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Ordine degli Psicologi del Veneto

psicologia clinica | ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

La potenza della parola nei riguardi delle cose dell'anima sta nello stesso rapporto della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo (Gorgia 483 a.C. circa – 375 a.C.)

Chi sono

Utente: Inghilleri
Nome: Marco Inghilleri
Marco Inghilleri, psicologo psicoterapeuta, mediatore familiare, libero professionista, esercita in Padova presso lo Studio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia, via Carlo Rezzonico, 22, tel/fax. 049-9875002. Collabora sia con l'Università di Padova (Facoltà di Psicologia e Facoltà di Sociologia) che con l'Università Bicocca di Milano (Facoltà di Sociologia)e con l' Institute of Constructivist Psychology. E' presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia Interattivo-costruttivista (www.scienzepostmoderne.org) ed è stato docente in diverse scuole di specializzazione in psicoterapia. Le sue aree di interesse clinico riguardano: problemi relativi all'identità sessuale, personale e sociale, disturbi alimentari, dismorfofobie e problematiche legate alla costruzione dell'immagine corporea in uomini e donne. Si occupa inoltre dei disturbi d'ansia e delle disfunzionalità delle relazioni di coppia e dei disturbi della sessualità.

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sabato, 31 ottobre 2009

Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinitĂ 

Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità  
Autori e curatori: Elisabetta Ruspini
Contributi: Marco Alberio, Monia Azzalini, Lorenzo Benadusi, Chiara Bertone, Federico Boni, Stefano Ciccone, Raffaella Ferrero Camoletto, Nicola Gasparini, Rossella Ghigi, Marco Inghilleri, Paolo Jedlowski, Barbara Mapelli, Stefania Operto, Marina Piazza
Collana: La società - Saggi
Argomenti: Sociologia dei processi culturali
Livello: Saggi, scenari, interventi
Dati: pp. 304,     in preparazione, 1a   (Cod.1420.1.106)
 
Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità


Pubblico i primi tre paragrafi del VI capitolo per farvi venire la curiosità di leggerlo.

Coito ergo sum.
La sessualità come terreno di conferma identitaria del maschile
di
Marco Inghilleri e Nicola Gasparini
 
 
 
1. Introduzione
 
Nel corso di questi ultimi anni, nel nostro lavoro di psicologi clinici abbiamo registrato un aumento considerevole della domanda di psicoterapia soprattutto da parte di persone di sesso maschile. Incremento a cui per altro è corrisposto un cambiamento delle problematiche riferite. Se generalmente a portare un uomo nello studio di uno psicoterapeuta − evento decisamente più raro, rispetto alla controparte femminile − era un qualche disagio molto specifico, di carattere quasi prettamente sessuale, come ad esempio la disfunzionalità della funzione erettile, il calo del desiderio, l’eiaculazione precoce e così via, ora si presentano invece uomini che il regista Almodovar non esiterebbe a definire sull’«orlo di una crisi di nervi». Le difficoltà che vengono portate allo psicoterapeuta, cioè, si manifestano sempre più come significativamente caratterizzate da temi molto ampi e generali, che investono l’identità nella globalità dei suoi processi di costruzione, e che mettono in risalto un profondo senso di inadeguatezza relativamente ai propri ruoli maschili e all’espressione della propria mascolinità.
Gli uomini che abbiamo incontrato nel corso di psicoterapie talvolta anche lunghe e difficili, sono stati uomini non solo giunti nel nostro studio perché preoccupati da una virilità messa in discussione nel rendimento delle loro performance sessuali, o dalla solitudine provata per l’incapacità di vivere relazioni affettive significative e stabili. Piuttosto, sono uomini che cercano sempre più di riattribuire senso e significato ad una mascolinità percepita come espulsa dal mondo; uomini che hanno tentato di riparare al disagio attraverso mille tentate soluzioni, mille auto-terapie, che risultando inefficaci si sono rivelate generative di un senso di maggior smarrimento e disorientamento.
C’è un film, Fight Club, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, che rappresenta abbastanza bene la condizione del maschio postmoderno, perso in un mondo senza storia[1], e imprigionato tra la routine impiegatizia, «l’arredomania» e le palestre. Il protagonista impersonato da Edward Norton, consulente di una grande assicurazione, è il prototipo dello yuppie frustrato dalla vita contemporanea. Insonne, ansioso, ipocondriaco, stordito dal jet lag, trova un'apparente calma solo frequentando gruppi d'ascolto. Egli rappresenta il maschio postmoderno che ha perso il suo ruolo di cacciatore-raccoglitore (inteso come scontro e incontro con la natura), come si dice espressamente in un monologo del film, e che, incapace di reinventare la propria mascolinità e riposizionarsi in sintonia ai cambiamenti sociali, dà luogo a vere e proprie condotte devianti e autodistruttive.
Tuttavia, questo film coglie solo alcune delle diverse modalità attraverso cui l’uomo esprime il proprio disagio rispetto a un mondo in cui il maschile non è più funzionale al mantenimento dell’ordine sociale. Dove il maschile è percepito come aggressivo, violento e va quindi controllato, espulso, addomesticato o rieducato, regressivamente, ai valori tradizionali per contrastare in qualche modo la spinta ad un cambiamento culturale antiautoritario di cui le donne sono sempre state inconsapevoli custodi (Bookchin 1982).
Altre forme di risposta al disadattamento maschile prevedono, ad esempio, la restaurazione di una cultura revanscista dell’ordine patriarcale. Come mette in evidenza Marco Deriu (2004), nel mondo occidentale sono nati movimenti di uomini che si pongono come obiettivo specifico quello di una ricostruzione o ridefinizione delle forme di maschilità e paternità in una prospettiva nostalgica. Quando queste soluzioni sono vissute come inadeguate o anacronistiche, perché troppo distanti dai costrutti attraverso cui un individuo si rappresenta pubblicamente e interiormente, si assiste spesso a un ripiegamento su se stessi, dove è il corpo questa volta, a raccontare disordine, disorientamento, paure, angosce e insicurezza (Faccio 2007). Gli esorcismi, in questo caso, passano attraverso il culto di un estetismo della virilità erculea ed eroica, o attraverso la modificazione espulsiva dei caratterisessuali secondari femminilizzandosi quanto più possibile, oppure nello sperimentare una sessualità compulsiva ed estrema, dove l’imperativo ad essere riconosciuti nell’esibizione erotizzata di sé, diventa anche un’attribuzione di identità, una certezza di esistere.
In questo nostro lavoro, dopo aver presentato una breve riflessione epistemologica, indicando la metodologia utilizzata, andremo ad illustrare la costruzione sociale della mascolinità per poi affrontare nello specifico una riflessione sul corpo e l’identità maschile. A tale scopo, a chiusura del capitolo, abbiano ritenuto utile utilizzare delle storie cliniche che potessero meglio narrare quanto da noi sostenuto.
 
2. Problemi teorici e scelte metodologiche
 
Lo studio di uno psicoterapeuta, oltre ad essere un mini laboratorio sociale, può essere considerato un piccolo osservatorio sul «disagio di una civiltà». Le psicologie cliniche e le psicoterapie, infatti, essendo orientate ad intervenire sulle manifestazioni del malessere umano, riescono a catturare, e a volte con largo anticipo, le diverse e più recenti configurazioni disfunzionali che caratterizzano il disadattamento e le difficoltà di uomini e donne in una data epoca storica, culturale e sociale (Cushman 1995; Inghilleri e Fasola 2005). Tuttavia, questa possibilità lascia anche spazio a non poche difficoltà di natura epistemologica e metodologica nell’organizzare una sistematizzazione dei dati ricavati nel lavoro clinico, sia nell'adattarsi ai parametri di osservabilità prescritti dalla scienza classica sia rispetto all'impossibilità di ridurre i complessi oggetti qualitativi entro confini che definiscono l'indagine sperimentale (Di Maria e Giannone 1998). La rigida e rassicurante semplicità della tradizione positivo-naturalistica è entrata in grave crisi negli ultimi trent’anni (Goodman 1978), producendo importanti riflessioni sui criteri di scientificità che essa prescriveva e generando al contempo diversi cambiamenti all’interno delle discipline psicologiche e nell’ambito delle psicoterapie (Salvini 1998). Ciò ha favorito all’interno della riflessione psicologica di questi ultimi anni, l'esigenza di valorizzare la dimensione teorico-costruttiva dell'attività conoscitiva rispetto alla sua dimensione osservativo-fattuale. Ogni atto conoscitivo allora, è un atto teorico che si muove all'interno di un sistema di assunti non empirico-fattuali, bensì simbolico-concettuali (Goodman 1978).
Porre il problema del significato come centrale per la ricerca e l’analisi psicologica, così come per la ricerca storica, sociologica e antropologica (Geertz 1973; Rosaldo 1984), significa privilegiare lo studio del linguaggio, del discorso, dell’argomentazione, delle narrazioni come fonti di sviluppo e costruzione di significati condivisi.
Coerentemente con il modello costruttivo-interazionista da noi assunto, proprio dalle narrazioni dei nostri pazienti abbiamo organizzato il materiale del prossimi paragrafi, presentando il più classico dei metodi di ricerca della psicologia clinica: lo studio dei casi (Davidson-Neale1974). Abbiamo utilizzato, con le persone venute in psicoterapia da noi, strumenti di indagine assimilabili a una tradizione di tipo fenomenologico[2], come l’autobiografia, i colloqui clinici, le autocaratterizzazioni, le griglie di repertorio, al fine di cogliere il più possibile la natura mormorante a sé stessa delle loro narrazioni, piuttosto che invitarli a rispondere alle nostre domande o a scivolare nella tentazione di incasellarli in categorie diagnostiche professionali. Senza entrare troppo nei dettagli, diamo una breve descrizione degli strumenti da noi utilizzati.
a) Autobiografia e narrazione: con il termine autobiografia si è inteso un account retrospettivo e individuale formulato in un dato momento della propria vita (De Waele-Harré 1979). Per Bruner (1983), l’autobiografia risulta essere lo strumento privilegiato per lo studio del Sé: i resoconti autobiografici sono espressione della funzione ermeneutica del pensiero narrativo applicata al mondo interiore. In più non riportano solo la storia di un Sé che continuamente si modifica e si ricostruisce, ma permettono di osservare quanto di culturale ci sia in tale ricostruzione, ovvero come il raccontare se stessi avvenga in relazione alla propria cultura di riferimento[3].
b)Autocaratterizzazione:proposto all’interno della psicologia dei Costrutti Personali da Kelly (1955) come strumento di indagine privilegiata del sistema di costrutti di una persona; indaga i significati e i criteri con cui una persona struttura e dà forma al suo mondo. Una classica consegna è la seguente: «Vorrei che Lei si descrivesse brevemente, in generale. Scriva questo breve bozzetto come potrebbe scriverlo un amico che fosse molto benevolo con Lei e che la conoscesse molto intimamente, forse meglio di chiunque l’abbia realmente conosciuta. Si ricordi di scriverlo in terza persona; per esempio cominci pure dicendo tizio è… o conosco tizio….»[4].
c)Griglie di repertorio:lo strumento delle griglie di repertorio (Kelly 1955) ha la finalità di far emergere la rete di costrutti personali dell’individuo e di analizzarne la struttura e le relazioni con diversi ruoli significativi per lui[5] consentendo al clinico di calcolare correlazioni e significatività statistiche sui dati emersi (Gasparini 1994).
d) Colloquio clinico:in termini generali, possiamo definire il colloquio clinico come una tecnica di osservazione e di studio del comportamento umano orientato essenzialmente alla raccolta di informazioni, le cui funzioni possono tuttavia variare sulla base degli obiettivi che il clinico ha concordato con l’interlocutore e sulla base del modello teorico assunto[6]. Secondo il modello costruttivo-interazionista, il colloquio clinico implica, da parte dello psicologo, innanzitutto la capacità di assunzione del ruolo altrui. È questa la capacità che ci permette di sussumere e dare un senso alle parole e alle azioni dell’altro, di ricostruirne le intenzioni ed il significato. In tale modello, il primo obiettivo da raggiungere è quello di imparare a parlare il linguaggio e adottare la retorica utilizzata dal proprio interlocutore, ricostruirne gli schemi cognitivi, i sistemi di regole e di significati inerenti ai ruoli psicologici disadattanti entro cui è imprigionato.
 
 
3. La costruzione sociale della mascolinità contemporanea: sociogenesi di un disagio
 
La dimensione storica e culturale che sovrasta e costruisce l’identità maschile, le sue rappresentazioni, i ruoli ed i correlati psicologici, è soggetta a mutamenti molto più lenti di quelli sociali, che invece obbediscono alle accelerazioni ed ai più rapidi cambiamenti politico-economici, tecnico-scientifici e di costume. Questa diversa velocità di cambiamento mette a disposizione degli uomini un materiale semantico spesso incoerente e contraddittorio a cui attingere nella produzione dei propri costrutti biografici, dando così luogo a processi di costruzione identitaria conflittuali e fragili.
Se per le donne favorire e promuovere la spinta emancipativa e sociale, riconfigurando i significati attribuiti alla femminilità, ha implicato un percorso di liberazione e di riscoperta dei valori antiautoritari (Bookchin, 1982), al contrario per gli uomini questo ha comportato una perdita della visione patricentrica, autoritaria, e dei suoi modelli. La storia del maschile e dei suoi significati è infatti legata a quella del dominio e della gerarchia, tanto da coagularsi in una simbologia dove costrutti relativi al potere e mascolinità spesso si confondono. Gli uomini diventano i guardiani della comunità non in base ad un’usurpazione, ma perché meglio forniti di quella forza fisica e muscolare idonea a difendere la propria comunità da pericoli naturali, così come da predoni ostili (Bookchin, 1989). Infatti, non solo la caccia, ma anche la difesa e più tardi la guerra entrano a far parte delle attribuzioni maschili nella divisione sessuale del lavoro. Il maschio, nelle comunità dedite alla caccia, è uno specialista della violenza rispetto alla donna. Fin dai primissimi giorni dell’infanzia, egli si identifica con aree di significato attribuite al maschile, quali il coraggio, la forza, l’autoaffermazione, la decisione e l’atletismo; tutti costrutti sovraordinati e necessari al benessere della comunità. La comunità, a sua volta premierà il maschio per questi atteggiamenti, concorrendo così a promuoverli e a validarli. Similmente, la femmina è una specialista nell’allevare i bambini e nel raccogliere il cibo. Le sue responsabilità si focalizzano sull’educazione e sul sostentamento. Sin dall’infanzia apprenderà ad identificarsi in aree di significato attribuite al femminile,come il prendersi cura degli altri, la tenerezza e le verranno insegnate occupazioni relativamente sedentarie.
La riflessione degli esseri umani non ha che potuto dirigersi su quanto era loro dato di osservare più da vicino, cioè il corpo e l’ambiente in cui il corpo è immerso. Il corpo umano, luogo di osservazioni costanti, presenta un tratto notevole: la differenza sessuale e il differente ruolo dei sessi nella riproduzione. Su questo aspetto si fonda un’opposizione concettuale essenziale: quella che oppone l’identico al differente, uno di quei themata arcaici che si ritrovano in tutto il pensiero scientifico, antico e moderno, e in tutti i sistemi di rappresentazione. Le categorie di genere, le rappresentazioni della persona sessuata, la ripartizione dei compiti che conosciamo nelle società occidentali, non sono fenomeni a valore universale generati da una natura biologica comune, bensì costruzioni culturali. Infatti, con uno stesso alfabeto simbolico, ancorato a questa natura biologica comune, ogni società elabora frasi culturali particolari e che le sono proprie (Héritier 1996).
Non vi è una ragione intrinseca per cui una comunità patricentrica, solo perché ha un orientamento maschile, debba essere gerarchica, o debba ridurre le donne in posizione sottomessa. Senza il sostegno della complementarietà dei due generi la comunità si disintegrerebbe. Nel trasferire i nostri atteggiamenti e significati sulle società preletterate, non riusciamo spesso a renderci conto di quanto lontana sia una comunità arcaica da una moderna società politica. Finché la crescente sfera civile rimane un’estensione pragmatica del ruolo maschile nella divisione del lavoro, è solo questo e niente altro. Anche quando la sfera civile si espanderà, essa sarà ancora radicata nella vita domestica ed a questa intimamente interconnessa. Da qui il potere sacrale, orizzontale anziché verticistico, che circonda la donna nelle società primordiali. Solo quando la vita sociale viene sottoposta ad una differenziazione gerarchica ed emerge come spazio separato che va organizzato in proprio, troviamo conflitto tra sfera domestica e civile; un conflitto che introduce la gerarchia anche nella vita domestica e che sfocia non solo nella sottomissione della donna, ma anche nella sua squalifica. Allora, quegli aspetti più propriamente femminili, che la società arcaica valuta come un bene prezioso per la sopravvivenza, vengono degradati a tratti della subordinazione sociale. La capacità femminile di prendersi cura degli altri viene degradata a rinunzia, la sua tenerezza a obbedienza. Anche gli aspetti maschili propri all’uomo subiscono una trasformazione. Il suo coraggio diventa aggressività, la sua forza viene usata per dominare, la sua autoaffermazione si trasforma in egoismo, la sua determinazione in ragione repressiva, il suo atletismo è sempre più diretto alle arti della guerra e del saccheggio(Bookchin 1982).
È all’interno di una tale arcaica narrazione che il maschile va ad attingere le matrici generative di significato con cui continua a costruire storicamente la propria identità tradizionale. Identità che ancora gode di ottima salute all’interno delle società occidentali, in quanto estremamente funzionale all’assolvimento delle richieste sempre più competitive dei mercati globalizzati e al mantenimento dei principi di autorità e gerarchici di cui il nostro mondo ancora ha bisogno per legittimare il suo ordine.
Se per un verso le società occidentali favoriscono il permanere di modelli maschili tradizionali, d’altro canto ne prescrivono contemporaneamente la sua decostruzione innestando un vero e proprio gioco perverso di comunicazioni paradossali, di doppi legami e incongruenze, che rende vittime entrambi i generi, messi nella condizione di imprigionarsi l’uno con l’altro, in un muto vincolo di controllo reciproco e eteroregolazione.
Se favorisce la spinta emancipativa delle donne, la società lo fa in funzione di porre una sorta di contenimento agli aspetti della mascolinità che desidera espellere dalle proprie entità istituzionali. Limita così ciò che essa stessa concorre a creare e che a sua volta utilizza per disinnescare le istanze libertarie presenti nella critica radicale all’ordine e all’autorità patriarcale, che la liberazione femminile porta in dote. Tutto questo avviene attraverso un’astrazione dei modelli di mascolinità e femminilità che diventano in tal modo copioni di ruolo funzionali al mantenimento dell’ordine costituito, anziché mansionari legati semplicemente al genere di appartenenza. Il risultato è il paradossale invito che chiede agli uomini di rendersi più simili al genere femminilee alle donne di rendersi più simili al maschile, ricercando un’androginia psicologica funzionale al consumo delle merci e ai ritmi produttivi delle medesime.
E’ nelle prime fasi della rivoluzione industriale che compaiono in modo evidente tali richieste contraddittorie. Le mutazioni del luogo di lavoro, dalla fattoria rurale o dalla corporazione medievale alla fabbrica urbanizzata e industrializzata e all’ufficio, favorirono il processo di secolarizzazione che pose in maniera sempre più irrinunciabile le richieste di emancipazione da parte del femminile, generando di fatto nella controparte maschile la necessità, non solo psicologica, di riassegnare legittimazione all’autorità del proprio ruolo. La messa in discussione del modello patriarcale, che finora aveva governato e dato significato alle relazioni fra generi nei processi di costruzione e mantenimento di realtà consensuali, obbligava uomini e donne a rinegoziare quelle regole sociali che avevano costituito le certezze del mondo da loro finora abitato. Pertanto, il controllo sociale si preoccupò di riequilibrare e di ridefinire le tendenze che si ponevano come potenzialmente devianti dal corso di norme implicite o esplicite prescritte dal momento storico. Non è forse un caso, che uno dei luoghi in cui inizia a funzionare una forma di controllo sociale, diventa lo studio dello psicoanalista (Dal Lago 2000). È qui che il neo-sacerdote della modernità celebra il rito di una religione laica che se da un lato ha contribuito al processo di secolarizzazione sociale, dall’altra parte si è proposta come liturgia della cura del medesimo. La psicoanalisi in qualche modo ripropone così una consacrazione dell’autorità dell’ordine patriarcale, non più attraverso un discorso teologico, bensì attraverso un discorso scientifico atto a patologizzare ogni esigenza di liberazione sessuale femminile, stigmatizzandola come isteria o ninfomania. Parimenti, interviene anche sul disagio del maschile, minacciato e messo in discussione nei suoi poteri dai movimenti nascenti di emancipazione femminile, assegnandogli una certa e riconoscibile collocazione diagnostica che trovava forma ed etichetta nella perversione sessuale e nel comportamento criminale violento (Cushman 1995; Inghilleri e Fasola 2005).
È singolare notare come storicamente è proprio adesso che si inizia a fare attenzione al tema delle perversioni sessuali ed a come esse vengano sin da subito configurate tutte al maschile. La psicoanalisi, non solo garantisce la guarigione da queste forme di disagio manifestate attraverso una sessualità atipica o non ordinaria, ma si pone anche come esorcismo collettivo, rassicurando quel potere maschile, rappresentato simbolicamente dal fallo, messo in discussione da quelle forze liberatorie da sempre appartenute al pensiero occidentale (Vercellone 2003).
Il conflitto sociale, esterno, viene in tal modo risignificato attraverso uno spostamento all’interno delle persone sotto forma di conflitti inconsci, espressi attraverso un linguaggio metaforico che li depoliticizza, attraverso una retorica esplicativa di tipo causale, che rimanda ad angosce di castrazione, evirazioni edipiche e invidie del pene… Tutto purché il fallo venga salvaguardato come significante del dominio e del potere, ripristinando lo status quo ante.
 


[1] «Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita.», recita una battuta del film.
[2] Il lavoro di Segre (2001) Fenomenologia e Interazionismo simbolico, presenta uno studio sulle continuità concettuali delle due teorie.
[3] Un resoconto autobiografico consiste nell’incarico che si assume il narratore di descrivere nel presente il corso degli avvenimenti di un protagonista nel passato. Narratore e protagonista sono la stessa persona. L’autobiografia, dunque, è uno sforzo interpretativo da parte di un soggetto mosso dalla necessità di dare un senso a ciò che è accaduto per trovare e costruire la propria identità e, come tale, essa trasforma la vita in un testo, per quanto implicito o esplicito questo possa essere.
[4] Kelly (1955) propose precisi criteri di lettura degli elaborati, ai quali si rimanda in bibliografia, sottolineando come il rigore dell’analisi necessiti l’esplicitazione di tali criteri rendendo così confrontabili le modalità e i processi di interpretazione.
[5] La grigia di repertorio deve il suo nome alla sua struttura. Al soggetto viene chiesto di compilare una matrice che riporta in colonna una serie di elementi (attraverso i quali dovrà elicitare i propri costrutti) e in riga i costrutti identificati. Successivamente verrà chiamato ad assegnare un valore numerico per ciascun elemento, a seconda che questo sia vissuto come più vicino al costrutto elicitato o al suo polo di contrasto.
 
[6] Si può avvalere nell’eventualità dell’uso di domande, che possono essere domande aperte, chiuse, interlocutorie, indirette, riflessive, ecc... (Lang 2003) e può essere strutturato, semi-strutturato o libero. Le informazioni vengono ricavate da tre fonti principali: dal contenuto, cioè quello che si dice durante il colloquio; dal contesto e dal metacontesto, cioè la valutazione del comportamento non può prescindere dalla valutazione della situazione e dal ruolo assunto dagli interlocutori; dalle espressioni non verbali e dalla metacomunicazione.
sabato, 24 ottobre 2009

E' nato il Centro di Psicologia Sistemico Costruttivista

LOGOSTUDIOLASTStudio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia
Via Carlo Rezzonico, 22 - 35131 - Padova 

Nei prossimi giorni potrete trovare informazioni più dettagliate sul sito internet
postato da: Inghilleri alle ore 18:41 | link | commenti
categorie: psicoterapia, psicologia clinica, psicologia giuridica
lunedì, 12 ottobre 2009

CICLO DI SEMINARI “GENERI, GENERAZIONI E ISTITUZIONI DELLA VITA QUOTIDIANA” (2009/2010)

 
Facoltà di Sociologia
Via Bicocca degli Arcimboldi 8

CICLO DI SEMINARI “GENERI, GENERAZIONI E ISTITUZIONI
DELLA VITA QUOTIDIANA” (2009/2010)



*
Laura Arosio
Ti sposo per sempre (o almeno per un po’)
giovedì 29 ottobre 2009
aula U6-27, ore 16.30-19.00
*
Marco Inghilleri
La psicologia nella vita quotidiana
martedì 3 novembre 2009
aula U6-27, ore 13.30-16.00
*
Alessandro Rosina
Aiutare i giovani italiani a farsi cittadini adulti
giovedì 12 novembre 2009
aula U6-27, ore 16.30-19.00
*
Marco Alberio
Non solo donna. Le rappresentazioni del corpo maschile nei media
martedì 17 novembre 2009
aula U6-27, ore 13.30-16.00
*
Martine Gross
L'homoparentalité: état des lieux
martedì 24 novembre 2009
aula Pagani, ore 14.30-17.00



I seminari sono organizzati all’interno del corso
Generi, generazioni e istituzioni della vita quotidiana
prof.ssa Elisabetta Ruspini
Laurea magistrale in Sociologia

Ciclo di Seminari Generi generazioni e istituzioni della vita quotidiana 2009-2010
mercoledì, 30 settembre 2009

Quale formazione in psicoterapia?

 La scelta della scuola di psicoterapia è una scelta particolarmente delicata e importante nel curriculum di un professionista della mente. Quali sono i criteri che una scuola di formazione in psicoterapia dovrebbe perseguire per for formare degli psicoterapeuti seriamente preparati?
postato da: Inghilleri alle ore 10:24 | link | commenti (13)
categorie: psicoterapia, psicologia clinica
mercoledì, 23 settembre 2009

La psicoterapia cambia il cervello

NEWS
23/9/2009 - MEDICINA PSICOSOMATICA
La psicoterapia cambia il cervello
Aree attivate e spente. Sul lettino modificazioni biologiche simili a quelle dei farmaci. La risonanza magnetica riabilita gli eredi di Freud: "Una svolta che cambierà il modo di concepire la malattia"
ANDREA ROSSI
C’è un uomo che ha paura dei ragni. Ne ha uno davanti. La fotografia del suo cervello mostra che una parte - l’area pre-frontale laterale destra - si attiva, stimolata dalla sua paura. Qualche tempo dopo lo stesso individuo non ha più alcuna reazione. Guarda un ragno, eppure reagisce in modo «normale», come quello di chi non è assalito da impulsi di terrore.

Il cervello è cambiato: la struttura neuronale si è modificata e tutto senza utilizzare alcun farmaco. Soltanto con la psicoterapia. La risonanza magnetica funzionale può dare la misura di una delle «rivoluzioni» che verranno presentate a Torino da oggi a sabato nella 4 giorni del 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica. La terapia della psiche è in grado di far cambiare forma e anche attività al cervello: non solo contrasta ansie e fobie, ma regola anche le risposte agli stress causati dalle malattie. Agisce, infatti, sui circuiti neurobiologici. «Ha lo stesso effetto dei farmaci anti-paura, insomma», spiega Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per i disturbi del comportamento alimentare dell’ospedale Molinette di Torino che ospita il congresso.

Un processo consolidato negli anni, a partire dagli studi di Til Wykes. Con i suoi collaboratori, già nel 2002 e poi nel 2007, ha dimostrato con una risonanza magnetica che un tipo di psicoterapia - la «Crt» - aveva sui soggetti schizofrenici gli stessi effetti positivi dei farmaci anti-psicotici. «Ecco, quindi, che il modello psicosomatico, valorizzando le terapie psicologiche anche nelle malattie del corpo, può essere la base per una nuova medicina - spiega Fassino -. Nei prossimi anni i trattamenti psichiatrici diventeranno essenziali per migliorare e umanizzare l’assistenza soprattutto nei campi dell’oncologia, dell’obesità, del diabete e delle malattie cardiovascolari». Serve, di conseguenza, un approccio «olistico» alla persona e non solo settoriale all’organo malato: si parte dai disturbi della psiche per curare le malattie più «classiche».

Una prova importante, in questo senso, è la scoperta - grazie a tecniche di «neuroimaging», come la risonanza magnetica funzionale - che la psicoterapia è in grado di modificare l’attivazione di aree specifiche cerebrali, permettendo all’individuo di gestire meglio le emozioni negative: dall’ansia alle paure. Si tratta di evidenze che nascono dalle scoperte del Premio Nobel Eric Kandel, famoso per aver dimostrato l’insorgere di alcune modificazioni sull’espressione dei geni.

Ulteriori prove arrivano dai test all’Università di Montréal: la possibilità di gestire meglio le emozioni legate alla sofferenza è indispensabile per l’affermarsi di una medicina più avanzata. «Spesso, infatti, gli stress si trasformano in disturbi mentali, aggravando la malattia organica», sottolinea Fassino. Non solo. Altre ricerche con il «neuroimaging» hanno fotografato in pazienti depressi la «normalizzazione» dell’attività cerebrale dopo una psicoterapia di qualche mese: l’effetto è paragonabile a quello dei farmaci antidepressivi, con precise basi biologiche.

Uno dei protagonisti di queste scoperte è Claude Robert Cloninger, professore alla Washington University School of Medicine di Saint Louis, Usa, dove dirige il «Laboratorio di biopsicologia della personalità». L’Io - spiega - è costituito da una parte stabile (il temperamento), legato alla genetica, e da un’altra parte (il carattere), che muta a seconda delle circostanze. Ecco perché molte terapie farmacologiche e anche chirurgiche - come la gastroplastica negli obesi - possono essere «modulate» in modo personalizzato, se si studiano i pazienti prima e dopo le cure. Del resto Georg Northoff della Otto-von-Guericke University di Magdeburgo, in Germania, ha dimostrato che l’angoscia che si trasforma in somatizzazione, come nelle paralisi isteriche, non è frutto di suggestione: è il frutto dell’attivazione o dell’inibizione di specifici circuiti cerebrali.

Lo sapevi che?
UN RAPPORTO CONTROVERSO
Psiche e corpo
Solo una mente sana contribuisce a mantenere sano l’organismo: è il messaggio-base del 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica. Intitolato «Psychosomatic innovations for a new quality of health care», è in programma da oggi a sabato 26 settembre a Torino al Centro congressi del Lingotto.
 

Articolo preso da : http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1440&ID_sezione=243&sezione=
postato da: Inghilleri alle ore 23:22 | link | commenti
categorie: psicoterapia, psicologia clinica, psicologia giuridica
venerdì, 11 settembre 2009

CONVERSAZIONI COSTRUTTIVISTE: gli Studenti dell'ICP raccontano...

 

CONVERSAZIONI COSTRUTTIVISTE: gli Studenti dell'ICP raccontano...

Nuova iniziativa promossa dall'Institute of Constructivist Psychology con l’obiettivo di far conoscere l'approccio costruttivista a tutti coloro che ne siano interessati.

Le Conversazioni Costruttiviste si propongono come un ciclo di seminari tenuti dagli specializzandi della nostra Scuola su argomenti connessi ai propri interessi professionali e di ricerca, approfonditi secondo un’ottica Costruttivista e in stretta collaborazione con i didatti e i docenti dell’ICP.

Le Conversazioni si terranno una volta al mese, il mercoledì dalle 18:30 alle 20, presso la nostra sede a Padova in via Martiri della Libertà 13.

La partecipazione è gratuita e aperta a tutti, ma è necessaria la prenotazione telefonando al 049 8751669 oppure inviando un’email a icp.scuola@gmail.com

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giovedì, 10 settembre 2009

Seminario gratuito di presentazione dell'Institute of Constructivist Psychology web site: www.icp-italia.it

 

Seminario gratuito di presentazione della Scuola

Giovedì 8 ottobre 2009 dalle ore 15 alle 18 si terrà il seminario gratuito di presentazione della Scuola, nel corso del quale il Direttore della Scuola, dott. Massimo Giliberto, introdurrà la struttura, i metodi, la teoria di riferimento e risponderà alle domande dei presenti.

Il seminario si svolgerà presso la sede della Scuola in via Martiri della Libertà n. 13 a Padova.

La partecipazione è gratuita, ma è necessaria la prenotazione (tel. 0498751669; email scuola@icp-italia.it)


 

 

SONO APERTE LE ISCRIZIONI PER L’AA 2009-2010

Sono aperte le iscrizioni al Corso Quadriennale di Specializzazione in Psicoterapia Costruttivista per l’Anno Accademico 2009-2010.

La Scuola dell’Institute of Constructivist Psychology è riconosciuta dal MIUR con D.D. del 21.10.04.

Il Diploma di Specializzazione in Psicoterapia Costruttivista è equipollente al Diploma di Specializzazione Universitaria ed è titolo valido per l’esercizio dell’attività psicoterapeutica.

Gli esami di ammissione si svolgeranno sabato 31 ottobre 2009 e venerdì 6 novembre 2009.

Per poter partecipare agli esami di ammissione è necessario compilare i moduli "colloquio di ammissione" e "consenso privacy" (scaricabili nell'area "modulistica" del sito della Scuola), allegare i documenti richiesti e recapitarli (via posta ordinaria, email o di persona) presso gli uffici dell'Istituto entro il 23 ottobre 2009.

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lunedì, 03 agosto 2009

Giovanni Jervis

Giovanni Jervis

Che cos'è l'identità?

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JERVIS: Mi chiamo Giovanni Jervis e sono sia psichiatra, sia psicologo. Insegno Psicologia dinamica all'Università di Roma: con il termine Psicologia dinamica si indica quel ramo della disciplina che si occupa dei problemi affettivi ed emozionali. In realtà mi sono anche interessato alla Psicologia sociale e ho scritto un paio di libri sul tema dell'identità, ovvero sull'argomento di cui discuteremo oggi. La Psicologia sociale si trova all'incrocio fra la psicologia degli affetti e delle emozioni - la psicologia individuale - e gli aspetti più interpersonali della vita quotidiana. Vediamo insieme una breve scheda filmata che ci introdurrà all'argomento.

"Cos'è questa? Questa è la mia faccia? Non sono le mie guance, eppure lo sono, non è la mia bocca, eppure c'è qualche cosa che somiglia alla mia bocca."

Cos'è la nostra identità? Essa è tutto ciò che caratterizza ciascuno di noi come individuo singolo e inconfondibile. E' ciò che impedisce alle persone di scambiarci per qualcun altro. Così come ognuno ha un'identità per gli altri, ha anche un'identità per sé. Quella per gli altri è l'identità oggettiva, l'identità per sé è l'identità soggettiva. L'identità soggettiva è l'insieme delle mie caratteristiche così come io le vedo e le descrivo in me stesso. L'identità oggettiva di ciascuno, ossia la sua riconoscibilità, si presenta secondo tre principali modalità. La prima modalità è l'identità fisica: questa è data soprattutto dalle caratteristiche della faccia, le quali ci permettono di non esser confusi con un'altra persona. La seconda modalità è l'identità sociale, ossia un insieme di caratteristiche quali l'età, lo stato civile, la professione, il livello culturale e l'appartenenza ad una certa fascia di reddito. La terza modalità è l'identità psicologica, ovvero la mia personalità, lo stile costante del mio comportamento. Alcuni aspetti dell'identità cambiano più facilmente di altri. L'identità sociale può cambiare rapidamente: se, ad esempio, un funzionario di banca va in pensione e si trasferisce in campagna, ecco che la sua identità sociale è cambiata ed egli non è più il tale funzionario benestante e abitante in città, ma è il tal'altro pensionato, solerte proprietario di un piccolo orto. L'identità fisica invece cambia gradatamente. E' probabile che a sessant'anni abbia più o meno la stessa faccia di dieci anni prima, anche se potrei avere una faccia alquanto diversa rispetto a trenta o quarant'anni prima. L'identità psicologica  è una tema molto interessante e anch'essa cambia piuttosto poco: ognuno ha una sua personalità, vale a dire una certa intelligenza, determinate attitudini e specifici tratti del carattere. La personalità dipende, in gran parte, da fattori genetici e assume caratteristiche stabili durante l'infanzia.

 

STUDENTE: In cosa consiste l'identità soggettiva e che rapporto ha con quella oggettiva?

JERVIS: Si tratta di un tema molto interessante. La prima cosa che potrebbe venire in mente riguardo a tale argomento è che esiste la possibilità che si venga a creare una discrepanza fra come io mi sento e mi definisco e come mi vedono gli altri. A tale proposito si dovrebbe innanzitutto dire che il mio modo di vedermi è in larga misura il riflesso della maniera in cui mi vedono gli altri e della maniera in cui io so che mi vedono gli altri: normalmente si "chiede" ad altre persone di dirci chi siamo. A questo punto, però, veniamo a trovarci in una situazione abbastanza spinosa, perché di norma non domandiamo a tutti gli altri di definirci e di illuminarci sul nostro carattere, ma operiamo una selezione tra le persone che reputiamo deputate a tal compito: esse sono essenzialmente i nostri familiari e i nostri amici. In questo modo accade che coloro che dovrebbe farci conoscere le nostre peculiarità caratteriali, sono proprio quelle persone che tendono a presentarci la versione più gradevole e più accettabile della nostra personalità. Di conseguenza, spesso si vengono a creare delle situazioni improntate sulla malafede, perché l'immagine di me stesso che mi sono creato risulta più favorevole dell'immagine che ho delle persone esterne alla cerchia più intima dei miei conoscenti.

STUDENTESSA: Quanto influisce il contesto storico-sociale in cui viviamo sulla nostra identità?

JERVIS: Esso influisce moltissimo su quella che si può definire la "identità sociale". Quest'ultima è in gran parte data dal tipo di attività che svolgiamo, dalla nostra collocazione in una certa fascia sociale e dalla cultura a cui apparteniamo. Ovviamente l'identità di un contadino è diversa da quella di un cittadino, così come l'identità di una persona che abita in un paese del cosiddetto "Terzo Mondo" risulta differente da quella di un individuo del mondo industrializzato. Riguardo a tale aspetto le cose sono oggi molto cambiate: il mondo si sta lentamente uniformando e sta mutando la possibilità di crearsi un'identità. Quest'ultima, infatti, non deve più necessariamente essere coerente con quella data dalla cultura in cui siamo nati: oggi come oggi un individuo potrebbe essere stimolato a cambiare cultura, magari emigrando o tentando di migliorare la propria posizione sociale. Entrando in particolari più spiccioli, è anche abbastanza facile notare come il carattere dei figli non sempre assomigli a quello dei genitori. Sino a tempi relativamente recenti, le identità sociali - soprattutto in riferimento al tipo di attività lavorativa -  venivano predisposte dalla nascita. Per quanto riguarda la sfera del femminile, ad esempio, i ruoli che le donne potevano avere all'interno di una società tradizionale risultavano predeterminati e di numero ridotto: sposarsi in un certo ambiente sociale, restare nubili, farsi suore e così via. Nelle società tradizionali - così come nelle culture contadine dell'Italia contemporanea - il destino di un individuo veniva deciso dalla famiglia quando questo era ancora in età infantile. Anche all'interno dei ceti più elevati e privilegiati era abbastanza comune che il figlio continuasse il mestiere dei genitori. Questo è un aspetto   abbastanza caratteristico delle piccole imprese commerciali o industriali: fino a poco tempo fa era tradizione che un'attività su base familiare di tal genere fosse gestita dalla persona che l'aveva creata e che, una volta assente il fondatore, venisse amministrata dai suoi figli. Questo modo di agire aveva - ed ha - una sua funzionalità, perché si trattava di imprese piccole che non dovevano essere particolarmente competitive. Se il volume d'affari della fabbrica subiva invece un incremento, non risultatava altrettanto utile donarla alla propria prole, perchè i figli non sono necessariamente le persone più adatte a gestire un'impresa. In tale contesto il problema è dato proprio dal fatto che le specificità caratteriali dei figli spesso non somigliano a quelle dei genitori. E' sempre più evidente come in certi casi si debba scegliere la persona più consona a portare avanti una certa impresa - commerciale o industriale che sia - anche se quest'ultima può non coincidere con il figlio del fondatore. Il figlio di un artigiano non solo non è necessariamente adatto a fare l'artigiano, ma può anche non avere nessuna voglia di fare l'artigiano. Questa reinvenzione delle identità attraverso le generazioni è forse il fenomeno più interessante e, in qualche modo, più nuovo all'interno del problema generale dell'identità.

STUDENTESSA: Cosa succede quando l'identità soggettiva entra in contrasto con quella oggettiva?

JERVIS: Per risponderLe potrei collegarmi alla domanda di prima: l'identità oggettiva è quella che costruiamo durante la vita. Voi siete giovani e vi trovate in un momento cruciale per la costruzione dell'identità: il tipo di mestiere, di credo religioso e di appartenenza familiare caratteristici di una vita, infatti, vengono maturati specialmente fra i quattordici e i venticinque anni. L'identità sociale svolge bene il suo compito se riesce a utilizzare in modo ottimale le proprie potenzialità: se un individuo ha uno spiccato talento per la matematica, è nel suo interesse scegliersi un mestiere in cui la matematica abbia un certo peso. Ciò risulta tanto più utile in quanto facciamo parte di una società in cui la competizione svolge un ruolo importante: chi riesce ad avere successo è colui che ha individuato gli ambiti che gli sono più congeniali e li ha utilizzati al meglio, trascurando altre caratteristiche della sua personalità. Questa capacità riguarda la costruzione dell'identità "adulta" e costituisce un grosso problema, anche perché, una volta formata, l'identità adulta non si può cambiare molto facilmente. Mettere su famiglia, crearla presto o crearla tardi, avere molto figli o averne pochi, puntare ad un certo tipo di carriera o ad un altro, scegliere una vita basata su valori economici o su valori di altro tipo: nella costruzione dell'identità gli aspetti soggettivi si configurano come un problema di autoriconoscibilità e di autodescrizione. Si tratta di una questione molto delicata, perché è importante che ognuno - soggettivamente - sappia dare l'immagine più esatta possibile della propria identità. E' il vecchio problema del "conoscere se stessi": quanto più un individuo conosce le proprie caratteristiche, tanto più potrà costruire un'identità "oggettiva", ovvero un'identità riconosciuta dagli altri, che sia funzionale ai suoi interessi e che svolga bene il suo compito anche dal punto di vista dell'interesse sociale.

STUDENTE: In che misura la volontà può influire sulla costruzione della propria personalità? Non riesco bene a capire se alla nostra età ci possa essere un conflitto fra volontà e programmazione socio-culturale.

JERVIS: Il tema della volontà è molto importante, devo però sottolineare che il concetto stesso di volontà è oggi caduto abbastanza in disuso in psicologia: esso risulta un po' vago e, soprattutto, intriso di certo moralismo. La psicologia è la descrizione di determinati problemi e il tentativo di risolverli e, per tale motivo, non va molto d'accordo con atteggiamenti moralistici. Al giorno d'oggi, all'interno della disciplina, si parla più volentieri di motivazione piuttosto che di volontà: l'ambizione, ad esempio, può essere un tipico esempio di motivazione. Ovviamente sono presenti moltissimi tipi di motivazioni: una persona può essere motivata in senso affettivo, oppure in senso "energetico" - sebbene quest'ultimo termine non sia così preciso - ossia può essere dotata di una personalità  molto attiva ed intraprendente. Decidere di seguire un certo mestiere semplicemente perché esso ci seduce potrebbe costituire una trappola, perché non sempre i nostri desideri coincidono con le nostre attitudini e sono congrui con la nostra personalità. La questione della personalità ha naturalmente a che fare anche con aspetti genetici: siamo maggiormente predisposti a fare certe cose ed in misura minore a farne altre, sebbene tale distinzione non sia mai troppo rigida. Ognuno di noi possiede varie "virtù" e non le utilizza mai tutte quante. Bisogna sforzarsi di essere molto realisti, in modo da poter legare i propri interessi alle proprie caratteristiche.

STUDENTE: Ritengo che nella determinazione del proprio io la sfera culturale svolga un ruolo determinante: se tendo ad essere un egoista ma mi rendo conto che tale atteggiamento può essere sbagliato, ho la possibilità di impormi  sul mio comportamento? Le volevo anche chiedere: in che modo l'identità soggettiva può manifestarsi attraverso il comportamento e coincidere con la visione che gli altri hanno di me?

JERVIS: La prima domanda ci riporta alla questione della predisposizione genetica. A tal proposito vorrei sottolineare un particolare: come forse molti di voi sanno, la ricerca moderna ha scoperto che la genetica riveste un ruolo molto più importante di quanto non si pensasse trenta o quarant'anni fa. Una parte di queste ricerche sono state condotte su fratelli gemelli, di cui vi ho portato un'immagine: tramite tali studi si è potuto constatare che gemelli omozigoti separati alla nascita, finiscono per somigliarsi moltissimo, sebbene siano cresciuti in ambienti molto diversi tra di loro. Credo che occorra sottolineare l'esistenza di uno stretto rapporto fra il modo di pensare di una persona e il suo modo di muoversi o le sue caratteristiche fisiche. Quando si parla di "continuità dell'identità" di una persona, ci si domanda: "Com'è che, col passare del tempo, noi indichiamo in un determinato individuo la stessa persona, tanto a sei, quanto a sessant'anni?", "Perché si parla della stessa persona? In realtà potrebbe trattarsi di due persone diverse". Per rispondere parzialmente al quesito bisogna partire da considerazioni molto semplici:  l'identità di ciascuno viene "garantita" da continuità biologiche ben precise, ad esempio dal DNA. Vi vorrei mostrare questa carta d'identità; essa è un documento che serve a  testimoniare tale continuità tramite un discorso del tipo: "L'individuo che possiede questa faccia ha questo nome: solo chi ha questa faccia può avere questo nome e solo chi ha questo nome può avere questa faccia". Altri tipi di documenti - quelli più "moderni" - usano elementi differenti per individuare una persona, ad esempio le impronte digitali o la mappa retinica. Ci si può affidare a questi metodi di identificazione perché essi si basano su caratteristiche che non mutano durante l'esistenza di un individuo e che, per questo, ci testimoniano una certa continuità. Il problema consiste allora nel sapere fino a che punto si cambia durante la vita ed in quale maniera possiamo mutare volontariamente noi stessi, in modo da costruire e dirigere la nostra esistenza. A tal proposito potremmo portare l'esempio del cosiddetto "pentito", detto anche - con un termine leggermente moralistico -  "collaboratore di giustizia": l'ergastolano redento che afferma di essere "un'altra persona", chiama in causa un "fattore soggettivo" da porre all'origine del suo mutamento. Ci si potrebbe sempre chiedere fino a che punto tale cambiamento sia totale, perché nella vita si può mutare molto, ma non si cambierà mai del tutto: ne è forse testimonianza  il fatto che possiamo sempre scorgere una qualche somiglianza tra una persona adulta di nostra conoscenza e le sue foto da bambino o da bambina. Proprio su questa base penso si possa affermare che i percorsi dell'identità possono essere molto diversi l'uno dall'altro e che, in parecchie situazioni, il mutamento soggettivo di identità porta necessariamente ad un mutamento oggettivo: pensiamo, ad esempio, alle conversioni religiose e al fatto che chi si converte ad una nuova religione molto spesso cambia vita.

STUDENTESSA: Lei ritiene giusto che si cambi una determinata identità in nome di un'altra identità? A tal proposito si potrebbe portare l'esempio del colonialismo economico - ma anche culturale - degli Stati Uniti sul Chiapas. Cosa c'è alla radice di tutto questo?

JERVIS: Questo problema ha dei risvolti sociali e politici piuttosto grandi e si potrebbe dividere in due questioni. La prima riguarda  l'estrema rigidità dell'identità dei popoli in possesso di strutture tradizionali: le società povere con bassissimo livello di istruzione e ad economia prevalentemente agricola, tendono a fornire ogni individuo di una particolare identità, di uno specifico mestiere e di una severa appartenenza al proprio clan. In tal modo le persone hanno poca possibilità di autodeterminarsi, con un conseguente "impoverimento" dell'identità. Al giorno d'oggi stiamo assistendo ad un mutamento  planetario che va in direzione di tale autodeterminazione, sia dal punto di vista politico e collettivo, sia dal punto di vista individuale. Questo bisogno di emancipazione si scontra con esigenze economiche e politiche che spesso sono di tipo oppressivo e che non di rado tendono a incanalare le identità tradizionali in nuovi tipi di identità, non sempre positivi. Si potrebbe fare l'esempio dell'Africa nera, nella quale milioni di individui sono passati da un'esistenza di tipo tribale al sottoproletariato che affolla le periferie delle ex città coloniali. Tale mutamento dell'identità può a ragione essere definito oppressivo: esso è causato da differenti fattori e tende a creare delle identità che spesso risultano più povere di quelle tradizionali. Nella società tribale tradizionale - che inevitabilmente scomparirà - ci sono delle identità che si integrano fra di loro secondo un determinato mondo culturale. Quando questo mondo va in pezzi si viene a creare una situazione di anomia, ovvero di disgregazione sociale, che provoca degli enormi problemi nella costruzione dell'identità.

STUDENTESSA: Secondo alcuni studiosi lo sviluppo psicologico e evolutivo dell'identità ha il suo momento più importante nell'adolescenza, durante la quale si dovrebbero acquisire fiducia di base e autonomia. Molto spesso, però, questo non accade. Quali sono le cause principali?

JERVIS: Si discute spesso di questo problema in relazione all'Italia. La società italiana, infatti, è passata - in un periodo di tempo piuttosto breve - da una condizione agricola e preindustriale ad una condizione di forte industrializzazione. Una parte del paese ha superato in modo indolore tale mutamento, ma un'altra parte si trova tutt'ora in difficoltà. Ciò avviene perché uno dei presupposti necessari alla costruzione di un'identità funzionale alla società moderna, riguarda la possibilità data ai diciassettenni e ai diciottenni di staccarsi dalla famiglia, di socializzare in ambito extrafamiliare e di autodeterminare le proprie decisioni sociali, tanto nei rapporti interpersonali, quanto nelle scelte lavorative, in modo che queste ultime risultino adeguate ai propri desideri e alle proprie caratteristiche. In una  società come quella italiana - ma è una caratteristica che si può riscontrare anche nella società cinese - è presente il cosiddetto "familismo", un termine che sta ad indicare il peso eccessivo della cultura familiare nell'educazione dei giovani. A differenza della maggior parte dei paesi industrializzati moderni - dove i ragazzi se ne vanno di casa a diciott'anni circa, in parte perché si stabiliscono nei college come negli U.S.A., in parte perché, come in Germania,  decidono di mantenersi per conto proprio - in Italia i giovani tendono a vivere in famiglia fino a 25-30 anni. Questo stato di cose è determinato da diversi fattori, tanto economici, quanto di costume, e comporta una serie di inconvenienti a livello dello sviluppo psico-affettivo, perché si perpetuano delle dipendenze psicologiche fra il giovane o la giovane e i genitori. I ragazzi italiani hanno quindi delle grandi difficoltà ad assumere un'identità adulta e a farsi carico delle relative responsabilità: la cultura familistica italiana, infatti, se da un lato tende a proteggere la prole, dall'altro è incline a colpevolizzarla facilmente. Tale atteggiamento non porta l'adolescente a farsi carico delle proprie responsabilità e gli provoca dei problemi nello sviluppo affettivo ed emozionale. L'altro rischio a cui si può andare incontro perpetrando questo modo di agire riguarda la struttura stessa della società moderna: essa - come dicevamo prima - è tanto più funzionale, quanto migliore risulta l'utilizzo delle sue ricchezze, ovvero delle risorse umane che ha a disposizione. Queste ultime devono essere in grado di svilupparsi liberamente e di intraprendere individualmente un proprio percorso, in maniera indipendente rispetto a volontà familistiche o a problemi economici. Si tratta di una delle questioni più complicate in cui si può imbattere l'odierna società italiana: il peso della famiglia sull'adolescente, rende difficile una costruzione autonoma dell'identità fra i 18 e i 25 anni.

STUDENTESSA: Svolgendo una ricerca su di Lei in Internet, ho trovato una Sua intervista sul sito dell'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche e, in seguito, anche una Sua biografia, all'interno della quale sono presenti dei riferimenti a Freud. Andando avanti nella ricerca ho scovato il sito del Museo di Vienna, nel quale - per la parte relativa a Freud - vengono presentate le teorie del padre della psicoanalisi e sono spiegati concetti quali quello di "libido". So che Lei ha lavorato con degli etnologi e che, tra le altre cose, ha studiato la schizofrenia, ovvero una delle manifestazioni più gravi di sdoppiamento dell'identità. Potrebbe fornirci qualche particolare in più su tale patologia?

JERVIS: Innanzitutto vorrei fare una piccola precisazione: nel linguaggio quotidiano il termine "schizofrenia" significa "essere sdoppiati" o anche "avere idee opposte", sebbene tali interpretazioni non abbiamo molto a che fare con la schizofrenia intesa nel suo senso clinico. Questa seconda accezione fa infatti riferimento ad una situazione patologica - di solito piuttosto grave - di disgregazione della personalità, e non di scissione della stessa. La questione dell'identità entra in gioco fino ad un certo punto, così come non ha una stretta attinenza coi temi della psicanalisi.

STUDENTESSA: Riguardo a questo punto mi era venuta in mente una novella di Luigi Pirandello, La signora Frola e il signor Ponzo suo genero. In proposito volevo chiederLe se vi è la possibilità della presenza di un'identità falsa che emerga soltanto in determinate situazioni e se, con il tempo, essa possa venire a fondersi con la vera identità di un individuo.

L'identità falsa è un tema molto interessante: si può fingere di avere un'identità non vera, così come si può fingere di avere un nome diverso o anche una personalità diversa. Si recita una parte che non è la propria e che resta sempre ben distinta dall'identità vera. Sono due piani che non si confondono facilmente.

STUDENTE: Spesso sentiamo parlare di "crisi di identità": in che cosa consiste realmente e come se ne esce?

JERVIS: La crisi di identità è un problema studiato già da molto tempo e spesso trattato in rapporto all'adolescenza.  L'adolescenza è infatti caratterizzata dal passaggio da un'identità definita dai propri genitori - "io sono ciò che i miei genitori dicono di me" - ad una identità definita in funzione della società esterna: mi potrei identificare in un cantante, ad esempio, per costruirmi un'identità autonoma dalle definizioni della famiglia di origine.

STUDENTESSA: In che misura le ideologie politiche e religiose incidono sull'identità soggettiva?

JERVIS: Sicuramente rivestono un ruolo preponderante nella definizione dell'identità: potrei diventare un cristiano redento, oppure un peccatore o anche, riferendoci ad elementi più banali e laici, un "ultrà" della Lazio. Questi ultimi, però, sono aspetti che incidono anche sull'identità oggettiva perché, conformemente al forte spirito di appartenenza che posso provare nei loro confronti, mi portano a compiere una serie di atti che esplicitano agli altri un determinato aspetto della mia identità. Oggi come oggi le identità tendono a mutare, e gli individui le reinventano indipendentemente dalla famiglia molto più di quanto accadesse un tempo. Questo processo potrebbe creare dei "vuoti" di identità o dei momenti di smarrimento, e portare all'insorgenza di identità collettive di stampo etnico e regionalistico - pensiamo alla Lega Nord - o anche religioso.

STUDENTESSA: Un fenomeno tipico di questo periodo è l'emigrazione: mi chiedo quanto lo spostarsi da un paese all'altro influisca sull'identità delle persone che abbandonano la propria cultura di origine.

JERVIS: L'emigrazione è il tentativo di costruirsi un'identità in una società che lo permetta più liberamente: è una ricerca di possibilità. Essa, però, costituisce anche uno shock, perché immergersi in una cultura completamente diversa significa perdere gli abituali riferimenti di identità e cercare di costruirne di nuovi. A volte tale situazione porta a dei malesseri psicologici e, in questi casi, ciò che conta di più è la capacità di crearsi nuovi ruoli oggettivi. Colui che è emigrato cerca delle attività che siano per lui soddisfacenti e, di solito, si comporta in modo estremamente duttile: si inserisce negli spazi lasciati liberi dalla società che lo ospita, non foss'altro per reperire il cibo sufficiente a continuare a vivere. Spesso, quindi, la costruzione dell'identità soggettiva è successiva rispetto a quell'insieme di tentativi di sopravvivenza che non erano previsti. Quando si emigra, non sempre si è a conoscenza della propria futura occupazione: a volte, quindi, può insorgere una identità completamente nuova che è nata per caso nel paese di destinazione.

STUDENTE: Riprendendo il riferimento a Pirandello sulla confusione delle identità, vorrei far notare che nei periodi in cui vivo una crisi di identità - ovvero quando non mi riconosco e non mi sento determinato - mi accorgo di avere in me diverse personalità. Non credo che tra di loro se ne possano individuare delle false: al contrario, sono convinto che siano tutte vere e che si confondano l'una con l'altra. E' proprio tale confusione a generare quel senso di falsità e di "recitazione" che spesso viene scambiato per realtà e che ci fa gravitare in differenti stati d'animo.

JERVIS: Penso che a questo punto si debba chiarire cosa si intende con il termine "personalità". Ognuno, com'è ovvio, ha una sua personalità: essa può modificarsi, ma ciò avviene in misura sempre minore man mano che si cresce. Non è sempre possibile inventarsi una personalità completamente nuova, perché quest'ultima è costituita da  caratteristiche psicologiche - come l'intelligenza o le attitudini - che non sono mutabili. Sicuramente in questa situazione è molto facile rimanere prigionieri di una sorta di "recita", sebbene ciò non comporti l'insorgenza di false personalità, bensì di falsi ruoli. Bisogna operare una distinzione molto netta tra personalità e ruoli sociali: questi ultimi sono più mutevoli della prima e può accadere che un professore universitario molto sicuro di sé dietro la cattedra, diventi timido e timoroso all'interno della propria casa, al cospetto di una moglie dominante.

STUDENTESSA: Le volevo chiedere se l'identità possa essere attribuita anche al feto e se tale aspetto possa costituire un problema in relazione all'aborto.

JERVIS: Bisogna intendersi anche sul concetto di identità. Vi sono delle predisposizioni individuali che sono legate a elementi genetici e che incidono sul feto prima della nascita. Tali predisposizioni possono essere sia scelte, sia scartate da fattori ambientali:  fino ai 10-12 anni, quindi, vengono alla luce delle caratteristiche che sono il risultato di elementi tanto genetici, quanto ambientali, senza che si abbia la possibilità di distinguere tra queste due tipologie. I fattori biologici hanno dunque un peso decisivo nello sviluppo del feto, ma a tale livello non è possibile parlare di identità in senso stretto, se non altro per il fatto che un pre-embrione può dar luogo a due o tre gemelli diversi: non esiste una "individualità". Con la crescita, le potenzialità di cui parlavo poc'anzi diventato più precise ed avviene una sorta di  passaggio epigenetico, ovvero un direzionamento verso certe caratteristiche man mano che queste si realizzano. Si tratta di un passaggio graduale che inizia con il concepimento.

STUDENTE: In un Suo libro Lei afferma che spesso scegliamo degli oggetti ai quali affidare la nostra identità. Il mondo che ci circonda, quindi, influisce parecchio sulla formazione della nostra identità, sebbene non si debba mai dimenticare l'elemento genetico. Esiste un qualcosa che rende la mia identità irripetibile? O sarebbe meglio pensare che la formazione dell'identità di un individuo sia data esclusivamente dall'ambiente e dai geni?

JERVIS: La propria identità è irripetibile. Non esistono due persone identiche, anche se i gemelli omozigoti possono in larga misura essere considerati come dei soggetti uguali, quasi dei cloni l'uno dell'altro. Proverei piuttosto a  soffermarmi sulla prima parte della Sua domanda, ossia sugli oggetti a cui affidiamo la nostra identità. La consapevolezza di possedere un'identità chiara è un elemento di grande importanza, ma altrettanto importante - se non di più - è il sentire che la propria identità è forte, sana, accettabile, buona e di valore. Ognuno di noi, per potere vivere bene, deve avere stima della propria identità. A volte abbiamo bisogno di alcune conferme dall'esterno, da parte di persone o di oggetti atti a comunicarci che siamo a posto e che andiamo bene. Questo bisogno può sfociare nel cosiddetto "narcisismo", ovvero nella tendenza ad affidare il nostro valore a vestiti, oggetti, titoli nobiliari e cose di questo genere. Si tratta, comunque, di un aspetto molto importante nella costruzione dell'identità. La scelta di tali  oggetti dipende soprattutto da fattori culturali: in alcune società può essere molto importate avere una automobile costosa, in altre può avere un peso maggiore l'aspetto esteriore del proprio corpo, oppure gli abiti, o anche i titoli nobiliari. Negli Stati Uniti, ad esempio, il valore dell'identità è spesso affidato al denaro: "Quanto vale quella persona?"; si tratta di valutazioni opinabili, che però sono importanti al fine della costruzione dell'identità oggettiva e della contrattazione delle proprie caratteristiche.

STUDENTESSA: Prima si è detto che già in tenerissima età si può parlare di determinazione della propria identità: Lei ritiene possibile che, in età più o meno matura, un grosso trauma possa portare dei cambiamenti imprevisti nella personalità di un individuo?

JERVIS: Certi traumi - come gli abbandoni, gli stupri, l'essere cresciuti in ambienti fortemente deprivati, l'essere stati sistematicamente picchiati fin da bambini - possono influire pesantemente sulla determinazione dell'identità. Spesso questi fatti impediscono lo sviluppo armonico dell'identità: a volte coloro che assumono un comportamento antisociale sono stati vittime di maltrattamenti durante l'infanzia. Dall'adolescenza in poi certe situazioni traumatiche, sebbene possano essere molto dolorose,  incidono in misura minore sull'identità della persona che le subisce.

STUDENTESSA: La nostra società pretende di cambiare l'istinto e il carattere - di conseguenza l'identità - di una persona tramite il carcere. Mi chiedo in che misura un periodo di detenzione più o meno lungo possa influire sia sull'identità soggettiva, sia su quella oggettiva.

JERVIS: Direi che, nell'insieme, la nostra società è abbastanza consapevole del fatto che la detenzione - soprattutto quella prolungata - non costituisce un fattore positivo nello sviluppo dell'identità.  Lo studio di ciò che è successo nei campi di concentramento nazisti o nei processi di disumanizzazione delle "istituzioni totali" - ovvero dei manicomi - ha dimostrato che istituzioni del genere portano ad un impoverimento della psiche e della personalità, nonché ad una sorta di riduzione delle possibilità di crearsi un'identità, a causa dell'annichilimento della stima di sé. La società italiana è fra le più consapevoli del fatto che una detenzione lunga non è riabilitativa e che spesso può sortire un effetto contrario: per questo motivo, in tutto il mondo si stanno oggi studiando delle pene alternative. Naturalmente bisogna tenere conto del fatto che la detenzione non ha come scopo esclusivo quello di riabilitare il reo: negli U.S.A., ad esempio, si pensa che il carcere abbia essenzialmente la funzione di togliere dalla circolazione una persona pericolosa per un periodo di tempo più o meno lungo.

STUDENTE: Cambiando del tutto discorso, vorrei chiederLe a quale età  è possibile parlare della formazione di un'identità sessuale e quanto essa possa incidere sulla nostra vita quotidiana.

JERVIS: L'identità sessuale si forma in età molto precoce, ed anche in questo caso bisogna distinguere fra identità oggettiva e identità soggettiva. Oggettivamente, possiamo notare che una bambina di sei-otto mesi di età ha delle preferenze e degli interessi piuttosto diversi da quelli di un suo coetaneo maschio. Un bambino inizia molto presto ad interessarsi alle macchine ed agli oggetti meccanici, indipendentemente da qualsiasi fattore educativo. Allo stesso modo una bambina inferiore all'anno di età verrà maggiormente attratta dalle bambole. Ciò significa che la psiche femminile e quella maschile sono molto diverse: fin dalla più tenera età, le bambine sono in genere più abili nel cogliere  i messaggi psicologici, mentre i maschi sono più capaci a comprendere problemi di tipo oggettivo, soprattutto spaziale. Su tali elementi di base viene poi a costruirsi una personalità differenziata tra individuo e individuo, che permette di riconoscersi come femmine o come maschi e di porre le basi per la propria identità. Ciò avviene, di solito, tra il secondo e il terzo anno di vita, anche perché fino ai 18 mesi di età l'infante non ha ancora  formato appieno una sua consapevolezza corporea e, fino ai tre anni inoltrati, non riesce a distinguere chiaramente i sogni dalla realtà. La costruzione dell'identità soggettiva nasce da questo tipo di autodescrizione la quale, naturalmente, coinvolge anche la sfera sessuale.

STUDENTESSA: Qual è l'elemento che porta gli individui, soprattutto i ragazzi, a cercare una propria identità nel gruppo?

JERVIS: L'esigenza di una socialità di gruppo è un'esigenza primaria, in larga misura indipendente da problemi di identità: si vive nel gruppo perché si ha bisogno di un tipo di socialità diversa da quella familiare. All'interno di esso si vengono non di rado a creare delle divisioni nei ruoli, tramite le quali acquisire o scoprire determinate caratteristiche della propria personalità. Attraverso il gruppo impariamo a conoscerci e ad identificarci, nonché ad associarci con certe persone: per tale motivo la vita di gruppo ha un'estrema importanza.

STUDENTESSA: In che misura i sogni riflettono o deformano la nostra identità?

JERVIS: Ritengo che i sogni non abbiano uno stretto rapporto con il problema dell'identità. Essi dipendono, in larga misura, dai nostri pensieri, dalle nostre preoccupazioni e dagli eventi della vita quotidiana. Se dovessimo basarci sui sogni per descrivere l'identità di una persona, si incontrerebbero delle difficoltà, perché essi sono largamente "trans-identitari".

STUDENTESSA: Finora abbiamo parlato del modo in cui l'identità soggettiva e quella oggettiva possono incontrarsi e di come la realtà esterna influisca profondamente sulla soggettività di ognuno. Ciononostante, io sono convinta che l'identità soggettiva riesca a distaccarsi nettamente da quella oggettiva nel momento in cui un individuo opera un'autoanalisi, tramite la quale prende coscienza della propria identità.

JERVIS: Non è detto che una persona meno consapevole sia, per tal motivo, anche più malleabile, anzi: credo che succeda più spesso il contrario. Bisognerebbe distinguere due livelli di argomentazione:  in primo luogo si deve sapere quali sono le caratteristiche della propria personalità - ciò che si è in grado di fare meglio e ciò che si è in grado di fare peggio - ed in seguito si deve scoprire qual è la propria identità, soprattutto tramite il modo in cui ci vedono gli altri. Si tratta di due compiti assai difficili, ma credo che - in età giovanile - al fine di costruire un'identità ottimale sia molto importante conoscere le proprie attitudini  ed avere degli scambi sociali che siano veri e mai compiacenti. Quest'ultimo fatto potrebbe provocarci delle frustrazioni, ma finirebbe comunque col metterci davanti a dei dati reali, in modo da poter intraprendere con più consapevolezza il nostro futuro.

Vi ringrazio per la vostra attenzione e vi saluto.


Biografia di Giovanni Jervis

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categorie: psicologia clinica
giovedì, 09 luglio 2009

La psicologia del male

La psicologia del male
Piero Bocchiaro
Prefazione di P.Zimbardo
Editori Laterza 2009.
 
 
 
 
La psicologia del male è un libro che mi ha interessato moltissimo, sia in quanto riprende il viaggio di esplorazione e di indagine dell’anatomia interiore di uomini e donne di inizio millennio che l’amico Adriano Zamperini ha intrapreso in questi anni in suoi diversi libri, sia poiché occupandomi, come clinico, dell’odio dell’amore e delle perversioni delle relazioni umane, mi ha fornito non pochi spunti di riflessione e strumenti per affrontare meglio le problematiche di cui mi sto attualmente interessando.
Al posto di scriverne una recensione completa ne riporterò un semplice brano, per invitare alla lettura di un libro che sicuramente è un respiro d’aria nel panorama asfittico e chiuso della letteratura psicologica italiana.
 
La disobbedienza come valore
E’ triste osservare l’atteggiamento arrendevole dinnanzi al potere. Uomini che hanno già traslocato dalle parti dell’obbedienza cieca, cercatori di conforto o di vantaggi materiali. In un caso come nell’atro, uomini pronti a tradire la propria coscienza non riconoscendola come la vera autorità, vittime di un sistema sociale che punta ad assicurarsi l’ordine e il funzionamento delle strutture gerarchiche. In favore di queste priorità, infatti, i rappresentanti del potere (sia esso religioso o politico-economico) persuadono l’individuo che da solo sarà sconfitto; poi, per sistemare il tutto, lo assoggettano in nome di qualche universale – Dio, la Patria, l’Armonia della Società, la Legge di Mercato. Elogio della tirannia. E dell’omologazione.
Chi volesse riscattare la propria dignità di essere umano dovrà rinunciare ai benefici connessi alla sottomissione; ancora, dovrà sganciarsi dalla tradizione e cominciare a pensare autonomamente, soppesando in maniera critica le proprie e le altrui ragioni, nonché le conseguenze delle varie opzioni di condotta. E’ evidente che un simile processo, oltre che essere psicologicamente gravoso, porta con sé l’angoscia della scelta, del sentirsi liberi e del dover inventare. Basterebbe questo fardello per domare l’energia ribelle. Ma c’è dell’altro: l’incapacità di desiderare, l’istinto gregario, l’apprensione legata al rischio di essere punito. Tutto questo trattiene l’individuo nelle terre desolate del servilismo. Migrare vorrebbe dire emanciparsi dall’autorità e mettere le mani su una ricompensa che solo pochi riescono a gustare, ossia quella della libertà di scegliere la condotta ritenuta più opportuna per ogni circostanza, inclusa, all’occorrenza la sottomissione a una figura autoritaria retta. Se è vero infatti che l’asservimento indiscriminato non è certo una virtù, è altrettanto vero che il rifiuto aprioristico di qualsiasi forma di subordinazione sarebbe espressione di una pericolosa quanto inutile rigidità.[…]
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categorie: societĂ , devianza, psicologia clinica
martedì, 07 luglio 2009

George Kelly

"Di questi tempi si dice che essere sé stessi è una buona occupazione. Essere sé stessi è considerato salutare. Anche se per me è un po’ difficile capire come sia possibile, per qualcuno, essere qualcos’altro. Penso di capire che ciò significhi non cercare di sforzarsi di diventare diversi da quello che si è. Ciò, di fatto, mi sembra una maniera piuttosto noiosa di vivere. Sarei incline a pensare che ognuno di noi vorrebbe migliorare se decidiamo di essere qualcosa di diverso da quello che siamo. Ebbene, non sono poi tanto sicuro che tutti noi vogliamo migliorare, forse sarebbe più preciso dire che vorremmo una vita più interessante.
C’è qualcos’altro che potrebbe stare dietro a questo imperativo di essere sé stessi, e cioè che nessuno si dovrebbe mascherare. Sospetto che sia qualcosa vicino a quello che gli psicologi intendono quando spingono le persone ad essere sé stesse. Si presume che le persone che affrontano il mondo a viso scoperto siano più spontanee, che si esprimano più completamente, e che abbiano più opportunità di sviluppare le loro capacità se non si mascherano.
Ma questa dottrina della nudità psicologica negli affari umani, di cui tanto si parla al giorno d’oggi e che permette al sé di non truccarsi e mascherarsi, lascia assai poco all’immaginazione. Non invita certo all’avventura. Sospetto, a riguardo, che nel Giardino dell’Eden, Adamo si sarebbe deciso più in fretta di quanto effettivamente fece se Eva avesse fatto un po’ più di attenzione al suo guardaroba. Ho sentito che lo corruppe con una mela. In seguito mi dicono che si inventò qualcosa di più stimolante della foglia di fico.
Ciò che affermo è che non conta tanto ciò che l’uomo è, ma piuttosto quello che progetta di fare di sè stesso. Per fare il balzo egli deve fare qualcosa di più che scoprirsi: deve rischiare una buona percentuale di confusione. Poi, al più presto, come afferra la fugace visione di una vita diversa, deve trovare la maniera di superare il momento della minaccia paralizzante e per questo vive l’attimo in cui si chiede chi sia realmente, quello che è o quello che sta per divenire. Adamo deve aver sperimentato un momento del genere." 
George Kelly- pagg.157-8 The Language of Hypotesis- 1964
George Kelly - Psicologo, Matematico, Educatore. Ha creato la teoria della Psicologia dei Costrutti Personali. Nacque nel Kansas nel 1905. Nel 1909 fece un viaggio con la famiglia nel carro coperto del padre per recintare una terreno in concessione ai pionieri del west nel Colorado. Dopo essere ritornato alla fattoria nel Kansas frequentò irregolarmente la scuola e fu istruito dai genitori. Nel 1926 si laureò in fisica e matematica, in seguito in Pedagogia all’ Edimburgh University e in Psicologia nell’Iowa. Nel 1931 cominciò a lavorare in psicologia clinica, organizzando un programma di cliniche viaggianti dentro e fuori le aree rurali di Fort Hays nel Kansas. La ‘clinica viaggiante’ offriva i suoi servizi ad adulti e bambini attraverso psicoterapie e consulenze, ed era composta esclusivamente da lui e da suoi quattro studenti che lo aiutavano.
Lavorò soprattutto nell’area della psicologia clinica negli USA, elaborando la sua teoria della Psicologia dei Costrutti Personali, centrata sul cambiamento delle persone attraverso la psicoterapia, sebbene ritenesse il termine ‘psicoterapia’ inadeguato per descrivere l’avventura dell’uomo nella transizione e trasformazione. Infatti rifiutò sempre la terminologia tradizionale della psichiatria e della psicologia, ritenendola riduttiva e inefficace. Nel 1945-1946 fu nominato Professore e direttore dell’Istituto di Psicologia Clinica alla Ohio State University. Vi rimase sino al 1965 quando ottenne la Cattedra in Psicologia Teoretica alla Brandeis University. Morì nel 1967.
 
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categorie: psicoterapia, psicologia clinica