Ordine degli Psicologi del Veneto
| Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità | |||
| Autori e curatori: | Elisabetta Ruspini | ||
| Contributi: | Marco Alberio, Monia Azzalini, Lorenzo Benadusi, Chiara Bertone, Federico Boni, Stefano Ciccone, Raffaella Ferrero Camoletto, Nicola Gasparini, Rossella Ghigi, Marco Inghilleri, Paolo Jedlowski, Barbara Mapelli, Stefania Operto, Marina Piazza | ||
| Collana: | La società - Saggi | ||
| Argomenti: | Sociologia dei processi culturali | ||
| Livello: | Saggi, scenari, interventi | ||
| Dati: | pp. 304, in preparazione, 1a (Cod.1420.1.106) | ||
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CICLO DI SEMINARI “GENERI, GENERAZIONI E ISTITUZIONI
DELLA VITA QUOTIDIANA” (2009/2010)
Un gentilissimo Utente Anonimo ha postato il link dell'A.I.S.I.A. (Associazione Italiana Sindrome da Insensibilità agli Androgeni) .
Ho cancellato la sua segnalazione in quanto anonima, in coerenza con quanto scritto in un mio precedente post. Tutti gli interventi, lo ricordo ancora una volta, sono i benvenuti purché firmati con il proprio nome e cognome.
Considerata l'utilità dell'informazione che ha voluto fornire ho pensato di darne una maggiore visibilità.
Il 4 ottobre 2006 è nata AISIA
A.I.S.I.A. (Associazione Italiana Sindrome da Insensibilità agli Androgeni)
A.I.S.I.A. potrà rappresentare gli associati, presentare progetti per ottenere fondi, collaborare con altre Associazioni, partecipare a Convegni ed altre iniziative.
Obiettivi di A.I.S.I.A.:
a) Fornire supporto alle persone interessate dall’AIS (Androgen Insensitivity Syndrome), [nota in Italia anche con i nomi: “Sindrome da Insensibilità agli androgeni” o “Sindrome di Morris”]; garantire il rispetto delle persone e tutelarne l’immagine e l’inserimento nella società;
b) Favorire l’incontro e l’aiuto reciproco sia per le donne interessate, sia per i loro familiari;
c) Aumentare le informazioni disponibili sull’AIS e contribuire alla loro diffusione;
d) Incoraggiare i medici, i genitori, la società ad una maggiore apertura verso i problemi legati ai disordini nella differenziazione sessuale;
e) Migliorare l’informazione e il trattamento medico e chirurgico;
f) Sostenere un approccio globale ai problemi da parte del personale sanitario;
g) Stabilire e mantenere contatti con altre associazioni che si occupano dell’AIS in Italia e all’estero;
h) Collaborare con Associazioni che, in Italia o all’estero, hanno fra gli obiettivi il supporto alle persone con disordini nella differenziazione sessuale (DSD) e alle loro famiglie.
| ERMAFRODITI: CHI SONO? |
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Non si sa quanti casi esistano nel mondo perché non sono mai stati classificati, nemmeno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si nascondono nella società, semplicemente perché sono irriconoscibili: non esistono segni distintivi evidenti che li segnalino all’occhio di un osservatore comune. Di chi stiamo parlando? Degli Ermafroditi, esseri umani nati con “entrambi i sessi” … servizio di Edyth Cristofaro Ci siamo rivolti all’Organizzazione Mondiale della Sanità per cercare di far luce su questo argomento spinoso e controverso di cui tanto spesso si è sentito parlare, anche con toni sensazionalistici, ma di cui poi nessuno fattivamente sa niente di preciso, a parte gli addetti ai lavori (medici, psicologi e sociologici). La risposta è stata davvero sorprendente: non esiste un elenco ripartito per questo genere di anomalia genetica che colpisce gli organi della sessualità. E questo perché l’ “ermafroditismo completo” è assai raro. Si tratta di una anomala condizione fisica per cui un essere umano nasce dotato di caratteri sessuali sia maschili che femminili, e cioè con la simultanea presenza di tessuti gonadici, come ovaie e testicoli, nella stessa persona. Non è un problema che riguarda solo l’aspetto fisico esteriore, quindi, ma colpisce sia i genitali esterni che quelli interni e si manifesta in primo luogo a livello cromosomico, ormonale e, infine, morfologico. Non siamo riusciti neanche a scovare - sempre che esista - un’associazione che in qualche modo li raggruppasse, perché la tendenza medica è quella di rendere queste persone alla normalità anatomica il prima possibile, tanto che, di preferenza, entro i primi anni di vita, si esegue un intervento chirurgico per l’assegnazione del sesso, prendendo in considerazione le analisi genetiche ed ormonali, i caratteri comportamentali, estetici e psichici della persona. Recentemente, in Colombia, Diversi da questo i cosiddetti stati di “pseudoermafroditismo” maschile e femminile, condizioni un po’ più frequenti, in cui lo sviluppo degli organi genitali esterni è ad un livello intermedio fra maschio e femmina o in cui per un difetto cromosomico un corpo geneticamente maschile è insensibile agli ormoni maschili e si sviluppa come una femmina (Sindrome di Morris), oppure la sindrome adreno-genitale per cui si ha una virilizzazione del corpo femminile. Il caos sull’argomento regna sovrano, soprattutto nell’immaginario collettivo della gente comune che tende spesso a fare confusione tra ermafroditi, transessuali e trans gender. A fare chiarezza interviene su What’s Up il Dott. Marco Inghilleri, psicologo- psicoterapeuta che si occupa di transessualità ed intersessualità, che tiene subito a precisare la “transessualità indica uno stato di transizione da uno dei poli sessuali all’altro, modificando anche fisicamente il proprio corpo; mentre il transgenderismo indica una persona interessata ad acquisire alcuni o molti caratteri fisici del sesso opposto senza necessariamente mettere in discussione la propria genitalità biologica”. Insieme al suo contributo, sul versante prettamente scientifico discutiamo con Prof. Paolo Vezzoni, ricercatore e genetista dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del Cnr di Milano. ----------- “Nell’uomo è un problema medico-scientifico perché lo sviluppo dei genitali sia interni che esterni è alterato. È fondamentale anche l’aiuto dello psicologo”. PROF. PAOLO VEZZONI*(GENETISTA)…WHAT’S UP? di Edyth Cristofaro Dal punto di vista genetico come è possibile un’anomalia come l’ermafroditismo? Negli animali inferiori si intende per ermafrodita un organismo che è in grado di produrre sia gameti femminili che maschili perfettamente funzionali. Negli animali superiori, ed in particolare nell’uomo, una situazione del genere non esiste. Nell’uomo, per ermafrodita “vero”, si intende un organismo che ha in se stesso sia tessuti di tipo ovarico che testicolare (gonadi), con altre alterazioni degli organi genitali che generalmente lo rendono sterile. In molti casi, la prima manifestazione di un disturbo di questo genere è che i genitali esterni alla nascita sono ambigui, con forme per così dire intermedie o non completamente sviluppate. Quindi nell’uomo l’ermafroditismo “vero” è un problema in quanto lo sviluppo dei genitali sia interni che esterni è alterato. La tendenza comune è di confonderlo con altri stati intersessuali, perché? La parola ermafroditismo evoca stranezze e miti dell’epoca greca e probabilmente non solo greca, ma dal punto di vista pratico e medico è solo un problema difficile da risolvere. Nel feto normale, i genitali si sviluppano sempre dalla stessa regione e possono essere indirizzati o in senso maschile o in senso femminile per formare o un testicolo o una gonade, che a loro volta poi determineranno altri caratteri sessuali. Da cosa dipende questa diversificazione? Dall’assetto cromosomico, in quanto è la presenza di un cromosoma Y a provocare la formazione di testicoli. Se questo non funziona bene o se è assente in alcune cellule (mosaicismo) si possono sviluppare gonadi di entrambi i tipi. Di fatto il termine “ermafroditismo” viene usato spesso come sinonimo di persone che hanno caratteristiche di entrambi i sessi, ma in questo senso l’uso è improprio. Quando è effettivamente possibile diagnosticarlo? In molti casi è possibile dire prima della nascita se lo sviluppo dei genitali è normale. Si possono combinare analisi genetiche a esami come l’ecografia. Cosa sia successo esattamente non è sempre facile da predire prima della nascita. Spesso la diagnosi prenatale viene fatta su famiglie in cui qualche problema del genere si è già manifestato. Gli stati intersessuali hanno diverse categorizzazioni: quali? Gli “stati intersessuali” o “disordini della differenziazione sessuale” sono quelli in cui lo sviluppo sessuale è anatomicamente e fisiologicamente alterato. Molti di questi non hanno nulla a che fare con l’ermafroditismo “vero”. Le sindromi più conosciute sono quelle di Turner e di Klinefelter in cui le gonadi sono anormali, ma sempre di uno stesso genere. L’ermafroditismo “vero” dipende in genere da anomalie cromosomiche che vanno sotto il nome di mosaicismo. Le altre anomalie vengono invece raggruppate sotto la dizione di “pseudoermafroditismo”. Che cos’è l’ermafroditismo “falso”? Lo “pseudoermafroditismo” riguarda quelle persone in cui sono presenti tratti sessuali secondari che non sono in accordo con il sesso gonadico: tratti maschili in un individuo con ovaie o tratti femminili in un individuo con testicoli. In questi casi, il tessuto delle gonadi è solo di un tipo, pertanto, in base alla definizione iniziale, non si può parlare di ermafroditismo “vero”. Secondo Lei, qual è l’atteggiamento “giusto” da tenere nei confronti di un’anomalia importante come questa? Le decisioni da prendere in questi casi sono senza dubbio difficili. Oggi tuttavia si è raggiunto un consensus sulle linee generali da seguire. Quasi sempre il bambino affetto da un disordine di questo genere non potrà essere curato completamente e la sterilità è quasi sempre la norma, ma in alcuni casi un soddisfacente equilibrio nella sfera sessuale può essere raggiunto e questo deve essere l’obiettivo che il pediatra si deve porre. Il medico dovrà illustrare ai genitori la situazione specifica e le opzioni che possono essere prese. L’intervento dello psicologo sarà fondamentale affinché i genitori possano condividere le scelte da fare: l’identità sessuale ha un ruolo fondamentale nella vita di relazione. Ricordando che la diagnosi esatta e le decisioni da prendere devono essere il più possibile precoci, sia per eventuali interventi chirurgici che per una definitiva assegnazione al “genere” maschile o femminile (non oltre i primi due anni di vita), in parecchi casi di pseudoermafroditismo la diagnosi avviene solo in età puberale e in questo caso è consigliabile che l’individuo partecipi alla decisione. Perché secondo lei, una Istituzione come l’OMS, non possiede alcun dato relativo all’ermafroditismo, né esperti del settore? Non ne ho idea, anzi, non so neanche se è vero… *Genetista- ricercatore presso l’Istituto di Tecnologie Biomediche del CNR di Milano ------- “Gli ermafroditi non necessariamente sentono il bisogno di intraprendere un percorso psicologico, in quanto alla nascita già ‘curati’ medicalmente. Non esiste nulla che li distingua dagli altri”. DOTT. MARCO INGHILLERI (PSICOLOGO)* …WHAT’S UP? di Edyth Cristofaro La gente comune che cosa ne sa veramente di ermafroditismo? Perché se ne parla poco e male, spesso con toni sensazionalistici? Le persone sanno ben poco di queste condizioni e persino tra “gli addetti ai lavori” non c’è particolare chiarezza. Ogni diversità tende ad essere stigmatizzata e l’ermafroditismo, con l’ambiguità che porta necessariamente con sé, turba profondamente il senso comune, semplicemente perché propone un ibrido. La violazione di una norma, di una regola, di una legge è ciò che l’ermafroditismo afferma: l’infrazione di un tabù culturale più che naturale. Pertanto, suppongo che se ne parli poco sia perché è qualcosa di molto raro, sia perché ritengo che ogni possibile discorso risente di una sorta di ipoteca culturale che lo influenza. Dalla sua esperienza, quale sarebbe l’atteggiamento “giusto” da tenere nei confronti di un’anomalia importante come questa? Ci tengo a ribadire che essendo una condizione assai rara, difficilmente avremo modo incontrare nella nostra vita una persona che ha dovuto fare i conti con questa condizione. Potrei dire molto in generale che la biodiversità è una ricchezza e una società che non riesce a integrarla in se stessa, espellendola come un’anomalia o peggio tentando molto barbaramente di correggerla, è destinata a dissolversi, a estinguersi, a diventare arida. Le è mai capitato di incontrare una persona affetta da questo tipo di anomalia? Mi occupo più di problematiche legate alla transessualità che è una condizione ben diversa dall’ermafroditismo che nell'essere umano è descritto come una rara disgenesia gonadica. Più frequenti, ma anch’essi abbastanza rari, sono gli pseudoermafroditismi, maschile e femminile, nonché le alterazioni collegate al sistema endocrino, che possono dar luogo ad una insensibilità agli ormoni maschili, come nella sindrome di Morris. Mi è capitato talvolta di incontrare queste ultime situazioni. Anomalie come questa che tipo di incidenza hanno sul sistema di vita delle persone che ne sono affette e sulla società che le circonda? Dipende dal genere di atteggiamento che i genitori assumono nei confronti di un figlio/a che li obbliga a confrontarsi con una simile situazione. Solitamente si assiste a una messa in crisi della propria capacità di procreazione. Il problema non è l’avere un’anomalia della differenziazione sessuale. Non è della persona, ma diventa tale nella misura in cui il mondo gli fa pesare l’esistenza di una qualche presunta imperfezione. Questo, comunque, non è monopolio esclusivo dell’ermafroditismo, bensì appartiene come possibilità a tutte le nascite “imperfette”, costituendosi come un lutto della coppia di genitori, cioè la morte simbolica del figlio idealizzato. Che tipo di persone sono coloro che ne sono affette? Esistono delle caratteristiche comportamentali che differenziano queste persone dalle altre? L’ermafroditismo è una situazione molto rara, tanto da non avere una grande incidenza statistica. I diretti interessati non necessariamente sentono il bisogno di intraprendere un percorso psicologico e psicoterapeutico, in quanto alla nascita la loro condizione è già stata affrontata medicalmente, con l’obiettivo di mettere la persona nella condizione di vivere una sessualità e un’esistenza soddisfacente che consenta alla persona uno sviluppo idoneo a garantire la massima congruità con la norma. Posso garantirle che non esiste nulla che distingua queste persone dagli altri. Raramente si ha spermatogenesi o ovulazione negli ermafroditi, che sono quindi quasi sempre sterili. Ciononostante si dice possano condurre una vita pressoché normale. Quale è questa cosiddetta “normalità” di cui si parla? Freud indicava la normalità come quello stato in cui una persona può amare e lavorare. Personalmente ritengo che la normalità sia la patologia di cui sono affetti i normopatici… Scherzi a parte, se la realtà è una costruzione sociale, come sostengono le psicologie postmoderne, allora per normalità si deve intendere il grado di accordo che il nostro punto di vista ha con quello della società e della cultura a cui apparteniamo, un sinonimo di conformismo, in sostanza. L’anomalia, ciò che incontra l’attenzione clinica, è solo la violazione di una norma prescrittiva. Io non utilizzerei il costrutto di normalità e patologia, almeno in riferimento al comportamento umano. Nel mondo non sembra esistere un'Associazione che raccoglie o tutela gli ermafroditi. In un periodo storico in cui tutti, in un modo o nell'altro, si associano, come se lo spiega? Molto semplicemente col fatto che sono troppo pochi per fare gruppo… *Psicologo- psicoterapeuta, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia Interattivo- Costruttivista |

Alessandro Salvini (intervento al convegno Transessualità e nuovi diritti, Padova)
Introduzione
Inizierò ricorrendo ad una frase di Goffman, sociologo che riassume in poche parole il tema dell'intervento: "La posta in gioco è il successo nella rappresentazione di sé stessi..."
Considero la rappresentazione di sé come costrutto emotivo, cognitivo e relazionale su cui ruota il sentimento di valore e la risposta alla domanda "Chi sono io?" che è particolarmente viva nel transessuale come in tutti coloro che per diversi motivi si trovano con un'identità precaria.
La costruzione, il mantenimento, ma soprattutto la dimostrazione esterna di una identità diversa da quella a cui al transessuale non è stato di nascere, crea non pochi disagi a queste persone.
Disagi che portano l'individuo a chiedere consulenza psicologica o terapia che richiedono una comprensione piuttosto che una spiegazione. Si tratta di indagare le ragioni di un disagio invece che le cause.
Il transessuale conosciuto come persona nell'ambito della relazione clinica, ci ricorda costantemente che una scienza basata sui "tipi" non può nel nostro caso, avere risposte universali poiché non può eliminare il soggetto.
Quindi a differenza dell'approdo nosografico, non si tratta di desumere le caratteristiche di un soggetto attraverso la sua assegnazione ad una sindrome (ovvero ad una certa classe di sintomi) ma di ricostruire, utilizzando il soggetto come esperto su di sé, la storia attraverso cui declina se stesso e il proprio modo di interpretare la realtà.
L'approccio clinico in psicologia, pur poggiandosi anche su conoscenze di tipo sperimentale ed empirico, si avvale quindi anche di un metodo storico-clinico ed ermeneutico che insieme all'ottica fenomenologica consentono di dialogare con i costrutti del Soggetto, di ricostruire le narrazioni, l’esperienza ed eventualmente di modificarla.
Del resto la psicologia clinica per non divenire altro, deve rimanere legata alla propria tradizione ossia l'interpretazione e la comprensione dei processi mentali al fine di poterli influenzare e modificare con strumenti psicologici ove ve ne sia bisogno.
Ritorniamo ora alla rappresentazione di sé nella persona transessuale. Si è uomini e donne non solo per un sentimento interiore ma anche per una continua conferma che riceviamo dall'esterno.
Se condividiamo tale affermazione possiamo ben comprendere un'eventuale operazione complessa sia sul piano cognitivo che emotivo che il transessuale si ritrova a dover affrontare, a questo proposito sono utili le parole scritte da una persona transessuale di nome Meri: ".. .coloro che mi aspettano aldilà della porta per giudicarmi, e che possono farmi sentire una donna pienamente riuscita o con un difetto originario di fabbrica..."
I transessuali sono dipendenti e problematizzati dal fatto che gli altri gli riconoscano un'identità sessuale da loro scelta, voluta.
Uno sguardo dal passato
Riprendendo nuovamente le parole di Meri: ".. .non ci si può dimenticare degli abiti che abbiamo indossato per forza o per convenienza soprattutto quando c'è utile ricordare cosa si è imparato attraverso essi. Il mondo ci ha conosciuti con quegli abiti anche se non ci fa piacere ricordarcelo. Talvolta, per un attimo o un po' più a lungo ci riconosciamo, spaventati, come ci ha definito un tempo il mondo. E' questo il nostro dramma. Del nostro guardaroba segreto, di donne, sappiamo poco finché non lo capiamo attraverso gli altri. Conosciamo il copione, ma non diventa nostro finché non lo recitiamo sulla scena. Il guaio è che per quanti sforzi facciamo non riusciamo mai a dimenticare completamente l'altro che siamo stati. Certe volte mi sembra di essere Alice, quando viene ammonita di essere solo un'immagine nel sogno del Re Rosso e che può scomparire da un momento all'altro come un'impostura. E' per questo che chiedo aiuto".
I transessuali non solo dunque sono dipendenti e problematizzati dal fatto che gli altri gli riconoscano un'identità sessuale, ma anche da un giudizio interiorizzato che utilizzano privatamente nei confronti di se stessi.
Quindi siamo di fronte ad una doppia dipendenza: una esterna ed una interna. Considerando che durante l'iter biografico il transessuale entra in contatto con punti di vista diversi, data la metamorfosi e la transizione di una certa configurazione dell'identità pubblica, il suo “mondo interno” può risultare problematico e conflittuale.
Il punto di vista dell'altro, l'occhio, lo sguardo, non è solo reale o contingente, ma è anche quello
che attraverso un processo dissociativo, il transessuale ospita in una parte di sé come esperienza,
fantasia e immagine ideale. Il suo sentirsi uomo o donna deve talvolta fare i conti con il fatto che ospita, volente o nolente, un punto di vista, uno sguardo personale che appartiene al ruolo sessuale a cui è stato inizialmente assegnato e che ha dovuto impersonare in alcuni momenti della sua vita.
Ciò lo lega a quella parte di sé che vorrebbe eliminare, ma che nessun trattamento ormonale può modificare e nessun bisturi togliere. "Il suo arto fantasma" rimane più presente di quanto si pensi e molta energia viene spesa per rimuoverlo dalla coscienza, questi persone si sentono come il riflesso di una scena, più che la sostanza stessa della scena.
La persona transessuale fino ad un certo punto della sua vita ha vissuto con una doppia identità. Pur misconoscendo e rifiutando il ruolo sessuale a cui è stato socialmente assegnato, ha finito comunque per impararne la lingua e il punto di vista, con il risultato che nel suo essere pienamente Donna o Uomo, finalmente ricongiunto con il suo sentimento più intimo, interverrà comunque l'occhio della sua identità parziale e forzata attraverso cui è stato costretto a manifestarsi pubblicamente.
Autobiografie
Le autobiografie dei transessuali, proprio nello sforzo di negare ogni forma di ambivalenza e di doppia dipendenza, costruite dalla necessità di dimostrare a tutti i costi di essere veramente un uomo o una donna, lasciano intravedere, anche nella scelta delle prove un ricorso ad un occhio femminile o maschile a cui pensano di aver rinunciato.
Il transessuale, è impegnato come tutti, ma con un'attenzione maggiore, nella gestione dell'immagine di sé e delle sue rappresentazioni.
In ogni situazione, in ogni momento della giornata, costruisce e introduce un osservatore interno capace di controllare le espressioni di sé più appropiate al ruolo che rivendica o cerca di nascondere.
Espressioni di sé magari periferiche alla situazione, ma controllate, intenzionalmente anche se in forma tacita, anche in risposta alle azioni o alle parole dell'interlecutore. Un continuo controllo ha come effetto il restringersi della soggettività, ovvero la rinuncia alla molteplicità cangiante delle “voci interiori”, condensandola invece in forme stereotipiche, da cui il problema e il bisogno di esperienze autentiche che il transessuale tende a vivere come esigenza angosciosa quanto utopica. Bisogno e aspirazioni inconciliabili con la costante sorveglianza sulla messa a punto di un'immagine credibile di sé, nel costante timore che gli altri possano ingabbiarlo in quello che non è.
Tutto questo si riflette sulla memoria autobiografica, ossia su ciò che conferisce al proprio senso d'identità una coerenza retrospettiva e una continuità futura.
Occupato a dimostrare agli altri, a coloro che lo circondano: "Sono Y e non X come voi potreste credere", gli episodi di vita presenti, passati e remoti vengono selezionati dal transessuale e ricostruiti per dare sostegno, coerenza alla rappresentazione di sé che l'autobiografia deve produrre.
Con il risultato che molto spesso le autobiografie dei transessuali presentano sostanziali analogie dovute anche al genere narrativo utilizzato, per esempio di tipo epico. Non solo, diversi psicoterapeuti hanno notato lo scarto che esiste nelle autobiografie dei loro clienti tra "verità narrativa" e "verità storica".
Sia detto di passaggio: non è certo compito del clinico separare la verità narrativa da quella storica... Anzi: l'obiettivo del clinico è di accogliere i racconti, i dati autobiografici come se fossero oggettivamente veri: va sostenuta una certa versione di sé del paziente fintanto che è funzionale al mantenimento del sistema di ragioni, di bisogni e di impegni necessari al suo equilibrio.
Il transessuale non è sempre in grado di affrontare il crollo tematico e motivazionale che gli deriva dal dover rinunciare ad una certa idea, immagine o rappresentazione di se stesso.
Conclusioni
Utilizzando le parole di Jerome Bruner si può concludere affermando che se gli uomini riescono a ricordare solo ciò che è stato strutturato in forma narrativa, ogni autobiografia psicologica influisce sull'organizzazione del sentimento d'identità o accentuandone il disagio, o ristabilendo, tramite l'apporto del terapeuta, una nuova legittimazione e accettazione di sé.
tratto da:
http://www.tralaltro.it/pagina.asp?IDPagina=18
| MERCOLEDI' 30 APRILE - ORE 19 |
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GRUPPO GIOVANI
Freud sul lettino... Assieme al dottor Marco Inghilleri discutiamo di notizie, esperienze e disavventure con il variegato mondo dei sedicenti discendenti di Freud: psicologi, psicanalisti e psichiatri.. |
L'idea che l'uomo e la donna siano portatori di distinte ed opposte dimensioni psicologiche di genere maschile e femminile è una convinzione diffusa, peraltro sedimentata negli stereotipi e nelle attribuzioni di ruolo. E' per questo che le convinzioni di senso comune, implicitamente presenti anche in alcune teorie psicologiche e psicopatologiche, trovano conferma nell'esperienza. E ciò attraverso due strade. Da un lato, è stato dimostrato dagli studi sull'attribuzione che, se abbiamo una convinzione (o una teoria) in testa, siamo sempre portati a ricercare fatti che la confermano. Dall'altro, le aspettative e le identificazioni con le prescrizioni di ruolo fanno sì che le persone, uomini e donne, tendano a fare propri (cioè a interiorizzare, o internalizzare, che dir si voglia) le caratteristiche assegnate, attuando così il fenomeno della profezia che si autorealizza. Tale credenza, pertanto, sottoforma di stereotipi e di pregiudizi, non solo è presente perchè interiorizzata ed agita da uomini e donne, e quindi in qualche misura confermata dalla realtà di tutti i giorni, ma è considerata talmente ovvia da essere riproposta ovunque, dagli sceneggiati televisivi, dagli aggettivi e dai verbi usati per descrivere il comportamento di uomini e donne, e persino dalla segnaletica stradale: come in quei cartelli, posti in prossimità delle scuole, in cui si vede appunto un bambino che dà la mano ad una bambina, precedendola e guidandola nell'attraversamento della strada.

Se è vero, da un punto di vista genetico, che i maschi sono soltanto delle femmine un po' modificate, e che le differenze fisiologiche tra i due sessi non giustificano l'ampiezza di quelle psicologiche socialmente attribuite, sorge legittima una domanda: perchè la cultura umana (o meglio, certe tradizioni culturali) ha enfatizzato la diversità femminile al punto da modificare con artifizi l'aspetto somatico. e cercato di conformare le caratteristiche psicologiche di uomini e donne ai prescritti comportamenti di ruolo? Questo è un quesito impegnativo e la risposta non può essere semplice né semplificata, a meno di non voler rispondere in modo ideologico anzichè scientifico.
Ci sembra il caso di considerare attentamente l'aspetto cognitivo ed attributivo.
Le donne della tibù Bororo, una popolazione amazzonica, quando edificavano il nuovo accampamento, piantavano un bastone per terra, stabilendo che una metà del campo possedesse proprietà maschili e l'altra metà proprietà femminili. La distinzione rigida ed antinomica tra caratteri maschili e femminili è un principio che regola l'organizzazione sociale e vige quindi, nella divisione del lavoro, nei ruoli parentali, nelle regole matrimoniali ecc.. Essa non è solo il riflesso di un'ideologia atta a legittimare lo status, le gerarchie ed il comportamento rituale dei sessi, oppure il modo più efficace per ordinare il sistema normativo e simbolico delle relazioni umane, ma anche una conseguenza del come i processi cognitivi organizzano e costruiscono la percezione della realtà stessa, vincolandola, ad esempio, all'uso di costrutti categoriali dicotomici.
Numerose ricerche hanno messo in evidenza come l'uomo della strada, ma in taluni casi anche psicologi e psichiatri utilizzino costrutti categoriali dicotomici nel formulare i giudizi sulle persone: costrutti semplificati, basati sul criterio dell'inclusione o dell'esclusione di tratti attribuibili a classi di individui tipizzati. Tali attribuzioni a gruppi di individui generano veri e propri schemi di tipizzazione stereotipica.
Attribuzioni stereotipiche caratterizzate da tratti opposti, maschile e femminile, sono presenti nella psicoanalisi, in alcuni approcci tipologici e nosografici, così come in alcuni strumenti utilizzati nella diagnostica della personalità. Un classico esempio è dato dalle scale maschili e femminili del Minnesota Mutiphasic Personality Inventory (MMPI2) o del California Personality Inventory (CPI). Si tratta certamente di stumenti costruiti e validati con cura su campioni rappresentativi di popolazione secondo intenti clinici, tuttavia in questi, come in altri tipi di tests, la mascolinità e la femminilità sono considerate come due raggruppamenti di tratti negativamente correlati o appartenenti ad un unica dimensione dicotomica, in cui, per l'appunto, il rilievo di un'alta mascolinità implica di norma una bassa femminilità, e viceversa. Varie ragioni, su cui non è il caso di soffermarsi, possono spiegare perchè chi ha costruito i tests non si sia posto con maggiore cura il problema della cosiddetta "validità di costrutto", applicando procedure teroicamente più meditate ed obbligate nella messa a punto degli indicatori di femminilità e di mascolinità. Le scale in questione non misurano infatti l'esistenza di una reale femminilità o mascolinità del soggetto ma il suo grado di adesione e di identificazione con i comportamenti, i valori e, di conseguenza, i tratti psicologici normalmente attribuiti a uno dei due generi. L'informazione offerta da questi indicatori può essere predittiva relativamente al grado di adattamento del soggetto alla norma sociale, mentre meno efficace nel definire la sua identità di genere o la sua propensione, o meno, alla condotta eterosessuale.
Attualmente i contributi della ricerca consentono di sostenere che gli uomini e le donne, più che essere influenzati dal genere sessuale di appartenenza, sono caratterizzati da tratti psicologici indotti dalla diversa configurazione dei ruoli. Ciò non toglie che alcuni comportamenti ed una parte residuale di caratteri psicologici legati all'identità di genere siano di più facile accesso e culturalmente meglio apprendibili per i maschi ed altri per le femmine in quanto preordinati e biologicamente funzionali alle esisgenze del dismorfismo riproduttivo:una posizione accettabile, questa, anche se solatnto congetturale.
La variabilità culturalee individuale presente nei diversi modi di essere donna o uomo non è facilmente accessibile alla conoscenza di senso comune ed è per di più avversata dai sistemi di credenze conservatori ed acritici. Questo per molte ragioni, tra le quali l'insufficiente informazione appare meno rilevante delle resistenze di tipo cognitivo e della difesa ideologica di una certa concezione del mondo. I risultati ottenuti da Sandra L. Bem hanno messo in luce come le autoattribuzioni di tratti maschili e femminili siano due dimensioni in gran parte indipendenti, ortogonali, non correlate, che possono essere assunte in egual misura da uno stesso individuo. Prescindendo da questo importante risultato, la maggior parte degli psicologi sono comunque giunti alla conclusione, sia pure empirica, secondo cui la mascolinità e la femminilità non sono più concepibili come due poli opposti di una stessa dimensione.
