di parti significative di essa, può cambiare vissuti e atteggiamenti nei confronti della realtà che possono essersi radicati nella ripetizione di narrazioni mentali e sociali negative che rappresentano le fondamenta del disagio psichico.
Realtà, narrazione e vita psichica
Spesso riesce difficile credere che la conversazione possa aprire la porta ad una nuova realtà, permettendo di superare problemi che ci si porta dietro da anni. E' ancora più difficile ritenere più importanti le parole piuttosto che i fatti che, essendo tangibili e concreti, sembrano offrire maggiore sicurezza e stabilità nel tempo; tuttavia il ponte che collega la realtà alla mente è fatto di parole che mediano l'attribuzione di significati.
Per comprendere meglio come la narrazione abbia maggior peso nella vita psichica rispetto alla realtà oggettiva, occorre approfondire la concezione fondamentale secondo cui non è possibile una descrizione oggettiva del mondo. Tale affermazione può far sorridere chi pensa di poter descrivere dettagliatamente un oggetto, che sia una sedia, un computer, una bottiglia o altro. Tuttavia basterebbe utilizzare anche un oggetto molto semplice da porre sotto gli occhi di diversi osservatori che in seguito, chiamati a descriverlo, ne forniranno una rappresentazione estremamente soggettiva e spesso unica, sottolineandone alcuni dettagli piuttosto che altri. La situazione si complica se si parla di elementi più astratti, dinamici e numerosi come quelli che costituiscono le storie, i quali possono subire delle trasformazioni estremamente complesse osservabili direttamente se si prova a realizzare il classico gioco del "telefono senza fili" in cui a turno, dal primo all'ultimo partecipante, si prova a trasmettere il senso di una storia inizialmente letta (un'ipotetica "realtà") e confrontabile con l'ultima versione riportata che abitualmente è connotata da numerose distorsioni. In questo gioco ognuno riporta la narrazione della persona precedente, ma anche se tutti leggessero la stessa storia simultaneamente, ne fornirebbero versioni diverse che tenderebbero a sottolineare alcuni aspetti rispetto ad altri.
Tale fenomeno è stato sintetizzato da J. Bruner (1987, 1991), che ha approfondito il rapporto tra esperienza ed espressione della stessa; secondo l'autore narrando si impone arbitrariamente un significato sul flusso della memoria, evidenziando alcune cause e trascurandone altre.
Di conseguenza, nessuno ha un accesso privilegiato alla definizione della realtà e la stessa esperienza può essere interpretata e descritta diversamente, con conseguenti atteggiamenti psicologici interni o esterni differenti. Se così non fosse le nostre vite sarebbero copie parziali l'una dell'altra e reagiremmo ugualmente
agli stessi eventi. Ma ciò non accade.
 
Si consideri un fatto sociale oggettivo, costituito, ad esempio, da una spinta ricevuta da uno sconosciuto mentre si sta passeggiando in una via della nostra città. Le narrazioni che possono nascere rispetto a questo evento oggettivo non sono mai "cronaca", ma sono arricchite da interpretazioni, da precedenti personali e da vissuti emotivi.
Il protagonista urtato potrebbe raccontare che il personaggio che lo ha spinto era distratto dai suoi acquisti e che non si è accorto di lui facendo poca attenzione a rispettare i suoi spazi; se le sue storie di vita precedenti hanno narrato spesso una scarsa considerazione nei suoi confronti, probabilmente penserà che si sia trattato di un'ennesima disconferma di sé.
Un amico che passeggia vicino al soggetto in questione potrebbe narrare una storia molto diversa sulla stessa realtà, affermando che lo sconosciuto sembrava avere un malessere e probabilmente riusciva a farsi difficilmente spazio tra la gente mantenendo un buon equilibrio.
La realtà di partenza è la stessa, ma le sue versioni e le conseguenze psicologiche possono essere estremamente variabili da individuo a individuo.
 
Infine, la storia di un fatto accaduto a più persone contemporaneamente, può risentire delle narrazioni altrui. In questo ambito agiscono numerosi fenomeni legati al confronto collettivo quali l'adeguamento e gli stereotipi, nonché fenomeni di trasformazione legati alla caratteristica della memoria di essere essenzialmente un processo ricostruttivo (Baddeley A., 1992).
Quanto detto finora consente alcune conclusioni sull'argomento:
 
 
Sintesi del rapporto tra realtà, narrazioni e vita mentale
1.
Il confronto con la realtà dà origine a narrazioni che possono essere mentali (implicite) o interpersonali (esplicite)
2.
Le storie con cui interpretiamo e riportiamo le nostre esperienze della realtà determinano il significato che attribuiamo a quest'ultima
3.
Gli effetti sugli eventi della vita e sulle relazioni sono determinati dal significato attribuito ad essi e quindi dalle storie piuttosto che dalla realtà
4.
Le narrazioni rappresentano cornici delle esperienze vissute che privilegiano alcuni aspetti e ne tralasciano altri
5.
Le storie individuali risentono dei racconti precedenti e dei temi predominati nella vita di ogni individuo in quanto tendono ad inserirsi coerentemente all'interno di una biografia
6.
Le storie personali possono essere influenzate dalle storie collettive e dalle narrazioni che un gruppo, a cui si appartiene, fa dello stesso evento.
 
Il risultato della continua descrizione degli eventi della vita è una biografia caratterizzata da una "storia dominante", ossia da un "tema centrale" che è il fulcro della propria vita mentale e che può rappresentare la chiave della sofferenza di un individuo. In quest'ultimo caso, il tema dominante diviene un "nodo" che limita il proseguimento della storia (la propria vita) e la progettazione del futuro. Talvolta il riproporsi di una storia "tossica" nella biografia viene attribuito al caso o alla sfortuna, ma ciò spesso è frutto dei limiti imposti a se stessi e agli altri dalla narrazione statica di cui ci si fa portatori. Ad esempio, se una persona ha subìto un abuso e accetta la narrazione, più o meno esplicita, secondo cui essa ha contribuito a causare l'aggressione, tale storia rinarrata interiormente la spingerà a considerarsi colpevole e ciò potrebbe portarla ad alimentare atteggiamenti che autorizzino gli altri ad agire nuovi abusi.
Infatti, la narrazione, influenzando la percezione di sé, modifica atteggiamenti e comportamenti e può influenzare negativamente il futuro.
Si tratta di un processo secondo il quale la teoria guida la pratica attraverso uno stretto rapporto che le narrazioni intrecciano con l'identità delle persone. Quest'ultima rappresenta un'immagine di se stessi prodotta interiormente, ma che si consolida e viene riconosciuta nell'interazione con altri, durante la quale avviene una continua produzione di narrazioni cooperative che è alla base della cosiddetta "costruzione narrativa dell'identità" (Mantovani G., 1999).
La rilettura della storia dominante può confermare il blocco o lasciare spazio a nuove possibilità narrative e alla prosecuzione della storia che si snoda intorno a nuovi temi centrali. Tale sblocco è possibile con le applicazioni del metodo narrativo e grazie alla natura intrinsecamente ambigua e indefinita di tutte le storie, nonché in relazione alle possibilità di organizzare gli stessi elementi reali secondo modalità diverse avvalendosi del "pensiero narrativo".
"Pensiero logico" e "pensiero narrativo"
Se la nostra mente dovesse lavorare solo sui dati reali e presenti, tutta la nostra vita sarebbe estremamente limitata al "qui ed ora".
Ma la natura umana possiede una straordinaria capacità, quella di pensare e di lavorare su dati assenti dal campo percettivo. Il pensiero si fonda sulla "capacità rappresentativa", un'abilità che secondo J. Piaget (1965) si sviluppa intorno al 18° mese di vita e che consente di costruire un'immagine mentale di oggetti e situazioni.
La possibilità di svincolarsi dalla contingenza della realtà sta alla base sia del "pensiero logico-paradigmatico" che del "pensiero narrativo", due modalità di ragionamento dell'uomo molto studiate.
Con il "pensiero logico" si è in grado di annullare o compensare mentalmente i risultati di un'azione fisica o di un'operazione mentale, una capacità che è definita reversibilità di pensiero e che consente di analizzare le concatenazioni causali degli eventi.
L'importanza del pensiero logico non è direttamente proporzionale al suo utilizzo quotidiano che, per quanto importante e desiderato in certi contesti, non è così frequente come si pensava in passato.
A partire dal 1950 numerosi studi hanno mostrato come in diverse situazioni reali quotidiane la razionalità lasci spesso il posto ad altre forme di pensiero, attivate a seconda della natura del contesto specifico.
Il "contesto relazionale" è uno dei più frequenti nella vita quotidiana e tende ad attivare il "pensiero narrativo", che è un racconto mentale di eventi con un "contenuto sociale" costituito essenzialmente da 2 categorie di elementi: le azioni e le intenzioni. Per quanto riguarda la prima categoria, ciò che si narra è dinamico e si muove nello spazio e nel tempo. Inoltre, le azioni delle storie si ricollegano ad un soggetto da cui discendono credenze e aspettative (intenzioni); queste ultime nelle storie sono la chiave di lettura che collega diverse azioni.
Il protagonista principale è un personaggio umano o umanizzato, l'unico in grado di alimentare queste due categorie di contenuto.
J. Bruner (1969,1996) ha studiato approfonditamente le caratteristiche del pensiero narrativo (riportate nella tabella di seguito) al quale attribuisce un ruolo fondamentale nella costruzione narrativa della realtà e nell'organizzazione dell'esperienza nel mondo. Lo stesso autore ha rilevato la precocità nello sviluppo di questa modalità di pensiero, che è presente negli adulti e nei bambini.
 
Le nove proprietà della narrazione
1.
La sequenzialità per cui gli eventi narrati sono organizzati secondo una sequenza di tipo spazio-temporale.
2.
La particolarità per cui il contenuto delle storie è un episodio specifico.
3.
L'intenzionalità che coincide con l'interesse per le intenzioni umane che, sorrette da scopi, da opinioni e credenze, guidano le azioni.
4.
L'opacità referenziale che consiste nella tendenza a descrivere rappresentazioni di eventi (del narrante) piuttosto che fatti obiettivi. Ad una narrazione, infatti, non si richiede di essere vera, ma verosimile, cioè possibile.
5.
La componibilità ermeneutica che è rappresentata dal legame tra le varie parti della narrazione ed il tutto, dal quale dipende l'interpretazione fornita.
6.
La violazione della canonicità che coincide con la presenza di eventi inattesi che rompono la routine.
7.
La composizione pentadica per la quale in ogni storia esistono almeno cinque elementi: un attore che compie un'azione con un certo strumento, per raggiungere uno scopo in una determinata situazione.
8.
L'incertezza che nasce dall'espressione di un punto di vista tra i tanti possibili, ossia quello del narratore.
9.
L'appartenenza ad un genere che coincide con una categoria letteraria che guida il modo di raccontare i contenuti.
 
L'approfondimento delle caratteristiche del pensiero narrativo consente di capire meglio gli elementi che compongono le biografie e che possono essere trasformati con il metodo biografico, rimettendo in discussione le proprie chiavi di lettura degli eventi e riscrivendo le proprie storie di vita in modo da restituire il flusso alle narrazioni bloccate intorno ad un problema.
La necessità di narrare storie, e in particolare di raccontarsi o di sentire raccontata la propria storia, è visibile nella grande curiosità e nella passione dei bambini nei confronti dei racconti relativi alla loro vita e alle storie di famiglia. Le narrazioni e i filmati degli eventi della loro biografia sono in grado di attrarre l'attenzione anche dei bambini più iperattivi e distraibili, in quanto consentono di dare continuità e senso alla loro esistenza.
L'autobiografia e le narrazioni degli altri relative alle nostre esperienze si intrecciano precocemente, rivelandosi strumenti utili per costruire il significato del proprio presente alla luce del passato e in vista del futuro. Il soggetto diviene, in tal modo, il narratore e l'attore del proprio Sé, costruito come un testo dalla composizione di più parti organizzate alla scopo di attribuire coerenza e continuità alle proprie esperienze.
L'incontro tra le narrazioni proprie e quelle altrui può portare ad una prevalenza delle seconde sulle prime da cui può nascere un oscuramento della vera essenza di se stessi attraverso l'accettazione delle false attribuzioni presenti nei racconti fatti dagli altri.
Il metodo biografico e la trasformazione delle trame narrative per il benessere psicologico
Il metodo biografico e le sue applicazioni:
Il metodo biografico rappresenta uno strumento molto utile per il benessere psicologico sia in sede di consulenza psicologica che in ambito psicoterapeutico. Varianti di tale metodo possono essere utilizzate nel corso di particolari esperienze di confronto e di creatività, condotte da guide competenti, che possono rappresentare dei momenti di approfondimento nella conoscenza di se stessi. Gli incontri di questo tipo si tengono generalmente in contesti di gruppo in cui, attraverso la narrazione autobiografica e la successiva condivisione dei testi, si possono scoprire risorse o bisogni sconosciuti o, più semplicemente, condividere e confrontare le emozioni.
Nel corso del sostegno psicologico, la descrizione di un problema, cambiando più o meno radicalmente, può generare nuove soluzioni che possono risultare fondamentali per la salute psichica.
In questo modo un problema centrale può trasformarsi in un problema secondario o in un non-problema; altre volte può rivelarsi una risorsa inaspettata.
Tradizionalmente il metodo narrativo parte dal racconto della persona su uno o più temi centrali della propria autobiografia (storia o tema dominante). La co-costruzione di una nuova versione della stessa storia (storia alternativa), operata dal paziente e dallo psicologo o psicoterapeuta, si pone come un momento centrale per acquisire una nuova prospettiva nei confronti di un problema o per attivare un cambiamento terapeutico. Tale nuova versione della realtà viene riscritta dal professionista attraverso una o più lettere, destinate all'utente, che hanno l'obiettivo di sintetizzare e rafforzare le nuove conoscenze acquisite su di se da quest'ultimo.
Questo tipo di approccio può essere utilizzato anche nel contesto di un gruppo di condivisione di problematiche psicologiche. In questo caso, come riporta T. Vassallo, la riscrittura della storia dei partecipanti è sintetizzata attraverso una lettera indirizzata ad ogni componente del gruppo.
Una nuova narrazione che sia troppo diversa dalla precedente non verrà riconosciuta come propria e verrà rifiutata dal protagonista. Le eccessive somiglianze potrebbero, viceversa, riprodurre vecchie convinzioni. Conseguentemente una ricostruzione narrativa benefica deve tendere ad equilibrare il vecchio ed il nuovo, trasformando positivamente il testo condiviso.
L'ultimo passo è la sperimentazione della nuova narrazione che deve trovare conferma e credibilità negli altri per essere definitivamente accettata dal protagonista della biografia riscritta. In questa fase occorre considerare la difficoltà che si incontra nella naturale resistenza delle persone ad accettare i cambiamenti altrui; si tratta di un atteggiamento di ricerca di coerenza che può essere affrontato solo dopo un profondo confronto con se stessi.
Le trasformazioni narrative:
Rifacendosi alle caratteristiche del "pensiero narrativo" descritte, sono state distinte diverse micro-pratiche trasformative con cui possono essere operati cambiamenti sia nel contenuto che nel processo narrativo delle biografie.
Esse costituiscono delle tecniche di cui ci si avvale nel metodo biografico e la loro comprensione è importante per farsi un'idea più concreta del processo di trasformazione delle trame narrative.
Più precisamente, secondo C. Sluzki, la trasformazione della biografia di una persona può riguardare la natura della sua "storia dominante" o la narrazione stessa.
Le trasformazioni nella natura delle storie
Riguardano aspetti della narrazione molto importanti psicologicamente quali il tempo, lo spazio, la causalità, le interazioni e i valori.
Le trasformazioni nel tempo possono aiutare a passare dalla percezione di situazioni statiche, immutabili e croniche a quella di comportamenti che possono trasformarsi nel tempo e nei confronti dei quali è possibile attivarsi alla ricerca di una soluzione. Questo tipo di cambiamenti nella narrazione si ottiene tutte le volte che si riesce a passare da un'etichetta o categoria diagnostica ad un atteggiamento o comportamento, come nel caso del passaggio dall'idea di essere depressi a quella secondo la quale ci si comporta come una persona depressa. Da un punto di vista sintattico il passaggio avviene con la sostituzione di verbi ai sostantivi e quindi con il passaggio dalla condizione statica a quella dinamica.
Un'altra trasformazione nel tempo può riguardare il passaggio da una dimensione astorica ad una in cui la narrazione ritrova un suo inizio, uno scenario ed una evoluzione che può essere fondamentale per programmare il futuro.
Le trasformazioni nello spazio sono principalmente relative al passaggio da una dimensione non contestuale ad una in cui si sottolinea il ruolo dell'ambiente come cornice di un accadimento. Esse sono particolarmente utili per spostare l'attenzione dall'avvenimento sottolineando sia le condizioni in cui il problema diventa maggiormente gestibile che le situazioni più "critiche".
Le trasformazioni nella causalità riguardano la possibilità di ricondurre gli effetti e i problemi attuali alle origini per poter lavorare sulle cause alla ricerca della soluzione.
Le trasformazioni nell'interazione consentono di modificare la posizione di un protagonista della storia attraverso il passaggio da una descrizione di attributi ad una di modelli di interazione. Così una persona che definisce il coniuge "testardo" potrebbe riportare nel contesto della relazione le espressioni di testardaggine, trasformandole in qualcosa che è possibile affrontare nelle diverse situazioni, piuttosto che considerarle delle caratteristiche stabili della personalità, difficili da modificare o gestire.
La trasformazione nei valori della storia riguarda il cambiamento di attributi e di intenzioni. Ne sono esempi i cambiamenti nella prospettiva rispetto alle proprie intenzioni buone o cattive o rispetto alla valutazione di un comportamento come sano o deviante. Esse possono mettere in nuova luce un personaggio coinvolto.
 
 
Le trasformazioni nella narrazione della storia
 
Comprendono tutti quei processi di passaggio dal racconto di una narrazione in cui il protagonista è passivo e vittima, ad uno in cui emerge come attore e si assume delle responsabilità. In questo tipo di cambiamenti è fondamentale l'incrocio che si instaura tra la definizione del luogo del problema (esterno o interno) e del luogo dell'agente (esterno o interno). La condizione di narrazione migliore sembra essere quella in cui il problema viene definito esterno e non produce colpa o attesa di salvezza; in questo caso il protagonista viene visto come agente interno e di cambiamento che si muoverà verso la ricerca della soluzione.
Una strategia fondamentale in questo tipo di trasformazioni è rappresentata dall'esternalizzazione. Essa, proposta da White (1988/89), consiste nella trasformazione del sintomo in caratteristiche esterne, in un personaggio autonomo contro cui deve essere ingaggiata la battaglia.
Separando la persona dal problema si ottiene velocemente grande sollievo in quanto un problema, concepito come una colpa o qualcosa che suscita vergogna, può essere riportato fuori dal soggetto in modo da ridurre la tensione e da allargare le possibilità di soluzione che spesso, per mancanza di un'adeguata distanza emotiva, non possono essere viste.
I movimenti trasformativi delle narrazioni analizzati spesso si intrecciano e si coinvolgono reciprocamente.
Le strategie del metodo biografico descritte possono tornare utili tutte le volte che, riflettendo su un problema per cui si cerca una soluzione, si desideri sperimentare prospettive diverse esplorando nuove possibilità.
L'utilizzo di un diario e la ri-scrittura autobiografica di uno stesso evento in diversi momenti e sforzandosi di assumere diverse prospettive si prestano per chi voglia fare un'esperienza individuale delle trasformazioni narrative possibili con il metodo biografico e dei loro effetti. Pur trattandosi di un confronto limitato a se stessi e non guidato, la riscrittura di esperienze di vita importanti può rivelarsi una tecnica per migliorare o ristabilire il contatto con se stessi.
 
Bibliografia
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Bruner J., 1969, Trad. It. Il pensiero. Strategie e categorie, Armando, Roma
Bruner J., 1987, Life is narrative, Social Reaserch, 54, 11-32.
Bruner J., 1991, La costruzione narrativa della realtà. In Ammaniti M., Stern D., (a cura di) Rappresentazioni e narrazioni, Laterza, Bari.
Bruner J., 1996, Trad it. La cultura dell'educazione, Feltrinelli, Milano.
Mantovani G., 1999, La costruzione narrativa dell'identità. In Psicologia Contemporanea, 151, 18-25.
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Smorti A., 1994, Il pensiero narrativo, Giunti, Firenze.
Smorti A., 1997, Il Sé come testo, Giunti, Firenze.
Sluzki C., 1991, La trasformazione terapeutica delle trame narrative, Terapia familiare.
Vassallo T., Narrative Group Therapy with seriously mentally III: a case study, Dulwich Centre Publication, Adelaide, Australia
White M., 1988/89. The esternalization of the problem and the re-authoring of lives and relationships. In White M., Selected Paper, 5-28, Dulwich Centre Pubblication, Adelaide, Australia.
White M, Epston D., 1990. Narrative means to therapeutic ends. New York, Norton.
Weingarten K., 2001, Working with the stories of women's lives, Dulwich Centre Publication, Adelaide, Australia.
 
 
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categorie: psicoterapia, psicologia clinica