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ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

La potenza della parola nei riguardi delle cose dell'anima sta nello stesso rapporto della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo (Gorgia 483 a.C. circa – 375 a.C.)

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Utente: Inghilleri
Nome: Marco Inghilleri
Marco Inghilleri, psicologo psicoterapeuta, mediatore familiare, libero professionista, esercita in Padova presso lo Studio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia, via Carlo Rezzonico, 22, tel/fax. 049-9875002. Collabora sia con l'Università di Padova (Facoltà di Psicologia e Facoltà di Sociologia) che con l'Università Bicocca di Milano (Facoltà di Sociologia)e con l' Institute of Constructivist Psychology. E' presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia Interattivo-costruttivista (www.scienzepostmoderne.org) ed è stato docente in diverse scuole di specializzazione in psicoterapia. Le sue aree di interesse clinico riguardano: problemi relativi all'identità sessuale, personale e sociale, disturbi alimentari, dismorfofobie e problematiche legate alla costruzione dell'immagine corporea in uomini e donne. Si occupa inoltre dei disturbi d'ansia e delle disfunzionalità delle relazioni di coppia e dei disturbi della sessualità.

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sabato, 31 ottobre 2009

Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinitĂ 

Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità  
Autori e curatori: Elisabetta Ruspini
Contributi: Marco Alberio, Monia Azzalini, Lorenzo Benadusi, Chiara Bertone, Federico Boni, Stefano Ciccone, Raffaella Ferrero Camoletto, Nicola Gasparini, Rossella Ghigi, Marco Inghilleri, Paolo Jedlowski, Barbara Mapelli, Stefania Operto, Marina Piazza
Collana: La società - Saggi
Argomenti: Sociologia dei processi culturali
Livello: Saggi, scenari, interventi
Dati: pp. 304,     in preparazione, 1a   (Cod.1420.1.106)
 
Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità


Pubblico i primi tre paragrafi del VI capitolo per farvi venire la curiosità di leggerlo.

Coito ergo sum.
La sessualità come terreno di conferma identitaria del maschile
di
Marco Inghilleri e Nicola Gasparini
 
 
 
1. Introduzione
 
Nel corso di questi ultimi anni, nel nostro lavoro di psicologi clinici abbiamo registrato un aumento considerevole della domanda di psicoterapia soprattutto da parte di persone di sesso maschile. Incremento a cui per altro è corrisposto un cambiamento delle problematiche riferite. Se generalmente a portare un uomo nello studio di uno psicoterapeuta − evento decisamente più raro, rispetto alla controparte femminile − era un qualche disagio molto specifico, di carattere quasi prettamente sessuale, come ad esempio la disfunzionalità della funzione erettile, il calo del desiderio, l’eiaculazione precoce e così via, ora si presentano invece uomini che il regista Almodovar non esiterebbe a definire sull’«orlo di una crisi di nervi». Le difficoltà che vengono portate allo psicoterapeuta, cioè, si manifestano sempre più come significativamente caratterizzate da temi molto ampi e generali, che investono l’identità nella globalità dei suoi processi di costruzione, e che mettono in risalto un profondo senso di inadeguatezza relativamente ai propri ruoli maschili e all’espressione della propria mascolinità.
Gli uomini che abbiamo incontrato nel corso di psicoterapie talvolta anche lunghe e difficili, sono stati uomini non solo giunti nel nostro studio perché preoccupati da una virilità messa in discussione nel rendimento delle loro performance sessuali, o dalla solitudine provata per l’incapacità di vivere relazioni affettive significative e stabili. Piuttosto, sono uomini che cercano sempre più di riattribuire senso e significato ad una mascolinità percepita come espulsa dal mondo; uomini che hanno tentato di riparare al disagio attraverso mille tentate soluzioni, mille auto-terapie, che risultando inefficaci si sono rivelate generative di un senso di maggior smarrimento e disorientamento.
C’è un film, Fight Club, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, che rappresenta abbastanza bene la condizione del maschio postmoderno, perso in un mondo senza storia[1], e imprigionato tra la routine impiegatizia, «l’arredomania» e le palestre. Il protagonista impersonato da Edward Norton, consulente di una grande assicurazione, è il prototipo dello yuppie frustrato dalla vita contemporanea. Insonne, ansioso, ipocondriaco, stordito dal jet lag, trova un'apparente calma solo frequentando gruppi d'ascolto. Egli rappresenta il maschio postmoderno che ha perso il suo ruolo di cacciatore-raccoglitore (inteso come scontro e incontro con la natura), come si dice espressamente in un monologo del film, e che, incapace di reinventare la propria mascolinità e riposizionarsi in sintonia ai cambiamenti sociali, dà luogo a vere e proprie condotte devianti e autodistruttive.
Tuttavia, questo film coglie solo alcune delle diverse modalità attraverso cui l’uomo esprime il proprio disagio rispetto a un mondo in cui il maschile non è più funzionale al mantenimento dell’ordine sociale. Dove il maschile è percepito come aggressivo, violento e va quindi controllato, espulso, addomesticato o rieducato, regressivamente, ai valori tradizionali per contrastare in qualche modo la spinta ad un cambiamento culturale antiautoritario di cui le donne sono sempre state inconsapevoli custodi (Bookchin 1982).
Altre forme di risposta al disadattamento maschile prevedono, ad esempio, la restaurazione di una cultura revanscista dell’ordine patriarcale. Come mette in evidenza Marco Deriu (2004), nel mondo occidentale sono nati movimenti di uomini che si pongono come obiettivo specifico quello di una ricostruzione o ridefinizione delle forme di maschilità e paternità in una prospettiva nostalgica. Quando queste soluzioni sono vissute come inadeguate o anacronistiche, perché troppo distanti dai costrutti attraverso cui un individuo si rappresenta pubblicamente e interiormente, si assiste spesso a un ripiegamento su se stessi, dove è il corpo questa volta, a raccontare disordine, disorientamento, paure, angosce e insicurezza (Faccio 2007). Gli esorcismi, in questo caso, passano attraverso il culto di un estetismo della virilità erculea ed eroica, o attraverso la modificazione espulsiva dei caratterisessuali secondari femminilizzandosi quanto più possibile, oppure nello sperimentare una sessualità compulsiva ed estrema, dove l’imperativo ad essere riconosciuti nell’esibizione erotizzata di sé, diventa anche un’attribuzione di identità, una certezza di esistere.
In questo nostro lavoro, dopo aver presentato una breve riflessione epistemologica, indicando la metodologia utilizzata, andremo ad illustrare la costruzione sociale della mascolinità per poi affrontare nello specifico una riflessione sul corpo e l’identità maschile. A tale scopo, a chiusura del capitolo, abbiano ritenuto utile utilizzare delle storie cliniche che potessero meglio narrare quanto da noi sostenuto.
 
2. Problemi teorici e scelte metodologiche
 
Lo studio di uno psicoterapeuta, oltre ad essere un mini laboratorio sociale, può essere considerato un piccolo osservatorio sul «disagio di una civiltà». Le psicologie cliniche e le psicoterapie, infatti, essendo orientate ad intervenire sulle manifestazioni del malessere umano, riescono a catturare, e a volte con largo anticipo, le diverse e più recenti configurazioni disfunzionali che caratterizzano il disadattamento e le difficoltà di uomini e donne in una data epoca storica, culturale e sociale (Cushman 1995; Inghilleri e Fasola 2005). Tuttavia, questa possibilità lascia anche spazio a non poche difficoltà di natura epistemologica e metodologica nell’organizzare una sistematizzazione dei dati ricavati nel lavoro clinico, sia nell'adattarsi ai parametri di osservabilità prescritti dalla scienza classica sia rispetto all'impossibilità di ridurre i complessi oggetti qualitativi entro confini che definiscono l'indagine sperimentale (Di Maria e Giannone 1998). La rigida e rassicurante semplicità della tradizione positivo-naturalistica è entrata in grave crisi negli ultimi trent’anni (Goodman 1978), producendo importanti riflessioni sui criteri di scientificità che essa prescriveva e generando al contempo diversi cambiamenti all’interno delle discipline psicologiche e nell’ambito delle psicoterapie (Salvini 1998). Ciò ha favorito all’interno della riflessione psicologica di questi ultimi anni, l'esigenza di valorizzare la dimensione teorico-costruttiva dell'attività conoscitiva rispetto alla sua dimensione osservativo-fattuale. Ogni atto conoscitivo allora, è un atto teorico che si muove all'interno di un sistema di assunti non empirico-fattuali, bensì simbolico-concettuali (Goodman 1978).
Porre il problema del significato come centrale per la ricerca e l’analisi psicologica, così come per la ricerca storica, sociologica e antropologica (Geertz 1973; Rosaldo 1984), significa privilegiare lo studio del linguaggio, del discorso, dell’argomentazione, delle narrazioni come fonti di sviluppo e costruzione di significati condivisi.
Coerentemente con il modello costruttivo-interazionista da noi assunto, proprio dalle narrazioni dei nostri pazienti abbiamo organizzato il materiale del prossimi paragrafi, presentando il più classico dei metodi di ricerca della psicologia clinica: lo studio dei casi (Davidson-Neale1974). Abbiamo utilizzato, con le persone venute in psicoterapia da noi, strumenti di indagine assimilabili a una tradizione di tipo fenomenologico[2], come l’autobiografia, i colloqui clinici, le autocaratterizzazioni, le griglie di repertorio, al fine di cogliere il più possibile la natura mormorante a sé stessa delle loro narrazioni, piuttosto che invitarli a rispondere alle nostre domande o a scivolare nella tentazione di incasellarli in categorie diagnostiche professionali. Senza entrare troppo nei dettagli, diamo una breve descrizione degli strumenti da noi utilizzati.
a) Autobiografia e narrazione: con il termine autobiografia si è inteso un account retrospettivo e individuale formulato in un dato momento della propria vita (De Waele-Harré 1979). Per Bruner (1983), l’autobiografia risulta essere lo strumento privilegiato per lo studio del Sé: i resoconti autobiografici sono espressione della funzione ermeneutica del pensiero narrativo applicata al mondo interiore. In più non riportano solo la storia di un Sé che continuamente si modifica e si ricostruisce, ma permettono di osservare quanto di culturale ci sia in tale ricostruzione, ovvero come il raccontare se stessi avvenga in relazione alla propria cultura di riferimento[3].
b)Autocaratterizzazione:proposto all’interno della psicologia dei Costrutti Personali da Kelly (1955) come strumento di indagine privilegiata del sistema di costrutti di una persona; indaga i significati e i criteri con cui una persona struttura e dà forma al suo mondo. Una classica consegna è la seguente: «Vorrei che Lei si descrivesse brevemente, in generale. Scriva questo breve bozzetto come potrebbe scriverlo un amico che fosse molto benevolo con Lei e che la conoscesse molto intimamente, forse meglio di chiunque l’abbia realmente conosciuta. Si ricordi di scriverlo in terza persona; per esempio cominci pure dicendo tizio è… o conosco tizio….»[4].
c)Griglie di repertorio:lo strumento delle griglie di repertorio (Kelly 1955) ha la finalità di far emergere la rete di costrutti personali dell’individuo e di analizzarne la struttura e le relazioni con diversi ruoli significativi per lui[5] consentendo al clinico di calcolare correlazioni e significatività statistiche sui dati emersi (Gasparini 1994).
d) Colloquio clinico:in termini generali, possiamo definire il colloquio clinico come una tecnica di osservazione e di studio del comportamento umano orientato essenzialmente alla raccolta di informazioni, le cui funzioni possono tuttavia variare sulla base degli obiettivi che il clinico ha concordato con l’interlocutore e sulla base del modello teorico assunto[6]. Secondo il modello costruttivo-interazionista, il colloquio clinico implica, da parte dello psicologo, innanzitutto la capacità di assunzione del ruolo altrui. È questa la capacità che ci permette di sussumere e dare un senso alle parole e alle azioni dell’altro, di ricostruirne le intenzioni ed il significato. In tale modello, il primo obiettivo da raggiungere è quello di imparare a parlare il linguaggio e adottare la retorica utilizzata dal proprio interlocutore, ricostruirne gli schemi cognitivi, i sistemi di regole e di significati inerenti ai ruoli psicologici disadattanti entro cui è imprigionato.
 
 
3. La costruzione sociale della mascolinità contemporanea: sociogenesi di un disagio
 
La dimensione storica e culturale che sovrasta e costruisce l’identità maschile, le sue rappresentazioni, i ruoli ed i correlati psicologici, è soggetta a mutamenti molto più lenti di quelli sociali, che invece obbediscono alle accelerazioni ed ai più rapidi cambiamenti politico-economici, tecnico-scientifici e di costume. Questa diversa velocità di cambiamento mette a disposizione degli uomini un materiale semantico spesso incoerente e contraddittorio a cui attingere nella produzione dei propri costrutti biografici, dando così luogo a processi di costruzione identitaria conflittuali e fragili.
Se per le donne favorire e promuovere la spinta emancipativa e sociale, riconfigurando i significati attribuiti alla femminilità, ha implicato un percorso di liberazione e di riscoperta dei valori antiautoritari (Bookchin, 1982), al contrario per gli uomini questo ha comportato una perdita della visione patricentrica, autoritaria, e dei suoi modelli. La storia del maschile e dei suoi significati è infatti legata a quella del dominio e della gerarchia, tanto da coagularsi in una simbologia dove costrutti relativi al potere e mascolinità spesso si confondono. Gli uomini diventano i guardiani della comunità non in base ad un’usurpazione, ma perché meglio forniti di quella forza fisica e muscolare idonea a difendere la propria comunità da pericoli naturali, così come da predoni ostili (Bookchin, 1989). Infatti, non solo la caccia, ma anche la difesa e più tardi la guerra entrano a far parte delle attribuzioni maschili nella divisione sessuale del lavoro. Il maschio, nelle comunità dedite alla caccia, è uno specialista della violenza rispetto alla donna. Fin dai primissimi giorni dell’infanzia, egli si identifica con aree di significato attribuite al maschile, quali il coraggio, la forza, l’autoaffermazione, la decisione e l’atletismo; tutti costrutti sovraordinati e necessari al benessere della comunità. La comunità, a sua volta premierà il maschio per questi atteggiamenti, concorrendo così a promuoverli e a validarli. Similmente, la femmina è una specialista nell’allevare i bambini e nel raccogliere il cibo. Le sue responsabilità si focalizzano sull’educazione e sul sostentamento. Sin dall’infanzia apprenderà ad identificarsi in aree di significato attribuite al femminile,come il prendersi cura degli altri, la tenerezza e le verranno insegnate occupazioni relativamente sedentarie.
La riflessione degli esseri umani non ha che potuto dirigersi su quanto era loro dato di osservare più da vicino, cioè il corpo e l’ambiente in cui il corpo è immerso. Il corpo umano, luogo di osservazioni costanti, presenta un tratto notevole: la differenza sessuale e il differente ruolo dei sessi nella riproduzione. Su questo aspetto si fonda un’opposizione concettuale essenziale: quella che oppone l’identico al differente, uno di quei themata arcaici che si ritrovano in tutto il pensiero scientifico, antico e moderno, e in tutti i sistemi di rappresentazione. Le categorie di genere, le rappresentazioni della persona sessuata, la ripartizione dei compiti che conosciamo nelle società occidentali, non sono fenomeni a valore universale generati da una natura biologica comune, bensì costruzioni culturali. Infatti, con uno stesso alfabeto simbolico, ancorato a questa natura biologica comune, ogni società elabora frasi culturali particolari e che le sono proprie (Héritier 1996).
Non vi è una ragione intrinseca per cui una comunità patricentrica, solo perché ha un orientamento maschile, debba essere gerarchica, o debba ridurre le donne in posizione sottomessa. Senza il sostegno della complementarietà dei due generi la comunità si disintegrerebbe. Nel trasferire i nostri atteggiamenti e significati sulle società preletterate, non riusciamo spesso a renderci conto di quanto lontana sia una comunità arcaica da una moderna società politica. Finché la crescente sfera civile rimane un’estensione pragmatica del ruolo maschile nella divisione del lavoro, è solo questo e niente altro. Anche quando la sfera civile si espanderà, essa sarà ancora radicata nella vita domestica ed a questa intimamente interconnessa. Da qui il potere sacrale, orizzontale anziché verticistico, che circonda la donna nelle società primordiali. Solo quando la vita sociale viene sottoposta ad una differenziazione gerarchica ed emerge come spazio separato che va organizzato in proprio, troviamo conflitto tra sfera domestica e civile; un conflitto che introduce la gerarchia anche nella vita domestica e che sfocia non solo nella sottomissione della donna, ma anche nella sua squalifica. Allora, quegli aspetti più propriamente femminili, che la società arcaica valuta come un bene prezioso per la sopravvivenza, vengono degradati a tratti della subordinazione sociale. La capacità femminile di prendersi cura degli altri viene degradata a rinunzia, la sua tenerezza a obbedienza. Anche gli aspetti maschili propri all’uomo subiscono una trasformazione. Il suo coraggio diventa aggressività, la sua forza viene usata per dominare, la sua autoaffermazione si trasforma in egoismo, la sua determinazione in ragione repressiva, il suo atletismo è sempre più diretto alle arti della guerra e del saccheggio(Bookchin 1982).
È all’interno di una tale arcaica narrazione che il maschile va ad attingere le matrici generative di significato con cui continua a costruire storicamente la propria identità tradizionale. Identità che ancora gode di ottima salute all’interno delle società occidentali, in quanto estremamente funzionale all’assolvimento delle richieste sempre più competitive dei mercati globalizzati e al mantenimento dei principi di autorità e gerarchici di cui il nostro mondo ancora ha bisogno per legittimare il suo ordine.
Se per un verso le società occidentali favoriscono il permanere di modelli maschili tradizionali, d’altro canto ne prescrivono contemporaneamente la sua decostruzione innestando un vero e proprio gioco perverso di comunicazioni paradossali, di doppi legami e incongruenze, che rende vittime entrambi i generi, messi nella condizione di imprigionarsi l’uno con l’altro, in un muto vincolo di controllo reciproco e eteroregolazione.
Se favorisce la spinta emancipativa delle donne, la società lo fa in funzione di porre una sorta di contenimento agli aspetti della mascolinità che desidera espellere dalle proprie entità istituzionali. Limita così ciò che essa stessa concorre a creare e che a sua volta utilizza per disinnescare le istanze libertarie presenti nella critica radicale all’ordine e all’autorità patriarcale, che la liberazione femminile porta in dote. Tutto questo avviene attraverso un’astrazione dei modelli di mascolinità e femminilità che diventano in tal modo copioni di ruolo funzionali al mantenimento dell’ordine costituito, anziché mansionari legati semplicemente al genere di appartenenza. Il risultato è il paradossale invito che chiede agli uomini di rendersi più simili al genere femminilee alle donne di rendersi più simili al maschile, ricercando un’androginia psicologica funzionale al consumo delle merci e ai ritmi produttivi delle medesime.
E’ nelle prime fasi della rivoluzione industriale che compaiono in modo evidente tali richieste contraddittorie. Le mutazioni del luogo di lavoro, dalla fattoria rurale o dalla corporazione medievale alla fabbrica urbanizzata e industrializzata e all’ufficio, favorirono il processo di secolarizzazione che pose in maniera sempre più irrinunciabile le richieste di emancipazione da parte del femminile, generando di fatto nella controparte maschile la necessità, non solo psicologica, di riassegnare legittimazione all’autorità del proprio ruolo. La messa in discussione del modello patriarcale, che finora aveva governato e dato significato alle relazioni fra generi nei processi di costruzione e mantenimento di realtà consensuali, obbligava uomini e donne a rinegoziare quelle regole sociali che avevano costituito le certezze del mondo da loro finora abitato. Pertanto, il controllo sociale si preoccupò di riequilibrare e di ridefinire le tendenze che si ponevano come potenzialmente devianti dal corso di norme implicite o esplicite prescritte dal momento storico. Non è forse un caso, che uno dei luoghi in cui inizia a funzionare una forma di controllo sociale, diventa lo studio dello psicoanalista (Dal Lago 2000). È qui che il neo-sacerdote della modernità celebra il rito di una religione laica che se da un lato ha contribuito al processo di secolarizzazione sociale, dall’altra parte si è proposta come liturgia della cura del medesimo. La psicoanalisi in qualche modo ripropone così una consacrazione dell’autorità dell’ordine patriarcale, non più attraverso un discorso teologico, bensì attraverso un discorso scientifico atto a patologizzare ogni esigenza di liberazione sessuale femminile, stigmatizzandola come isteria o ninfomania. Parimenti, interviene anche sul disagio del maschile, minacciato e messo in discussione nei suoi poteri dai movimenti nascenti di emancipazione femminile, assegnandogli una certa e riconoscibile collocazione diagnostica che trovava forma ed etichetta nella perversione sessuale e nel comportamento criminale violento (Cushman 1995; Inghilleri e Fasola 2005).
È singolare notare come storicamente è proprio adesso che si inizia a fare attenzione al tema delle perversioni sessuali ed a come esse vengano sin da subito configurate tutte al maschile. La psicoanalisi, non solo garantisce la guarigione da queste forme di disagio manifestate attraverso una sessualità atipica o non ordinaria, ma si pone anche come esorcismo collettivo, rassicurando quel potere maschile, rappresentato simbolicamente dal fallo, messo in discussione da quelle forze liberatorie da sempre appartenute al pensiero occidentale (Vercellone 2003).
Il conflitto sociale, esterno, viene in tal modo risignificato attraverso uno spostamento all’interno delle persone sotto forma di conflitti inconsci, espressi attraverso un linguaggio metaforico che li depoliticizza, attraverso una retorica esplicativa di tipo causale, che rimanda ad angosce di castrazione, evirazioni edipiche e invidie del pene… Tutto purché il fallo venga salvaguardato come significante del dominio e del potere, ripristinando lo status quo ante.
 


[1] «Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita.», recita una battuta del film.
[2] Il lavoro di Segre (2001) Fenomenologia e Interazionismo simbolico, presenta uno studio sulle continuità concettuali delle due teorie.
[3] Un resoconto autobiografico consiste nell’incarico che si assume il narratore di descrivere nel presente il corso degli avvenimenti di un protagonista nel passato. Narratore e protagonista sono la stessa persona. L’autobiografia, dunque, è uno sforzo interpretativo da parte di un soggetto mosso dalla necessità di dare un senso a ciò che è accaduto per trovare e costruire la propria identità e, come tale, essa trasforma la vita in un testo, per quanto implicito o esplicito questo possa essere.
[4] Kelly (1955) propose precisi criteri di lettura degli elaborati, ai quali si rimanda in bibliografia, sottolineando come il rigore dell’analisi necessiti l’esplicitazione di tali criteri rendendo così confrontabili le modalità e i processi di interpretazione.
[5] La grigia di repertorio deve il suo nome alla sua struttura. Al soggetto viene chiesto di compilare una matrice che riporta in colonna una serie di elementi (attraverso i quali dovrà elicitare i propri costrutti) e in riga i costrutti identificati. Successivamente verrà chiamato ad assegnare un valore numerico per ciascun elemento, a seconda che questo sia vissuto come più vicino al costrutto elicitato o al suo polo di contrasto.
 
[6] Si può avvalere nell’eventualità dell’uso di domande, che possono essere domande aperte, chiuse, interlocutorie, indirette, riflessive, ecc... (Lang 2003) e può essere strutturato, semi-strutturato o libero. Le informazioni vengono ricavate da tre fonti principali: dal contenuto, cioè quello che si dice durante il colloquio; dal contesto e dal metacontesto, cioè la valutazione del comportamento non può prescindere dalla valutazione della situazione e dal ruolo assunto dagli interlocutori; dalle espressioni non verbali e dalla metacomunicazione.
lunedì, 12 ottobre 2009

CICLO DI SEMINARI “GENERI, GENERAZIONI E ISTITUZIONI DELLA VITA QUOTIDIANA” (2009/2010)

 
Facoltà di Sociologia
Via Bicocca degli Arcimboldi 8

CICLO DI SEMINARI “GENERI, GENERAZIONI E ISTITUZIONI
DELLA VITA QUOTIDIANA” (2009/2010)



*
Laura Arosio
Ti sposo per sempre (o almeno per un po’)
giovedì 29 ottobre 2009
aula U6-27, ore 16.30-19.00
*
Marco Inghilleri
La psicologia nella vita quotidiana
martedì 3 novembre 2009
aula U6-27, ore 13.30-16.00
*
Alessandro Rosina
Aiutare i giovani italiani a farsi cittadini adulti
giovedì 12 novembre 2009
aula U6-27, ore 16.30-19.00
*
Marco Alberio
Non solo donna. Le rappresentazioni del corpo maschile nei media
martedì 17 novembre 2009
aula U6-27, ore 13.30-16.00
*
Martine Gross
L'homoparentalité: état des lieux
martedì 24 novembre 2009
aula Pagani, ore 14.30-17.00



I seminari sono organizzati all’interno del corso
Generi, generazioni e istituzioni della vita quotidiana
prof.ssa Elisabetta Ruspini
Laurea magistrale in Sociologia

Ciclo di Seminari Generi generazioni e istituzioni della vita quotidiana 2009-2010
lunedì, 30 marzo 2009

I cambiamenti del maschile

Nel corso di questi ultimi anni, nel nostro lavoro di psicologi clinici abbiamo registrato un aumento considerevole della domanda di psicoterapia soprattutto da parte di persone di sesso maschile. Incremento a cui per altro è corrisposto persino un cambiamento delle problematiche riferite. Se generalmente a portare un uomo nello studio di uno psicoterapeuta, - evento molto raro, rispetto alla controparte femminile - era un qualche disagio molto specifico, di carattere quasi prettamente sessuale, come ad esempio la disfunzionalità della funzione erettile, il calo del desiderio, l’eiaculazione precoce e così via, ora si presentano invece uomini che il regista Almodovar non esiterebbe a definire sull’orlo di una crisi di nervi. Le difficoltà che vengono portate allo psicoterapeuta, cioè, si manifestano sempre più come significativamente caratterizzate da temi molto ampi e generali, che investono l’identità nella globalità dei suoi processi di costruzione, e che mettono in risalto un profondo senso di inadeguatezza relativamente ai propri ruoli maschili e all’espressione della propria mascolinità.
Gli uomini che abbiamo incontrato nel corso di psicoterapie talvolta anche lunghe e difficili, sono stati uomini non solo giunti nel nostro studio perché preoccupati da una virilità messa in discussione nel rendimento delle loro performance sessuali, o dalla solitudine provata per l’incapacità di vivere relazioni affettive significative e stabili. Piuttosto, sono stati uomini che cercavano sempre più di riattribuire senso e significato ad una mascolinità percepita come espulsa dal mondo, castrata, negata, che avevano tentato di riparare attraverso mille tentate soluzioni, mille auto-terapie, che risultando inefficaci avevano generato un senso di maggior smarrimento e disorientamento.
C’è un film, Fight Club, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, che rappresenta abbastanza bene la condizione del maschio postmoderno, perso in un mondo senza storia («Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita.», recita una battuta del film), imprigionato tra la routine impiegatizia, «l’arredomania» e le palestre. Il protagonista impersonato da Edward Norton, consulente di una grande assicurazione, è il prototipo dello yuppie frustrato dalla vita contemporanea. Insonne, ansioso, ipocondriaco, stordito dal Jet lag, trova un'apparente calma solo frequentando gruppi d'ascolto. Egli rappresenta il maschio postmoderno che ha perso il suo ruolo di cacciatore-raccoglitore (inteso come scontro e incontro con la natura), come si dice espressamente in un monologo del film, e che incapace di reinventare la propria mascolinità e riposizionarsi in sintonia ai cambiamenti sociali, dà luogo a vere e proprie condotte devianti e autodistruttive.
Tuttavia, il film coglie solo alcune delle modalità attraverso cui l’uomo esprime il proprio disagio rispetto a un mondo dove il maschile non è più funzionale al mantenimento dell’ordine sociale. Dove il maschile è percepito come aggressivo, violento e va quindi controllato, espulso, addomesticato o rieducato, regressivamente, ai valori tradizionali per contrastare la spinta ad un cambiamento culturale antiautoritario di cui le donne sono sempre state inconsapevoli custodi (Bookchin, 1982). Le altre forme di risposta al disadattamento maschile prevedono, infatti, la restaurazione di una cultura maschile revanscista dell’ordine patriarcale. Come mette in evidenza Marco Deriu (2004), nel mondo occidentale sono nati movimenti di uomini che si pongono come obiettivo specifico quello di una ricostruzione o ridefinizione delle forme di maschilità e paternità in una prospettiva nostalgica. Quando queste soluzioni sono vissute come inadeguate, perché troppo distanti dai costrutti attraverso cui un individuo si rappresenta pubblicamente e interiormente, o semplicemente perché considerate ridicole e anacronistiche, si ha un ripiegamento su se stessi, dove è il corpo questa volta, a raccontare disordine, disorientamento, paure, angosce e insicurezza (Faccio, 2007). Gli esorcismi, in questo caso, passano attraverso il culto di un estetismo della virilità erculea ed eroica, o attraverso la modificazione espulsiva dei caratteri sessuali secondari femminilizzandosi quanto più possibile, oppure nello sperimentare una sessualità compulsiva ed estrema, dove l’imperativo ad essere riconosciuti nell’esibizione erotizzata di sé, diventa anche un’attribuzione di identità, una certezza di esistere.

postato da: Inghilleri alle ore 12:14 | link | commenti
categorie: societĂ , genere, psicoterapia
sabato, 17 gennaio 2009

A.I.S.I.A. (Associazione Italiana Sindrome da InsensibilitĂ  agli Androgeni)

Un gentilissimo Utente Anonimo ha postato il link dell'A.I.S.I.A. (Associazione Italiana Sindrome da Insensibilità agli Androgeni) .

http://www.sindromedimorris.org/

Ho cancellato la sua segnalazione in quanto anonima, in coerenza con quanto scritto in un mio precedente post. Tutti gli interventi, lo ricordo ancora una volta, sono i benvenuti purché firmati con il proprio nome e cognome.

Considerata l'utilità dell'informazione che ha voluto fornire ho pensato di darne una maggiore visibilità.

 

Il 4 ottobre 2006 è nata AISIA

A.I.S.I.A. (Associazione Italiana Sindrome da Insensibilità agli Androgeni) 

A.I.S.I.A. potrà rappresentare gli associati, presentare progetti per ottenere fondi, collaborare con altre Associazioni, partecipare a Convegni ed altre iniziative.

Obiettivi di A.I.S.I.A.:

a) Fornire supporto alle persone interessate dall’AIS (Androgen Insensitivity Syndrome), [nota in Italia anche con i nomi: “Sindrome da Insensibilità agli androgeni” o “Sindrome di Morris”]; garantire il rispetto delle persone e tutelarne l’immagine e l’inserimento nella società;

b) Favorire l’incontro e l’aiuto reciproco sia per le donne interessate, sia per i loro familiari;

c) Aumentare le informazioni disponibili sull’AIS e contribuire alla loro diffusione;

d) Incoraggiare i medici, i genitori, la società ad una maggiore apertura verso i problemi legati ai disordini nella differenziazione sessuale;

e) Migliorare l’informazione e il trattamento medico e chirurgico;

f) Sostenere un approccio globale ai problemi da parte del personale sanitario;

g) Stabilire e mantenere contatti con altre associazioni che si occupano dell’AIS in Italia e all’estero;

h) Collaborare con Associazioni che, in Italia o all’estero, hanno fra gli obiettivi il supporto alle persone con disordini nella differenziazione sessuale (DSD) e alle loro famiglie.

 

postato da: Inghilleri alle ore 14:46 | link | commenti
categorie: societĂ , genere
venerdì, 26 dicembre 2008

Intervista per What's up

ERMAFRODITI: CHI SONO?

Non si sa quanti casi esistano nel mondo perché non sono mai stati classificati, nemmeno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si nascondono nella società, semplicemente perché sono irriconoscibili: non esistono segni distintivi evidenti che li segnalino all’occhio di un osservatore comune. Di chi stiamo parlando? Degli Ermafroditi, esseri umani nati con “entrambi i sessi” …

 

servizio di Edyth Cristofaro

 

Ci siamo rivolti all’Organizzazione Mondiale della Sanità per cercare di far luce su questo argomento spinoso e controverso di cui tanto spesso si è sentito parlare, anche con toni sensazionalistici, ma di cui poi nessuno fattivamente sa niente di preciso, a parte gli addetti ai lavori (medici, psicologi e sociologici). La risposta è stata davvero sorprendente: non esiste un elenco ripartito per questo genere di anomalia genetica che colpisce gli organi della sessualità. E questo perché l’ “ermafroditismo completo” è assai raro.

Si tratta di una anomala condizione fisica per cui un essere umano nasce dotato di caratteri sessuali sia maschili che femminili, e cioè con la simultanea presenza di tessuti gonadici, come ovaie e testicoli, nella stessa persona. Non è un problema che riguarda solo l’aspetto fisico esteriore, quindi, ma colpisce sia i genitali esterni che quelli interni e si manifesta in primo luogo a livello cromosomico, ormonale e, infine, morfologico.

Non siamo riusciti neanche a scovare - sempre che esista - un’associazione che in qualche modo li raggruppasse, perché la tendenza medica è quella di rendere queste persone alla normalità anatomica il prima possibile, tanto che, di preferenza, entro i primi anni di vita, si esegue un intervento chirurgico per l’assegnazione del sesso, prendendo in considerazione le analisi genetiche ed ormonali, i caratteri comportamentali, estetici e psichici della persona.

Recentemente, in Colombia, la Corte Costituzionale, nel caso di un bambino di 5 anni affetto da ermafroditismo, ha stabilito che sarà lui stesso a scegliere autonomamente il proprio sesso, perché la volontà del soggetto ha assoluta priorità, anche rispetto alla volontà dei genitori che lo hanno cresciuto come un maschio e avrebbero voluto farlo operare per eliminare gli organi genitali femminili.

Diversi da questo i cosiddetti stati di “pseudoermafroditismo” maschile e femminile, condizioni un po’ più frequenti, in cui lo sviluppo degli organi genitali esterni è ad un livello intermedio fra maschio e femmina o in cui per un difetto cromosomico un corpo geneticamente maschile è insensibile agli ormoni maschili e si sviluppa come una femmina (Sindrome di Morris), oppure la sindrome adreno-genitale per cui si ha una virilizzazione del corpo femminile.

Il caos sull’argomento regna sovrano, soprattutto nell’immaginario collettivo della gente comune che tende spesso a fare confusione tra ermafroditi, transessuali e trans gender. A fare chiarezza interviene su What’s Up il Dott. Marco Inghilleri, psicologo- psicoterapeuta che si occupa di transessualità ed intersessualità, che tiene subito a precisare la “transessualità indica uno stato di transizione da uno dei poli sessuali all’altro, modificando anche fisicamente il proprio corpo; mentre il transgenderismo indica una persona interessata ad acquisire alcuni o molti caratteri fisici del sesso opposto senza necessariamente mettere in discussione la propria genitalità biologica”. Insieme al suo contributo, sul versante prettamente scientifico discutiamo con Prof. Paolo Vezzoni, ricercatore e genetista dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del Cnr di Milano.

 

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 “Nell’uomo è un problema medico-scientifico perché lo sviluppo dei genitali sia interni che esterni è alterato. È fondamentale anche l’aiuto dello psicologo”.

 

PROF. PAOLO VEZZONI*(GENETISTA)…WHAT’S UP?

 

di Edyth Cristofaro

 

Dal punto di vista genetico come è possibile un’anomalia come l’ermafroditismo?

Negli animali inferiori si intende per ermafrodita un organismo che è in grado di produrre sia gameti femminili che maschili perfettamente funzionali. Negli animali superiori, ed in particolare nell’uomo, una situazione del genere non esiste. Nell’uomo, per ermafrodita “vero”, si intende un organismo che ha in se stesso sia tessuti di tipo ovarico che testicolare (gonadi), con altre alterazioni degli organi genitali che generalmente lo rendono sterile. In molti casi, la prima manifestazione di un disturbo di questo genere è che i genitali esterni alla nascita sono ambigui, con forme per così dire intermedie o non completamente sviluppate. Quindi nell’uomo l’ermafroditismo “vero” è un problema in quanto lo sviluppo dei genitali sia interni che esterni è alterato.

 

La tendenza comune è di confonderlo con altri stati intersessuali, perché?

La parola ermafroditismo evoca stranezze e miti dell’epoca greca e probabilmente non solo greca, ma dal punto di vista pratico e medico è solo un problema difficile da risolvere. Nel feto normale, i genitali si sviluppano sempre dalla stessa regione e possono essere indirizzati o in senso maschile o in senso femminile per formare o un testicolo o una gonade, che a loro volta poi determineranno altri caratteri sessuali.

 

 

Da cosa dipende questa diversificazione?

Dall’assetto cromosomico, in quanto è la presenza di un cromosoma Y a provocare la formazione di testicoli. Se questo non funziona bene o se è assente in alcune cellule (mosaicismo) si possono sviluppare gonadi di entrambi i tipi. Di fatto il termine “ermafroditismo” viene usato spesso come sinonimo di persone che hanno caratteristiche di entrambi i sessi, ma in questo senso l’uso è improprio.

 

Quando è effettivamente possibile diagnosticarlo?

In molti casi è possibile dire prima della nascita se lo sviluppo dei genitali è normale. Si possono combinare analisi genetiche a esami come l’ecografia. Cosa sia successo esattamente non è sempre facile da predire prima della nascita. Spesso la diagnosi prenatale viene fatta su famiglie in cui qualche problema del genere si è già manifestato.

 

Gli stati intersessuali hanno diverse categorizzazioni: quali?

Gli “stati intersessuali” o “disordini della differenziazione sessuale” sono quelli in cui lo sviluppo sessuale è anatomicamente e fisiologicamente alterato. Molti di questi non hanno nulla a che fare con l’ermafroditismo “vero”. Le sindromi più conosciute sono quelle di Turner e di Klinefelter in cui le gonadi sono anormali, ma sempre di uno stesso genere. L’ermafroditismo “vero” dipende in genere da anomalie cromosomiche che vanno sotto il nome di mosaicismo. Le altre anomalie vengono invece raggruppate sotto la dizione di “pseudoermafroditismo”.

 

Che cos’è l’ermafroditismo “falso”?

Lo “pseudoermafroditismo” riguarda quelle persone in cui sono presenti tratti sessuali secondari che non sono in accordo con il sesso gonadico: tratti maschili in un individuo con ovaie o tratti femminili in un individuo con testicoli. In questi casi, il tessuto delle gonadi è solo di un tipo, pertanto, in base alla definizione iniziale, non si può parlare di ermafroditismo “vero”.

 

Secondo Lei, qual è l’atteggiamento “giusto” da tenere nei confronti di un’anomalia importante come questa?

Le decisioni da prendere in questi casi sono senza dubbio difficili. Oggi tuttavia si è raggiunto un consensus sulle linee generali da seguire. Quasi sempre il bambino affetto da un disordine di questo genere non potrà essere curato completamente e la sterilità è quasi sempre la norma, ma in alcuni casi un soddisfacente equilibrio nella sfera sessuale può essere raggiunto e questo deve essere l’obiettivo che il pediatra si deve porre. Il medico dovrà illustrare ai genitori la situazione specifica e le opzioni che possono essere prese. L’intervento dello psicologo sarà fondamentale affinché i genitori possano condividere le scelte da fare: l’identità sessuale ha un ruolo fondamentale nella vita di relazione.

Ricordando che la diagnosi esatta e le decisioni da prendere devono essere il più possibile precoci, sia per eventuali interventi chirurgici che per una definitiva assegnazione al “genere” maschile o femminile (non oltre i primi due anni di vita), in parecchi casi di pseudoermafroditismo la diagnosi avviene solo in età puberale e in questo caso è consigliabile che l’individuo partecipi alla decisione.

 

Perché secondo lei, una Istituzione come l’OMS, non possiede alcun dato relativo all’ermafroditismo, né esperti del settore?

Non ne ho idea, anzi, non so neanche se è vero…

 

 

*Genetista- ricercatore presso l’Istituto

 di Tecnologie Biomediche del CNR di Milano

 

 

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 Gli ermafroditi non necessariamente sentono il bisogno di intraprendere un percorso psicologico, in quanto alla nascita già ‘curati’ medicalmente. Non esiste nulla che li distingua dagli altri”.

 

DOTT. MARCO INGHILLERI (PSICOLOGO)* …WHAT’S UP?

 

di Edyth Cristofaro

 

La gente comune che cosa ne sa veramente di ermafroditismo? Perché se ne parla poco e male, spesso con toni sensazionalistici?

Le persone sanno ben poco di queste condizioni e persino tra “gli addetti ai lavori” non c’è particolare chiarezza. Ogni diversità tende ad essere stigmatizzata e l’ermafroditismo, con l’ambiguità che porta necessariamente con sé, turba profondamente il senso comune, semplicemente perché propone un ibrido.

La violazione di una norma, di una regola, di una legge è ciò che l’ermafroditismo afferma: l’infrazione di un tabù culturale più che naturale. Pertanto, suppongo che se ne parli poco sia perché è qualcosa di molto raro, sia perché ritengo che ogni possibile discorso risente di una sorta di ipoteca culturale che lo influenza.

 

Dalla sua esperienza, quale sarebbe l’atteggiamento “giusto” da tenere nei confronti di un’anomalia importante come questa?

Ci tengo a ribadire che essendo una condizione assai rara, difficilmente avremo modo incontrare nella nostra vita una persona che ha dovuto fare i conti con questa condizione. Potrei dire molto in generale che la biodiversità è una ricchezza e una società che non riesce a integrarla in se stessa, espellendola come un’anomalia o peggio tentando molto barbaramente di correggerla, è destinata a dissolversi, a estinguersi, a diventare arida.

 

Le è mai capitato di incontrare una persona affetta da questo tipo di anomalia?

Mi occupo più di problematiche legate alla transessualità che è una condizione ben diversa dall’ermafroditismo che nell'essere umano è descritto come una rara disgenesia gonadica. Più frequenti, ma anch’essi abbastanza rari, sono gli pseudoermafroditismi, maschile e femminile, nonché le alterazioni collegate al sistema endocrino, che possono dar luogo ad una insensibilità agli ormoni maschili, come nella sindrome di Morris. Mi è capitato talvolta di incontrare queste ultime situazioni.

 

Anomalie come questa che tipo di incidenza hanno sul sistema di vita delle persone che ne sono affette e sulla società che le circonda?

Dipende dal genere di atteggiamento che i genitori assumono nei confronti di un figlio/a che li obbliga a confrontarsi con una simile situazione. Solitamente si assiste a una messa in crisi della propria capacità di procreazione. Il problema non è l’avere un’anomalia della differenziazione sessuale. Non è della persona, ma diventa tale nella misura in cui il mondo gli fa pesare l’esistenza di una qualche presunta imperfezione. Questo, comunque, non è monopolio esclusivo dell’ermafroditismo, bensì appartiene come possibilità a tutte le nascite “imperfette”, costituendosi come un lutto della coppia di genitori, cioè la morte simbolica del figlio idealizzato.

 

Che tipo di persone sono coloro che ne sono affette? Esistono delle caratteristiche comportamentali che differenziano queste persone dalle altre?

L’ermafroditismo è una situazione molto rara, tanto da non avere una grande incidenza statistica. I diretti interessati non necessariamente sentono il bisogno di intraprendere un percorso psicologico e psicoterapeutico, in quanto alla nascita la loro condizione è già stata affrontata medicalmente, con l’obiettivo di mettere la persona nella condizione di vivere una sessualità e un’esistenza soddisfacente che consenta alla persona uno sviluppo idoneo a garantire la massima congruità con la norma. Posso garantirle che non esiste nulla che distingua queste persone dagli altri.

 

Raramente si ha spermatogenesi o ovulazione negli ermafroditi, che sono quindi quasi sempre sterili. Ciononostante si dice possano condurre una vita pressoché normale. Quale è questa cosiddetta “normalità” di cui si parla?

Freud indicava la normalità come quello stato in cui una persona può amare e lavorare. Personalmente ritengo che la normalità sia la patologia di cui sono affetti i normopatici… Scherzi a parte, se la realtà è una costruzione sociale, come sostengono le psicologie postmoderne, allora per normalità si deve intendere il grado di accordo che il nostro punto di vista ha con quello della società e della cultura a cui apparteniamo, un sinonimo di conformismo, in sostanza. L’anomalia, ciò che incontra l’attenzione clinica, è solo la violazione di una norma prescrittiva. Io non utilizzerei il costrutto di normalità e patologia, almeno in riferimento al comportamento umano.

 

Nel mondo non sembra esistere un'Associazione che raccoglie o tutela gli ermafroditi. In un periodo storico in cui tutti, in un modo o nell'altro, si associano, come se lo spiega?

Molto semplicemente col fatto che sono troppo pochi per fare gruppo…

 

*Psicologo- psicoterapeuta, Presidente dell’Associazione Italiana

di Psicologia e Sociologia Interattivo- Costruttivista

  ( da http://www.portup.net/content/view/3280/103/)

postato da: Inghilleri alle ore 11:14 | link | commenti
categorie: societĂ , genere, psicoterapia, psicologia clinica
sabato, 30 agosto 2008

Le rappresentazioni di sé nella persona transessuale

Alessandro Salvini (intervento al convegno Transessualità e nuovi diritti, Padova)

Introduzione

Inizierò ricorrendo ad una frase di Goffman, sociologo che riassume in poche parole il tema dell'intervento: "La posta in gioco è il successo nella rappresentazione di sé stessi..."
Considero la rappresentazione di sé come costrutto emotivo, cognitivo e relazionale su cui ruota il sentimento di valore e la risposta alla domanda "Chi sono io?" che è particolarmente viva nel transessuale come in tutti coloro che per diversi motivi si trovano con un'identità precaria.
La costruzione, il mantenimento, ma soprattutto la dimostrazione esterna di una identità diversa da quella a cui al transessuale non è stato di nascere, crea non pochi disagi a queste persone.
Disagi che portano l'individuo a chiedere consulenza psicologica o terapia che richiedono una comprensione piuttosto che una spiegazione. Si tratta di indagare le ragioni di un disagio invece che le cause.
Il transessuale conosciuto come persona nell'ambito della relazione clinica, ci ricorda costantemente che una scienza basata sui "tipi" non può nel nostro caso, avere risposte universali poiché non può eliminare il soggetto.
Quindi a differenza dell'approdo nosografico, non si tratta di desumere le caratteristiche di un soggetto attraverso la sua assegnazione ad una sindrome (ovvero ad una certa classe di sintomi) ma di ricostruire, utilizzando il soggetto come esperto su di sé, la storia attraverso cui declina se stesso e il proprio modo di interpretare la realtà.
L'approccio clinico in psicologia, pur poggiandosi anche su conoscenze di tipo sperimentale ed empirico, si avvale quindi anche di un metodo storico-clinico ed ermeneutico che insieme all'ottica fenomenologica consentono di dialogare con i costrutti del Soggetto, di ricostruire le narrazioni, l’esperienza ed eventualmente di modificarla.
Del resto la psicologia clinica per non divenire altro, deve rimanere legata alla propria tradizione ossia l'interpretazione e la comprensione dei processi mentali al fine di poterli influenzare e modificare con strumenti psicologici ove ve ne sia bisogno.
Ritorniamo ora alla rappresentazione di sé nella persona transessuale. Si è uomini e donne non solo per un sentimento interiore ma anche per una continua conferma che riceviamo dall'esterno.
Se condividiamo tale affermazione possiamo ben comprendere un'eventuale operazione complessa sia sul piano cognitivo che emotivo che il transessuale si ritrova a dover affrontare, a questo proposito sono utili le parole scritte da una persona transessuale di nome Meri: ".. .coloro che mi aspettano aldilà della porta per giudicarmi, e che possono farmi sentire una donna pienamente riuscita o con un difetto originario di fabbrica..."
I transessuali sono dipendenti e problematizzati dal fatto che gli altri gli riconoscano un'identità sessuale da loro scelta, voluta.

Uno sguardo dal passato

Riprendendo nuovamente le parole di Meri: ".. .non ci si può dimenticare degli abiti che abbiamo indossato per forza o per convenienza soprattutto quando c'è utile ricordare cosa si è imparato attraverso essi. Il mondo ci ha conosciuti con quegli abiti anche se non ci fa piacere ricordarcelo. Talvolta, per un attimo o un po' più a lungo ci riconosciamo, spaventati, come ci ha definito un tempo il mondo. E' questo il nostro dramma. Del nostro guardaroba segreto, di donne, sappiamo poco finché non lo capiamo attraverso gli altri. Conosciamo il copione, ma non diventa nostro finché non lo recitiamo sulla scena. Il guaio è che per quanti sforzi facciamo non riusciamo mai a dimenticare completamente l'altro che siamo stati. Certe volte mi sembra di essere Alice, quando viene ammonita di essere solo un'immagine nel sogno del Re Rosso e che può scomparire da un momento all'altro come un'impostura. E' per questo che chiedo aiuto".
I transessuali non solo dunque sono dipendenti e problematizzati dal fatto che gli altri gli riconoscano un'identità sessuale, ma anche da un giudizio interiorizzato che utilizzano privatamente nei confronti di se stessi.
Quindi siamo di fronte ad una doppia dipendenza: una esterna ed una interna. Considerando che durante l'iter biografico il transessuale entra in contatto con punti di vista diversi, data la metamorfosi e la transizione di una certa configurazione dell'identità pubblica, il suo “mondo interno” può risultare problematico e conflittuale.
Il punto di vista dell'altro, l'occhio, lo sguardo, non è solo reale o contingente, ma è anche quello
che attraverso un processo dissociativo, il transessuale ospita in una parte di sé come esperienza,
fantasia e immagine ideale. Il suo sentirsi uomo o donna deve talvolta fare i conti con il fatto che ospita, volente o nolente, un punto di vista, uno sguardo personale che appartiene al ruolo sessuale a cui è stato inizialmente assegnato e che ha dovuto impersonare in alcuni momenti della sua vita.
Ciò lo lega a quella parte di sé che vorrebbe eliminare, ma che nessun trattamento ormonale può modificare e nessun bisturi togliere. "Il suo arto fantasma" rimane più presente di quanto si pensi e molta energia viene spesa per rimuoverlo dalla coscienza, questi persone si sentono come il riflesso di una scena, più che la sostanza stessa della scena.
La persona transessuale fino ad un certo punto della sua vita ha vissuto con una doppia identità. Pur misconoscendo e rifiutando il ruolo sessuale a cui è stato socialmente assegnato, ha finito comunque per impararne la lingua e il punto di vista, con il risultato che nel suo essere pienamente Donna o Uomo, finalmente ricongiunto con il suo sentimento più intimo, interverrà comunque l'occhio della sua identità parziale e forzata attraverso cui è stato costretto a manifestarsi pubblicamente.

Autobiografie

Le autobiografie dei transessuali, proprio nello sforzo di negare ogni forma di ambivalenza e di doppia dipendenza, costruite dalla necessità di dimostrare a tutti i costi di essere veramente un uomo o una donna, lasciano intravedere, anche nella scelta delle prove un ricorso ad un occhio femminile o maschile a cui pensano di aver rinunciato.
Il transessuale, è impegnato come tutti, ma con un'attenzione maggiore, nella gestione dell'immagine di sé e delle sue rappresentazioni.
In ogni situazione, in ogni momento della giornata, costruisce e introduce un osservatore interno capace di controllare le espressioni di sé più appropiate al ruolo che rivendica o cerca di nascondere.
Espressioni di sé magari periferiche alla situazione, ma controllate, intenzionalmente anche se in forma tacita, anche in risposta alle azioni o alle parole dell'interlecutore. Un continuo controllo ha come effetto il restringersi della soggettività, ovvero la rinuncia alla molteplicità cangiante delle “voci interiori”, condensandola invece in forme stereotipiche, da cui il problema e il bisogno di esperienze autentiche che il transessuale tende a vivere come esigenza angosciosa quanto utopica. Bisogno e aspirazioni inconciliabili con la costante sorveglianza sulla messa a punto di un'immagine credibile di sé, nel costante timore che gli altri possano ingabbiarlo in quello che non è.
Tutto questo si riflette sulla memoria autobiografica, ossia su ciò che conferisce al proprio senso d'identità una coerenza retrospettiva e una continuità futura.
Occupato a dimostrare agli altri, a coloro che lo circondano: "Sono Y e non X come voi potreste credere", gli episodi di vita presenti, passati e remoti vengono selezionati dal transessuale e ricostruiti per dare sostegno, coerenza alla rappresentazione di sé che l'autobiografia deve produrre.
Con il risultato che molto spesso le autobiografie dei transessuali presentano sostanziali analogie dovute anche al genere narrativo utilizzato, per esempio di tipo epico. Non solo, diversi psicoterapeuti hanno notato lo scarto che esiste nelle autobiografie dei loro clienti tra "verità narrativa" e "verità storica".
Sia detto di passaggio: non è certo compito del clinico separare la verità narrativa da quella storica... Anzi: l'obiettivo del clinico è di accogliere i racconti, i dati autobiografici come se fossero oggettivamente veri: va sostenuta una certa versione di sé del paziente fintanto che è funzionale al mantenimento del sistema di ragioni, di bisogni e di impegni necessari al suo equilibrio.
Il transessuale non è sempre in grado di affrontare il crollo tematico e motivazionale che gli deriva dal dover rinunciare ad una certa idea, immagine o rappresentazione di se stesso.

Conclusioni

Utilizzando le parole di Jerome Bruner si può concludere affermando che se gli uomini riescono a ricordare solo ciò che è stato strutturato in forma narrativa, ogni autobiografia psicologica influisce sull'organizzazione del sentimento d'identità o accentuandone il disagio, o ristabilendo, tramite l'apporto del terapeuta, una nuova legittimazione e accettazione di sé.

postato da: Inghilleri alle ore 21:49 | link | commenti
categorie: genere, psicologia clinica, transessualitĂ 
giovedì, 19 giugno 2008

Presentazione libro

TRANSESSUALITA' E SCIENZE SOCIALI@CAFFE' LETTERARIO BG Stampa  
giovedì, 26. giugno 2008, 20:30 - 23:30    

BergamoLaica presenta Transessualità e scienze sociali, Liguori 2008. , Liguori 2008.

 

 

Saranno presenti:

i CuratoriElisabetta Ruspini, professore associato di sociologia presso il dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Universita degli Studi Milano-Bicocca

Marco Inghilleri, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia interattivo-costruttivista.

gli Autori

Claudio Fasola, psicologo e psicoterapeuta, cultore e borsista presso la cattedra di Psicologia Clinica dell'Università di Padova.

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Simona Luciani, psicologa esperta in psicologia giuridica. CTU presso il tribunale di Vicenza, docente formatrice nel Master di Psicologia e Psicodiagnostica Forense, Università degli Studi di Padova.

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Carla Turolla, laureata in fisica, è imprenditrice e, a tempo perso, attivista nel movimento transgender italiano.

,
Luogo: CAFFE' LETTERARIO, via San Bernardino 53 BG
Contatti: Tel Fax 035 243964

tratto da:

http://www.giovani.bg.it/component/option,com_events/
task,view_detail/agid,1186/year,2008/month,06/day,26/Itemid,75/
postato da: Inghilleri alle ore 08:03 | link | commenti
categorie: genere, transessualitĂ 
lunedì, 28 aprile 2008

Freud sul lettino...

 

 

 

http://www.tralaltro.it/pagina.asp?IDPagina=18

MERCOLEDI' 30 APRILE - ORE 19
GRUPPO GIOVANI
Freud sul lettino...

Assieme al dottor Marco Inghilleri discutiamo di notizie, esperienze e disavventure con il variegato mondo dei sedicenti discendenti di Freud: psicologi, psicanalisti e psichiatri..

postato da: Inghilleri alle ore 16:25 | link | commenti
categorie: societĂ , genere, orientamento sessuale
giovedì, 31 gennaio 2008

Ha fondamento la convinzione che i caratteri della personalitĂ  maschile e di quella femminile siano antitetici?

 L'idea che l'uomo e la donna siano portatori di distinte ed opposte dimensioni psicologiche di genere maschile e femminile è una convinzione diffusa, peraltro sedimentata negli stereotipi e nelle attribuzioni di ruolo. E' per questo che le convinzioni di senso comune, implicitamente presenti anche in alcune teorie psicologiche e psicopatologiche, trovano conferma nell'esperienza. E ciò attraverso due strade. Da un lato, è stato dimostrato dagli studi sull'attribuzione che, se abbiamo una convinzione (o una teoria) in testa, siamo sempre portati a ricercare fatti che la confermano. Dall'altro, le aspettative e le identificazioni con le prescrizioni di ruolo fanno sì che le persone, uomini e donne, tendano a fare propri (cioè a interiorizzare, o internalizzare, che dir si voglia) le caratteristiche assegnate, attuando così il fenomeno della profezia che si autorealizza. Tale credenza, pertanto, sottoforma di stereotipi e di pregiudizi, non solo è presente perchè interiorizzata ed agita da uomini e donne, e quindi in qualche misura confermata dalla realtà di tutti i giorni, ma è considerata talmente ovvia da essere riproposta ovunque, dagli sceneggiati televisivi, dagli aggettivi e dai verbi usati per descrivere il comportamento di uomini e donne, e persino dalla segnaletica stradale: come in quei cartelli, posti in prossimità delle scuole, in cui si vede appunto un bambino che dà la mano ad una bambina, precedendola e guidandola nell'attraversamento della strada.

Se è vero, da un punto di vista genetico, che i maschi sono soltanto delle femmine un po' modificate, e che le differenze fisiologiche tra i due sessi non giustificano l'ampiezza di quelle psicologiche socialmente attribuite, sorge legittima una domanda: perchè la cultura umana (o meglio, certe tradizioni culturali) ha enfatizzato la diversità femminile al punto da modificare con artifizi l'aspetto somatico. e cercato di conformare le caratteristiche psicologiche di uomini e donne ai prescritti comportamenti di ruolo? Questo è un quesito impegnativo e la risposta non può essere semplice né semplificata, a meno di non voler rispondere in modo ideologico anzichè scientifico.

Ci sembra il caso di considerare attentamente l'aspetto cognitivo ed attributivo.

Le donne della tibù Bororo, una popolazione amazzonica, quando edificavano il nuovo accampamento, piantavano un bastone per terra, stabilendo che una metà del campo possedesse proprietà maschili e l'altra metà proprietà femminili. La distinzione rigida ed antinomica tra caratteri maschili e femminili è un principio che regola l'organizzazione sociale e vige quindi, nella divisione del lavoro, nei ruoli parentali, nelle regole matrimoniali ecc.. Essa non è solo il riflesso di un'ideologia atta a legittimare lo status, le gerarchie ed il comportamento rituale dei sessi, oppure il modo più efficace per ordinare il sistema normativo e simbolico delle relazioni umane, ma anche una conseguenza del come i processi cognitivi organizzano e costruiscono la  percezione della realtà stessa, vincolandola, ad esempio, all'uso di costrutti categoriali dicotomici.

Numerose ricerche hanno messo in evidenza come l'uomo della strada, ma in taluni casi anche psicologi e psichiatri utilizzino costrutti categoriali dicotomici nel formulare i giudizi sulle persone: costrutti semplificati, basati sul criterio dell'inclusione o dell'esclusione di tratti attribuibili a classi di individui tipizzati. Tali attribuzioni a gruppi di individui generano veri e propri schemi di tipizzazione stereotipica.

Attribuzioni stereotipiche caratterizzate da tratti opposti, maschile e femminile, sono presenti nella psicoanalisi, in alcuni approcci tipologici e nosografici, così come in alcuni strumenti utilizzati nella diagnostica della personalità. Un classico esempio è dato dalle scale maschili e femminili del Minnesota Mutiphasic Personality Inventory (MMPI2) o del California Personality Inventory (CPI). Si tratta certamente di stumenti costruiti e validati con cura su campioni rappresentativi di popolazione secondo intenti clinici, tuttavia in questi, come in altri tipi di tests, la mascolinità e la femminilità sono considerate come due raggruppamenti di tratti negativamente correlati o appartenenti ad un unica dimensione dicotomica, in cui, per l'appunto, il rilievo di un'alta mascolinità implica di norma una bassa femminilità, e viceversa. Varie ragioni, su cui non è il caso di soffermarsi, possono spiegare perchè chi ha costruito i tests non si sia posto con maggiore cura il problema della cosiddetta "validità di costrutto", applicando procedure teroicamente più meditate ed obbligate nella messa a punto degli indicatori di femminilità e di mascolinità. Le scale in questione non misurano infatti l'esistenza di una reale femminilità o mascolinità del soggetto ma il suo grado di adesione e di identificazione con i comportamenti, i valori e, di conseguenza, i tratti psicologici normalmente attribuiti a uno dei due generi. L'informazione offerta da questi indicatori può essere predittiva relativamente al grado di adattamento del soggetto alla norma sociale, mentre meno efficace nel definire la sua identità di genere o la sua propensione, o meno, alla condotta eterosessuale.

Attualmente i contributi della ricerca consentono di sostenere che gli uomini e le donne, più che essere influenzati dal genere sessuale di appartenenza, sono caratterizzati da tratti psicologici indotti dalla diversa configurazione dei ruoli. Ciò non toglie che alcuni comportamenti ed una parte residuale di caratteri psicologici legati all'identità di genere siano di più facile accesso e culturalmente meglio apprendibili per i maschi ed altri per le femmine in quanto preordinati e biologicamente funzionali alle esisgenze del dismorfismo riproduttivo:una posizione accettabile, questa, anche se solatnto congetturale.

La variabilità culturalee individuale presente nei diversi modi di essere donna o uomo non è facilmente accessibile alla conoscenza di senso comune ed è per di più avversata dai sistemi di credenze conservatori ed acritici. Questo per molte ragioni, tra le quali l'insufficiente informazione appare meno rilevante delle resistenze di tipo cognitivo e della difesa ideologica di una certa concezione del mondo. I risultati ottenuti da Sandra L. Bem hanno messo in luce come le autoattribuzioni di tratti maschili e femminili siano due dimensioni in gran parte indipendenti, ortogonali, non correlate, che possono essere assunte in egual misura da uno stesso individuo. Prescindendo da questo importante risultato, la maggior parte degli psicologi sono comunque giunti alla conclusione, sia pure empirica, secondo cui la mascolinità e la femminilità non sono più concepibili come due poli opposti di una stessa dimensione.

 

 

 

 

 

postato da: Inghilleri alle ore 19:40 | link | commenti
categorie: genere, psicologia clinica