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devianza | ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

La potenza della parola nei riguardi delle cose dell'anima sta nello stesso rapporto della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo (Gorgia 483 a.C. circa – 375 a.C.)

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Nome: Marco Inghilleri
Marco Inghilleri, psicologo psicoterapeuta, mediatore familiare, libero professionista, esercita in Padova presso lo Studio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia, via Carlo Rezzonico, 22, tel/fax. 049-9875002. Collabora sia con l'Università di Padova (Facoltà di Psicologia e Facoltà di Sociologia) che con l'Università Bicocca di Milano (Facoltà di Sociologia)e con l' Institute of Constructivist Psychology. E' presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia Interattivo-costruttivista (www.scienzepostmoderne.org) ed è stato docente in diverse scuole di specializzazione in psicoterapia. Le sue aree di interesse clinico riguardano: problemi relativi all'identità sessuale, personale e sociale, disturbi alimentari, dismorfofobie e problematiche legate alla costruzione dell'immagine corporea in uomini e donne. Si occupa inoltre dei disturbi d'ansia e delle disfunzionalità delle relazioni di coppia e dei disturbi della sessualità.

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mercoledì, 18 novembre 2009

La devianza ed il controllo sociale

1.Il comportamento deviante: un problema di definizione. 2.Un concetto correlato: il controllo sociale. 3.La Scuola di Chicago: la grande città e la devianza. 4.Il Capitolo VII di The Social System. 5.Il funzionalismo e la teoria mertoniana dell'anomia. 6. La teoria del controllo sociale. 7.Un punto di svolta: la labelling theory. 8.Le teorie radicali: devianza, controllo sociale e capitalismo. 9.Dal realismo di sinistra al discorso di Foucault. 10. Le teorie dell'azione razionale. 11. Genere e devianza. 12. Le prospettive teoriche più recenti. Bibliografia
 


1.Il comportamento deviante: un problema di definizione.


  Il discorso concettuale tipico delle scienze sociali e, segnatamente, della sociologia si costruisce attraverso concetti che hanno fra di loro profonde relazioni di opposizione e/o di complementarietà.  Ne deriva che al fine di fare chiarezza è importante sia proporre delle definizioni distinte -concetto per concetto- ma ancor più, non di rado, è importante esaminare le intersezioni che si stabiliscono tra due concetti. Un caso classico, a questo proposito, è rappresentato dal concetto di devianza e dal concetto di controllo sociale. Nelle pagine che seguono vengono proposte due definizioni distinte, avendo cura però di vagliare il vincolo concettuale di reciprocità indispensabile ai fini analitici.

  Il termine devianza (desviaciòn social, deviancy, déviance sociale, soziale Abweichung o Devianz) ha una sua lunga storia nella letteratura sociologica teorica ed empirica mentre non ha conquistato uno spazio consistente né nel linguaggio dell'uomo della strada né nel linguaggio dei mass-media. E' risaputo che i sociologi parlano di comportamento deviante, in linea di massima, quando intendono descrivere un comportamento che si discosta dalle aspettative di normalità collaudate da una data società. Gli elementi minimi e costitutivi di questa definizione, rilevanti dal punto di vista del sociologo sono: a) un attore individuale o un gruppo; b) un comportamento che si qualifica per la sua relativa eccezionalità nei confronti del quadro normativo generalmente accettato da una società- Stato nonché codificato dal diritto positivo e, comunque, ben radicato nella cultura dominante del tempo. Dunque due aspetti vanno sottolineati sul piano interpretativo: il comportamento deviante è relativo all'azione di alcuni attori ed è storicizzato, vale a dire non risulta sempre identico nelle varie epoche e nei vari luoghi. Si spiega così il fatto che le definizioni correnti nei manuali di sociologia e nelle enciclopedie di scienze sociali propongono, quasi sempre, sulla devianza un punto di vista nettamente relativistico che riconduce l'attributo deviante ad una valutazione che si dà dell'azione piuttosto che ad una sua caratteristica effettiva.  In altri termini: il deviante è un attore che adotta un comportamento che tradisce, in vario modo e con conseguenze disparate, le aspettative che usualmente definiscono il senso della realtà quotidiana di un ambiente sociale con il quale il deviante interagisce. Per effetto dell'azione deviante una norma istituzionalizzata perde la sua efficacia, o in parole più povere non fa più presa su quel soggetto particolare. L'atto deviante in genere non resta però privo di conseguenze; di solito produce una reazione dalla forma diversificata che testimonia del bisogno insopprimibile di controllo sociale che qualsiasi organizzazione sociale in ogni tempo ed in ogni luogo deve manifestare se vuole esistere. Questa reazione può essere letta come un'espressione "naturale" della struttura normativa della società, che pretende di ricucire la smagliatura aperta dalla devianza e di mantenere così la sua operatività. Ove non ci sia una reazione della società l'atto non può maturare la sua connotazione come atto deviante, se non astrattamente. La norma agisce socialmente attraverso due canali: la legittimazione, vale a dire l'adesione "normale" alle aspettative di comportamento anche per merito di un processo di socializzazione ben riuscito oppure l'azione degli apparati di controllo che funzionano erogando sanzioni al fine di ripristinare lo stato di conformità antecedente all'atto deviante.

  Non ha molto significato per il sociologo che si occupa di deviant behaviour collegare la devianza unicamente ad una data personalità quanto piuttosto farla discendere dal comportamento che si collega  a determinati ruoli sociali. Questo collegamento spiega due caratteri endemici del comportamento deviante: ripetitività e stabilità anche se l'atto deviante può svolgersi in direzioni e secondo frequenza ed intensità spesso non omogenee. E' corretto, allora, sostenere che la devianza si definisce per il suo carattere interazionale. L'attribuzione soggettiva o politica della qualità deviante dell'azione è frutto di un rapporto biunivoco che comunque non può prescindere dal compimento di un dato atto senza il quale, ovviamente, fatti salvi casi particolarissimi, non si possono manifestare imputazione, attribuzione, disapprovazione e sanzione. Quelle indicate sono tutte espressioni di un complesso rapporto sociale sussistente fra il deviante e il suo giudice ( inteso in un senso socialmente ampio: può esser giudice anche il vicino di casa, il compagno di scuola, un parente). Una conseguenza importante che discende dalla definizione di devianza come status definito dalla società nella quale il comportamento si manifesta è che non è possibile pervenire ad una classificazione esauriente delle azioni devianti pur in quel dato milieux di riferimento ed in quella data congiuntura culturale. I margini di prevedibilità della reazione sociale al comportamento altrui non sono sempre identificabili in maniera netta e rigorosa, talché le zone grigie dove la struttura normativa consolidata non arriva sono piuttosto ampie ed in una società complessa e multiforme come l'attuale tendono a dilatarsi. Ma ciò comporta lo stesso la produzione di disapprovazione e l'erogazione di sanzioni anch'esse di non agevole classificazione. Qualche esempio: la malattia mentale nelle sue molteplici e varie manifestazioni che non sempre includono la reclusione in un ospedale psichiatrico; l'esser vecchi o l'essere troppo poveri o l'appartenere ad una minoranza etnica o religiosa; perfino l'abitare in una certa parte della città piuttosto che in un' altra o avere delle abitudini di tempo libero non allineate con quelle della massa possono esser tutti casi di comportamenti ritenuti devianti.


  La definizione scientifica della devianza assume connotazioni diverse in riferimento all'impostazione teorica generale adottata da chi la studia.  In questo paragrafo redatto con finalità preliminari di definizione è opportuno tenere conto dei principali orientamenti teorici. Il sociologo positivista fa coincidere l'atto deviante con il rifiuto della norma codificata e si preoccupa di individuare le motivazioni che inducono alla devianza. In questo caso dunque l'azione deviante ha una sua marcata specificità come oggetto di studio. Il sociologo marxista tende, invece, a privilegiare un'impostazione secondo cui la devianza si connette a determinati ruoli definiti, naturalmente, dalla differente appartenenza di classe e dalla posizione che i soggetti occupano nel processo produttivo, matrice determinante della struttura della società e dunque anche radice ultima del comportamento deviante. La prospettiva interpretativa propria della labelling theory, poi, come meglio si dirà infra, adotta un criterio di valutazione tipicamente radicale: la devianza è il prodotto di una relazione di potere che vede da un lato un individuo od un gruppo in una condizione di debolezza rispetto ad un altro individuo od un altro gruppo che ha il potere (e l'interesse relativo) di etichettare come deviante il primo. Si tratta di un'ottica di indubbia suggestione per la sua impostazione sociologica e per lo studio delle politiche che si adottano a fini preventivi e/o repressivi della devianza. Resta tuttavia il problema che non si può tralasciare lo studio dell'azione che in quel dato contesto ed in quella data congiuntura storica viene socialmente definita come atto deviante e ciò anche al fine di capire meglio quando e perché si instaura un meccanismo di etichettamento.

  Ovviamente, a seconda dell'impostazione teorica prescelta oppure in funzione di alcune scelte di valore predilette ci si imbatte in una diversa classificazione degli atti devianti. Usualmente tutti i testi parlano di comportamento deviante quando fanno riferimento al comportamento criminale, alle varie forme di delinquenza e all'uso della violenza come espediente per risolvere i problemi che sorgono inevitabilmente nelle relazioni sociali; all'abuso di droghe; all'omosessualità, alla malattia mentale, al suicidio. E' immediatamente evidente che questo elenco può essere incompleto oppure troppo ampio e comunque senza dubbio da riscrivere tra qualche lasso di tempo.

  Ai fini di presentare una definizione sufficientemente esaustiva ed articolata del comportamento deviante in quanto oggetto di studio è anche opportuno sottolineare le differenze che sussistono fra la criminologia e la sociologia della devianza. La criminologia studia le infrazioni commesse nei confronti delle leggi; la sociologia della devianza ha un oggetto assai più ampio includendo nei suoi interessi ogni atto che si allontana dal comportamento socialmente accettato come comportamento normale. Come dire che si può essere devianti anche senza essere criminali; come dire che la società può prevedere sanzioni per atti che vengono reputati devianti sulla base di convenzioni sociali che non arrivano ad essere recepite nella legislazione di una società-Stato e che, anzi, a volte hanno un significato solo ove si manifestino all'interno di alcune cerchie sociali. Resta fermo il punto che la sociologia della devianza analizza nella prospettiva e con i metodi che sono propri della sociologia anche il comportamento criminale. Che la prospettiva sociologica costituisca un elemento arricchente rispetto alla prospettiva criminologica convenzionale è comprovato, ad esempio, dal concetto di Deviancy Amplification elaborato nel 1964 da L. T.Wilkins e dalle prospettive analitiche correlate proprie della labelling theory e del concetto di stigma. La criminologia per molto tempo si è disinteressata di studiare i processi sociali che accompagnano la produzione del crimine, mentre la sociologia si è preoccupata costantemente di ricostruire il percorso che approda all'assunzione di un'identità deviante. Gli effetti di un processo di stigmatizzazione che incoraggia l'assunzione di ruoli ripudiati normalmente e le pressioni sociali che inducono un attore a diventare membro di una subcultura deviante rappresentano un oggetto di studio significativo utile anche come base per la costruzione e per limplementazione di politiche ad hoc. Anche la distinzione che E. Lemert (1967) ha proposto fra devianza primaria e devianza secondaria (vedi infra) è particolarmente opportuna in ordine alla valutazione delle reazioni sociali indotte dal comportamento deviante; si tratta di un ulteriore aspetto che non rientra negli interessi coltivati dalla criminologia.
 


2.Un concetto correlato: il controllo sociale


  Gli specialisti da alcuni anni propendono ad intrecciare lo studio del comportamento deviante con lo studio del controllo sociale. Si tratta di un'impostazione assai diffusa (Cohen 1966; Cesareo 1979; Scull 1988) che non esime dal tentativo di proporre una definizione specifica di controllo sociale (control social, contrôle social, social control, soziale Kontrolle) perché - come si è detto - solo la comparazione tra due concetti distinti analiticamente agevola una valutazione adeguata della loro complementarietà. Il concetto di controllo sociale si affaccia con nitore per la prima volta nel 1896 per merito di E. A. Ross che raccolse poi tutte le sue riflessioni sul tema in un volume che oggi è ritenuto un classico: Social Control: A Survey of the Foundations of Order (1901). Ross propone il termine con un significato preciso riferendosi al meccanismo che intenzionalmente viene esercitato dalla collettività sull'individuo per indurlo alla conformità rispetto all'insieme di valori che compongono l'ordine sociale in una società non tradizionale. Sulla scia di Ross, nella proto-sociologia americana, almeno fino ai primi anni Venti, il dibattito sul controllo sociale si sovrappone con la riflessione sulla questione posta dall'interrogativo fondamentale per la filosofia morale scozzese e per Georg Simmel: come è possibile l'ordine sociale? L'idea di una forma di controllo sociale che raggiunge tutti nello stesso modo perde significato in relazione all'accentuarsi progressivo della complessità sociale. Già negli anni Trenta il concetto sfuma la sua originaria generalità teoretica, si frantuma in altri concetti più operativi sul piano empirico anche se rimane come elemento concettuale autonomo da considerare in connessione con la settorializzazione della ricerca sociologica. Questa interessante trasformazione viene condensata in maniera assai limpida nella trattazione che Talcott Parsons dedicherà al concetto nel suo The Social System (1951) esattamente  mezzo secolo dopo la pubblicazione del libro di Ross. Oggi lo spazio del concetto sembra essere entrato in un ciclo di prudente dilatazione perché viene adottato a fini analitici dalla sociologia criminale, dalla sociologia del diritto, dalla sociologia della medicina e da un'avvertita sociologia della politica. Ciò detto è opportuno ripercorrere sinteticamente la parabola storica seguita dal concetto di controllo sociale.

  La sociologia americana fino agli anni Trenta era fortemente interessata al problema di come fosse possibile un determinato ordine sociale dopo la disgregazione della forma tradizionale di ordine. Il mutamento sociale veniva concepito da Ross come il passaggio (necessario) da un ordine naturale costituito dal concorso di personalità non corrotte ad un ordine basato su istituzioni concepite ad hoc per il controllo sociale e rette, comunque da uomini non corrotti. L'ordine sociale, insomma, è dovuto all'azione di una sorta di élite cui si contrappone una moltitudine crescente di "idioti morali" tipica espressione della società industrializzata ed urbanizzata dove il flusso di continue immigrazioni provoca il caos della modernità. Ross individuò ventitré tipi di controllo sociale classificabili in due grandi gruppi a seconda che venisse esercitato un controllo esterno oppure un controllo in termini di influsso sociale (persuasion). Nel primo tipo troviamo, come istituzioni-chiave, le Chiese ed il diritto; nel secondo tipo l'opinione pubblica, l'educazione. Ross adotta una prospettiva evoluzionista che riecheggia sia Durkheim sia Toennies; egli pone al centro dell'analisi l'idea di progresso morale intesa in termini di passaggio da forme di repressione esterna a forme di autocontrollo. Ross non elabora una strumentazione concettuale adeguata alla spiegazione della transizione dal controllo esterno al controllo interiorizzato: ma la sua intuizione ha una corrispondenza nella trasformazione verso la modernità. Risulta fin troppo facile ascrivere al filone del pensiero conservatore l'opera di Ross tutta permeata da un orientamento di diffidenza verso la grande città e da un'aspirazione puritana che predilige la separazione dalle orde continue ed irrefrenabili degli stranieri immigrati che distruggono  irrimediabilmente il natural order originario. Come si diceva il concetto di controllo sociale inteso in questa accezione ampia, delineata da Ross, rimane al centro dell'interesse sociologico fino agli anni Trenta; anche se il 1917 rappresenta l'anno apicale perché è in quell'anno che l'American Sociological Society dedica il suo congresso alla questione del controllo sociale. Tuttavia, anche negli anni Quaranta lo spazio che la riflessione sociologia più accreditata dedica al concetto è di tutto rispetto: prima MacIver e Page, poi Landis si preoccupano di caratterizzare il controllo sociale come una condizione istituzionale   che conferisce coerenza all'ordine sociale e che consente alla società di mantenere il suo equilibrio dinamico. A questa fase di successo indiscusso del concetto segue la trattazione fondamentale fatta da Talcott Parsons del controllo sociale come risposta alla devianza nella cornice della sua speciale concezione dell'ordine sociale. Dopo la parentesi parsonsiana di rivalorizzazione il concetto entra in crisi, ad esso si preferiscono il concetto di norma e quello di integrazione. Il progresso ulteriore delle sociologie speciali incrementa la produzione di concetti più specifici, legati all'analisi di problematiche di settore e alla ricerca empirica promossa sulla vasta gamma di comportamento criminale. Ne consegue l'obsolescenza del concetto di controllo sociale che trova ormai una nicchia esclusiva nella sociologia criminale.
 


3. La Scuola di Chicago: la grande città e la devianza


  Nella storia della ricerca sociologica la questione-devianza occupa una posizione centrale già nella prima generazione di sociologi americani. Tre tappe cruciali caratterizzano l'itinerario analitico sul tema fino ai primi anni Cinquanta. David Matza nel suo studio classico Come si diventa devianti (1969) propone tre coppie concettuali come chiavi di lettura tendenzialmente unificanti: a) correzione-comprensione (la devianza viene studiata perché va rimossa; la devianza va compresa anche in una dimensione di empatia); b) patologia-diversità (la normalità va preservata dalla devianza che ne è una sua variante non tollerabile; la devianza è una variante tollerabile della normalità); c) semplicità-complessità (la devianza è un fenomeno ovvio della vita in società; la devianza è un fenomeno non facile da definire rispetto alla normalità con la quale spesso si intreccia). Queste tre coppie concettuali ci aiutano a leggere le differenti analisi della devianza e, non a caso, le rintracciamo costantemente. E' importante osservare che Matza non propone un'ipotesi evoluzionista né presenta i termini delle coppie concettuali in forma dicotomica: la relazione tra i concetti è di tipo dialettico. Le contrapposizioni proposte si ritrovano in ogni concezione sociologica dai primi studi della Scuola di Chicago fino ai neo-chicagoans o, se si preferisce, fino ai labelling theorists, a parte la parentesi concettuale parsonsiana principalmente dedicata alla tematizzazione: comportamento deviante - controllo sociale - quotidianità piuttosto che all'analisi della criminalità in senso proprio.

  Negli anni Venti ed in quelli immediatamente successivi la crescita brutalmente rapida delle città rappresenta per gli Stati Uniti d'America il nodo sociale e politico dalla cui risoluzione dipende la stabilità del quadro societario complessivo. Un buon esempio è offerto dall'ingigantimento di Chicago: nel 1900 gli abitanti erano 1.700.000, nel 1920 erano diventati 2.700.000, nel 1930 sono 3.400.000. Magma di gruppi etnici, di nazionalità e di classi sociali differenti; la grande città è il punto di arrivo agognato di un flusso migratorio di vasta consistenza proveniente dall'Europa, ma pure dalle piccole città e dalle innumerevoli comunità rurali dell'America del tempo. La Chicago degli anni Venti e Trenta diventa così il laboratorio di ricerca ideale per chi si occupa dei fenomeni di patologia urbana. La disoccupazione, la mancanza di alloggio, il vizio, il crimine e la devianza caratterizzano la vita di questi giganteschi agglomerati di folle inquiete ed in continuo movimento. The City of the Big Shoulders - come la definì Carl Sandburg in una sua ode famosa del 1914- condensava in sé le tendenze di un'intera società che si rinnovava attraverso processi che alternavano incessantemente sviluppo e crisi.

  Robert  Ezra Park è al centro di un progetto di ricerche sull'ambiente urbano che resta ineguagliato per vastità e per impegno. La Scuola ecologica di Chicago, nelle sue diverse generazioni di ricercatori impegnati tra il 1916 ed il 1939, annovera accanto agli urbanologi in senso stretto come E. Burgess, R.McKenzie, E.Zorbaugh e L.Wirth altri studiosi come G.H. Mead, W.Ogburn, F.Merrill, R.Redfield, S.Stouffer, H.Lasswell e E.Bogardus i quali, partendo da un interesse comune per l'interpretazione degli effetti sociali dell'urbanizzazione avviano delle ricerche che rappresentano l'inizio di diverse specializzazioni della sociologia contemporanea: oltre alla sociologia della città si possono ricordare la sociologia della famiglia, la sociologia  dell'opinione pubblica e dei mass-media, la sociologia delle professioni, lo studio del social change e, non ultima, la sociologia del comportamento deviante. Gli ecologi urbani propongono il termine disorganizzazione sociale perché la loro impostazione ricollega la devianza ad un processo di disgregazione sociale che ha nella città la sua matrice fondamentale. Il termine va comunque accettato con cautela perché numerose ricerche degli stessi ecologi ci dimostrano come il crimine e la devianza siano fenomeni assai organizzati.

  L'allentarsi dei vincoli che legavano un individuo ad un determinato spazio ove si esauriva la sua vita di essere sociale e l'indebolirsi dell'influenza dei gruppi primari incoraggiano l'aumento della disorganizzazione sociale, della devianza e del crimine che non solo si intensificano ma acquistano una connotazione marcatamente urbana.  «La natura generale di questi mutamenti è indicata dal fatto che lo sviluppo delle città è stato accompagnato dalla sostituzione di relazioni indirette e 'secondarie' alle relazioni dirette, immediate e 'primarie' nelle associazioni degli individui nella comunità...Sotto le influenze disgregatrici della vita cittadina, la maggior parte delle nostre istituzioni tradizionali - la chiesa, la scuola e la famiglia - si sono notevolmente modificate» (R.Park 1925,24-5). Insieme alla dissoluzione progressiva di questo tipo di relazioni sociali e delle istituzioni fondamentali assistiamo all'indebolimento ed alla scomparsa graduale di quell'ordine morale tradizionale che su quel tipo di relazioni si fondava. Sono dunque alterate le condizioni che garantivano un certo tipo di controllo sociale; mentre Durkheim parlava di anomia, Park parla di "mobilitazione dell'individuo" e di "individualizzazione" cioè di processi di cui non manca di sottolineare anche le implicazioni positive. Park, infatti, definisce "regioni morali" quelle zone della città "ove prevale un codice morale deviante". E se è vero che i valori tipici della middle-class americana restano il parametro fondamentale cui riferire la devianza, è pure vero che Park non si fa condizionare troppo da questo parametro.

  Nell'ambito della Scuola di Chicago la teoria dell'interazionismo simbolico costituisce un riferimento essenziale per la comprensione della devianza. Il comportamento umano viene concettualizzato come 'relativo' in quanto prodotto dagli scambi simbolici fra individui. La definizione di sé stessi e degli altri da parte dei soggetti avviene attraverso il processo comunicativo, o di simbolizzazione. L'identità individuale è costruita sulla base del riferimento all'altro generalizzato (Mead 1934). Thomas, mettendo in relazione la costruzione dell'identità con la situazione, ovvero con il contesto in cui si trova il soggetto, teorizza la pluralità delle identità e fa discendere la legittimità del comportamento dalla definizione corretta della situazione da parte del soggetto. La devianza è definita, quindi, come il risultato della percezione che le persone hanno le une delle altre. Ciò fa sì che il comportamento ritenuto normale dagli appartenenti ad un gruppo possa essere definito deviante dall'esterno. L'attribuzione della devianza avviene non nel contesto specifico dell'azione ma con riferimento all'assetto sociale complessivo. La devianza può sorgere, inoltre, dal fraintendimento della situazione da parte degli individui. A partire dal contributo offerto dalla Scuola di Chicago, si svilupperà, negli anni Sessanta, la teoria dell' etichettamento.

  La Scuola di Chicago adotta l'ideologia della patologia sociale senza valutare adeguatamente l'influenza di fattori storico-politici nella determinazione della complessa problematica della disorganizzazione sociale. Pur con questo limite, il  tentativo merita vivo apprezzamento perché si ispira a criteri non moralistici e segue un'impostazione rigorosa sotto il profilo scientifico. Agli ecologi si devono i primi studi sistematici sulle bande giovanili, sui vagabondi e sulle diverse forme di criminalità organizzata. Shaw e McKay, ad esempio, lavorano sulle aree delinquenziali, cioè su un tipo speciale di area naturale che incoraggia i rapporti simbiotici fra diversi tipi di devianza. Gli atti criminali vengono localizzati su una mappa di Chicago insieme al luogo di residenza dell'attore deviante; questi dati vengono correlati, ad esempio, al tasso di densità della popolazione e/o al tasso di età della popolazione si fanno così delle piccole scoperte, storicamente confinate alla realtà chicagoana del tempo: il tasso del comportamento delinquente è inversamente proporzionale alla distanza dal centro della città. L'area criminogena registra le quote più alte di suicidi, di malattie mentali, di casi di prostituzione et coetera e si sovrappone con una zona di transizione contrassegnata da forte marginalità e da profondo degrado morale. Alla Scuola di Chicago va poi anche riconosciuto il merito di avere impostato una descrizione acribica dell'universo eterogeneo della devianza ricostruendo in maniera straordinariamente efficace, grazie a delle tecniche di rilevazione originalissime, l'ambiente di insorgenza della devianza ma pure lo stile e la carriera degli attori devianti.

  Dagli studi della Scuola di Chicago, proseguiti per tutti gli anni Quaranta, sono emerse diverse teorie. La metodologia e i concetti della Scuola di Chicago non solo hanno dato impulso a successive esperienze di ricerca ma hanno generato anche alcuni degli orientamenti euristici contemporanei più suggestivi. La sottolineatura del comportamento individuale ed dell'interazione fra gli individui piuttosto che del condizionamento delle strutture sociali e culturali ha prodotto, da un lato, le teorie dell'etichettamento e, dall'altro, del controllo sociale e dell'anomia. Anche l'approccio basato sul concetto di comunità è stato recuperato a partire dagli anni Settanta, prima per effetto dell'interesse per il tema della vittimizzazione, stimolato da specifiche inchieste, poi grazie al riemergere dell'attenzione per la dimensione ecologica della disgregazione. La teoria ecologica attuale ha fra i suoi oggetti di studio la localizzazione del crimine, ovvero i luoghi prediletti e gli ambienti propizi al crimine, l'evoluzione nel tempo dell'ambiente sociale e lo sviluppo delle carriere criminali nella comunità. 
 


4.Il Capitolo VII di The Social System


  Per Talcott Parsons devianza e controllo sociale sono due concetti interdipendenti la cui trattazione viene sviluppata nell'ambito più ampio dell'intera concezione dell'azione sociale. «La dimensione della conformità-deviazione, cioè il problema funzionale, è inerente ai sistemi socialmente strutturati di azione sociale in un contesto di valori culturali» (p.329). La loro trattazione non viene dunque banalmente ridotta all'ambito specifico della sociologia criminale. In altre parole è necessario ricondurre questi concetti, come altri concetti sociologici, alla concezione parsonsiana dell'ordine sociale concepito, principalmente, come effetto naturale del processo di socializzazione che definisce in veste motivazionale -decisiva per ogni attore e per l'intero ciclo della vita- il complesso valoriale caratteristico del sistema culturale. Lo studio della devianza viene proposto nei termini di uno studio dei processi che incoraggiano la resistenza alla conformità (o meglio alle aspettative di conformità prescritte dal modello normativo); lo studio del controllo sociale corrisponde allo studio dei meccanismi mediante i quali le tendenze devianti vengono neutralizzate nei vari sistemi sociali. E' importante sottolineare che la definizione di questi due concetti può essere sviluppata avendo riguardo al singolo attore oppure avendo riguardo al complessivo sistema di interazione. E' fondamentale ricordare con Parsons che: « l'equilibrio stabile del processo di interazione costituisce il punto fondamentale di riferimento per l'analisi del controllo sociale, così come lo è per la teoria della deviazione» (Talcott Parsons (1951) 1965, p.307).

  Talcott Parsons si sofferma sul problema del comportamento deviante nei termini che gli sono propri dell'analisi della genesi della motivazione alla deviazione. La formazione di una motivazione cumulativa alla deviazione viene ricondotta ad un circolo vizioso presente nell'interazione di due soggetti agenti - ego e alter - che alimentano delle ambivalenze complementari all'interno dei rispettivi sistemi motivazionali. Lambivalenza rispetto alla norma interiorizzata e rispetto alle persone che svolgono un ruolo di partnership nell'interazione si traduce in uno stato d'animo dell'attore che, essendo ambivalente, non adotta un rifiuto netto della devianza. L'effetto della deviazione è quello di mettere in crisi il sistema interattivo medesimo e di mettere in crisi la conformità alle aspettative reciproche di comportamento. La definizione parsonsiana in chiave di ambivalenza svela la profonda influenza della psicanalisi e, in maniera consequenziaria, fa discendere dalla concezione del controllo sociale una terapia mirata a rimotivare il deviante ad un'azione conforme. Tuttavia la posizione di Parsons in proposito è più articolata di quanto usualmente i suoi commentatori abbiano fatto credere. Non a caso egli scrive che « il processo di psicoterapia... può servire, per certi scopi, come prototipo dei meccanismi di controllo sociale» (pp.310-1). Nella genesi della deviazione il conflitto di ruolo può risultare un fattore determinante. L'attore può essere esposto a contrastanti aspettative legittimate di ruolo con la conseguenza che non è possibile un loro adempimento integrale. La soluzione sta nel compromesso oppure nella scelta di un'alternativa a scapito dell'altra. Effetti probabili: l'attore si espone a delle sanzioni ed alle inevitabili tensioni prodotte da un conflitto interno dovuto all'interiorizzazione di gruppi di valori non apparentabili. Gli effetti perversi del conflitto di ruolo si possono superare ridefinendo la situazione oppure fuggendola, adottando la segretezza e distinguendo rigorosamente le situazioni nelle quali l'eterogeneità dei valori può occasionare il conflitto di ruolo medesimo.

  La devianza è diffusa, di rado appariscente e, in genere, sembrerebbe avere conseguenze non devastanti; altrettanto in ombra opererebbero, in generale, i meccanismi preposti alla funzione del  controllo sociale. Di questi meccanismi Talcott Parsons fornisce un'articolata tipologia che merita di essere ripresa in questa sede perché esprime la coerenza del suo sistema teorico, ma non solo per questo motivo. In primis va osservato che, in linea generale, i meccanismi fondamentali di controllo sociale sono da ritrovare nei normali processi di interazione così come si svolgono in un sistema sociale integrato istituzionalmente. Il primo meccanismo da considerare, allora, è l'istituzionalizzazione; essa è importante per descrivere lo sfondo sul quale dobbiamo comprendere il funzionamento delle dinamiche di controllo sociale in un senso più stretto. L'istituzionalizzazione svolge funzioni integrative a diversi livelli: in particolare essa mette ordine nel complesso intreccio di relazioni in modo che l'attore può gestire il suo sistema interattivo contenendone la dimensione conflittuale. A tal fine viene organizzato in maniera piuttosto rigida il tempo dell'azione sociale e, in secondo luogo, si determinano delle priorità istituzionalizzate. Esiste poi una gamma di meccanismi informali di controllo, solo in apparenza da considerare minori. Si tratta di un insieme di sanzioni interpersonali che esprimono chiaramente il dissenso rispetto al deviante e che ricorrono a forme di comunicazione sociale anche gestuale od indiretta, con una finalità evidente di ricondurre garbatamente chi è andato al di là del limite  nello spazio comportamentale corretto. Il terzo meccanismo da valutare è la ritualizzazione. I modelli rituali servono per riorganizzare la reazione al dato critico in un modo positivo e a prevenire, controllandole, le tendenze alla rottura. Un esempio classico è offerto dall'elaborazione sociale del lutto. I modelli rituali hanno, in genere, una connotazione permissiva che agisce da sfogo (comunque sempre controllato culturalmente) della tensione che potrebbe avere effetti perniciosi per l'attore implicato e per il relativo gruppo e per la comunità di appartenenza. Un altro tipo di meccanismo di controllo sociale dalla significatività più tenue è l'istituzione secondaria. Si tratta di una sorta di valvola di sicurezza che genera effetti di controllo su elementi motivazionali potenzialmente devianti. L'istituzione secondaria funziona da zona franca cioè come uno spazio dove alcuni comportamenti ritenuti devianti sono invece legittimati. L'esempio parsonsiano è quello della cultura della gioventù americana che presenta, a suo dire, una dimensione permissiva piuttosto spinta, al limite della deviazione esplicita. Alcuni modelli propri dello stile di vita giovanile vengono integrati dalle principali strutture istituzionali specialmente grazie all'educazione; altri modelli ricadono nell'ambito dei caratteri autoliquidatori della cultura giovanile che promuovono una maturazione individuale ed un'emancipazione progressiva dalla stessa cultura giovanile.

  Un quarto tipo di meccanismo di controllo sociale è rappresentato dai meccanismi di isolamento che si prefiggono sia di prevenire la formazione di strutture di gruppo caratterizzate da una maggiore deviazione sia di prevenire una pretesa di legittimità. Il deviante viene spinto in una certa posizione con interessanti effetti deterrenti.  Infine, la categoria più vasta e più comune dei meccanismi di controllo sociale è data dall'apparato punitivo composto da polizia e da magistratura con la funzione eminente di imporre i modelli normativi e di collegare alla violazione della norma l'erogazione di specifiche sanzioni negative. Nonostante che la riflessione su questo tipo di meccanismo renda problematico il postulato parsonsiano dell'autoregolazione del sistema sociale e sveli le difficoltà a volte persistenti di ripristinare spontaneamente lo stato di equilibrio, Parsons non sottovaluta affatto l'importanza di questi meccanismi ed avanza due osservazioni: a) gli organi di imposizione svolgono una funzione essenziale nel senso di limitare la diffusione delle tendenze devianti illeggittime; b) « attraverso la loro relazione con i tipi più sottili di meccanismi di controllo sorgono i problemi di maggiore interesse sociologico» (p.321). Parsons, infatti, sviluppa tutta la sua analisi sul controllo sociale nell'intento di dimostrare che « nel sistema sociale esistono di fatto importanti meccanismi non progettati, che in un certo senso tengono testa alle tendenze intrinseche a una deviazione socialmente strutturata, fornendo insieme alcuni suggerimenti sulle direzioni che la ricerca deve prendere se vuole sbrogliare le fila intricate del funzionamento di questi meccanismi » (p.329). Che il tema abbia una sua evidente centralità nel sistema teorico parsonsiano risulta, infine, dimostrato dall'affermazione che « le tendenze strutturate del comportamento deviante che non sono state affrontate con successo dai meccanismi di controllo del sistema sociale, costituiscono una delle fonti principali del mutamento nella struttura del sistema sociale» (p.330).
 


5.Il funzionalismo e la teoria mertoniana dell'anomia


  Sappiamo che il funzionalismo affronta lo studio della società concependola come una totalità di strutture interdipendenti, ognuna delle quali svolge una funzione orientata al mantenimento del sistema sociale complessivo e della sua riproduzione. Emile Durkheim è senza dubbio uno dei principali precursori del funzionalismo; la sua metodologia adotta come principio fondamentale la separazione tra la causa efficiente di un fenomeno e la funzione che lo stesso fenomeno assolve. «Ciò che dobbiamo determinare è se sussiste una corrispondenza fra il fatto considerato e i bisogni generali dell'organismo sociale ed in che cosa consista questa corrispondenza». In questa stessa ottica non risulta poi molto  paradossale l'idea, sempre di Durkheim (il quale comunque non ha mai adottato il termine di devianza) che il crimine abbia una sua funzionalità e che non si possa concepire esclusivamente come una manifestazione patologica della vita in società. La devianza, in questa prospettiva macrosociologica adempie un ruolo positivo nella conservazione dell'ordine sociale ed anzi rafforza la normalità. Nelle Regole del metodo sociologico (1895) Durkheim scrive con grande chiarezza che: «Classificare il reato tra i fenomeni della sociologia normale non significa soltanto dire che esso è un fenomeno inevitabile, benché increscioso, dovuto all'incorreggibile cattiveria degli uomini, ma significa anche affermare che esso è un fattore della salute pubblica, una parte integrante di ogni società sana». Non solo è inconcepibile un organizzazione della vita collettiva senza la presenza di manifestazioni devianti, ma v'è di più: la devianza svolge delle funzioni positive perché rafforza la struttura normativa nella coscienza collettiva; il criminale collega e mantiene più unite tra di loro le persone normali che si ritrovano concordi nel condannare il reo e che confermano così il loro senso della realtà comunitaria come orientamento giusto. Naturalmente il sociologismo durkheimiano perviene a conclusioni permeate da un funzionalismo esasperato che possono suscitare più di una perplessità quando scrive: «Contrariamente alle idee correnti, il criminale non appare più come un essere radicalmente non-socievole, una specie di elemento parassita, di corpo estraneo e non assimilabile introdotto in seno alla società; egli è invece un agente regolare della vita sociale. Il reato, da parte sua, non deve più venir concepito come un male che è impossibile contenere in limiti troppo angusti; ma quando accade che esso scenda sensibilmente al di sotto del suo livello ordinario, questo fatto non deve essere per noi un  motivo di soddisfazione, perché questo apparente progresso è certamente contemporaneo e solidale a qualche turbamento sociale» (p.77). Quindi la pena, per Durkheim, non ha come scopo primario la riabilitazione del criminale bensì la riconferma dell'autorità morale della società; un punto di vista che è ostico alla criminologia liberale. Ciò che preme sottolineare in questa sede è che Durkheim suggerisce un approccio di studio della devianza in termini di funzionamento della società, prescindendo dallo studio delle motivazioni individuali che spingono all'atto deviante.

  A questa stessa prospettiva ed al concetto durkheimiano di anomia si ispira una delle più fortunate teorie sociologiche della devianza, quella elaborata da Robert K. Merton nel 1938 nel saggio Social Structure and Anomia. Il comportamento deviante insorge più frequentemente quando le norme che governano la condotta in un dato quadro societario appaiono contraddittorie. Per Merton la struttura sociale esercita su alcuni individui una pressione a deviare, innescando un meccanismo dove le mete culturalmente condivise e i mezzi socialmente accettati per raggiungerle sono sfasati. Cerchiamo di spiegare meglio. Le mete culturali sono quegli obiettivi generali che danno senso all'esperienza della vita: ad esempio nella società d'oggi, la conquista della ricchezza e il successo. Tutti, o quasi tutti i membri di una società, in una data epoca adottano le mete che la cultura propone in una forma quasi categorica. La società propone anche gli strumenti istituzionali idonei (e legittimi) per conquistare dette mete. La società del nostro tempo sovradimensiona l'importanza di alcune mete, mentre non sottolinea - con altrettanta importanza- le procedure istituzionali che devono essere adottate per il perseguimento dello scopo condiviso. Molti individui sottoposti ad una particolare tensione per il raggiungimento della meta si chiedono quale dei procedimenti disponibili sia più efficace e meno costoso. Ne consegue che «il procedimento che si mostra più efficace tecnicamente, non importa se sia più o meno legittimo culturalmente, viene preferito alla condotta prescritta culturalmente. Via via che questo processo di attenuazione continua la società diventa instabile; e si sviluppa ciò che Durkheim ha chiamato 'anomia' (o mancanza di norme)».

   A ben guardare Merton propone una rivisitazione concettuale del termine durkheimiano piuttosto sui generis, dato che nella società che induce alla devianza alcune mete sono normativamente assai radicate e la loro accettazione è molto diffusa; il comportamento deviante si manifesta quando le norme che reggono la condotta in un dato ambiente evidenziano delle contraddizioni. La riflessione mertoniana sulla devianza si allarga a una concezione più generale dei rapporti fra struttura sociale e struttura culturale; per Merton, «la struttura sociale si comporta di volta in volta come una barriera o una porta aperta nei confronti della realizzazione dei mandati culturali: quando la struttura culturale e la struttura sociale non sono integrate e la prima richiede dei comportamenti che la seconda impedisce, ne consegue una tensione che porta alla violazione delle norme o all'assenza di norme».

  L'analisi mertoniana è particolarmente acuta nell'individuazione del meccanismo socio-culturale tipico dell'America urbana ma anche di ogni società post-capitalistica:« il processo per cui l'esaltazione del fine genera quel che nel senso letterale del termine si potrebbe chiamare una demoralizzazione (....), cioè una de-istituzionalizzazione dei mezzi, si verifica in molti gruppi nei quali le due componenti della struttura sociale non sono grandemente integrate». La meta del successo, valutata in termini della quantità di denaro guadagnato e dell'acquisizione di beni materiali, viene condivisa da tutti, indipendentemente dall'appartenenza sociale di ciascuno, ed assume un valore preminente nei cui confronti si possono verificare cinque modalità di adattamento articolate in una tipologia che fa parte, ormai, del discorso sociologico classico.
 


  modi di   mete   mezzi 

  adattamento  culturali  istituzionali
 


  1.conformità        +        +

  2.innovazione        +         -

  3.ritualismo          -        +

  4.rinuncia          -         -

  5.ribellione         +        +

                                             ¯          ¯

                   

  La conformità rappresenta la modalità di adattamento più comune; senza di essa non ci sarebbe la possibilità di vivere in una società. In questo caso vengono pienamente accettati sia i valori propagandati dalla cultura sia i mezzi indicati per ottenere lo status congruo con lo stile di vita che viene ad essi associato. Questa soluzione è, naturalmente, diffusa un po' in tutti gli strati sociali, anche se alcuni strati sembrano più inclini di altri ad optare per questa forma di adattamento. L'innovazione comporta l'accettazione delle mete culturali e, dunque, dei valori socialmente approvati, ma una presa di distanza nei confronti dei mezzi istituzionali. L'innovatore opta per l'uso di mezzi tecnicamente idonei a perseguire la meta anche se è ben consapevole che si tratta di mezzi socialmente non approvati. Secondo Merton i white collar crimes studiati da Sutherland rientrano in questa categoria. Ma il caso più interessante sociologicamente riguarda coloro che appartengono alle classi inferiori nei cui confronti opera, forse, la maggiore pressione ad un comportamento deviante.

  Il sistema della stratificazione mette in evidenza che gli strati inferiori accettano, come tutti gli altri,  il mito della ricchezza. Anche se, di fatto, le possibilità effettive a loro disposizione per agire istituzionalmente al fine di procacciarsi delle grandi ricchezze praticamente sono inesistenti; questi ceti non sono indotti a criticare la struttura sociale e politica che li colloca in una condizione di palese svantaggio rispetto agli strati superiori. L'intreccio fra queste condizioni non compatibili reciprocamente produce devianza. L'opzione rituale riguarda, invece, coloro che respingono le mete ma accettano i mezzi. Il burocrate iperattivo o l'impiegato forzatamente innamorato della sua routine esprimono le frustrazioni proprie di chi non ha la possibilità concreta di raggiungere la meta del successo ma necessita di un conforto psicologico compensatorio. La rinuncia, impropriamente, si configura come un tipo di adattamento: rinuncia, infatti, colui che non accetta né le mete né i mezzi istituzionalmente previsti per raggiungerle. Chi rinuncia abbandona il gioco definito dalla struttura socio-culturale in termini di esasperata competitività e si mette ai margini della società. L'elenco dei rinunciatari effettuato da Merton comprende delle categorie asociali e dei tipi particolari di devianti: « gli psicotici, i visionari, i paria, i reietti, i mendicanti, i vagabondi, i girovaghi, gli ubriaconi cronici e i drogati». Quella del rinunciatario si configura come una  modalità di adattamento che matura nella sfera del privato ed è dunque irrilevante (almeno in apparenza) sul piano collettivo.  La ribellione, infine, comporta una doppia scelta: prima il rifiuto delle mete e dei mezzi codificati, poi l'assunzione di nuove mete e di nuovi mezzi. Il ribelle combatte per una struttura socio-culturale alternativa a quella da cui ha preso la distanza. Il rifiuto dei valori dominanti e dei mezzi prescritti per realizzarli si accompagna con l'impegno per sostituirli con altri valori in vista di una rifondazione radicale del sistema sociale.

  Il principio sociologico generale che emerge dall'analisi mertoniana è che non tutti dispongono delle medesime chances per raggiungere legittimamente gli obiettivi di status definiti con forza dallo stesso processo di socializzazione. Età, sesso, classe sociale di appartenenza possono costituire un'agevolazione oppure un ostacolo per il successo. Le differenti classi sociali sono soggette in maniera differenziale all'influenza anomica. La tipologia definita da Merton va letta per l'appunto come serie di modalità di adattamento ad una condizione sociale anomica. I problemi che i critici hanno sollevato nei confronti di questa proposta mertoniana che tende a sovrapporre, in qualche caso, devianza ed anomia sono numerosi (cfr. R.Dubin 1959; H.Hyman 1969; G.Gennaro 1993). Merton stesso era consapevole del problema di un'imputazione causale troppo semplificata e scriveva che «anomia e tassi sempre più alti di comportamento deviante possono essere concepiti come fenomeni interagenti in un processo di dinamica culturale e sociale». In altre parole la sua teoria rimane suggestiva proprio perché tenta di individuare le basi culturali del comportamento deviante e non teme di svelare la connessione tra la devianza ed un nucleo valoriale predominante nella società moderna.

  La prospettiva delineata da Merton viene ripresa da Albert K.Cohen cui si deve un contributo importante sulla subcultura della devianza giovanile. Cohen nota in primis che il giovane quando devia  adotta un orientamento irrational, malicious and unaccountable; sottolinea cioè alcuni aspetti generali e tipici della psicologia giovanile che si riflettono sull'atto deviante. Ma l'altro aspetto rilevante della sua analisi sui Ragazzi delinquenti  (1955) è dato dall'ipotesi che la devianza, anzi più precisamente la delinquenza giovanile sia un'espressione caratteristica delle classi socialmente inferiori. L'analogia con l'impostazione mertoniana è chiara: i giovani, indifferentemente rispetto alla loro appartenenza sociale, vengono valutati sulla base di un complesso di valori che caratterizza l'american way of life tipico della classe media. In funzione di questo apparato valoriale e normativo ci si trova di fronte ad «un sistema di qualificazione sociale in cui i giovani di livelli sociali diversi possono essere e sono posti direttamente a confronto in base allo stesso complesso di criteri basati sull'acquisività. Differenze sistematiche in questa capacità generale di successo, connesse con la classe di appartenenza, relegheranno sul fondo della piramide sociale i giovani appartenenti alle classi sociali più svantaggiate, non direttamente a causa  della loro posizione di classe in quanto tale, ma perché a causa degli handicap connessi con la classe che agiscono da remora per loro, essi mancano  delle  qualifiche personali richieste. In breve, dove le opportunità di successo sono connesse con la classe, si produrrà lo scontento sociale nella misura in cui il sistema di qualificazione è democratico» (A.K.Cohen 1974, pp.86-8). In poche parole i giovani di classe inferiore hanno dei problemi di adattamento dovuti al confronto con gli standard di comportamento definiti dalla classe media; la subcultura delinquente è una delle risposte possibili a questi problemi. Ma andiamo con ordine. I ragazzi che appartengono originariamente alla classe inferiore possono adottare rispetto allo svantaggio della condizione di partenza una di queste tre soluzioni che va letta - in una chiave mertoniana - come una soluzione ad un problema di adattamento: a) una certa quota di ragazzi della classe operaia si impegna in una forma straordinaria in un percorso di vita che ricopia lo schema tradizionale dei giovani di classe media (è la soluzione da college boys): in questo caso il successo scolastico rappresenta la porta di ingresso verso il successo in generale e l'adesione piena ai valori dominanti; b) per molti la prova dell'esperienza scolastica fallisce; ci si trova allora un lavoro tipico da membro della classe inferiore, senza uno sbocco stimolante in termini di carriera e ci si adatta ad una condizione di vita che respinge in parte i valori della classe media senza però entrare in una condizione di aperto conflitto (è la soluzione da corner boys); c) alcuni, infine, adottano la soluzione delinquente: respingono energicamente gli standard di vita della classe media ( sia pure con l'ambivalenza dovuta alla socializzazione primaria), ricercano lunione tra ribelli e riattivano il processo di autostima intraprendendo delle attività di banda. La gang rappresenta un medium sociologico imprescindibile per motivarsi reciprocamente nell'attività tipica dei delinquenti. La subcultura delinquente ha, principalmente, la funzione di legittimare l'aggressività.
 


6. La teoria del controllo sociale


  Alla teoria della subcultura si contrappone l'approccio alla devianza basato sul concetto di controllo sociale. Matza critica l'assunto centrale della teoria della subcultura, secondo il quale la devianza dà luogo ad un mondo indipendente regolato da norme autonome e l'individuo che viola la legge - ovvero le norme dell'ordine legittimo - è totalmente estraneo a questo ordine. Per Matza (1964) la definizione sociale della devianza discende dal conflitto fra il senso attribuito all'atto deviante dai devianti e il senso dato allo stesso atto dagli altri soggetti. Nel suo studio sui giovani delinquenti Matza vede nel deviante un individuo che partecipa al sistema dei valori legittimo e si pone il problema di spiegare perché il deviante è tale, pur conoscendo e condividendo le regole di comportamento degli altri membri della società. Sykes e Matza (1957) sostengono che, in un contesto in cui i valori e le norme rappresentano delle guide per l'azione di carattere flessibile, il deviante può elaborare delle giustificazioni della propria azione, adducendo motivazioni che legittimano dal suo punto di vista la sospensione di una norma morale o legale e gli consentono di sentirsi autorizzato a trasgredire. In quest'ottica l'ingresso nella devianza non implica l'interiorizzazione dei valori di una sottocultura contrapposta all'ordine sociale dominante, ma l'apprendimento delle tecniche di neutralizzazione che consentono all'individuo di continuare a considerare legittime le regole che sta violando. Le tecniche di neutralizzazione individuate sono cinque: la negazione della responsabilità, la negazione del danno, la negazione della vittima, la condanna di chi condanna e il richiamo a lealtà di ordine più elevato. La neutralizzazione spiegherebbe l'inclinazione di un individuo a compiere atti devianti in quanto la sospensione della fedeltà ai valori sociali libera l'individuo e lo pone alla deriva. La condizione di deriva è aperta sia al reingresso nella conformità sia al proseguimento sulla strada della devianza.

  La versione più recente della corrente sociologica che legge la devianza in termini di controllo sociale è la teoria del legame sociale di Hirschi (1969). Similmente a Durkheim, Hirschi pone i comportamenti su di una scala che va dalla conformità alla devianza. Il comportamento convenzionale è il frutto dell'influenza delle norme interiorizzate, della coscienza e del desiderio di approvazione. L'individuo è libero di accedere alla devianza, ma, mentre Sykes e Matza spiegano l'orientamento alla devianza con il ricorso da parte dell'individuo alle tecniche di neutralizzazione, Hirschi chiama in causa la natura dei legami sociali e associa la devianza al loro indebolimento o alla rottura. Un individuo compie un reato quando i vincoli che lo legano alla società perdono di forza e di efficacia nel trattenerlo dal seguire le proprie inclinazioni e i propri interessi. I legami sociali sono costituiti da quattro elementi: l'attaccamento, il coinvolgimento, l'impegno e la convinzione. L'attaccamento è dato dalla forza dei legami verso altri significativi (i genitori, gli amici, i modelli di ruolo) o verso le istituzioni (la scuola, l'associazione); il coinvolgimento è espresso dal tempo e dalle risorse dedicate alla partecipazione ad attività convenzionali (tanto più tempo è dedicato allo studio, allo svago, ecc. tanto meno ne resta per compiere atti devianti); l'impegno è costituito dall'investimento sotto forma di istruzione, reputazione, posizione economica; la convinzione, infine, consiste nel riconoscimento della validità delle norme vigenti. La libertà di adottare comportamenti devianti si riduce o si estende a seconda della presenza e dell'intensità degli elementi costitutivi dei legami sociali.

  La teoria del controllo sociale pone, dunque, in relazione l'aumento dei comportamenti devianti con l'indebolimento della coesione sociale. La devianza è assunta come un dato naturale in una società. Gli individui agiscono spinti dalla ricerca dell'autoconservazione e della gratificazione; il vivere sociale è reso possibile dall'ordine morale formato dalle regole, che gli individui interiorizzano nel corso della socializzazione; il legame con l'ordine sociale, imperniato sui quattro elementi individuati, è la condizione per il mantenimento della conformità. In quest'approccio, che si fonda su di una concezione pessimistica della natura umana, ritenuta moralmente fragile e bisognosa di freni e di controlli, è proprio la conformità a dover essere spiegata, piuttosto che la devianza.

  Una versione più recente della teoria del controllo sociale è stata elaborata da Gottfredson e Hirschi (1990) con la denominazione di teoria generale della criminalità o teoria del basso autocontrollo. Il crimine non nasce da motivazioni o bisogni specifici ma dalle pulsioni di tipo egoistico quando vi è un basso grado di autocontrollo. I tratti della personalità individuale - come l'impulsività, l'insensibilità, l'egocentrismo e le capacità intellettive -  assunti in età precoce durante il processo di socializzazione influenzano la capacità di autocontrollo degli individui. Se le caratteristiche potenzialmente criminali sono parte costitutiva della natura umana, la possibilità di intraprendere una carriera deviante viene a dipendere dal successo o dal fallimento del processo di socializzazione. All'interno della loro teoria gli autori ricomprendono anche gli assunti di altre correnti teoriche; l'atto deviante, da un lato, è compiuto dal soggetto sulla base di un'aspettativa di gratificazione e del calcolo dei costi e dei benefici che ne scaturiscono, che configurano una disposizione razionale da parte del deviante, e, dall'altro, presuppone delle condizioni favorevoli esterne e interne al soggetto.
 


7.Un punto di svolta: la labelling theory


  Alla metà degli anni Sessanta emerge un punto di vista sulla devianza che, per certi aspetti, appare come una sorta di rivoluzione copernicana ma che, sotto altri versanti, si presenta come un'espressione sincretica della Scuola di Chicago e del funzionalismo che tiene però in largo conto anche dell'interazionismo simbolico e della fenomenologia. Questo nuovo modo di guardare la devianza  riesce a combinare prospettive teoriche diverse in un 'unica tesi:  lo studio della devianza deve spostare il suo fuoco dall'attore e dall'atto verso l'opinione pubblica. La società inventa la devianza nel senso che i gruppi sociali stabiliscono che cosa è devianza, definendo le norme la cui infrazione comporta l'attribuzione della qualifica deviante. L'attore deviante è una persona particolare che viene etichettato come outsider. La devianza non è un'azione qualificata intrinsecamente come tale, ma piuttosto l'effetto dell'applicazione di certe regole e delle sanzioni correlate da parte di alcuni (gli etichettatori) a danno di altri (i trasgressori). Il nuovo orientamento mette radici prima nella sociologia statunitense e poi in quella europea, dominando la scena per oltre vent'anni. Viene individuato con nomi diversi: teoria interazionista, transazionale, della reazione sociale ma il più delle volte con l'espressione fortunata di labelling theory. Sotto il profilo metodologico l'innovazione sta proprio in uno spostamento di attenzione dal comportamento alla reazione sociale. Le teorie tradizionali studiano l'azione deviante e cercano di rintracciare le sue cause in un pattern più o meno deterministico; le nuove teorie evitano la spiegazione causale, adottano un modello flessibile dell'azione umana e sono unicamente interessate ai meccanismi di etichettamento che rappresentano la reazione sociale alla devianza. L'ottica è innovativa perché si sostiene che non è la devianza che genera il controllo sociale ma all'opposto è il controllo sociale che porta alla devianza.

  La definizione di Howard S. Becker esprime bene il significato di questo nuovo orientamento teorico: «La devianza non è la qualità di un atto compiuto da una persona, ma piuttosto la conseguenza dell'applicazione di norme di sanzioni da parte di alcuni nei confronti di un trasgressore (offender). Il deviante è uno a cui questa etichetta è stata applicata con successo; il comportamento deviante è il comportamento che le persone così etichettano» (H.S. Becker 1964). La distinzione di Edwin M. Lemert fra devianza primaria e devianza secondaria rappresenta uno dei concetti fondanti della teoria dell'etichettamento. Si parla di devianza primaria avendo riguardo ad un comportamento che, pur essendo obiettivamente deviante, non viene censurato e, quindi, non comporta una redifinizione dello status sociale del trasgressore. Quando il comportamento deviante è ripetuto frequentemente, acquista evidente visibilità ed allora si scatena una reazione sociale: a questo punto si ha il passaggio alla devianza secondaria. Il passaggio dalla devianza primaria alla devianza secondaria è formato da un meccanismo di interazione a più stadi che vede un progressivo rafforzamento nella condotta deviante come effetto di un incremento ripetuto di sanzioni sociali e di formale stigmatizzazione. Alla fine della sequenza, l'attore muta l'originaria autovalutazione del proprio comportamento, accetta il suo status di deviante ed opera gli adattamenti di ruolo corrispondenti. In parole più semplici la devianza primaria ha delle implicazioni marginali anche per la struttura psichica del soggetto che non si vede costretto a riorganizzare il suo progetto di vita complessivo. La devianza secondaria, invece, vede una stabilizzazione del comportamento deviante, la ripetitività lo rende abitudinario con la conseguenza, in certo modo, di professionalizzarlo e di contagiare anche gli altri ruoli che non avrebbero una connessione diretta con l'atto deviante medesimo.

  L'inizio della carriera deviante è non di rado del tutto accidentale. La reazione della società trasforma un fatto episodico; la disapprovazione, l'isolamento sociale la degradazione che ne consegue  stabilizzano la devianza. Il comportamento deviante diventa uno strumento di difesa da usare per fronteggiare i problemi posti dalla reazione sociale. Uno dei contributi interessanti sul piano euristico dettati dalla scuola del labelling e da Becker specificatamente, riguarda la proposta di un modello sequenziale (o fasico) in sostituzione del modello simultaneo prediletto dall'approccio sociologico tradizionale a proposito della costituzione di un comportamento deviante. Le variabili interpretative di ciascuna delle fasi componenti sono significative anche perché la distinzione tra deviante e non deviante sottolinea il carattere processuale del comportamento deviante che perde la sua unicità e che si sviluppa per l'appunto attraverso una sequenza di atti nel tempo. Ne deriva lelaborazione del concetto di carriera che nella formulazione beckeriana prevede l'apprendimento sociale di motivazioni e di interessi devianti.

  Lemert, tuttavia, assai acutamente osserva che una parte non trascurabile della definizione sociale del deviante non ha una corrispondenza nel suo comportamento effettivo. Si riscontra, insomma, un surplus di reazione sociale e di correlata penalizzazione che dipende da una distorsione non agevole da spiegare. In misura non piccola la devianza diventa allora devianza putativa. Questo processo di falsa imputazione che connota i meccanismi di reazione sociale dipende da molte condizioni; prima fra tutte l'uso manipolativo della devianza effettuato da gruppi in competizione per motivi di potere. Ma vanno considerati anche il deficit organizzativo degli apparati di controllo e le esigenze legate alle politiche instaurate da questi stessi apparati, la separazione tra i problemi reali posti dalla devianza e l'opinione pubblica, et alia.

  L'anatema lanciato da chi e/o da coloro che hanno il potere di etichettare si traduce in un controllo della condotta di chi viene etichettato. Non si può però concepire l'etichettato esclusivamente come un dominato inerte; specialmente in una società complessa, mutevole e pluralista qual è la società contemporanea, il deviante non rimane sempre passivo ma organizza una risposta a chi lo etichetta. Il quadro normativo difeso con l'azione del labelling diventa oggetto di conflitto e si colloca, non di rado, al centro della dinamica politica di una data società. Ma non si può trascurare una riflessione che riguarda il singolo attore coinvolto nel processo di labelling; egli, alla fine di questo processo, si identificherà con l'immagine socialmente codificata del deviante ma anche con la subcultura organizzata in funzione di quella data devianza alla quale l'attore partecipa. Il deviante si riconferma tale respingendo coloro (singoli, gruppi, istituzioni) che l'hanno respinto e che l'hanno confermato nella sua condizione di outsider. Resta valida comunque l'osservazione che quante più subculture animano la scena sociale (l'esempio tipico viene offerto proprio dalla forte eterogeneità socio-culturale della metropoli) tanto più problematica diventa l'individuazione del deviante e del suo etichettamento.

  Rispetto ai teorici delletichettamento Goffman esplora il tema della devianza in relazione ai processi di costruzione dellidentità sociale. Nella sua analisi del rapporto fra ruolo e identità, Goffman (1956) individua tre componenti del ruolo: laspetto normativo, laspetto tipico, costituito dagli attributi associati alla persona che adotta il ruolo, laspetto dellinterpretazione, che fa riferimento al contesto di interazione nel quale il ruolo viene assunto. Il ruolo, dunque, si colloca sempre in un sistema di interazione e di attività situata e la persona che lo assume si conforma alle attese degli altri. La possibilità di interpretare più ruoli a seconda delle esigenze poste dal contesto pone il problema della definizione e del mantenimento dellidentità personale, che Goffman risolve introducendo il concetto di distanza dal ruolo. Lattore può segnalare agli altri che non si assoggetta completamente alle obbligazioni afferenti al ruolo che egli si trova a rivestire. Questo scarto fra ruoli e identità può essere recepito dagli interlocutori dellattore come trasgressione delle norme che regolano il ruolo e assumere la forma della devianza.

  In unopera successiva, Stigma, Goffman (1963) offre un secondo importante contributo alla teoria della devianza. Un atto deviante è tale quando trasgredisce una norma; per Goffman la trasgressione ha per oggetto un tipo specifico di norme, che regolano lidentità. Ogni individuo è dotato di unidentità sociale: un complesso di segni esteriori definisce il suo status sociale e stabilisce le modalità di rapporto che gli altri possono intrattenere con lui. Lidentità personale che si va così a costruire è composta di due dimensioni: una virtuale, che è attribuita allindividuo sulla base della sua apparenza, e laltra reale. Lo stigma è quellattributo personale (una qualità fisica o culturale, come il colore della pelle, la deformità, l'handicap, l'omosessualità, la religione) la cui osservazione suscita negli altri un dubbio sullidentità sociale del soggetto, in quanto pone il problema delladeguatezza fra identità virtuale e identità reale. Da parte sua lindividuo portatore di stigma cerca di gestire lo scarto tra le due dimensioni della sua identità, attraverso delle strategie di controllo dellinformazione sociale, che sono volte a far dimenticare o a servirsi dello stigma stesso quando lo stigma è riconoscibile e palese, oppure a evitarne lo svelamento quando lo stigma è nascosto. Si pone, dunque, per Goffman il problema di spiegare quando un attributo si trasforma ed è riconosciuto dagli altri come stigma. In teoria qualsiasi attributo può divenire uno stigma; poiché il passaggio da attributo a stereotipo avviene nel corso dellinterazione faccia a faccia, lautore sottolinea che non è il possesso dello stigma in sé ma il tipo di rapporto sociale in cui il soggetto è coinvolto a determinare il sorgere della devianza. Il deviante è, perciò, il soggetto che è portatore di uno stigma, che ha scarse possibilità di controllare linformazione per lui discreditante, e che, infine, è posto in contesti poco favorevoli alla gestione di unidentità segnata dallo stigma.

  La più parte delle ricerche empiriche effettuate sulla questione devianza negli ultimi trent'anni riflette questo approccio, confermandone la suggestione presso gli addetti ai lavori. Tra i molteplici temi affrontati troviamo la ricostruzione storico-istituzionale degli apparati di controllo; l'analisi delle modalità di funzionamento delle istituzioni di controllo sociale; lo studio della formazione della gestione delle identità del deviante e la costruzione degli stereotipi relativi. Negli anni Sessanta questo orientamento è stato affiancato vigorosamente da unondata movimentista che ha coinvolto non poche categorie devianti con l'esigenza di mitigare l'ostracismo sociale ma anche professionisti ed operatori impegnati nelle attività di controllo sociale che sentivano il bisogno di sostituire i criteri tradizionali che guidavano il loro lavoro. Si sono formate delle organizzazioni critiche di settore nell'ambito della criminologia, del diritto e della psichiatria, mobilitate al fine di smantellare le strutture di controllo sociale, di promuovere il rinnovo dei paradigmi teorici e di far mettere radici ad una cultura della diversità che ha sorretto, ad esempio, sul piano internazionale il movimento per la liberazione degli omosessuali ed in molti casi ha travolto le vecchie forme di legislazione sull'organizzazione della vita nelle istituzioni totali come ospedali psichiatrici e prigioni. Queste strategie hanno incoraggiato importanti esperimenti innovativi anche al livello delle politiche sociali, sanitarie e carcerarie in molti paesi occidentali. Sia questi esperimenti di politica sociale sia la teoria del labelling che li ha ispirati sono tuttavia oggetto di critiche piuttosto dure che forse è opportuno ricordare brevemente, stante la decisiva influenza avuta dalla teoria dell'etichettamento a partire dagli anni Sessanta ad oggi.

  Giovanni Gennaro ha raccolto in una forma sistematica le critiche principali riguardanti sia il piano del supporto empirico della teoria, sia il piano dei presupposti fondamentali e della ideologia che la orienta. I labellists svalutano oltre modo il dato relativo alla devianza primaria; non danno peso, cioè al momento della prima crisi nel rapporto dell'attore con la norma: per la teoria dell'etichettamento, infatti, la vera devianza si ha solo nel momento in cui si concreta una reazione di controllo nei confronti dell'atto che si discosta dalla norma. Questa impostazione non è però da accettare in toto proprio perché la labelling theory non riesce a sostituire le teorie più tradizionali che si preoccupano invece di spiegare, in vario modo, specialmente quando non esclusivamente la devianza primaria. Altrettanto significative appaiono però le critiche relative alla validità della teoria sotto il profilo del suo supporto empirico. Ad esempio, una rassegna di molte ricerche dedicate alla malattia mentale ed alla sua istituzionalizzazione, curata da Walter Gove nel 1970 nella prospettiva della societal reaction, mostra che l'etichettamento non è un meccanismo che scatta immediatamente e sempre nei confronti di chi manifesta i sintomi della malattia. I meccanismi individuati dalla labelling si riscontrano specialmente per i casi estremi degli internati a lungo termine, e, dunque, la teoria troverebbe idonea applicazione solo per una parte di una fenomenologia invece assai varia e complessa. Anche il potere degli apparati di controllo appare tutt'altro che incontrastato o esente da possibilità di negoziazione, oltreché risultare correlato soprattutto con la propensione alla recidività. In sostanza tra le accuse principali si rintracciano quelle di un eccesso di relativismo e quella di un'indebita attribuzione di capacità di causazione all'etichettamento. Ancora: Lemert aveva definito la reazione sociale come « un insieme di processi tramite i quali le società rispondono ai devianti sia informalmente sia attraverso le loro agenzie ufficialmente delegate». Ebbene è stato autorevolemente notato che la nozione di reazione sociale «viene a beneficiare di uno spettro di referenza straordinariamente ampio, che va dalla diceria all'arresto» talché se da un lato ha permesso alla teoria di avere successo, dall'altro lato ne mina la solidità scientifica almeno sino a quando non vengano chiariti con più precisione il suo significato ed il suo ambito di applicazione (Gennaro 1993,pp.167-171). Infine, tra le critiche va citata per la sua rilevanza storica quella espressa nel 1974 dallo stesso Lemert; si tratta di una sorta di bilancio dell'efficacia della teoria effettuato da uno dei suoi inventori. Lemert include tra i lati deboli della labelling: un estremo soggettivismo; l'adozione spesso acritica del punto di vista del deviante; un sovradimensionamento dell'autoritarismo dell'establishment e dell'arbitrarietà della reazione sociale; l'uso di un linguaggio suggestivo ma metaforico che rimane prigioniero del deviant argot; ed infine l'evidenziazione del principale punto di debolezza nella derivazione della teoria dal pensiero di Mead che soffrirebbe non poco di ambiguità. L'interazionismo simbolico, con le sue ambiguità terminologiche e concettuali, produrrebbe le smagliature più gravi di cui soffre la labelling theory. Non è il caso in questa sede di andare oltre a ciò che è stato detto anche perché gli elementi sopra riportati sembrano sufficienti a chiarire l'originalità ma pure il relativo spessore di questa teoria che era stata adeguatamente etichettata come a new wave in sociology. 
 


8.Le teorie radicali: devianza, controllo sociale e capitalismo


  Negli anni Settanta e negli anni Ottanta la questione devianza viene ricollocata nell'ambito di un importante filone dell'analisi sociologica quello delle teorie conflittuali. Questa collocazione riporta la questione ad un livello macrosociale e rilancia l'interesse per i fenomeni di criminalità. In altre parole l'attenzione si focalizza su fenomeni e su processi che rappresentano la repressione istituzionale mentre restano in secondo piano i comportamenti non conformisti che avevano appassionato fino ad allora i sociologi della devianza.

  Come è noto, la sociologia del conflitto presenta due versioni: una versione pluralista ed una versione marxista. La versione pluralista (o liberale, alla Dahrendorf) sottolinea la rilevanza delle dinamiche fra gruppi sociali in competizione per l'autorità. La versione pluralista, inoltre, prescinde sia dal riferimento ad una dimensione strutturale del conflitto sia da una valutazione adeguatamente critica dei reali interessi che vengono soddisfatti dal sistema giuridico. La soluzione dei problemi emersi per effetto del conflitto, d'altronde, viene coerentemente affidata alla mediazione politica ed al suo potere di riformare il quadro normativo. I paladini di questa versione sono i criminologi G.Vold e  A.T.Turk. Per loro il crimine si collega direttamente e prevalentemente  a situazioni di conflitto intergruppo e alla esigenza di pervenire a degli aggiustamenti reciproci tra i vari interessi di cui i diversi gruppi sono portatori. Il potere di produzione delle norme e della loro applicazione viene esercitato dalle autorità ufficiali; la criminalità è connessa ai conflitti normativi derivanti dalla eterogeneità dei sistemi di norme cui i soggetti fanno riferimento sulla base di una loro specifica caratterizzazione sociologica. Le probabilità di criminalizzazione varierebbero in funzione della forza a disposizione dei gruppi che confliggono; la criminalizzazione diventa spinta a carico dei gruppi attrezzati con minori risorse. Turk trascura la classe sociale come variabile cruciale per l'interpretazione del processo di criminalizzazione a favore di altre variabili quali il sesso, l'età e l'appartenenza etnica. Turk propone, a questo stesso proposito, una interessante distinzione fra processi di criminalizzazione innescati dalle istituzioni di controllo e i processi di stigmatizzazione che invece hanno un teatro sociale vasto. Oggetto del conflitto è qui il rapporto di dominio di alcuni (individui o gruppi) su altri, dunque un rapporto politico.

  Alcuni critici ritengono che l'adozione di un modello del conflitto siffatto non rappresenta una reale alternativa: la devianza diventa un'espressione funzionale all'adattamento del sistema al modello dell'integrazione. Il processo di criminalizzazione viene ricondotto (e ridotto) all'affermazione dell'autorità da parte di chi ne è istituzionalmente il titolare. Comunque sia, le teorie del conflitto, nella versione pluralista, promuovono la sociologia criminale liberale rispetto alle teorie funzionalistiche nonché rispetto alle teorie della reazione sociale sopra esaminate. L'inquadramento della devianza e del crimine nell'ambito di difficile decodificazione delle relazioni di potere apre le porte, nel bene e nel male, alla fase successiva di affermazione delle teorie criminologiche radicali che propugnano un'altra versione della teoria conflittuale.

  Karl Marx non si era mai occupato in forma sistematica né di devianza né di crimine eppure il suo pensiero ed il suo metodo vengono ripresi all'inizio degli anni Settanta da un gruppo di autori accomunati da un orientamento più radicale di quello della labelling theory, che viene denominato da alcuni Radical Criminology. La teoria dell'etichettamento viene politicizzata nel senso che la reazione sociale viene riferita quasi unicamente all'intervento repressivo dello Stato e nel senso che la devianza viene apprezzata in quanto azione politica contestatrice. La devianza viene considerata come "un'azione cripto-politica primitiva". Il 1973 è un anno importante per la definizione di questo nuovo orientamento, perché in questo stesso anno viene pubblicato il libro-manifesto di I. Taylor, P. Walton e J. Young, The New Criminology. Con questo libro la sociologia delle devianza statunitense ottiene un riconoscimento internazionale e si fonde con un omologo approccio di critica del diritto che aveva in Inghilterra le sue punte più avanzate. Da questa fusione nasce la piattaforma programmatica della criminologia critica, che diventa un indiscusso punto di riferimento generale per la sociologia della devianza del tempo.

  Il marxismo classico in primis, l'influenza critica di Marcuse e della Nuova Sinistra formano un paradigma eterogeneo che collega devianza e controllo sociale alle caratteristiche strutturali del capitalismo. Gli elementi tipici dell'approccio dei radicals comprendono una visione conflittualista dell'ordine sociale basata sul principio della diseguaglianza e della divisione in classi sociali di matrice nettamente marxiana. La differenza tra le classi comporta lo sfruttamento della classe lavoratrice da parte di una classe dominante che controlla i mezzi di produzione e lo Stato. La devianza di conseguenza non si può concepire genericamente, così come non ha senso definire il crimine in termini meramente giuridici. La devianza è devianza di classe. E' crimine ciò che la classe dominante ha l'interesse a definire tale; ma il crimine è anche la reazione alle condizioni di vita proprie della classe sociale di appartenenza. La classe lavoratrice delinque perché attraverso il crimine trova una via di sopravvivenza a fronte delle sue misere condizioni di vita. D'altronde, il giovane Engels, nel suo saggio-ricerca su La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845), aveva descritto con grande efficacia come la classe operaia urbana ricorresse, saltuariamente e  per necessità di sopravvivenza, al crimine e facesse della devianza uno stile di vita conseguente allabbrutimento in cui era obbligata. Il crimine, dunque, viene riproposto come aspetto endemico della (ineluttabile) lotta di classe. Al punto che si arriva a sostenere in tutta tranquillità che nelle società socialiste ove il conflitto di classe è minore, minore sarà anche il tasso di criminalità. Ci si imbatte qui in uno dei punti deboli delle teorie radicali che conferiscono un alone romantico all'illegalità: la devianza è la vera sfida contro l'ordine capitalistico ed è da concepire come l'atto rivoluzionario per eccellenza.

  Ma sarebbe riduttivo pensare che il marxismo ortodosso sia il solo filone che fa da framework al programma teorico di Taylor, Walton e Young. La nuova criminologia, infatti, ambisce a stabilire delle connessioni fra l'interazionismo, altri approcci interessati alla dimensione soggettiva e la teoria marxiana che guarda invece alla struttura della società. Questa nuova teoria della devianza e della criminalità, più specificatamente, vuol riportare le cause dell'azione deviante alle trasformazioni della società industriale avanzata e prospetta un'economia politica del crimine che rappresenterà, poi, al tempo stesso il suo limite. Diversamente dai sostenitori della social reaction si tratta di vedere la devianza come una soluzione consapevole (e libera) dei problemi posti da una società densa di contraddizioni. La dimensione politica di questo discorso viene chiaramente esplicitata perché lo scopo della New Criminology è quello di trasformare la società e di garantire il massimo di autonomia ai suoi membri. Si tratta di contribuire all'organizzazione di una società « nella quale il fatto che esista una diversità umana - sia essa personale, organica o sociale- non sia passibile di criminalizzazione da parte del potere» (Ibid., p.443).

  I criminologi radicali sostengono che l'interesse dimostrato dagli altri studiosi e dagli opinion maker per il crimine degli emarginati è frutto di una scelta ideologica e di una manipolazione rivolte ad oscurare i crimini più importanti, quelli commessi dai proprietari dei mezzi di produzione e dai potenti. Questa impostazione tutta sbilanciata verso un'economia politica della criminalità cerca di ricostruire il senso del diritto penale come se fosse unicamente espressione dell'ideologia capitalista. Anche il criminologo tradizionale viene percepito come un tecnocrate al servizio degli interessi della classe dominante. Ne consegue che il criminologo radical abbandonerà il piano unicamente descrittivo del suo lavoro di studioso perché deve impedire che i potenti usino lo studio del crimine in una chiave prescrittiva e politica a fini unicamente repressivi. Viene ribadito che il capitalismo è criminogeno perché alimenta la diseguaglianza sociale, il degrado nel lavoro e la disoccupazione. Il criminologo arriva allora a prospettare soprattutto delle soluzioni di tipo politico espresse con particolare energia ma del tutto inconsistenti sul piano analitico. Un buon esempio viene offerto da asserzioni come questa di  T.Platt  per cui i veri crimini da combattere sono « l'imperialismo, il razzismo, il capitalismo, il sessismo e  gli altri sistemi di sfruttamento che danno il loro contributo alle miserie umane e che privano la gente delle loro potenzialità umane ». La criminologia diventa un progetto politico che non si preoccupa di rendere empiricamente verificabili le sue principali asserzioni. Seguendo questo approccio ci si dovrebbero aspettare alti tassi di devianza per i membri della working class; i dati empirici smentiscono, invece, l'ipotesi senza ombra di dubbio: la classe operaia non è mai stata n diventa la punta di diamante di un movimento fatto da criminali politicizzati. All'opposto la ricerca empirica dimostra che nell'ambito della working class allignano atteggiamenti conservatori e fin reazionari di accettazione della gerarchia, di xenofobia, di favore per la pena di morte et similia. In generale comunque non sono stati dimostrati legami diretti ed univoci tra devianza e capitalismo; inoltre, la crisi della congiuntura culturale che alimentava politicamente la New Criminology in Europa e negli Usa ha creato tra le file di questo gruppo serio disorientamento ed attualmente i radicals stanno riconsiderando un po' tutto l'impianto del loro discorso sul crimine.
 


9.Dal realismo di sinistra al discorso di Foucault


  Il panorama attuale si caratterizza per la decisa inclinazione alla coesistenza dei differenti paradigmi esaminati. La sociologia della devianza e del crimine prosegue il suo cammino in maniera sincretica; parti degli approcci esaminati vengono combinate fra di loro nello sforzo di aprire nuove e più adeguate possibilità euristiche. Questa frenesia della sintesi combinatoria denuncia, tuttavia, la mancanza di idee originali e non porta a grandi risultati. D'altronde ogni teoria nasce come espressione di una data congiuntura per fare fronte a bisogni specifici della comunità scientifica e del quadro societario nel quale opera. Confondere un approccio con un altro significa perdere le rispettive specificità e proporre una teoria integrata non vuol dire certo eliminare i punti deboli di ogni teoria. Come probabile effetto di questa incertezza gli anni Ottanta vedono una decisa affermazione della criminologia realista negli Usa e della criminologia amministrativa in Inghilterra. Due etichette che riguardano un analogo atteggiamento di diffidenza verso la spiegazione sociologica della devianza e una domanda per l'implementazione di una politica penale intransigente ove le misure operative di polizia devono rappresentare un deterrente con il massimo grado di efficacia. La criminologia realista (o amministrativa) rappresenta il trionfo del pragmatismo. I governi conservatori dello stesso decennio optano - in sintonia con questo approccio - per una maggiore articolazione delle tecniche di prevenzione e di controllo. Naturalmente gli esponenti della criminologia radicale cercano di reagire e di trovare un percorso che presenti delle alternative al conservatorismo pragmatico. Questa nuova via viene denominata realismo di sinistra o realismo radicale ed il suo programma si articola in parte riprendendo vecchie idee, in parte proponendone di nuove, comunque sia nell'alveo di un'impostazione realista.

  Il realismo di sinistra (così detto perché ostile ad una criminologia realista conservatrice) pretende di inquadrare l'azione criminale nella sua interezza sia ad un livello macro sia ad un livello micro, di esaminare tutti lati del quadrato, aggressore, vittima, Stato e società, nonché di valutare adeguatamente le cause dell'azione criminale e della reazione sociale conseguente. Ciò significa, in concreto: a) affrontare di nuovo il problema dell'eziologia del crimine. La matrice capitalista dell'azione deviante è considerata accanto ad altri problemi sociali e soprattutto tra gli effetti dipendenti dalla deprivazione relativa tipica di aree subculturali specifiche; b) costruire una seria vittimologia capace di considerare anche chi è stato danneggiato dal crimine al fine di evitare l'enfatizzazione della questione criminale oggetto di campagne di allarme sociale politicamente interessate; c) prevenire l'effetto distorcente dei mezzi di comunicazione di massa che gonfiano la questione criminale al di là della sua effettiva consistenza e, soprattutto, alterano la corretta percezione del fenomeno e delle sue caratteristiche costitutive; d) attuare una strategia di democratizzazione degli istituti che trattano la questione criminale evitando l'errore di una politica abolizionista, che per l'appunto non è realista. Gli obiettivi prioritari dei fautori di questo approccio sono quelli di ridefinire le strategie di intervento della polizia alla luce di un severo controllo democratico e di promuovere dei meccanismi alternativi a quelli adottati dal sistema di giustizia penale formale incoraggiando la mediazione e l'intervento della comunità. I lati deboli dell'approccio realista sono piuttosto trasparenti. Ci si limita qui a considerare la questione eziologica che i realisti affrontano in maniera semplicistica affidandosi unicamente a due categorie: il discontent e la deprivazione relativa senza illuminare la relazione tra questi concetti, le situazioni cui sono socialmente connesse e l'insorgere della devianza. E' evidente che scontento e deprivazione relativa sono presenti in molti casi ma non sempre producono devianza. Anche la proposta insistente di responsabilizzare la polizia che ambisce a diminuire le chance di vitimizzazione dei poveri si trasforma in un'enfatizzazione gratuita della deterrenza.

  Stimolati da questo approccio i fautori della criminologia critica hanno ulteriormente articolato il loro punto di vista sulla devianza e sul crimine. In particolare, pur mantenendo un interesse spiccato per la costruzione sociale della criminalità e per gli effetti concreti che ne discendono, il tema dei mass-media e di come il loro intervento manipoli la opinione pubblica acquista una centralità che non aveva mai avuto in precedenza. L'enfasi posta eccessivamente a carico della violenza criminale ha la funzione di nascondere altre forme di violenza assai più devastanti. Inoltre i mass-media attivano un meccanismo di definizione pubblica del criminale come capro espiatorio. Il criminale è presentato come il diverso contro il quale bisogna organizzare una convergenza generalizzata: la società non funziona perché il diverso ne blocca gli ingranaggi più delicati. In questo modo si evita di prendere coscienza del fatto che oltre alla diversità tra il deviante e l'uomo della strada sussistono anche non pochi caratteri comuni. L'interazionismo aveva già definito la criminalità come il frutto di valutazioni maturate nell'ambito del generale processo di comunicazione sociale. La costruzione sociale della criminalità ha oggi una dimensione di marcata artificialità che richiede secondo i sostenitori di questa nuova fase della criminologia critica  una comunicazione libera del potere nel senso propugnato da Habermas.

  La ricerca di nuovi paradigmi idonei ad interpretare la devianza, il crimine e le correlate tecniche di controllo sociale in una società complessa non può trascurare l'apporto di Michel Foucault. Anche se non è un sociologo stricto sensu, la sua riflessione è straordinariamente ricca di prospettive e permette di  intraprendere nuovi ed utili percorsi. E' giocoforza in questa sede condensare l'analisi su pochi punti  specifici ma cruciali. La relazione tra sapere e potere trova una specificazione importante nella formazione della criminologia come scienza che si accompagna alle dinamiche materiali di esclusione. Foucault non si impegna nella validazione di questa o di quell'altra teoria sull'eziologia del crimine ma piuttosto in una ricostruzione genealogica che approderebbe alla spiegazione del perché quella data teoria ha funzionato ed è stata recepita come produttrice di verità. Seguendo questo punto di vista si rendono problematiche le discipline ed i concetti che le costituiscono nel senso che gli effetti di verità sono generati sociologicamente in corrispondenza alle esigenze del potere che è ovviamente interessato a produrre una data verità. Viene così sottolineato come le scienze sociali - dalla statistica alla criminologia - siano nate nell'ambito di speciali istituzioni di potere. Le categorie conoscitive vengono elaborate mentre si provvede alla costruzione delle scienze sociali con l'intento di gestire gli individui trasformandoli in soggetti, dalla soggettività depotenziata, per disciplinarli con una metodologia adeguata alle esigenze della società che sono esigenze di normalizzazione.

  La tesi di Sorvegliare e punire è che «le scienze dell'uomo non siano separabili da quei rapporti di potere che le rendono possibili »; anche le pratiche di punizione emergono all'interno di un rapporto di forza che viene ulteriormente consolidato dalla definizione delle stesse pratiche. La classificazione del deviante tramite la ricerca scientifica prima e le misure di controllo dopo presentano la devianza come una questione sociale da governare. Come si sa, Foucault riduce il potere ad un reticolo di punti in costante movimento; vale a dire che il potere è esteso e comprensivo di ogni relazione sociale. Questa concezione del potere, come potere diffuso in forma capillare, si riflette sul modo di concepire la fenomenologia deviante per lo meno in due modi: a) la marginalizzazione di alcune categorie sociali viene a dipendere non solo dalle istituzioni deputate al controllo sociale ma anche dalle reti relazionali che le circondano; b) la diffusione capillare del potere conferma la perdita di centralità dei sistemi di controllo sociale e di disciplina del deviante. La società moderna, in quanto società che tende alla normalizzazione, si fonda sul sapere disciplinare e su un discorso che è quello della norma intesa, però, in un senso che travalica i confini ristretti della regola giuridica. Il codice della normalità si collega ad un orizzonte teorico dominato dalle scienze sociali. Le tecniche giuridiche per la prevenzione ed il controllo perdono spazio a vantaggio di una articolazione complessa di strumenti disciplinari adottati nei confronti dell' universo deviante che, a sua volta, si complessifica. La conseguenza di questa degiuridificazione del controllo sociale è il lassismo dell'intervento istituzionale, surrogato tuttavia da  strategie di controllo pervasive dell'intera sfera di vita del deviante con la perdita di  quel garantismo di cui  beneficiava in un regime esclusivamente giuridico.

  Un altro topos classico riguarda la prigione, cioè il luogo dove da sempre si gestiscono le manifestazioni criminali che Foucault chiama gli illegalismi. La prigione ha una funzione latente, assai più significativa di quella manifesta che è volta a punire e a riabilitare. Questa funzione latente si evidenzia riflettendo sul dibattito che costantemente, da due secoli a questa parte, ne critica l'organizzazione e i metodi che la governano. Nel capitolo di Sorvegliare e punire dedicato agli Illegalismi ed alla delinquenza Foucault rileva gli elementi costitutivi del sistema carcerario: «il sistema carcerario unisce in una medesima configurazione dei discorsi e delle architetture, dei regolamenti correttivi e delle proposizioni scientifiche, degli effetti sociali reali e delle utopie invincibili, dei programmi per correggere i delinquenti e dei meccanismi che solidificano la delinquenza. Il preteso scacco non fa allora parte del funzionamento della prigione?» (pp.289-290). La gestione della pena non avrebbe una banale funzione di repressione ma assolverebbe ad una più complessa funzione di gestione economica degli illegalismi e di produzione controllata della delinquenza e di una sua riproduzione, politicamente orientata. La prigione fallisce solo in apparenza; lo scopo principale viene perseguito ed è quello di alimentare « una forma particolare di illegalismo, che essa permette di separare, di porre in piena luce e di organizzare come un ambiente relativamente chiuso, ma penetrabile. Essa contribuisce ad organizzare un illegalismo vistoso, definito, irriducibile...; essa disegna, isola e sottolinea una forma di illegalismo che sembra riassumere simbolicamente tutte le altre, ma che permette di lasciare nell'ombra quelle che si vogliono o che si devono tollerare» (p.304). L'amministrazione della giustizia e l'azione della polizia concorrono con la prigione nella gestione degli illegalismi. Si salda con il ruolo svolto da queste istituzioni il ruolo svolto dai mass-media mirato alla rappresentazione della delinquenza. In particolare la cronaca nera dei giornali determina una data percezione della delinquenza presso l'opinione pubblica. Secondo Foucault la funzione della stampa converge con quella della prigione nell'oscurare il senso sociale della delinquenza che, come gli altri illegalismi, affonda le sue radici nella condizione di esclusione e di povertà. L'importante è che non maturi nella coscienza degli strati popolari l'idea che sussiste una saldatura tra gli illegalismi di natura criminale e gli illegalismi di matrice politica animati da senso delleguaglianza.

  In breve, la ricerca storica di Foucault propone una chiave di lettura ed un ulteriore approfondimento dei problemi della devianza adeguata alla complessità del presente lungo queste tematiche: a)l'intreccio tra la disciplina criminologica e le relazioni di potere vede il sapere disponibile a conferire legittimazione alla gestione della devianza secondo una logica di rafforzamento reciproco; b) l'effetto-verità attribuito ad alcune teorie sulla devianza, il feticismo verso i dati quantitativi e il riduzionismo interessato dei mass-media convergono nella formazione di un dato tipo di politiche di controllo; c) la diffusività di un potere capillare oggettiva la condizione del deviante e lo marginalizza anche presso ambienti sociali che dovrebbero partecipare della sua esclusione, invece di inasprirla paradossalmente. 
 


10. Le teorie dell'azione razionale1


  Fino agli anni Settanta, fra i teorici della devianza, solo Matza, con il concetto di deriva, aveva messo l'accento sulla volontarietà della decisione di compiere un atto deviante. A partire da questo periodo la riflessione sociologica sulla devianza affronta il tema della responsabilità individuale. Contemporaneamente si risveglia anche fra gli economisti l'interesse per il tema della criminalità, che viene affrontato in base all'assunto comportamentista proprio della disciplina, per il quale la decisione di compiere un reato va analizzata come di natura strettamente razionale, e, quindi, in termini di opportunità, costi e benefici. In questa ottica, il genere di considerazioni e di valutazioni che motivano un individuo a compiere un atto deviante non differiscono da quelle che indirizzano qualsiasi tipo di scelta. Un soggetto intraprende la carriera deviante quando la remunerazione del reato è maggiore di quella derivante dal lavoro legale, tenendo conto della probabilità di cattura e di condanna e della severità della pena (G.S. Becker 1968).

  Le teorie sociologiche dell'azione razionale, sviluppatesi negli ultimi venti anni, propongono una lettura della devianza, che prescinde dalla distinzione fra normalità e patologia. Questa corrente recupera la teoria classica, che guarda al reato e attribuisce al soggetto deviante il libero arbitrio e la responsabilità delle decisioni, e si distacca dalla teoria positivista, che concentra l'attenzione sul deviante, trascurando l'atto, le modalità, le condizioni e le opportunità, e tende a definire il deviante come ricettore passivo di pressioni esterne. Per spiegare la devianza vengono accolti due presupposti: a) la devianza deve essere considerata un'azione; b) in quanto azione deve essere compiuta in modo tale da renderne riconoscibile il carattere deviante sia da parte di chi la realizza che da parte di chi la subisce, la osserva o la reprime. L'assunto di base di questo approccio è che, dal punto di vista dell'attore, l'atto deviante risponde a criteri di razionalità. La devianza in quanto attività pratica richiede da parte di chi la realizza una determinata competenza. La devianza viene definita come un'azione metodicamente organizzata che l'individuo può esplicitare dandone una descrizione intelligibile: il deviante sa quello che fa e sa come farlo. La razionalità si esprime sia sul piano dell'azione, attraverso la congruenza fra fini e mezzi della devianza, sia su quello cognitivo, attraverso la coerenza fra credenza, azione e rappresentazione dell'azione.

  Le principali teorie che hanno adottato uno dei due schemi di analisi della devianza basato sull'assunto della razionalità dell'individuo sono la teoria degli stili di vita, la teoria delle attività di routine e la teoria cognitiva. La teoria delle attività di routine (Cohen e Felson 1979) si propone di individuare i fattori che influiscono sulla decisione di commettere un atto deviante. Questo approccio, che ha conosciuto un notevole successo negli anni Ottanta, si riallaccia ad altre impostazioni che hanno ricevuto nuovo impulso dagli studi di questo periodo, la vittimologia, che studia le vittime e le condizioni di vita e la teoria ecologica. Nella teoria delle attività di routine il livello di devianza in una società dipende dalle modalità dell'interazione sociale nella vita quotidiana, che si strutturano nelle attività quali il lavoro, l'uso del tempo libero, la disponibilità e la cura dell'alloggio, l'allevare figli, gli acquisti, ecc. Sono le attività di routine a mettere in contatto aggressori e vittime. Perché si compia l'atto criminale sono necessari più elementi: aggressori motivati, obiettivi o vittime designati (un bene da prendere, una persona da assalire) e assenza di guardiani (i poliziotti, ma anche tutti coloro, parenti, amici passanti, la cui presenza agisce come deterrente). L'incontro fra questi elementi avviene durante lo svolgimento e grazie alle attività di routine. Le differenze e i cambiamenti delle routine determinano le diverse probabilità rispettivamente di compiere e di essere vittime di atti criminali. Certi soggetti o certi luoghi sono più esposti alla criminalità rispetto ad altri a causa delle modalità di interazione sociale e degli schemi di routine. Per la comprensione del comportamento deviante occorre, dunque, considerare non solo la prospettiva del deviante - le sue caratteristiche così come le sue motivazioni -, ma anche gli altri elementi del contesto in cui l'atto avviene: la presenza di qualcosa o di qualcuno cui l'atto deviante si indirizza e l'assenza di controlli o di fattori di contesto inibenti la devianza. Se manca uno solo dei tre elementi indicati il reato non può avvenire. Il fuoco dell'analisi in questo approccio alla devianza è nell'atto, piuttosto che nell'attore. La semplice disponibilità a compiere l'atto deviante da parte del soggetto non è sufficiente per determinare l'effettivo accadimento del reato.

  La teoria degli stili di vita utilizza il concetto di rischio per spiegare la vittimizzazione. L'attenzione si appunta non sugli autori dei reati ma sulle vittime degli atti criminali. La probabilità di rimanere vittima di un reato è legata allo stile di vita adottato dall'individuo. Ma lo stile di vita, che comprende sia le attività di lavoro che quelle del tempo libero, dipende dal ruolo sociale, dalla posizione nella struttura sociale e dalla componente razionale delle scelte di comportamento. Le esperienze di vittimizzazione sono, dunque, prevedibili, sulla base delle variazioni degli stili di vita indotti dalla collocazione sociale degli individui.

  Vari approcci confluiscono nella categoria delle teorie cognitive. Walters e White (1989) affermano il ruolo della cognition nel determinare le forme di attività degli individui. I fattori ambientali e sociali modellano solo indirettamente il comportamento individuale, ponendo dei vincoli. La devianza non è determinata dai condizionamenti esterni al soggetto, bensì dall'irrazionalità e dall'inadeguatezza degli schemi mentali adottati dal deviante. Alla base del comportamento deviante vi sarebbe il mancato sviluppo della cognition.

  Altre ricerche sulla delinquenza e sul consumo di droghe hanno adottato lo schema della razionalità cognitiva, respingendo la tesi dell'irresponsabilità del deviante e attribuendo al soggetto l'intenzionalità nel compiere l'azione e la capacità di riconcettualizzare la propria esperienza di devianza. La questione dell'abbandono della devianza, ad esempio dell'uscita dalla tossicomania, viene riformulata in termini di mobilitazione delle capacità razionali del soggetto, il quale riconosce la differenza fra la propria condizione e lo stato di normalità, in quanto dotato di riflessività e partecipe in qualche misura del sistema normativo vigente.

  Le teorie razionali recuperano la prospettiva teorica della scuola classica, che analizza la devianza a livello micro e fa discendere il comportamento deviante dalla decisione libera e autonoma dell'individuo. In alcune versioni l'attenzione alla natura individuale della scelta deviante si coniuga con la considerazione del contesto in cui la devianza ha luogo.
 


11. Genere e devianza


  La constatazione empirica del fortissimo squilibrio numerico fra donne e uomini devianti ha introdotto , nel corso degli ultimi decenni, negli studi criminologici la prospettiva di genere, a lungo trascurata, ed ha di conseguenza incoraggiato  una teoria della criminalità femminile.

  Le teorie della criminalità femminile elaborate negli anni Settanta leggono i mutamenti nella propensione delle donne alla devianza all'interno del processo generale di cambiamento della condizione femminile. Secondo un primo approccio l'inserimento della donna nella società ne comporta la maschilizzazione, che, tra l'altro, si traduce nel più frequente coinvolgimento in attività criminali. Una variante di quest'approccio fa riferimento alle opportunità di commettere un atto deviante: la partecipazione alla vita sociale e al mondo del lavoro, favorendo le occasioni di devianza, dovrebbe portare ad una crescita del tasso di criminalità femminile. Tuttavia né l'una né l'altra teoria hanno trovato dei validi riscontri empirici.

  Rispetto alle teorie sulla criminalità femminile, gli approcci alla devianza che fanno uso del concetto di genere si propongono di spiegare sia il comportamento maschile che quello femminile. Hagan (1989) sostiene che per spiegare il fenomeno della delinquenza occorre guardare al modo in cui la struttura di classe della famiglia modella la riproduzione sociale delle relazioni di genere, che a sua volta condiziona la distribuzione sociale della delinquenza (teoria del controllo del potere). Le modalità attraverso le quali i genitori assolvono i compiti di assistenza, di protezione e di socializzazione dei bambini ai ruoli della vita adulta, producendo differenze di genere relative all'accesso a determinati tipi di attività con margini di libertà o contenuti di rischio elevati, si traducono in una più forte esposizione degli uomini alla devianza e in una maggiore protezione delle donne dalla stessa. Il divario di genere nel comportamento deviante si allarga in presenza di strutture familiari patriarcali e si restringe quando si diffonde il modello egualitario di famiglia.

  All'interno della produzione scientifica sulla devianza nella prospettiva di genere un ampio spazio non possono non occupare le teorie femministe, che si sono diversificate seguendo vari indirizzi analoghi a quelli della criminologia tradizionale (femminismo liberale, radicale, marxista e socialista).
 


12. Le prospettive teoriche più recenti


  Negli anni ottanta diversi studiosi hanno concentrato i loro sforzi nella direzione dell'integrazione delle diverse teorie. Se si considerano i singoli approcci come pertinenti a distinti ambiti di spiegazione, la composizione delle singole teorie in un complesso coerente può determinare un significativo avanzamento disciplinare (Short 1989). Su posizioni estremamente critiche rispetto a questi progetti si colloca, invece, Hirschi (1979), che reputa quella dell'integrazione una prospettiva sterile, perché le teorie non sarebbero effettivamente conciliabili, e ritiene che si debba piuttosto puntare a costruire nuove teorie.

  Fra i modelli teorici che seguono la strada dell'integrazione i più recenti sono la teoria delle subculture degli adolescenti e la teoria della vergogna differenziale. La prima cerca di spiegare la delinquenza delle classi medie, che sembra smentire il paradigma interpretativo delle teorie del controllo sociale, secondo il quale la delinquenza deriva da una insufficiente socializzazione, utilizzando i concetti di conflitto, subcultura e rete dei pari (Schwendinger e Schwendinger 1985). L'ipotesi esplicativa avanzata dagli autori mette in luce il ruolo del capitalismo nel generare atteggiamenti di tipo individualistico e competitivo negli adolescenti, che sono in tal modo orientati a privilegiare in ogni caso i propri bisogni. Secondo gli autori fra gli adolescenti sono distinguibili tre subculture stratificate per classe ("persone in vista", "intermedi", "ragazzi di strada"), che esprimono forme diverse di criminalità. Allargando la definizione di delinquenza ai reati tipici degli adolescenti delle classi superiori, emerge una somiglianza fra le violenze delle bande di strada e i comportamenti devianti adottati nelle classi elevate.

  La teoria della vergogna differenziale è stata elaborata da Braithwaite (1989), come sviluppo della teoria dell'etichettamento, per superare l'impasse teorico posto dalla necessità di spiegare in che modo l'individuo viene orientato verso la devianza. Perché si determini un comportamento criminale, è in primo luogo necessario che le opportunità legittime siano sostituite da quelle illegittime. Ciò avviene nell'ambito di una subcultura che induce nell'individuo l'apprendimento differenziale e la trasmissione di valori conformi alla subcultura e in contrasto con l'ordinamento dominante. Braithwaite spiega l'influenza esercitata dalla subcultura con la capacità che essa ha di produrre negli individui sentimenti di vergogna analogamente a quanto fa l'ordine morale vigente.

  Una direzione di analisi interessante è stata aperta dalla teoria soggettiva, di impostazione fenomenologica, che esplora le motivazioni e gli intenti dei devianti con l'ausilio di metodologie di tipo qualitativo (Katz 1988). In questo approccio vengono messi in discussione alcuni assunti sia della criminologia positivista sia della teoria classica e delle teorie dell'azione razionale. Riguardo alla prima, viene messa in discussione la relazione fra le caratteristiche sociali e l'ingresso nella devianza: molte delle persone che per i loro tratti sono potenzialmente dei criminali non giungono alla devianza e, viceversa, compiono atti devianti soggetti privi delle caratteristiche ritenute predisponenti. Riguardo al secondo gruppo di teorie, la prospettiva fenomenologica reinterpreta la situazione deviante dal punto di vista del soggetto. Viene affermato il presupposto che la razionalità del deviante non può essere assimilata a priori a quella della vittima o dell'osservatore ma deve essere tenuta distinta. Inoltre nell'impostazione scelta da Katz le motivazioni che spingono l'individuo alla devianza non sono riducibili ai benefici di natura materiale, economica o finanziaria; certi eventi e situazioni tipicamente devianti esercitano un particolare fascino seduttivo sull'individuo, in quanto gli offrono un'occasione di divertimento, di eccitazione o di piacere, gli permettono di sottrarsi a vincoli e restrizioni o di superare un'umiliazione, mettono a sua disposizione un'identità nuova. Allontanandosi dalla vita normale e assumendo il carattere dell'imprevedibilità e della caoticità, il deviante diventa estraneo alle vittime e si attribuisce una prospettiva di superiorità morale sulla vittima designata. Tendenzialmente il reo si costruisce un proprio mondo. Questa ricostruzione del significato e delle condizioni della devianza dal punto di vista del soggetto, per la metodologia adottata, non è generalizzabile al complesso o comunque a gruppi o categorie individuate di devianti.

Bibliografia


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categorie: devianza
lunedì, 12 ottobre 2009

CICLO DI SEMINARI “GENERI, GENERAZIONI E ISTITUZIONI DELLA VITA QUOTIDIANA” (2009/2010)

 
Facoltà di Sociologia
Via Bicocca degli Arcimboldi 8

CICLO DI SEMINARI “GENERI, GENERAZIONI E ISTITUZIONI
DELLA VITA QUOTIDIANA” (2009/2010)



*
Laura Arosio
Ti sposo per sempre (o almeno per un po’)
giovedì 29 ottobre 2009
aula U6-27, ore 16.30-19.00
*
Marco Inghilleri
La psicologia nella vita quotidiana
martedì 3 novembre 2009
aula U6-27, ore 13.30-16.00
*
Alessandro Rosina
Aiutare i giovani italiani a farsi cittadini adulti
giovedì 12 novembre 2009
aula U6-27, ore 16.30-19.00
*
Marco Alberio
Non solo donna. Le rappresentazioni del corpo maschile nei media
martedì 17 novembre 2009
aula U6-27, ore 13.30-16.00
*
Martine Gross
L'homoparentalité: état des lieux
martedì 24 novembre 2009
aula Pagani, ore 14.30-17.00



I seminari sono organizzati all’interno del corso
Generi, generazioni e istituzioni della vita quotidiana
prof.ssa Elisabetta Ruspini
Laurea magistrale in Sociologia

Ciclo di Seminari Generi generazioni e istituzioni della vita quotidiana 2009-2010
giovedì, 09 luglio 2009

La psicologia del male

La psicologia del male
Piero Bocchiaro
Prefazione di P.Zimbardo
Editori Laterza 2009.
 
 
 
 
La psicologia del male è un libro che mi ha interessato moltissimo, sia in quanto riprende il viaggio di esplorazione e di indagine dell’anatomia interiore di uomini e donne di inizio millennio che l’amico Adriano Zamperini ha intrapreso in questi anni in suoi diversi libri, sia poiché occupandomi, come clinico, dell’odio dell’amore e delle perversioni delle relazioni umane, mi ha fornito non pochi spunti di riflessione e strumenti per affrontare meglio le problematiche di cui mi sto attualmente interessando.
Al posto di scriverne una recensione completa ne riporterò un semplice brano, per invitare alla lettura di un libro che sicuramente è un respiro d’aria nel panorama asfittico e chiuso della letteratura psicologica italiana.
 
La disobbedienza come valore
E’ triste osservare l’atteggiamento arrendevole dinnanzi al potere. Uomini che hanno già traslocato dalle parti dell’obbedienza cieca, cercatori di conforto o di vantaggi materiali. In un caso come nell’atro, uomini pronti a tradire la propria coscienza non riconoscendola come la vera autorità, vittime di un sistema sociale che punta ad assicurarsi l’ordine e il funzionamento delle strutture gerarchiche. In favore di queste priorità, infatti, i rappresentanti del potere (sia esso religioso o politico-economico) persuadono l’individuo che da solo sarà sconfitto; poi, per sistemare il tutto, lo assoggettano in nome di qualche universale – Dio, la Patria, l’Armonia della Società, la Legge di Mercato. Elogio della tirannia. E dell’omologazione.
Chi volesse riscattare la propria dignità di essere umano dovrà rinunciare ai benefici connessi alla sottomissione; ancora, dovrà sganciarsi dalla tradizione e cominciare a pensare autonomamente, soppesando in maniera critica le proprie e le altrui ragioni, nonché le conseguenze delle varie opzioni di condotta. E’ evidente che un simile processo, oltre che essere psicologicamente gravoso, porta con sé l’angoscia della scelta, del sentirsi liberi e del dover inventare. Basterebbe questo fardello per domare l’energia ribelle. Ma c’è dell’altro: l’incapacità di desiderare, l’istinto gregario, l’apprensione legata al rischio di essere punito. Tutto questo trattiene l’individuo nelle terre desolate del servilismo. Migrare vorrebbe dire emanciparsi dall’autorità e mettere le mani su una ricompensa che solo pochi riescono a gustare, ossia quella della libertà di scegliere la condotta ritenuta più opportuna per ogni circostanza, inclusa, all’occorrenza la sottomissione a una figura autoritaria retta. Se è vero infatti che l’asservimento indiscriminato non è certo una virtù, è altrettanto vero che il rifiuto aprioristico di qualsiasi forma di subordinazione sarebbe espressione di una pericolosa quanto inutile rigidità.[…]
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categorie: societĂ , devianza, psicologia clinica
lunedì, 15 giugno 2009

La devianza

1. Introduzione
In questi ultimi anni si è affermato un orientamento critico verso i tradizionali modi di spiegare e trattare il problema della devianza.
Tale orientamento è nato sia dal contributo teorico di psico-sociologi come Lemert e Becker, sia dall'autocritica fatta da una ristretta minoranza di psichiatri e psicoanalisti verso il ruolo ideologico delle loro conoscenze e pratiche istituzionali. Da un punto di vista concreto questo ha contribuito a rimettere in discussione concetti come quello di "normalità" e "patologia" ormai acquisiti stabilmente alla pratica ed alla ricerca clinica. In questo orientamento non si è più cercato di spiegare o interpretare l'agire del deviante partendo dal tradizionale quadro concettuale basato sull'idea dell'esistenza di comportamenti normali e patologici, ma si è cercato invece di capire come tale quadro concettuale, tradotto nella pratica, abbia per certi aspetti contribuito a costruire quanto diceva di voler spiegare e curare o correggere.
Il modello teorico interazionista, di cui cercheremo in questo scritto di sviluppare alcune sue implicazioni, ha innescato un vero e proprio salto di paradigma e lo sviluppo di una nuova area di ricerca e di spiegazione del comportamento sociale, partendo, appunto, dallo studio degli aspetti normativi che caratterizzano l'interazione umana.
Se si vuole infatti, comprendere pienamente il significato che sta alla base di un'azione deviante compiuta da un ragazzo e le sue difficoltà a "cambiare" bisogna tener conto di tutti quei processi che producono e stabilizzano la sua identità deviante, nel contesto delle azioni e delle situazioni che rendono molte volte immodificabili le sue scelte di vita.
La "devianza", in quanto costruzione sociale, non è un fatto in sé, una proprietà o una realtà ontologica che si insinua o permea la personalità del tossicomane o di ogni altro soggetto percepito come deviante. La devianza è l'ombra che ogni norma violata, e pubblicamente sanzionata, proietta su certi comportamenti piuttosto che su altri. È l'effetto di un processo sociale di attribuzione che, date certe condizioni, porta all'identificazione con un ruolo (per esempio quello di tossicodipendente), con tutto quello che ne consegue. Ogni diversità, socialmente stigmatizzata, può essere rivestita dalle immagini prototipiche e stereotipiche che le conferiscono, di fatto, una serie di tratti e di attese negative considerati per l'appunto devianti. Quindi deviante non è chi devia da una norma, in questi termini sarebbe una tautologia di scarso valore, ma chi incappa nelle norme che stigmatizzano una qualche sua trasgressione o diversità. Le norme contengono tutta una serie di processi di definizione, di linguaggio e di regole che di fatto costruiscono la percezione sociale del deviante, ovviamente a seconda dei contesti, della cultura, dei momenti storici e delle leggi (Milanese, 1998).
 
2. La concezione della devianza nella prospettiva interazionista
E' negli anni Sessanta che, negli Stati Uniti, nasce e si sviluppa un orientamento teorico che si occupa dello studio dei comportamenti devianti, ad opera di studiosi come Becker, Erikson, Lemert, Scheff, Goffman e Matza. Tale prospettiva, nota come Labeling Theory ("teoria dell'etichettamento"), si richiama alla
corrente filosofica, psicologica e sociologica dell'Interazionismo simbolico ed è caratterizzata da un superamento dei tradizionali paradigmi del correzionalismo e patologismo (nella versione sia medico-psichiatrica che sociologica) e dall'importanza attribuita ai processi di reazione e controllo sociale per la comprensione e l'analisi dei fenomeni devianti. In contrapposizione alle teorie "strutturali", interessate all'eziologia della devianza, i labeling theorists propongono una concezione che si focalizza sul "processo" del divenire devianti, in cui giocano un ruolo fondamentale i processi di attribuzione, di etichettamento e di stigmatizzazione che colpiscono la condotta deviante. Avvalendosi di nozioni quali quelle di reazione sociale, stigma, mortificazione del sé, devianza secondaria, questi studiosi hanno infatti dimostrato come siano proprio le agenzie e le istituzioni deputate a scopi assistenziali, riabilitativi e terapeutici a dar forma alla devianza, consolidandola in ruoli ed identità devianti.
La condizione di devianza, infatti, resa "oggettiva" dai processi di definizione ed etichetta mento operati dalle varie agenzie sociali[1], finisce con l'acquisire un valore prescrittivo, inducendo l'individuo stigmatizzato a fare della sua diversità un ruolo stabile e ad assumerla quale componente centrale del proprio Sé. In questa prospettiva, i meccanismi di reazione e controllo sociale svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione e stabilizzazione dell'identità deviante, e devono quindi essere tenuti in debita considerazione se si vuole comprendere pienamente il fenomeno "devianza" e la tendenza alla recidiva comportamentale tipica degli individui etichettati come devianti (Milanese, 1998). In altre parole, la diversità diventa un dato socialmente significativo e viene tradotta (attribuita e prescritta) come carattere deviante. Questo, ovviamente, in relazione alle norme che regolano i contesti sociali e alle categorie cognitive da queste prodotte. Categorie che mentre definiscono la posizione sociale dell'individuo diverso, finiscono per prescrivergli identità e schemi d'azione coerenti con tale definizione. In tal modo il ruolo di deviante tende a costruirsi in funzione delle azioni che ci si aspetta da esso e questo entro certe regole che la definizione degli episodi determina. Ne consegue che le categorie di significazione, attraverso cui si dà senso agli episodi, come ai comportamenti ed alle persone, non sono mai atti puramente descrittivi, in quantocontengono degli a priori, cioèdegli atti interpretativi socialmente organizzati e finalizzati. La condizione di individuo deviante, resa "oggettiva", secondo atti linguistici o atti sociali, tipizzata attraverso categorie giuridiche, mediche o del senso comune, finisce con l'assumere un valore prescrittivo, che come già osservato, induce l'individuo stigmatizzato a fare della sua diversità un ruolo stabile e a rappresentare la propria condizione di deviante come l'immagine più rilevante del proprio Sé. Una meticolosa ricostruzione del significato che il deviante attribuisce alle proprie azioni, porta a comprendere i mutamenti nell'organizzazione dell'identità dopo che il contesto sociale gli ha applicato l'etichetta stigmatizzante. L'individuo deviante emerge, quindi, tramite un processo di significazione e definizione che non è una qualità intrinseca all'azione che compie. Ogni volta che un gruppo, un'istituzione, addita un atto come deviante, esso rafforza l'autorità della norma violata e ribadisce i significati in base ai quali l'individuo deve autopercepirsi e aderire a quelle regole che stabiliscono i mezzi e i valori della propria identità. Condizione, questa, che tende ad essere tanto più incisiva quando esistono situazioni culturali, economiche, istituzionali, il cui apparato normativo rigido favorisce da un lato l'infrazione delle regole, dall'altro la costruzione di aree separate ma complementari di espressione e trattamento della devianza.
Il punto di vista interazionista non è interessato alle "cause soggettive" del disagio o del conflitto (non le nega, le mette tra parentesi), in quanto fa oggetto della sua ricerca scientifica quello spazio normativo e regolativo che scaturisce dall'incontro e dalle definizioni delle situazioni sociali. L'area di studio di tale orientamento gravita intorno, non ad un universo d'individui precostituiti, bensì ai processi di costruzione sociale della realtà e delle persone prodotti dall'interazione tra gli individui all'interno dei contesti umani (Salvini, 1980).
La realtà sociale non è data, richiede sempre un consenso, un accordo; la mediazione continua di quadri di significato da parte di coloro che danno vita ad un'interazione. Altrettanto può essere detto per le diverse istituzioni, come ad esempio la scuola, che di tale realtà è pilastro: anch'esse esistono in virtù di un accordo sul significato simbolico delle loro strutture e norme e anch'esse necessitano da parte dei membri atti diretti o indiretti di convalida e di adesione alle rappresentazioni di realtà sociale che ne derivano. Berger e Luckmann (1966) sostengono che il mondo istituzionale richiede sempre una legittimazione, cioè delle pratiche e delle conoscenze attraverso cui possa essere giustificato ed oggettivato e le cui regole possano essere inscritte in un ordine extraumano, cioè naturale. Da ciò si può assumere che il carattere oggettivo della realtà sociale risiede negli atti, negli episodi ed eventi socialmente organizzati.
In tale prospettiva appare chiaro che la conoscenza o il sapere quotidiano costruiti sul deviante, non possono che sedimentare categorie e concetti in qualche modo funzionali a tale compito pratico. Da ciò deriva il rapporto complementare tra le immagini della devianza e l'oggettività che di riflesso la realtà normativa ne trae. Questo perché le norme non hanno solo caratteristiche costrittive e repressive, ma principalmente costruttive e validanti la realtà in cui si deve sviluppare l'azione[2](Salvini, 1980).
La certezza del deviante come di un oggetto naturalmente dato, ha esasperato, per esempio, la ricostruzione ipotetica delle cause a partire dagli effetti. Questi ultimi vengono arbitrariamente decretati come fatti empirici, perdendo di vista che essi sono ritagliati e resi significativi mediante giudizi di valore. Questo ha favorito le teorie sulla devianza indirizzate a ricercare i nessi esplicativi in altrettanti "fatti causali" da isolare, ora nella costituzione dell'individuo, ora nella sua psiche, ora nella sua biografia familiare. Fatti che molte volte vengono ad essere sostantivizzati, resi oggettivi, non tenendo conto del loro uso metaforico, ora convenzionale, ora di semplici aggettivazioni. Così, per esempio, si enfatizza, attribuendo loro un potere che implicitamente sottende una causa certa, termini come: "immaturità", "personalità psicopatica", ecc. Da qui il passaggio ad un realismo nominale per cui certi fatti acquistano una loro concreta obiettività causale in quanto identificati con la parola stessa, cioè con un atto linguistico di definizione. In tal modo i tratti "oggettivi" di un comportamento o della personalità, preliminarmente estratti dal loro contesto e riportati nel contesto di chi li valuta, assorbono le intenzioni normative di questo, di un ruolo predisposto, nascondendo dietro l'alibi della conoscenza oggettiva e neutrale, l'atto di reificazione che l'espediente linguistico ha escogitato.
L'omosessualità, per esempio, può essere considerata un reato, una malattia, un sintomo psichiatrico, un qualcosa la cui oggettività viene rinforzata ove si riesca a definirla come una proprietà della persona, piuttosto che una espressione comportamentale. Quindi inserire l'omosessualità in una classe "malattia" consente di dare per scontato un agente causale e riflettere, conseguentemente, una oggettività che eclissa dalla parola l'implicito giudizio di valore. Un tale giudizio, tradotto in un dato di anormalità e di patologia, con il suo peso empirico, rientra in un più vasto processo di costruzione e conferma di quadri di significato e quindi di categorizzazione della realtà. L'ordine, uno dei possibili, dal momento che non ci può essere società senza un consenso intorno all'ordine che deriva dal senso comune, produce comunque un'organizzazione dello spazio simbolico riferito a regole, norme e leggi che implicano sempre una valutazione di normalità sociale o meno dei suoi attori. I comportamenti devianti, rientrando in tale ambito di giudizio, non possono essere considerati anomalie rispetto a leggi biologiche di adattamento e di funzionamento sociale dell'uomo. Se le considerassimo in tal modo, accetteremo quella metafisica positivista che confondeva e confonde tutt'ora, le norme prescrittive (sociali) con le norme costitutive (biologiche) dell'organismo. Due ordini di discorso, due piani di realtà, che non possono e non dovrebbero essere confusi. Se. la devianza è un'attribuzione di significato sociale alla diversità e questa molte volte il riflesso della prima, se ne deduce che le norme sociali non possono essere ridotte a quelle biologiche[3]. Quindi ogni infrazione è per prima cosa una rottura di una regola sociale. Solo nel caso, peraltro limitato, di malattie neurologiche i due ordini regolativi sono soggetti ad intersecarsi. La confusione tra norme prescrittive e norme costitutive ha portato per esempio, ad attribuire una competenza diagnostica e peritale nel campo dei comportamenti devianti, alla psichiatria, alla medicina legale e all'antropologia criminale, nella loro veste di discipline bio-mediche. Errore grossolano da un punto di vista epistemologico, ove si consideri che l'atto deviante è sempre e prioristicamente un'infrazione a "norme prescrittive" (quindi storiche, dettate da certi interessi e culturalmente relative, ecc.): difatti, l'atto deviante, non deriva dalla natura anomala dell'individuo, ma è, in primo luogo, una valutazione di una condotta che a partire da questa, viene attribuita alla persona come sua caratteristica stabile (fisica, sociale e psicologica). L'impropria estensione del sapere dei tecnici delle discipline bio-mediche alle condotte devianti, ha finito per riflettersi sulla natura dell'oggetto. Come ha osservato giustamente Becker (1963), "giudicare se un atto sia o meno deviante dipende in parte dall'atto (cioè se infrange o meno qualche regola), e in parte dal trattamento che gli viene riservato dal pubblico. Ossia da chi, quando, dove esso venga valutato". In tal modo il deviante, se definito malato e i suoi atti designati come sintomi, consolida in maniera rassicurante lo spessore quotidiano della normalità che ha infranto. Difatti se il deviante è tale perché anormale rispetto ad un presunto ordine naturale ne consegue che la norma/moralità non appartiene ai decreti umani, ma a quelli della natura. Ciò consente di dedurre un processo di legittimazione della norma esistente, delegandone per questo l'interpretazione ad una disciplina bio-medica. Ma questo ha anche qualche conseguenza sulla carriera del deviante, giustificando, il più delle volte, una presa riabilitativa o terapeutica, che sottraendo alla volontà dell'individuo la sua eventuale parte di responsabilità, meglio lo reintegra in un'autopercezione immodificabile di identità deviante[4]. I contenuti essenziali della teoria interazionista della devianza possono essere così sintetizzati:
a) la devianza non è una proprietà intrinseca ai comportamenti, ma è una proprietà conferita a essi dalla percezione sociale e/o dalle definizioni normative;
b) la devianza è una conseguenza dell'applicazione di etichette e sanzioni da parte di alcuni nei confronti del trasgressore vero o presunto;
c) occorre abbandonare la prospettiva sincronica (una o più cause agiscono in un dato momento e fanno "precipitare" l'atto deviante) per assumere una prospettiva "sequenziale": l'individuo percorre un cammino fatto di piccoli passi, ognuno dei quali è condizione dello svilupparsi di una determinata nuova prospettiva che è premessa di nuovi comportamenti;
d) le motivazioni devianti non preesistono al comportamento, ma è la messa in atto del comportamento e le reazioni che esso provoca che consentono il maturare delle motivazioni alla devianza;
e) si può allora distinguere tra devianza primaria e devianza secondaria: la devianza primaria è diffusa, poligenetica, di dimensioni non conoscibili, poco interessante; la devianza secondaria, quella che si manifesta a seguito della reazione sociale che colpisce il soggetto, deve essere il principale oggetto di interesse per la sociologia;
f) alla devianza secondaria si perviene attraverso un processo, in cui gioca un ruolo importante l'interazione con gli altri e con le istituzioni di controllo;
g) il deviante sviluppa in questo senso un percorso esistenziale che può essere definito in termini di una "carriera" nel cui ambito si apprendono tecniche, regole di comportamento, giustificazioni e maturano convinzioni, motivazioni, interessi, giudizi;
h) il percorso della carriera porta, a causa del processo di etichettamento e dell'effetto di "profezia che si autoavvera", all'acquisizione dell'identità deviante e alla perdita delle normali opportunità di vita e di relazione;
i) le norme che sono alla base della qualificazione di determinati comportamenti come devianti, non rispecchiano affatto il sentire comune, non sono oggetto di un accordo universale, ma sono espressione di un conflitto politico tra gruppi e rispecchiano gli interessi del gruppo dotato di maggior potere;
l) centrale è quindi lo studio della formazione delle norme ossia della formazione dei criteri in base ai quali si definiscono devianti gli atti;
m) anche l'applicazione delle norme non corrisponde a criteri oggettivi, ma è espressione di scelte e di interessi delle agenzie preposte al controllo e al trattamento della devianza;
n) il fatto che spesso si etichetti come deviante un innocente o che viceversa, e con maggiore frequenza, non si individui l'autore di un comportamento deviante, mette in crisi tutte le certezze sull'esistenza di caratteristiche peculiari che distinguono i devianti dagli altri individui e sui fattori solitamente ritenuti responsabili del loro agire;
o) l'etichetta di outsiders viene applicata reciprocamente dai gruppi che si confrontano, anche se le differenze di potere producono effetti diversi, in quanto le definizioni ufficiali di ciò che è deviante sono strettamente correlate al grado di potere detenuto;
p) un ruolo particolare giocano in questo processo di acquisizione di identità deviante le istituzioni totali e il loro potere inglobante che conduce i soggetti alla perdita dell'identità peculiare di cui sonoportatori che viene sostituita dall'identità istituzionale. Vediamo ora più da vicino alcuni dei punti sopra sintetizzati.
 
3. Reazione sociale ed etichettamento
La devianza è una proprietà conferita a determinati atti all'interno di un processo di "costruzione sociale": per questo la connotazione di deviante attribuita a un determinato comportamento è relativa, modificabile nel tempo, frutto della definizione normativa di volta in volta prevalente.
E' questo l'assunto centrale della visione costruzionista del fenomeno devianza, vista non come entità naturale, ma come realtà socialmente costruita: di conseguenza l'applicazione della qualifica di deviante a comportamenti diversi è del tutto relativa e può mutare nel tempo, nello spazio, e in relazione ai soggetti che li mettono in atto, nonché alle circostanze in cui questo avviene. L'affermazione più conosciuta di Erikson (1966), secondo il quale la devianza non è una proprietà inerente un tipo particolare di comportamento, bensì una proprietà conferita a quel comportamento dalla gente che viene in contatto diretto o indiretto con essa, propone come riferimento il gruppo che condivide i valori culturali e che, nel definire la devianza, mantiene i confini della propria integrità culturale. Altri, in primo luogo Becker, uscendo dall'ottica consensuale che caratterizza l'impostazione di Erikson, parlano invece di proprietà conferita a determinati comportamenti da parte di soggetti chiaramente identificabili (gruppi, movimenti, istituzioni ecc. che assumono la veste di "imprenditori morali") i quali impongono alla collettività il loro punto di vista ottenendo la promulgazione di una determinata legge, operando per darle applicazione o più in generale facendo prevalere la loro visione delle cose e influenzando in tal modo l'opinione pubblica.
Tutti comunque concordano nell'affermare che se la devianza non è una proprietà intrinseca, connaturata con certe forme di comportamento, ma viene ad esse attribuita da chi direttamente o indirettamente la constata, ne consegue che «la variabile critica nello studio della devianza [ ... ] è la società piuttosto che l'individuo che agisce» (Erikson, 1977, p. 220), dal momento che «il solo modo in cui un osservatore può dire se un dato tipo di comportamento è deviante o meno, è [ ... ] quello di apprendere qualcosa circa i valori culturali di coloro che vi reagiscono» (Erikson, 1966, p. 6). Le teorie interazioniste della reazione sociale presentano dunque come nucleo centrale la convinzione che nessun atto è intrinsecamente deviante, ma è l'etichetta di deviante a renderlo tale.
L'espressione di Becker (1987, p. 22) che meglio sostanzia questa posizione è la seguente: «I gruppi sociali creano la devianza istituendo norme la cui infrazione costituisce la devianza stessa, applicando quelle norme a determinate persone e attribuendo loro l'etichetta di outsiders.
Da questo punto di vista, la devianza non è una qualità dell'atto commesso da una persona, ma piuttosto una conseguenza dell'applicazione, da parte di altri, di norme e di sanzioni nei confronti di un "colpevole". Il deviante è una persona alla quale questa etichetta è stata applicata con successo; un comportamento deviante è un comportamento che la gente etichetta come tale».
E' evidente, in questo contesto, la relatività del concetto di devianza, data la sua dipendenza dalla definizione sociale: atti saranno definiti devianti o conformi in società o culture diverse, in epoche o momenti diversi nella stessa società, a seconda delle circostanze in cui sono compiuti o del soggetto che li compie ecc. Sempre Becker (ivi, pp. 24-25), a questo proposito, così si esprime:
«La misura in cui un atto verrà considerato come deviante dipende anche da due altri importanti fattori: chi lo commette e chi si sente leso». E poco oltre: «Lo stesso comportamento può essere un'infrazione delle norme in un certo momento, e non in un altro; può essere un'infrazione se è commesso da una certa persona, ma non se commesso da un'altra; certe norme sono infrante con impunità, e altre no».
La relatività della qualificazione di deviante applicata a una persona o a un comportamento può essere evidenziata guardando ai modi di reazione della gente e delle agenzie di controllo, ma affonda le sue radici nella diversa definizione normativa che di quel comportamento viene data in ogni società. Anche su questo punto è centrale il contributo di Becker, il quale, dopo aver preso in esame i processi di fissazione dell'identità all'interno di carriere devianti, si propone di esaminare «l'altra metà dell'equazione: le persone che elaborano e fanno applicare le norme alle quali gli outsiders non si conformano» (ivi, p. 97). L'origine delle leggi è individuata nell'esercizio del potere e nella azione dei gruppi per tutelare ed estendere i propri interessi. Il processo di individuazione dei comportamenti devianti è in questo senso un processo politico e si sostanzia nei due momenti della creazione delle norme e della loro applicazione da parte di agenzie che agiscono anch'esse sulla base di precisi interessi e di una strategia piuttosto articolata.
L'interesse per il ruolo centrale della norma positiva, della legge che fissa i confini tra lecito e illecito, creando in questo senso la devianza, porta a considerare il rapporto esistente tra norme, valori e struttura degli interessi. Nel ricostruire la "storia naturale" delle norme (Becker, 1987, p. 102) si può facilmente scoprire che il frequente riferimento a valori condivisi spesso cela le vere ragioni che sottostanno alla promulgazione delle leggi. Esse infatti sono non di rado frutto dell'affermarsi in sede politica del potere di un determinato gruppo (gli "imprenditori morali") mosso da interessi precisi, che fanno riferimento ai valori come giustificazione, per così dire nobilitante, delle proprie particolari visioni del mondo e di ciò che è utile e giusto: «Una norma può essere creata semplicemente per servire l'interesse speciale di qualcuno, e successivamente può essere trovata una giustificazione in qualche valore generale» (ivi, p. 105). Nel quadro della prospettiva interazionista il riconoscimento dell'importanza della definizione normativa è sostanzialmente premessa per quelli che sono i principali oggetti di interesse: le modalità in cui si esprime la reazione sociale e istituzionale alla devianza e le conseguenze per gli individui etichettati.
La reazione sociale al comportamento deviante si esprime a due livelli: quello informale, che si concretizza in processi di stigmatizzazione e marginalizzazione, e quello istituzionale, esperito dalle agenzie di controllo chiamate ad applicare le norme e dalle istituzioni (in primo luogo le istituzioni totali) incaricate del trattamento dei devianti. Al centro dell'attenzione di chi studia il tema della devianza non è più solamente il protagonista di comportamenti non conformi, bensì la relazione che si instaura tra protagonisti, altri attori sociali, istituzioni di controllo. La devianza è infatti «concepita come un processo attraverso il quale i membri di un gruppo, di una comunità o di una società:
a)interpretano un comportamento come deviante;
b) etichettano gli individui che si comportano in tal modo come devianti di un particolare tipo;
c) riservano loro il trattamento considerato appropriato per tali casi di devianza» (Kitsuse, 1983, p.
150).
Senso comune e reazione informale
Per gli interazionisti è dunque parte integrante dello studio della devianza l'attenzione alla maniera in cui, attraverso un'opera di interpretazione, gli attori sociali attribuiscono all'azione degli altri il significato di comportamento deviante, nonché il tipo di reazione che da ciò deriva, e di cui sono protagonisti, in primo luogo, le persone che circondano colui che lo adotta. Si tratta di reazioni che sono espressione, in molti casi, del senso comune e si manifestano in contesti non ufficiali, ma che hanno conseguenze non di rado più rilevanti di quelle che discendono dall'applicazione di sanzioni da parte delle agenzie istituzionali.
Il modo in cui si concretizza la reazione sociale è spesso identificabile con la nozione di "stigmatizzazione", «un processo che conduce a contrassegnare pubblicamente delle persone come moralmente inferiori, mediante etichette negative, marchi, bollature, o informazioni pubblicamente diffuse» (Lemert, 1981, p. 91).
L'applicazione di uno stigma, inteso in senso generale, significa l'evidenziazione di una determinata caratteristica (fisica o comportamentale) del soggetto, il quale assume agli occhi degli altri una diversa connotazione. Ne discende una modificazione dei giudizi e degli atteggiamenti nei confronti di chi ne è portatore: «Un individuo che potrebbe facilmente essere accolto in un ordinario rapporto sociale possiede una caratteristica su cui si focalizza l'attenzione di coloro che lo conoscono alienandoli da lui, spezzando il carattere positivo che gli altri suoi attributi potevano avere» (Goffman, 1970, p. 20).
In seguito a questa modificazione dei giudizi l'individuo perde il rispetto e la considerazione che le altre sue caratteristiche («le coordinate intatte della sua identità») gli avrebbero fatto accordare eche lui avrebbe ritenuto di dover ricevere. Le conseguenti reazioni dello stigmatizzato possono essere di diverso tipo, ma tendenzialmente sono caratterizzate dalla esigenza di adattarsi a una situazione di esclusione identificandosi con coloro che condividono lo stesso stigma.
Nel gruppo di coloro che condividono lo stesso stigma, il soggetto compie un insieme di esperienze, una sorta di percorso di socializzazione, una carriera morale, in cui acquisisce ed elabora una serie di competenze, di abilità, di motivazioni, di conferme, che gli consentono di sviluppare vere e proprie strategie di adattamento alla situazione. Berger e Berger (1977, p. 386), commentando il contributo di Goffman, precisano che la stigmatizzazione di un certo comportamento è strettamente correlata al potere delle persone che elaborano la definizione di quel comportamento come deviante di imporre tale definizione su altri: «La stigmatizzazione è un processo che un gruppo di gente impone ad un altro gruppo. La definizione resterà loro più o meno attaccata" a seconda del potere di chi definisce». Nel caso dell'applicazione di uno stigma in seguito a comportamenti ritenuti devianti è molto rilevante (Lemert, 1981) il senso di ingiustizia provato a volte da chi ne è oggetto, soprattutto se percepisce incoerenza tra stigma e sanzioni, da un lato, e caratteristiche delle azioni compiute, dall'altro, o ancora tra stigma e sanzioni applicate in momenti o luoghi diversi per lo stesso fatto.
Tale senso di ingiustizia, può essere considerato fattore precipitante per alcune devianze secondarie.La reazione da parte delle agenzie di controllo e il loro contributo alla "creazione" della devianza. All'attenzione per le reazioni di tipo informale che si collocano nel contesto del senso comune, si affianca quella per i processi di etichettamento da parte delle istanze ufficiali che operano avendo come riferimento le definizioni formali, espresse nelle scelte normative. I rapporti tra i diversi livelli sono complessi: «Non solo il pensiero giuridico si presenta, per quanto concerne le categorie con le quali esso opera, come strettamente legato al senso comune, ma [...] tra i processi di definizione formale e i processi di definizione e di reazione informale non è data veramente soluzione di continuità. Infatti, per un verso, le definizioni informali preparano talvolta le definizioni formali [...] e, per altro verso, i risultati concreti delle definizioni formali non sono dovute solamente all'azione delle istanze ufficiali che essi provocano» (Baratta, 1982, pp. 96-97). Anche nel campo della reazione istituzionale è plausibile ritenere che «la disposizione dei membri delle agenzie di controllo sociale a convalidare un'etichetta di devianza varierà in base alla loro valutazione del grado di violazione della fiducia attribuita al deviante potenziale». Tuttavia va sottolineato che il processo di etichettamento è «una questione politica ed ideologica, dato che i membri delle agenzie di controllo rispondono più a domande politiche che a casi di devianza socialmente verificati» (Denzin, 1983, pp. 244-245). Molto importante è allora, come insegna Becker (1987), lo studio delle motivazioni e dei comportamenti di coloro che sono chiamati ad applicare le norme. Se si analizza il modo in cui chi applica le norme si muove, appare infatti evidente che ci troviamo in presenza di una questione complessa, non lineare, soprattutto non esente dalle influenze del sistema di interessi prevalenti. Perché una norma venga applicata, punendo il soggetto che l'ha infranta, occorre infatti che qualcuno prenda l'iniziativa, in modo che l'infrazione venga posta all'attenzione della collettività. Il prendere l'iniziativa è strettamente correlato al vantaggio che si ritiene di poter ricavare e più in generale a un complesso di fattori non riconducibili né solamente ai valori difesi dalla norma, né all'oggettiva gravità del comportamento trasgressivo. Le istituzioni, infatti, agiscono di solito selezionando tra i molteplici compiti loro affidati dalla legge quelli che maggiormente consentono di valorizzare la propria funzione, gestendo attraverso un'opera costante di manipolazione dell'informazione la contraddizione tra il bisogno di affermare i propri successi e l'esigenza di ribadire la propria indispensabilità a fronte della sempre crescente gravità dei problemi.
Parlare di ricerca di vantaggi da parte delle istituzioni di controllo significa far riferimento a un complesso di esigenze ed esiti attesi, non solo di tipo materiale. Ad esempio, con A. K. Cohen (1969, p. 189), si può ricordare che alla base delle differenti forme di reazione alla deviazione c'è anche il bisogno di comunicare o di provare agli altri qualche cosa: «Come la deviazione può esprimere o sostenere un ruolo, così lo possono fare anche le reazioni alla deviazione. L'azione in qualsiasi ruolo, all'interno o all'esterno della struttura manifesta di controllo, contiene dei messaggi riguardanti chi occupa il ruolo e la sua adeguatezza al ruolo».
L'insieme delle osservazioni svolte a proposito delle modalità di azione delle agenzie di controllo porta alla provocatoria conclusione che il controllo sociale "induce" alla devianza o la "crea". Si tratta di affermazioni che possono avere diverse interpretazioni, da quella che enfatìzza il ruolo dell'etichettamento formale nella definizione dell'identità deviante (la repressione del comportamento deviante induce il trasgressore a continuare a comportarsi nel modo in cui è stato definito e a ripetere atti non conformi), fino alla più ristretta e concreta (nell'operato quotidiano della polizia è frequente l'attività di provocazione, la sollecitazione a commettere reati attraverso agenti infiltrati o l'affermazione della propria autorità in modi che producono reazioni qualificabili come comportamenti devianti). (Berzano e Prina, 1995).
 
4. Devianza primaria e devianza secondaria
Le definizioni applicate agli individui contribuiscono a costruire o a modificare la loro identità. L'acquisizione dell'identità deviante avviene all'interno di un processo nel quale si può distinguere devianza primaria e devianza secondaria.
Il punto da cui si può partire è che l'espressione «la devianza è una realtà socialmente costruita» non deve far pensare a una mera rappresentazione, poiché da questa "costruzione" discendono conseguenze reali. Parafrasando la famosa affermazione di W I. Thomas secondo cui «se la gente definisce una situazione come reale, essa avrà delle conseguenze reali», si può affermare: «Se una società definisce un certo tipo di condotta come deviante, allora coloro che la assumono dovranno sopportare le conseguenze di essere considerati devianti che a loro piaccia o meno» (Berger e Berger, 1977, p. 370).
Una delle più rilevanti conseguenze messe in luce dagli autori qui esaminati è quella della formazione dell'identità deviante. Questa è forse la principale delle direzioni di analisi coltivata dagli studiosi americani che sono stati collocati sotto l'etichetta di labellists, proprio in virtù delle radici di tale approccio nelle riflessioni dell'interazionismo simbolico e nel contributo di G.H.Mead sui processi che presiedono alla definizione del Sé nella relazione con gli altri significativi.
L'attribuzione dell'etichetta di deviante a determinati comportamenti e a chi li pone in essere contribuisce cioè in maniera significativa a ridefinire l'identità personale e pubblica del soggetto, da un lato restituendogli un'immagine caratterizzata dai tratti di negatività che sono simbolicamente associati alla qualifica di deviante e, dall'altro, rendendo quantomeno più problematico il suo rapporto con il contesto delle relazioni e delle opportunità "normali". Il carattere processuale dell'acquisizione di un'identità deviante è stato posto al centro dell'attenzione della prospettiva interazionista della reazione sociale, nell'opera di Lemert e in quella dì Becker. Al primo è dovuta la distinzione fondamentale tra devianza primaria e devianza secondaria, al secondo la descrizione dettagliata (e dall'interno) delle carriere devianti. Per devianza primaria si intende l'allontanamento più o meno temporaneo, più o meno importante agli occhi di chi lo attua, da valori o norme sociali e/o giuridiche, attraverso un comportamento che ha «implicazioni soltanto marginali per la struttura psichica dell'individuo; essa non dà luogo ad una riorganizzazione simbolica a livello degli atteggiamenti nei riguardi del sé e dei ruoli sociali» (Lemert, 1981, p. 65). La devianza secondaria«consiste, invece, nel comportamento deviante o nei ruoli sociali basati su di esso, che diviene mezzo di difesa, di attacco o di adattamento nei confronti dei problemi, manifesti o non manifesti, creati dalla reazione della società alla deviazione primaria. In realtà le "cause" originarie della deviazione perdono di importanza e divengono centrali le reazioni di disapprovazione, degradazione e isolamento messe in atto dalla società» (ivi, pp. 65-66).
Molto rilevanti, nel passaggio dalla devianza primaria a quella secondaria, sono gli effetti del controllo e della reazione sociale (ivi, p. 65): Vi è un aspetto processuale della deviazione che non possiamo non riconoscere, dal momento che, a seguito di una ripetuta, costante deviazione o discriminazione negativa, qualcosa cambia nella "pelle" del deviante. E' un qualcosa che si viene a produrre nella psiche o nel sistema nervoso come conseguenza delle sanzioni sociali, delle cerimonie di degradazione, degli interventi "terapeutici" o "riabilitativi". La percezione, da parte dell'individuo, dei valori e dei mezzi, e la stima dei relativi costi si modificano in modo tale che i simboli che hanno la funzione di condizionare le scelte della maggior parte delle persone finiscono per non sollecitare quasi più in lui determinate risposte, o anche per produrre risposte contrarie rispetto a quelle auspicate dagli altri. Aggiunge Lemert (ivi, pp. 65-6):
Si presume che la deviazione primaria intervenga all'interno di un'ampia varietà di contesti sociali, culturali e psicologici, e che tutt'al più abbia delle implicazioni soltanto marginali per la struttura psichica dell'individuo; essa non dà luogo ad una riorganizzazione simbolica a livello degli atteggiamenti nei riguardi del sé e dei ruoli sociali. La deviazione secondaria consiste invece nel comportamento deviante o nei ruoli sociali basati su di esso, che diviene mezzo di difesa, di attacco o di adattamento nei confronti dei problemi, manifesti o non manifesti, creati dalla reazione dellasocietà alla deviazione primaria. In realtà le "cause" originarie della deviazione perdono di importanza e divengono centrali le reazioni di disapprovazione, degradazione e isolamento messe in atto dalla società. (Berzano e Prina, 1995).
 
5. La carriera di deviante
In tema di carriere il contributo più significativo è certamente quello di Becker (1987). Il punto di partenza della sua analisi consiste nell'assunzione di un modello di interpretazione della devianza di tipo "sequenziale", che tiene cioè conto del fatto che i modelli di comportamento si sviluppano secondo una sequenza, e nel contestuale rifiuto del modello "sincronico", quello che vede i vari fattori ritenuti causali agire contemporaneamente e far "precipitare" improvvisamente il comportamento non conforme. L'analisi di Becker si rivela preziosa soprattutto per la capacità di descrizione dall'interno della carriera deviante, frutto di una metodologia fondata sull'osservazione partecipante e sulle interviste non strutturate ai protagonisti, attenta ai processi di progressiva acquisizione di una identità deviante, di lenta assimilazione delle motivazioni del gruppo con cui il soggetto si identifica, di apprendimento delle tecniche proprie di quel determinato comportamento, ma anche delle ragioni per cui lo si può ritenere giustificabile.
L'affermazione circa lo sviluppo di motivazioni devianti nel corso del processo di apprendimento «non sono le motivazioni devianti che conducono al comportamento deviante, ma, al contrario, è il comportamento deviante che produce, nel corso del tempo, la motivazione deviante» (ivi, p. 43), ribalta completamente le posizioni classiche circa il rapporto tra motivazioni e comportamenti, secondo le quali questi ultimi sono sempre conseguenza delle prime: qui l'ordine logico si inverte, nel senso che è solo agendo, sperimentando le situazioni, confrontandosi con le reazioni sociali e istituzionali che si fissano negli individui le motivazioni alla messa in atto del comportamento deviante. L'intuizione, di indubbio valore euristico, va tuttavia correlata al significato del termine "motivazione": se con esso indichiamo l'elaborazione cosciente dei significati dell'azione la posizione di Becker è indubbiamente fondata, se invece lo interpretiamo nel senso di causa in qualche misura cogente, esterna all'individuo anche solo in termini di assenza di possibilità di scelte alternative, allora il discorso diventa necessariamente più articolato e rimanda al rapporto tra soggettività e condizionamenti oggettivi su cui si svilupperà, come vedremo, il discorso della criminologia radicale e critica.
Altri elementi rilevanti dell'analisi delle carriere devianti proposta da Becker (ivi, pp. 33) possono essere cosi ricordati:
a) posta la sostanziale "normalità" del provare l'impulso a compiere atti non conformi, occorre concentrarsi sui motivi per cui una parte di persone decide di metterli in atto, mentre la maggioranza riesce a controllarsi;
b) la spiegazione è da ricercarsi nel fatto che alcuni riescono a evitare l'impatto dei commitments convenzionali, ossia del coinvolgimento nelle regole e negli stili di vita conformisti, o
«evitando di invischiarsi in alleanze con la società convenzionale» o adottando quelle che Matza ha chiamato "tecniche di neutralizzazione" del concomitante impulso a conformarsi;
c) il processo di lento abbandono dei commitments convenzionali è legato da un lato all'interesse (ossia al modo considerato più conveniente di raggiungere determinati obiettivi), dall'altro alle opportunità che si aprono o si chiudono nell'interazione del soggetto con l'ambiente;
d) «uno dei meccanismi che dall'esperienza casuale porta ad un modello più consolidato di attività deviante sta nello sviluppo di motivi ed interessi devianti [ ... ]. Prima di praticare l'attività su una base più o meno regolare, la persona non ha idea dei piaceri che da essa derivano; li viene a conoscere nel corso dell'interazione con devianti con più esperienza. Impara a prendere coscienza di nuovi tipi di esperienze e a pensarle come piacevoli [ ... ]. In breve, l'individuo impara a prendere parte ad una sottocultura organizzata attorno ad una determinata attività deviante»;
e)la costruzione di un modello stabile di comportamento deviante è fortemente influenzato dal fatto di essere scoperto ed etichettato pubblicamente come deviante, fatto che determina un drastico cambiamento dell'identità pubblica dell'individuo il quale si trova collocato nel contesto delle relazioni sociali con un nuovo status: posto che nello stesso individuo è sempre evidente la compresenza di una pluralità di status di rilevanza diversa, che nell'interazione possono subire processi di esaltazione e di messa in ombra (lo status principale può diventare accessorio, mentre emerge un tratto secondario), si osserva che l'etichettamento come deviante determina la messa tra parentesi delle caratteristiche riconducibili allo status principale (ad esempio legate al fatto di essere studente o professionista) e una enfatizzazione di quelle, spesso secondarie, riferibili al comportamento deviante in quel momento ancora occasionale (ladro, consumatore di droghe ecc.);
f) «trattare una persona deviante per un aspetto come se lo fosse per tutti gli altri produce una profezia che si autodetermina», provocando la ristrutturazione dell'identità del soggetto nel senso che tenderà a conformarsi all'immagine che ne ha la gente, anche per effetto dell'impossibilità di continuare a operare le scelte congruenti con lo status principale che possedeva in precedenza;
g) ciò potrà determinare l'esclusione dalla partecipazione a gruppi convenzionali e la contestuale crescita del legame con coloro che condividono l'esperienza di stigmatizzazione;
h) anche le misure poste in essere per il trattamento dei devianti contribuiscono a sviluppare consuetudini illegittime, nella misura in cui esso «nega loro i mezzi ordinari per proseguire con le consuetudini della vita quotidiana come le altre persone»;
i) il passo finale della carriera consiste nell'entrare a far parte di un gruppo organizzato di devianti: ciò consentirà al soggetto di acquisire le razionalizzazioni e le giustificazioni (ideologiche e/o psicologiche) elaborate all'interno del gruppo e di affinare le tecniche per proseguire nell'attività deviante con il minimo di disagio ed evitando il più possibile le conseguenze spiacevoli derivanti dal lavoro delle agenzie di controllo. (Berzano e Prina, 1995)
 
 
 
6. Identità deviante e ruoli specialistici
Un contributo fondamentale alla costruzione e stabilizzazione dell'identità deviante è dato dalle figure professionali deputate alla riabilitazione, cura, o trattamento dei devianti (medici, psicologi, assistenti sociali, ecc.). Come evidenziano De Leo e Salvini (1978), infatti, la designazione di un atto come deviante nasce in riferimento anche ad un ruolo specialistico: «l'operatore sociale proietta, in anticipo, sul destinatario del servizio, l'elemento ideologico contenuto nel suo ruolo e nelle sue conoscenze e quindi gli interessi e le competenze della sua professione. Esiste quindi un rapporto simmetrico tra il ruolo dell'operatore sociale e la costruzione del fatto
e la tipologia dell'atto deviante.» (p.109). Il deviante, dal canto suo, non deve mettere in discussionei valori delle istituzioni e il ruolo professionale dei tecnici destinati ad occuparsi di lui, accettando di far propria la concezione di sé e la visione della realtà che questi gli rimandano. Se questo non avviene, «il rifiuto della ideologia istituzionale o la violazione di queste regole possono essere utilizzati a riprova del giudizio burocratico che il deviante non si è "ravveduto", oppure che è "ancora malato" » (Lemert, 1972, p.97 tr.it.).
È proprio nell'interazione con tali figure professionali e all'interno dei contesti istituzionali di rieducazione, cura o trattamento che il soggetto perviene ad una stabilizzazione della propria identità deviante, portando a termine un processo che spesso ha un carattere di irreversibilità. Analogamente Prina (1982) rileva come anche nel caso della tossicodipendenza gli stessi servizi socio-sanitari, con la loro presa in carico, contribuiscano ad attuare un riconoscimento di status del tossicomane, sancendo una condizione a volte ancora incerta e facilitando così un rafforzamento della sua identità deviante. Il tossicodipendente, facendo proprie le attribuzioni degli operatori socio-sanitari con cui interagisce e da cui dipende per l'assistenza e la cura, impara a definirsi come un "malato", una "vittima della società", un individuo incapace di autodeterminarsi in quanto causatoda eventi di varia natura (sociali, psicologici, familiari..)[5].
L'intervento correzionale-terapeutico ha quindi il risultato "paradossale" (Passi, Salvini, 1982) di risocializzare l'individuo in base alle proprie esigenze funzionali, rendendolo totalmente dipendente per l'autorappresentazione dalle categorie di definizione e valutazione normativo-istituzionali. In questo modo, sottraendo alla volontà del soggetto la sua eventuale parte di responsabilità, l'intervento riabilitativo o terapeutico lo relega in un'autopercezione immodificabile di identità deviante. (Milanese, 1998).
 
7. Identità deviante e rischi di recidiva
Il processo di stigmatizzazione, ufficializzando la condizione di deviante come parte rilevante dell'identità personale ha due effetti principali:
a) rendere "oggettivo" l'esito di un giudizio morale;
b) confermare e accrescere l'importanza del ruolo trasgressivo nella vita dell'individuo e agli occhi degli altri, inducendolo ad una identificazione stabile con tale ruolo (De Leo, Salvini, 1978). Infatti: «chi entra in una posizione trova già, virtualmente, un sé: egli non deve far altro che aderire alle pressioni che subirà e troverà un io bell'è fatto per lui.» (Goffman, 1961, p.6 tr.it.). La stigmatizzazione, quindi, agisce in modo da far condividere al deviante il suo stereotipo[6]come parte integrante e predominante della sua identità personale (Salvini, 1980), soprattutto nel caso di un adolescente. Infatti, più la persona si trova in una condizione di "inferiorità", maggiori sono le possibilità che la sua assenza di potere venga usata dagli altri a proprio vantaggio.
Un ragazzo stigmatizzato per un suo comportamento deviante, deve confrontarsi con il ruolo che gli è stato assegnato, rinforzando così la sua definizione negativa.
L'essere etichettato come deviante produce inoltre:
1. una degradazione di status: l'individuo sarà etichettato come "violento", "drogato", "malato di mente", "pedofilo" e trattato di conseguenza;
2. la possibilità di venire riconosciuto come quel tipo di persona;
3. l'acquisizione di specifiche conoscenze, competenze ed abilità potenzialmente trasgressive ed eventualmente criminose;
4. l'acquisizione di una particolare "visione del mondo", con un conseguente mutamento nella gerarchia dei valori (Lemert, 1972), e l'eventuale affiliazione ad una "sottocultura deviante" (Becker, 1963). L'isolamento e l'autosegregazione caratteristica di tali gruppi, inoltre, contribuisce ad intensificare ulteriormente lo statusdeviante dei membri che ne fanno parte;
5. l'accettazione da parte del deviante del suo stereotipo come parte integrante della sua identità. Il"successo" di questa risocializzazione è agevolato dal "vuoto cognitivo" (Goffman, 1963) in cui il deviante, soprattutto se bambino o adolescente, viene a trovarsi riguardo al valore sociale della propria azione e presenza. Il deviante viene indotto così ad agire in modo non convenzionale essendo venute meno le attese di una sua condotta normale;
6. la costruzione di modalità stereotipiche di percezione da parte dei soggetti che interagiscono con il deviante, i quali orienteranno i loro atteggiamenti e comportamenti in modo da ottenere una confermadi tale identità;
7. lo sperimentare i vantaggi secondari della propria identità negativa, sia in termini di solidarietà da parte degli altri devianti che di assistenza e protezione da parte di alcuni settori della società. Assegnando al deviante uno statused un ruolo permanenti, infatti, si conferisce loro anche il diritto ad essere aiutati ed assistiti. Se l'accedere ad uno statusdeviante implica in un primo momento il rifiuto e la riprovazione sociale, così come penalizzazioni e restrizioni della propria libertà, ciò successivamente permette di divenire oggetto di interesse, attenzioni caritatevoli, comprensione e di ricevere anche aiuti materiali. Come nota Lemert: «una descrizione del trattamento del deviante nella società moderna in termini di totale esclusione ed emarginazione non è esatta, dato che spesso egli è in modo alterno oggetto di punizione e di soccorso, di assistenza e di rifiuto» (1972, p.289 tr.it.). Questo appare particolarmente vero nel caso di alcuni tipi di devianza, quali la tossicodipendenza e l'alcolismo, relativamente alle quali vige una ideologia della "doppia morale" (Lemert, 1972) in cui, al ripudio morale e sociale, si affianca tutta una serie di interventi terapeutici finalizzati alla riabilitazione e al reinserimento sociale del drogato e dell'alcolista. Nei confronti di questi devianti gli aspetti più significativi della reazione sociale sembrano essere proprio
l'ambivalenza, la duplicità e la discontinuità.
Bisogna inoltre considerare come le identità stigmatizzate possano rappresentare una soluzione ai problemi della vita dei devianti, garantendo loro una coerente autorappresentazione e il conseguimento di determinate ricompense e soddisfazioni. Come rileva Lemert, «se una stigmatizzazione efficace comporta delle penalizzazioni e riduce le possibilità di accesso ai mezzi convenzionali per procurarsi le soddisfazioni della vita, può d'altro canto fornire dei nuovi mezzi in vista di certi fini che si cerca di conseguire» (1972, p.104 tr.it.). Il deviante, quindi, può utilizzare il proprio ruolo negativo in maniera strategica ed intenzionale. Se si vuole comprendere a pieno il problema della recidività comportamentale dei devianti bisogna quindi tener conto di tutti quei processi che facilitano l'insorgere e lo stabilizzarsi di un sé deviante e di come il soggetto abbiaorganizzato tutta la propria identità e la propria vita intorno a delle attività devianti.[7] Infatti, «una volta che la devianza sia diventata un modo abituale di vita, il problema per la persona diviene quello dei costi che comporterebbe un cambiamento, piuttosto che quello dello status più elevato che sarebbe acquisito mediante la riabilitazione o il ravvedimento.» (Lemert, 1972, p.119 tr.it.). Tali costi vanno valutati soprattutto ed essenzialmente in termini di "identità", ovvero del rischio di perdere i riferimenti culturali, autobiografici e cognitivi che danno stabilità e coerenza alla rappresentazione di sé. (Milanese, 1998).
 
8. Considerazioni conclusive
Il processo del divenire devianti, così come analizzato nei paragrafi precedenti, non è comunque ineluttabile, poiché lascia adito a variazioni nella risposta degli individui.
Nel processo che porta alla costruzione di una identità deviante e alla sua stabilizzazione, infatti, appare centrale il ruolo svolto dal soggetto quale attivo produttore e negoziatore di significati. Da questo punto di vista, non tutti coloro che vengono individuati ed etichettati come devianti si indirizzano verso uno stato di devianza consolidata, poiché possono decidere di non voler intraprendere la strada deviante e tornare indietro (Becker, 1963; Lemert, 1972). L'etichetta, quindi, non produce di per sé la devianza e il deviante: è l'individuo che, confrontandosi con i pregiudizi, gli stigmi e il bando nel corso della sua esperienza, costruisce attivamente le proprie azioni e sceglie quale strada intraprendere. La soggettività umana, infatti, implica sempre una progettualità aperta a continue revisioni. Perfino quando è ormai rassegnato alla attribuzione di uno statusdegradato, il deviante può cercare di neutralizzarne o di mitigarne l'impatto mediante il controllo dell'informazione e la diminuzione della visibilità della devianza (Goffman, 1963). Di fronte ai processi di stigmatizzazione e svalutazione sociale, il fatto che il soggetto passi da una condizione transitoria di devianza ad una devianza organizzata dipende da vari fattori, tra i quali apparecentrale la motivazione a svolgere ruoli devianti e ad approfittare delle possibilità offerte da uno statusdegradato (Lemert, 1972). Percepirsi e definirsi come deviante può infatti permettere di ottenere gratificazioni particolari e di attenuare in parte gli effetti della
stigmatizzazione. L'individuo, quindi, media e dà vita all'intero processo del divenire devianti, anche e soprattutto quando si trova a confrontarsi con i pregiudizi, gli stereotipi e le diverse forme di attribuzione di identità o di categorizzazione. Come ben espresso da Matza: «il processo del divenire devianti ha poco senso, umanamente, se non si comprende l'attività filosofica interiore del soggetto man mano che questi attribuisce significato agli eventi e alle cose che lo circondano» (1969, p.273 tr.it.). Dal punto di vista del soggetto, nel momento in cui si confronta con le varie manifestazioni della reazione sociale, il problema principale è se il proprio atto deviante debba essere considerato una "indicazione" corretta di ciò che egli è, se cioè egli sia
sostanzialmente un drogato, un criminale, un malato di mente, ecc.. La questione dell'identità, quindi, si pone per il soggetto nei termini del rapporto tra il fare e l'essere. Se il soggetto decide che tale atto va considerato una indicazione di ciò che è, dà inizio ad un processo di riconsiderazione del sé che lo porta a costruire il significato stesso della propria identità deviante, collaborando così attivamente alla crescita e allo
sviluppo di tale identità (Matza, 1969). In questo processo, quindi, la stigmatizzazione e l'esclusione operata dai vari gruppi sociali, grossolana o ragionevole che sia, da sole non sono sufficienti a consolidare un'identità deviante che ha ancora il carattere di provvisorietà. «Per comprendere come un'identità provvisoria possa stabilizzarsi, dobbiamo considerare la possibilità che il soggetto renda se stesso oggetto, diventando testimone chiave contro se stesso» (Matza, 1969, p.259 tr.it.) Il soggetto cioè, riesaminando la propria identità provvisoria alla luce dell'esperienza successiva, può trarre dalla ricorsività del suo comportamento la conferma della propria identità deviante, determinando una sua stabilizzazione.
L'individuo, quindi, crea il significato dell'identità deviante con la sua stessa attività anche se questo è strettamente collegato ai processi di etichettamento e significazione operati dalle agenzie di controllo sociale. Se l'attività deviante non viene stigmatizzata, infatti, è improbabile che il soggetto vi attribuisca grande importanza e collabori a costruire il significato della propria identità deviante. (Milanese, 1998). A scuola quindi, tenendo presente che la diversità, la devianza del ragazzo non è solo una proprietà dell'azione da lui compiuta o della sua personalità, ma è anche una conseguenza del fatto che l'insegnante applica delle regole di valutazione dettategli dal criterio di normalità/anormalità che il suo personale consenso all'istituzione gli impone, per cercare di non innescare i meccanismi di etichettamento con tutte le conseguenze che sono state analizzate,l'insegnante deve pensare al comportamento al ragazzo non nei termini di "com'è", ma di che "cosa fa" intenzionalmente, evitando di identificarlo con il suo comportamento scorretto.
Il problema va quindi valutato tenendo conto: a) della ricostruzione del significatoe delle forme di tipizzazione in base alle quali l'insegnante attribuisce una connotazione di devianza o di malattia alla personalità del ragazzo e alle sue azioni; b) della ricostruzione dell'intero episodio deviante
alla luce dei significati che il ragazzo ha voluto attribuirgli; c) di rilevare lo scarto
tra i due modi di "significare", tra i due sistemi di valore: quello del ragazzo e quello dell'insegnante; d) di individuare i mutamenti che possono avvenire nell'identità del ragazzo in seguito all'immagine negativa di sé che gli è rimandata.


[1] Significare qualcosa mediante l'azione è come significare qualcosa mediante il linguaggio. D'altra parte il comportamento socialeva concepito come un insieme di processi costituiti da azioni mediate da significati. Ne deriva che i rapporti tra le persone non sono semplicemente forme d'interazione sociale, riscontrabili anche in altre specie viventi, ma anche forme d'interazione simbolica, in cui esiste una continua mediazione di significati che concorre a consentire le diverse forme d'interazione (Berger e Luckmann, 1966).
 
[2] Giddens (1976) rileva a tale proposito che la produzione della società da parte degli agenti si regge sulla produzione di senso negli atti comunicativi. Tale senso poggia sull'accordo normativo che il linguaggio anticipa precostituendo significati e regole per l'azione.
[3] Quando si analizza il comportamento sociale delle persone basandosi sul modello delle scienze naturali, si effettua un errore categoriale. Errore analogo a quello relativo al tentativo di comprendere le regole di un gioco servendosi di assunzioni fondate sulle regole di un altro.
 
[4] Nell'ottica interazionista l'uomo viene concettualizzati come un agente "attivo" e psicologicamente responsabile, guidato da intenzioni e da scopi, impegnato a dare un significato al suo agire e a progettare se stesso in relazione ad un contesto interpretativo (Fiora, Pedrabissi e Salvini, 1988). L'uomo quindi, non è più pensato in termini deterministici, come un oggetto puramente reattivo, "causato" da fattori interni o esterni che siano, quanto piuttosto come un soggetto capace di autoregolarsi e di creare attivamente e intenzionalmente la propria realtà e il proprio mondo, pur avendo un grado variabile di consapevolezza in tutto ciò (Salvini e Pirritano, 1984).
 
[5] «Iltossicodipendente costituisce un caso emblematico di deviante in quanto esposto a tutti i processi simbolici, relazionali e affiliativi, sia sul versante del gruppo di riferimento che su quello della reazione sociale. Sotto questo aspetto la condizione giovanile tende ad esporlo, in misura maggiore di altri devianti, ai processi di emarginazione e a quelli correzionali, quindi a situazioni di estrema permeabilità psicologica per ciò che riguarda la costruzione della sua identità.» (Passi, Salvini,1982, p.54).
[6] La costruzione di uno stereotipo deviante (il drogato, l'omosessuale, il ladro, ecc.) nasce elevando a significato simbolico certi tratti comportamentali (stigmi), facendoli divenire parte integrante di un ruolo e attributi stabili della personalità e delle sue rappresentazioni pubbliche (De Leo, Salvini, 1978).
[7] Lemert, ad esempio, descrive così la situazione del tossicodipendente: «col passare del tempo, [il tossicodipendente] ha fatto penetrare le droghe in tutti o quasi i risvolti della propria vita [...] Dopo essere andato avanti così per anni, attraverso innumerevoli situazioni sociali, la assunzione di droghe, la loro simbologia e gli stati emotivi ad esse concomitanti sono divenuti per lui [...] una `
seconda natura'. Ciò vuol dire che le droghe sono diventate, mediante legami complessi e intersecantisi, quasi una tutt'uno con le sue reazioni fisiologiche, psicologiche e sociali, che nell'insieme costituiscono un sé supplementare.Allo stesso modo è possibilediscernere un sé alcolista, [...] un sé falsario..» (1972, p.126 tr.it., corsivo aggiunto).
 
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categorie: devianza
lunedì, 01 giugno 2009

baby-gang

Carenze materiali ed educative tra le mura domestiche possono causare comportamenti devianti nei ragazzi. Tuttavia, più che accusare, sarebbe utile adottare un’ottica di promozione delle risorse presenti in ciascun nucleo familiare.
Le aggressioni compiute da gruppi di minori negli ultimi anni sono salite agli onori della cronaca. I mezzi di informazione nazionale hanno dato sempre più spazio a questo genere di notizie etichettando le bande minorili con il termine di baby-gang. Il fatto che la questione, in questa fase storica, non sia stata sollevata dagli studiosi, ma dai mass media, non vuol certo dire che il problema non ci sia. Ci si chiede però se le baby-gang non siano sempre esistite, del resto il fenomeno del bullismo è stato ormai ampiamente riconosciuto e rilevato nel nostro Paese e le bande di ragazzi impegnati in atti vandalici non sono certo una novità. Inoltre gli episodi riportati dalla stampa non dicono nulla circa la sostanza del fenomeno, ma fanno piuttosto riferimento alla sua percezione sociale.
La questione pregnante diventa allora osservare e studiare attentamente quali sono le caratteristiche peculiari delle baby-gang per differenziarle da altri tipi di gruppi devianti minorili. Soltanto così potremo tentare di dare una spiegazione di questa realtà ed eventualmente approntare strategie di intervento e prevenzione nei suoi confronti.
Allo stato attuale non vi sono dati che quantifichino e informino sull’entità del fenomeno. Ma al di là degli aspetti quantitativi, queste situazioni sono la spia di un disagio diffuso che coinvolge i giovani e che si estrinseca in modalità di comportamento antisociali. Un disagio che a volte nasce o più semplicemente non trova spazio di esplicitazione nell’ambiente familiare e che, attraverso il gruppo dei pari, traduce il malcontento e la problematicità in forme di relazione e comunicazione non lecite.
Quando si verificano eventi di tale portata, il sistema familiare di cui questi ragazzi fanno parte viene, a torto o ragione, inevitabilmente posto sotto accusa. Del resto la letteratura nazionale e internazionale riporta una stretta relazione tra i fattori di rischio connessi alla carriera deviante dei giovani e il ruolo determinante svolto dalla famiglia nello sviluppo psicologico dei ragazzi in una fase delicata come quella adolescenziale.
È innegabile che il nucleo familiare, come prima agenzia di socializzazione per l’individuo e come luogo di formazione dei legami e delle interazioni fra i suoi membri, costituisca la base dello sviluppo psichico del bambino. Il supporto fornito dalla famiglia favorisce l’integrazione della personalità in evoluzione e garantisce il contatto fra il bambino e la società di appartenenza (D’Alessio, Schimmenti, Cherubini, 1995).
Negli ultimi decenni, sulla scia delle trasformazioni sociali e di costume, la struttura familiare ha subìto grandi mutamenti. Il nucleo si è andato sempre più riducendo nelle sue dimensioni e, con l’avvento del divorzio, si è assistito alla costituzione di famiglie "atipiche", caratterizzate da un solo genitore e i rispettivi figli, oppure alla formazione di nuclei recentemente denominati "famiglie ricostituite" (Malagoli Togliatti e Montinari, 1995). La famiglia si è calata sempre più nel contesto di vita consono con la civiltà attuale in cui gli impegni lavorativi, le attività extra-familiari e la caoticità in cui tutto questo si svolge hanno accentuato l’isolamento e ridotto i rapporti sociali (Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987). A seguito di queste trasformazioni cambia il modo in cui i figli si percepiscono come membri di una famiglia e vivono le dinamiche familiari, il modo in cui si rapportano ai genitori e vivono lo scambio tra il mondo familiare e le più ampie relazioni sociali (Chiosso, 1994).
La provenienza socioculturale dei ragazzi appartenenti alle baby-gang non è accertata, ma dati gli studi compiuti su altri fenomeni, quale appunto il bullismo, si potrebbe ipotizzare che non necessariamente i "baby criminali" siano il frutto di realtà familiari e sociali devianti o disadattate.
I mezzi d’informazione hanno dato sempre più spazio alle notizie riguardanti le bande minorili. Gli episodi riportati, tuttavia, non dicono nulla circa la sostanza del fenomeno, ma si riferiscono, piuttosto, alla sua percezione sociale.
Più che le carenze strutturali di base sono quindi le difficili relazioni all’interno della famiglia a costituire un fattore di rischio. Alcuni studi recenti hanno messo in evidenza come la transizione dall’adolescenza alla vita adulta sia influenzata dalla competenza e dall’abilità manifestata dalla famiglia nell’assolvere i suoi compiti di mediatore tra il sociale e il familiare. Quando si parla di abilità e di competenze del nucleo familiare si fa riferimento al supporto e alla comunicazione. È stato evidenziato infatti come relazioni familiari caratterizzate dalla presenza di un alto livello di supporto e coinvolgimento hanno come effetto un buon adattamento psicosociale dell’adolescente in termini di maggiori relazioni positive con i pari, maggiori successi scolastici, maggiore autonomia e autostima. D’altro canto la competenza comunicativa, intesa come possibilità di esprimere pensieri e sentimenti liberamente, diviene un elemento di protezione nei confronti dello stress e della frustrazione (Scabini, Marta, Rosnati, 1995).
Un filone di ricerca sul comportamento deviante ha cercato di mettere in correlazione i fenomeni di devianza con gli stili educativi secondo la prospettiva dell’apprendimento sociale. Per gli studiosi che aderiscono a questo modello, la probabilità che un adolescente commetta un atto delinquenziale aumenta quando i genitori, gli adulti significativi o i coetanei forniscono o rinforzano maggiormente modalità di comportamento antisociale piuttosto che prosociale, oppure quando le figure rappresentanti l’autorità non puniscono in maniera efficace le condotte trasgressive (Palmonari, 1993). Questo tipo di spiegazione non è in grado di rendere conto di tutte quelle situazioni in cui ragazzi provenienti da famiglie devianti o criminali non manifestano comportamenti antisociali o casi in cui la condotta antisociale è messa in atto da individui provenienti da ambienti familiari e sociali non orientati in senso deviante.
Da un’altra prospettiva teorica la famiglia è riconosciuta come sistema autoregolativo che tende a influenzare le autoregolazioni dei membri che ne fanno parte, anche sotto il profilo della devianza come comportamento, come ruolo e identità. La famiglia è da considerare quindi sia come sistema autoregolato che, se diventa disfunzionale, problematico o multiproblematico (Scabini, Donati, 1992; Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987), può generare al suo interno disagio e sofferenza, per cui, indirettamente, può influenzare anche percorsi devianti, sia come "ambiente" sistemico culturale e biografico privilegiato che vincola, regola e contestualizza le autoregolazioni degli individui che vi appartengono, oltre alle scelte, i percorsi devianti e gli stessi tentativi di cambiamento, con una tipica tendenza omeostatica a "utilizzare" funzionalmente episodi ed eventi devianti in rapporto a esigenze e scopi propri del sistema familiare (Malagoli Togliatti, Ardone, 1993; Malagoli Togliatti, 1989, 1994; De Leo, 1992; Cirillo, 1996).
Coesione e adattabilità
Nell’ottica dell’autoregolazione disfunzionale e problematica, le dimensioni considerate maggiormente rilevanti in questo ambito di ricerca sono quelle che Olson ha definito "coesione e adattabilità" (Malagoli Togliatti, 1996; Malagoli Togliatti, Ardone, 1993). La prima è legata alla qualità e all’intensità dei legami affettivi che caratterizzano le relazioni fra i membri della famiglia, e rimanda ai confini tra i sottosistemi e tra le generazioni, agli interessi comuni e al senso d’intimità; la seconda individua la capacità del sistema familiare di modificare le proprie regole relazionali e i ruoli intrafamiliari in rapporto alle diverse fasi del ciclo vitale, e indica la flessibilità nella gestione della leadership e nel cambiamento degli schemi relazionali.
Con entrambi gli aspetti interagiscono le competenze/incompetenze genitoriali (dei singoli genitori e della coppia genitoriale come sottosistema particolarmente influente), l’impegno/disimpegno genitoriale (Stanton, 1979), gli stili e le modalità comunicative prevalenti nella famiglia, fra cui, specificamente rilevanti rispetto alla devianza, la qualità della supervisione o monitoraggio (monitoring) fra i figli adolescenti e i ruoli genitoriali (Patterson, Reid, Dishion, 1992; Barbaranelli, Regalia, Pastorelli, 1998), le capacità e le competenze genitoriali nel gestire i conflitti e le crisi adolescenziali. Sono state studiate, infine, situazioni-limite di disfunzionalità sia della coesione che dell’adattabilità familiare, in particolare nei casi di famiglie multiproblematiche, nelle quali si può avere una sorta di destrutturazione delle basilari capacità autoregolative familiari per la tendenza a delegare quelle funzioni ai servizi che hanno in carico i vari membri della famiglia stessa (Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987).
D’altra parte, nell’ottica della famiglia che "utilizza" e autoregola la devianza in funzione degli equilibri/disequilibri del sistema familiare oltre all’ipotesi del deviante come capro espiatorio funzionale ad assorbire tensioni, conflitti e problemi percepiti come minacciosi per l’intera famiglia o per alcuni livelli cruciali del sistema familiare, la devianza adolescenziale è stata vista come tentata soluzione e perfino come risorsa nelle regolazioni comunicative simboliche e pragmatiche fra ragazzo e famiglia (De Leo, 1992; 1998); mentre altri percorsi di ricerca hanno trovato che certe configurazioni familiari sembrano accompagnare con frequenza esiti devianti da parte di figli adolescenti.
D’altro canto non è possibile stabilire una relazione diretta di causa ed effetto fra la tipologia di famiglia cui il ragazzo appartiene e il tipo di comportamento assunto dal ragazzo. Al di là della classe sociale e dell’appartenenza culturale, al di là delle difficoltà familiari vi sono altri fattori di influenza. Il gruppo dei pari è considerato un canale di socializzazione per l’individuo. L’importanza rivestita dalla famiglia e dal gruppo in adolescenza è un aspetto molto discusso, poiché se in alcune situazioni la prima agisce da fattore protettivo nei confronti del gruppo, in altri casi è quest’ultimo che sopperisce alle mancanze familiari. Non sarebbe dunque corretto generalizzare.
Un’ipotesi emersa in letteratura e che può spiegare cosa avviene in alcune aree del mondo minorile fa riferimento al ruolo svolto dalla famiglia, dalla scuola e dal gruppo dei pari. Il nuovo concetto introdotto è quello di deprivazione relativa che sottolinea quanto non siano più tanto importanti le deprivazioni assolute (emarginazione, disoccupazione, povertà), ma piuttosto lo scarto crescente che sembra esserci tra la percezione delle aspettative e la percezione delle opportunità.
I sociologi spiegano questo fenomeno con l’allungamento della fase precedente all’inserimento sociale e lavorativo dei giovani, ma ci sono anche altri aspetti di ordine culturale. Sembrerebbe esserci uno scarto tra la costruzione delle aspettative dei ragazzi all’interno della famiglia e la costruzione delle aspettative all’interno della scuola. All’interno della famiglia, soprattutto nei ceti medi, si stimolano alte aspettative quasi per soddisfare i bisogni della famiglia stessa; nella scuola la modalità di costruzione delle aspettative è più confusa, forse perché il contesto scolastico stesso attraversa oggi una fase di forte disagio e instabilità. I ragazzi possono reagire a tutto ciò smettendo di credere alle aspettative familiari quando si accorgono che esse sono del tutto astratte, oppure possono sentirsi fortemente stimolati a mantenerle alte con il rischio di andare incontro a grandi frustrazioni, a un malcontento, a un sentimento di ingiustizia, a una canalizzazione di questi sentimenti verso atti teppistici, razzisti e violenti in diverse direzioni. Questa ipotesi, che andrebbe comunque specificata e approfondita, è interessante perché mette in evidenza le dinamiche complesse che oggi si instaurano tra famiglia, scuola e gruppo dei pari.
La famiglia è considerata la principale agenzia di socializzazione che media e regola i percorsi fra condizioni, bisogni, aspettative, deprivazioni assolute e relative, rispetto ai rischi e alle esperienze di devianza nelle fasi evolutive della minore età. Non è quindi incauto pensare di intervenire sulla famiglia con forme di progettazione centrate su un’ottica di tipo promozionale, ossia, non tanto con un’attenzione focalizzata sui rischi, quanto piuttosto attraverso l’offerta non specifica di risorse, competenze, abilità, favorendo il coinvolgimento della famiglia in attività solidaristiche e prosociali.
Gaetano De Leo
    
I COMPORTAMENTI ANTISOCIALI
Quasi ogni giorno, a scuola o contesti a essa collegati, si registrano episodi di violenza e di aggressività tra i preadolescenti o gli adolescenti. In alcuni casi si fa riferimento a situazioni di derisione e insulto, in altri a forme di minaccia ed estorsione, in altri ancora a vere e proprie forme di aggressione o di persecuzione fisica. A seconda del target e delle caratteristiche degli attori, si può parlare di bullismo, di violenza individuale o di violenza di gruppo, come nel caso delle baby-gang. Ciò che accomuna questi diversi comportamenti violenti è il carattere gratuito, l’assenza di attacchi precedenti che ne giustifichino la presenza. La natura di queste azioni è ostile, non reattiva, diretta verso vittime indifese e più deboli degli aggressori.
La letteratura più recente ha approfondito la relazione che esiste tra atti aggressivi e comportamenti antisociali, quali uso di droghe, vandalismo, furti. Esistono però tra queste condizioni anche alcune differenze significative. Per aggressività alcuni autori intendono «un comportamento che ha lo scopo di far male o nuocere a una o più persone». La definizione che Loeber dà al comportamento antisociale è: «Comportamento che infligge dolore fisico o mentale o che danneggia le proprietà altrui e che può costituire o meno un’infrazione alla legge». La definizione di comportamento antisociale è dunque più ampia, include l’aggressività, ma non è ristretta a essa. Una distinzione rilevante è il riferimento, nella prima, all’intenzionalità dell’azione, mentre nella seconda l’enfasi viene posta più sulle conseguenze. Nell’analisi dei diversi tipi di comportamento aggressivo e antisociale si rintracciano le principali tipologie: aggressività; comportamenti di opposizione; violazioni dello status personale (uso di droghe, marinare la scuola, bestemmiare); violazione della proprietà altrui (furti e vandalismo).
Alcune ricerche evidenziano come certe forme più lievi di condotta trasgressiva interessino, a livello episodico, la quasi totalità dei ragazzi della scuola media e dei primi anni delle superiori. In particolare, l’adolescenza è l’età in cui le azioni violente aumentano. In alcune culture il comportamento aggressivo diventa, in questa fase dello sviluppo, accettabile.
Gli studiosi americani Loeber e Hay (1997) hanno condotto una ricerca sulla violenza tra i giovani di Pittsburgh cercando di rintracciare l’età di insorgenza dei diversi comportamenti violenti e antisociali a partire dalla valutazione dei genitori e dividendo il comportamento in tre grandi classi: il bullismo e i comportamenti di disturbo, definiti aggressività lieve; l’attacco fisico e le violenze di gruppo, definiti aggressione fisica; e i comportamenti di attacco personale e di violenza sessuale, definiti violenza. Dalla curva evolutiva dei tre tipi di comportamento emerge che c’è un ordine progressivo di insorgenza dei fenomeni in relazione alla gravità: le forme di aggressività minore presentano un aumento lineare da 3 a 14 anni, mentre l’aggressione fisica aumenta dai 10 anni in avanti, seguita dalla violenza che ha un incremento significativo da 11-12 anni in poi. Questo dato spiegherebbe perché certi fenomeni più gravi di tipo aggressivo e antisociale siano significativamente più frequenti nell’età adolescenziale rispetto alle altre fasi dello sviluppo.
È interessante confrontare i dati psicologici, ottenuti dalle dichiarazioni dei ragazzi, e dati basati sugli archivi di polizia e dei tribunali. Dal confronto emerge la discrepanza nell’età in cui certi fenomeni risultano più elevati. I dati basati sui registri degli arresti per violazione delle norme riportano una curva molto spostata in avanti (18-20 anni), rispetto ai dati di indagini psicologiche che presentano il picco dai 12 anni in poi. Ciò sembra indicare che per coloro che subiscono condanne penali, tale evento avviene dopo diversi anni di gravi comportamenti di questo tipo. Le differenze tra maschi e femmine nella condotta aggressiva e antisociale sono molto marcate: rispetto alle citazioni in giudizio per reati è di 4 a 1. Nonostante questi dati epidemiologici, si evidenziano cambiamenti di tendenza secondo cui anche le ragazze partecipano a episodi di violenza e prevaricazione: in alcune baby-gang ci sono ragazze, in certi casi si sono registrati episodi di violenza perpetrata dalle ragazze a carico di altre ragazze.
Ersilia Menesini
    
 BIBLIOGRAFIA
·         Barbaranelli C., Regalia C., Pastorelli C., Fattori protettivi del rischio psicosociale in adolescenza, "Età evolutiva", 60, 1998, pp. 93-100.
·         Chiosso G., Nascere figlio. Le famiglie italiane verso il duemila, UTET, Torino 1994.
·         Cirillo S. e al., La famiglia del tossicodipendente, Raffaello Cortina, Milano 1996.
·         D’Alessio M., Schimmenti V., Cherubini A., Valutazione del rischio psicosociale in età evolutiva, in D’Alessio M., Pio E. Ricci Bitti, Villone Betocchi G. (a cura di), Gli indicatori psicologici e sociali del rischio. Modelli teorici e ricerca empirica, Gnocchi Editore, Napoli 1995.
·         De Leo G., La famiglia nel processo di costruzione della devianza, in Scabini E., Donati P. (a cura di), op. cit., 1992.
·         De Leo G., La devianza minorile, Carocci, Roma 1998.
·         Malagoli Togliatti M., Comportamento aggressivo negli adolescenti: una lettura in chiave sistemico-relazionale, "Famiglia e minori", 2, 1989, pp. 31-39.
·         Malagoli Togliatti M., Famiglia e adolescenza, condizioni di rischio e risorse psicosociali, "Età evolutiva", 53, 1996, pp. 99-104.
·         Malagoli Togliatti M., Ardone R., Adolescenti e genitori. Una relazione affettiva fra potenzialità e rischi, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993.
·         Malagoli Togliatti M., Montinari G., Famiglie divise, Franco Angeli, Milano 1995.
·         Malagoli Togliatti M., Rocchietta Tofani, Famiglie multiproblematiche, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1987.
·         Palmonari, Psicologia dell’adolescenza, Il Mulino, Bologna 1993.
·         Patterson G., Reid J., Dishion T., Antisocial boys, Costalia Publishing, Orelon 1992.
·         Scabini E., Donati P. (a cura di), Famiglie in difficoltà tra rischio e risorse, Vita e Pensiero, Milano 1992.
·         Scabini E., Marta E., Rosnati R., Rischio familiare e rischio sociale: una ricerca sulle famiglie con tardo-adolescenti, in D’Alessio M., Pio E. Ricci Bitti, Villone Betocchi G. (a cura
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categorie: devianza, psicologia clinica, psicologia giuridica
mercoledì, 01 aprile 2009

Giorgio Antonucci

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categorie: societĂ , devianza, psicologia clinica
venerdì, 09 gennaio 2009

Appunti per una psicologia critica

E' noto come, in qualsiasi settore della scienza, ad un insieme di dati sia sempre possibile sovrapporre più di una costruzione teorica. Poiché in psicologia nessuna spiegazione risolve mai tutti i problemi relativi ad un dato argomento, è spontaneo porre l'interrogativo circa quali tipi di problemi siano più importanti da risolvere e quale funzione possano poi svolgere le spiegazioni prescelte. La questione dei valori viene così ad essere scoperta a monte di qualsiasi discorso scientifico. Nonostante ciò, le formulazioni teoriche che riguardano i "settori" caldi della psicologia, cioè educativi, terapeutici, sociali, ecc.. che ruotano intorno al problema della personalità, continuano a rimanere arroccate al mito della conoscenza oggettiva e a-valutativa. In effetti non si riflette abbastanza sul fatto che i valori rappresentano una parte costitutiva di tutte le conoscenze intorno all'uomo, negarne l'evidenza significa sottoscrivere, attraverso l'ideologia fatta scienza, i valori dominanti; cosicchè ogni dichiarazione di neutralità diventa un'affermazione di consenso ad una data visione del mondo, ritenuta eterna e immodificabile. Lo stesso Freud ha creduto che la sua scienza, a similitudine del modo di pensare del suo tempo, fosse la vera ed unica analisi della psichè. Ma gli psicoanalisti  che sono disposti a rischiare la propria ortodossia, riconoscono che il loro sapere è condizionato e reso unilaterale e, come ogni altro, contiene una serie di scelte di valore conformi ad una determinata visione della realtà. Per cui si può dire che la prospettiva dell'analisi cambia se il suo modello non è quello astratto di "armonia interiore" ma in origine è sociale. In altri termini la psicologia deve tener presente che il dato in analisi è un dato di valore; che come tale esso non potrà mai essere analizzato in parametri estranei alle dimensioni che strutturano il valore stesso. Nasce quindi la domanda se sia auspicabile e possibile che gli psicologi considerino come relativi i propri valori. La risposta è sì. Infatti, per quanto scientificamente validi (attendibili e verificabili) possano dimostrarsi i risultati di una ricerca o di una costruzione teorica, tale validità oggettiva non si ripercuote sui valori che muovono gli intenti conoscitivi e soprattutto gli interventi, cioè sull'impiego del sapere psicologico. Il ricercatore, il clinico, possono preferire determinati valori perché appaiono migliori, non perché sono più certi. Da cui consegue che l'oggettività metodologica viene ad essere utilizzata, quand'anche non fosse già un valore, entro le opzioni dello scienziato o del tecnico e quindi della loro società e non viceversa. Per esempio, il significato di una valutazione della personalità, tramite il "16 P.F. di Cattel", non è altro che una definizione dell'altro secondo parametri, che nonostante la loro obiettività psicometrica, esprimono giudizi di valore. Ogni atto teorico e pratico è condizionato, non solo dalla scelta dei problemi, ma anche dalle categorie concettuali e linguistiche con le quali risolverlo. Un metodo empirico-analitico produce soltanto sapere valorizzabile tecnicamente in un quadro precostituito. Ciò significa che qualsiasi scopo scientifico riceve l'indicazione del fine ed assume valore solo all'interno di un ordine sociale verso cui tale fine è diretto. Si può quindi affermare che se i giudizi di valore non facessero parte della struttura della scienza, farebbero comunque parte del motivo della sua produzione. Questo perché la scienza non è sola forza produttiva sociale, ma è anche rapporto sociale di produzione. Perciò non si può parlare di una scienza assolutamente oggettiva, cioè estranea ai valori ed alle scelte che la determinano. Le stesse condizioni del conoscere variano a seconda delle condizioni in cui si esplica il ruolo dello psicologo, cioè in relazione alle aspettative ed ai fini che il suo atto conoscitivo deve perseguire, ossia secondo le indicazioni istituzionali ed i valori egemoni. La scienza dell'uomo è mossa molte volte dall'idea dell'esistenza di leggi statiche, di una realtà di fatto, senza tenere conto che non esiste una realtà definita una volta per tutte. Difatti il soggetto con cui si è in rapporto (che non è mai un oggetto) è impegnato in una continua trasformazione di se stesso nel momento che interagisce con la realtà che lo circonda. Le misurazioni, le osservazioni, che lo psicologo esegue sulla persona non riflettono il dato dell'esperienza, ma ciò che è presupposto come tale sulla base di un paradigma teorico, metodologico e tramite un'azione strumentale. Tale forma d'approccio alla situazione dell'altro comporta certe operazioni mentali, che finiscono per porre in risalto e ritagliare una realtà che può essere lontanissima dall'esperienza immediata da cui deriva. Anche il linguaggio non può riferire il "dato" in maniera neutrale ed obiettiva in quanto utilizza un linguaggio appreso per descrivere il mondo degli uomini conosciuto in anticipo. Mondo predefinito da certe operazioni logico-linguistiche e metodologiche che sono sempre degli apriori. Inoltre l'infrastruttura linguistica utilizzata nel momento scientifico non è un qualcosa di diverso dalla società che l'ha prodotta, e come tale contiene una motivazione ed un orientamento all'azione conoscitiva che è di per sé un valore. La difficoltà in cui si muove qualsiasi studio intorno alla psicologia dell'uomo, inteso come totalità in relazione con l’esperienza passata, presente e futura, è data dal fatto che tale studio trova il suo oggetto costituito. Mentre per la psicologia della percezione l' "effetto Hering" o quello della "buona forma di Wertheimer" si costituiscono come fatti non direttamente connessi con i valori del ricercatore, qualsiasi riferimento al "sistema di personalità" contiene - anche indipendentemente dal volere dello psicologo - un agire rivolto a valori, per cui diventa impensabile uno studio della personalità in termini neutrali. Ora è certo che nel campo degli studi sulla personalità, quanto più gli psicologi diventano abili nel classificare i tratti, gli atteggiamenti, le motivazioni, le azioni ecc.., congelandoli entro espressioni presunte obiettive, tanto meno SVILUPPANO LA LORO COSCIENZA CRITICA verso la natura e la funzione di un dato sapere e quindi intorno ad una effettiva consapevolezza dei bisogni degli uomini; da cui la loro inserzione nel mondo non come agenti dell'emancipazione, ma come scienziati burocrati, che convalidano un certo modo sociale ed istituzionale di definire e concepire l'individuo, prestabilendo quindi, secondo una ideologia dello statu-quo, il suo modo di essere nel mondo. Le teorizzazioni sulla personalità, lungi dall'essere avalutative hanno finito sempre per radicare nella psicologia l'egemonia di un dato modo di considerare la realtà psicologica dell'individuo. Cioè impedendo di leggere e capire le azioni, le motivazioni, le idee, i sentimenti dell'uomo in relazione ad una interazione sociale storicamente e politicamente agente sulla personalità, negando quindi la possibilità di riconoscere nella dinamica psichica e comportamentale dell'individuo l'influenza del dato organizzativo della società, ma spiegandola secondo leggi "naturali" di funzionamento. La consapevolezza critica che qualsiasi riflessione scientifica centrata sull'uomo, in effetti, trascina dei valori amalgamandoli come fatti con l'atto conoscitivo, deve essere particolarmente presente nello scienziato sociale. Soltanto una tale consapevolezza è garanzia per una psicologia che non voglia rimanere prigioniera della razionalità dei propri strumenti. Contemplazione sacrale della scientificità, nella presunzione che la razionalità del mezzo contenga la capacità di sapere indicare dei fini. La maggioranza degli uomini si attacca all'illusione che la conoscenza debba fornire anche le norme per l'azione, e trasferisce quindi la dignità della conoscenza stessa, come se gli scopi dell'etica o della pedagogia si potessero dimostrare "giusti" per il fatto che, per realizzarli, ci si lascia guidare da conoscenze "giuste".
Ad un tale rischio sembrano oggi essere esposte le scienze sociali, in quanto tecnologie in voga per l'amministrazione degli uomini e mezzi di razionalizzazione del controllo sociale. Finiti i tempi in cui psicologi, sociologi, psichiatri, antropologi, potevano non porsi con immediatezza tali problemi e responsabilità dietro l'alibi di una scienza che come sosteneva Peirce, era etica di per sè. Anche per gli scienziati sociali, alla stregua di quelli fisici, è giunto il momento di interrogarsi ed assumersi la responsabilità ed il peso del tempo storico che contribuiscono a costruire.
Se è vero che non ci può essere scienza senza uomini e fuori dalla storia, a maggior ragione non ci può essere una psicologia (che è scienza DI e PER gli uomini) avulsa dalla loro concreta realtà.
Una psicologia della personalità in senso naturalistico (biotipologica, istintualista, behaviorista, organicista, psicometrica, ecc..) anzichè ermeneutica e critico-dialettica, suona come l'affermazione di un uomo astratto, meccanico, isolato, senza legami con la società e senza responsabilità verso di essa. Cioè l'affermazione di un mondo senza uomini.
Il ruolo di una siffatta psicologia è quello di partecipare al calcolo delle strutture di una realtà, che la scienza e la tecnica hanno preparato a somiglianza delle ideologie tendenti a legittimare le nuove forme di potere e di controllo.
Scopo di una PSICOLOGIA CRITICA è invece l'emancipazione sociale, ovvero la liberazione del soggetto dalla realtà diventata potenza subordinata al calcolo. Non confondere quindi l'uomo che emerge da questa realtà come l'unica e naturale manifestazione umana, anche perchè lo strumento teorico e metodologico utilizzato dallo psicologo può far parte di questa realtà e svolgervi un lavoro (inconsapevole) di leggittimazione e conferma.
Il postulato valoriale di una scienza dell'uomo è che essa si configuri, a priori, come uno strumento critico contro l'ordine apparente del sapere, cosicché la psicologia possa disporsi verso il suo antico oggetto, finalmente divenuto soggetto, partendo da un interesse gnoseologico di emancipazione.
Fare della teoria scientifica in senso critico, comporta sempre un chiarimento preliminare capace di suggerire il senso ed il perché di una tale attività. Perciò teorizzare in tale modo implica per lo psicologo un atteggiamento critico che, unito a quello conoscitivo, sia in grado di esprimersi a favore e nell'interesse della gente. Persone quindi viste non come astratte portatrici di una natura umana, ma protagoniste di determinate vicende biografiche all'interno di una situazione storica e sociale. Perciò maturazione di un conoscere che trovi la sua giusta validazione nel confronto con i bisogni che tale realtà manifesta.. Cioè in quello spazio rappresentato dal mondo interno ed esterno dell'uomo, la cui interazione problematica è il campo di indagine ed intervento dello psicologo. Spazio a cui compete testimoniare e verificare la bontà delle proposizioni adottate dallo psicologo, in relazione alla loro capacità di incidere sul sociale svelando la vera natura dei problemi. Ma questa sarebbe una pura enunciazione di principio se non si riconoscesse che l'atto di "capire scientificamente" dello psicologo è già prestabilito nel suo mandato sociale. Cioè in quel ruolo la cui sopravvivenza è resa possibile a patto che condivida la realtà che giustifica la sua IDENTITA' PROFESSIONALE.
In altre parole lo psicologo è nella condizione, per esempio, di non poter rinunciare a certi miti scientifici autolegittimanti il proprio ruolo, nel contesto di una società favorevole al concetto di "malattia mentale" o del "disadattamento" come giustificazione della diversità sociale.
Lo psicologo, portatore di determinate convinzioni su cosa sia e come funzioni la personalità umana, se delegato istituzionalmente ad interpretare il "linguaggio della devianza", lo fa impossessandosi delle espressioni di tale personalità e le traduce secondo parametri di una conoscenza ideologica e non preventivamente sottoposta a verifica critica.
 Tipo di conoscenza che il più delle volte ha codificato risposte e definizioni atte a negare i bisogni e le contraddizioni di cui il soggetto è portatore. Bloccando così, anche a livello interpretativo, tutto il processo interpersonale ed esperenziale, deviando l’attenzione sulla psiche dell’individuo, sui suoi gesti, sui dati dei test, ecc.. Cosicché il linguaggio dello psicologo si viene a declinare come una conoscenza che ha sviluppato la propria teoria secondo le aspettative di chi detiene il potere, cioè entro una cornice ideologica alle cui richieste di razionalizzazione egli risponde. A maggior chiarimento si può dire che le operazioni ed i settori di conoscenza vengono predisposti già dalla domanda sociale, che indica allo psicologo certe strade d’accesso che finiscono per condurre a determinate spiegazioni anziché ad altre. Ciò con il risultato di svuotare il linguaggio dei bisogni di ogni contenuto contrario all’ordine esistente.
Per esempio gli psicologi che operano in istituzioni come la scuola sono chiamati ad intervenire ad un crocevia di situazioni in cui i problemi dei singoli ragazzi finiscono per rivelarsi prigionieri di quelli di natura ideologica, economica, culturale ecc.., all’interno di una particolare struttura, che è quella scolastica. Tali operatori si trovano quindi coinvolti nella gestione di spazi che non riconoscono ed alla cui trattazione possono sentirsi estranei. Ma la constatazione è di essere dei tecnici il cui profilo professionale è funzionale alle richieste dell’istituzione e di esercitare per essa un ruolo di legittimazione attestante la normalità delle sue richieste, rispetto ai comportamenti non conformi. Tale constatazione è un momento di crisi. Presa di coscienza che porta lo psicologo a scoprire che il giudizio emesso sulla personalità del ragazzo, non solo viene richiesto all’interno di una cornice normativa prestabilita, ma obbliga l’operatore a condividere la bontà di tale richiesta partecipando, per il solo fatto di esistere come ruolo, ad obiettivare la realtà del ragazzo diverso, secondo una prassi che corrisponde a esigenze stigmatizzanti collegate con il venir meno di un adattamento scolastico. Cioè di una norma istituzionale per eccellenza.
La prassi dello psicologo nei suoi rapporti con gli uomini è sempre sostenuta, non solo da una o più teorie sulla personalità, ma anche dal suo ruolo e dalle attese pubbliche connesse con tale ruolo.
Lo psicologo criticamente orientato deve quindi essere consapevole che la persona che gli sta davanti non può testimoniargli se stessa e la sua realtà, se non per quella parte consentitagli dallo schema teorico impiegato e dalla reciproca collocazione istituzionale o di ruolo. Ecco qui che si delinea il fatto che qualsiasi riflessione sulla personalità non si esaurisce in un atto meramente teorico e tecnico al riparo di una presunta neutralità, ma si estende alle implicazioni sociologiche dell’azione conoscitiva, che in primo luogo è una azione di potere, ideologicamente orientata. Ciò perché la prassi dello psicologo acquista significato negativo o positivo solo in riferimento all’interesse che esso tutela.
La conoscenza intorno alla personalità come dato ideologico, scientificizzato per tramite dello psicologo, dello psichiatra, del pedagogista, ecc.. può diventare un mezzo di indottrinamento, controllo e manipolazione attraverso tre tendenze negative che caratterizzano l’intervento e la funzione sociale di questi operatori, cioè:
 
1.     trasformazione dei problemi sociali, dalla loro natura economica e politica, in problemi di soluzioni tecniche o professionali;
2.     indicazione di un’etica la cui saggezza, normalità ed equilibrio viene a coincidere scientificamente con le prescrizioni psicologiche. Tutto ciò in vista di una integrazione ottimale, che spalanca all’immagine di un sempre più vasto numero di persone, consensualizzate fin nelle sfumature emotive, alle condizioni oggettive dell’organizzazione predominante.
3.     imperativo della salute e della normalità che attraverso la teorizzazione della personalità matura ed integrata acquista una sacralizzazione ed un valore feticistico, divenendo così un fattore di ricatto da cui non è possibile sottrarsi in quanto interiorizzato come prerequisito di efficienza e capacità produttiva. Mito della normalità che sempre di più permea la condizione dell’uomo occidentale, al quale sembra non venir più consentita la possibilità di avere fantasie e razioni difformi da quelle utilizzabili nella catena di riproduzione della macchina sociale. E ove le abbia, quale conseguenza delle contraddizioni sociali, sia costretto a sperimentarle come colpa privata.
 
Queste osservazioni suggeriscono una serie di considerazioni riguardo ad ogni elaborazione teorica che deve trovare una sua giustificazione preventiva nella prassi, cioè:
 
§        orientamento nello studio della personalità come fatto sociale, ovvero secondo le esigenze emergenti dalla problematica reale in maniera che lo psicologo possa porsi di fronte al suo vero committente, cioè la situazione di disagio dell’uomo sociale, a cui offrire non solo delle soluzioni individuali, ma svelando le linee di un’azione sociale e politica. Ciò con la piena consapevolezza che l’origine collettiva, storica, economica, ecc.., di tale disagio non deve avallare piatti determinismi, facendoci quindi dimenticare l’unicità e la irripetibilità dell’esperienza individuale, cioè di quella soggettività che deve essere difesa da ogni manipolazione conformistico-maggioritaria;
§        orientamento della ricerca-intervento dello psicologo nella esplorazione delle alternative per uno sviluppo della personalità dell’uomo, passando attraverso l’esame e la trasformazione delle sue matrici ambientali, senza peraltro prefigurare aprioristicamente come modelli ideali e quindi come nuovi strumenti conoscitivamente coercitivi. Da cui un atteggiamento costantemente critico e diffidente verso le operazioni di “ingegneria sociale” che, in omaggio alla scienza psicologica, vogliono tradursi in progetti pedagogici di massa.
§        Orientamento a favore di una conoscenza dell’uomo che abbia una funzione innovativa e non di controllo; che si ponga criticamente verso qualsiasi chiusura del discorso fatta da teorie che manifestino la funzione latente di conservare la condizione umana esistente, congelandola nel proprio schema spiegativo.
 
Ciò tenuto conto che quanto più un soggetto sociale è interessato a generare profonde trasformazioni nel tessuto della società, tanto più necessaria diventa l’assunzione di un punto di vista critico e fondamento dell’analisi che esso esprime, mentre, al contrario, quanto più un soggetto sociale è interessato a non modificare la realtà, tanto più la sua analisi sarà “neutrale”, o al limite “apologetica”
martedì, 10 giugno 2008

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Lo psicologo criminologo

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2006

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Il volume affronta le questioni teoriche e gli ambiti d'azione della psicologia applicata ai contesti del crimine e della giustizia penale. Questo obiettivo d'interesse è rappresentato dalle tre parti di cui si compone il volume. La prima parte affronta temi e nodi teorici, di ricerca empirica e di formazione, ponendo attenzione ai delicati, complessi, talora problematici rapporti fra psicologia e criminologia; la seconda parte evidenzia un settore di competenza dello psicologo criminologo in crescente, rapido sviluppo, quello delle investigazioni in campo penale; la terza parte illustra ed esamina con riguardo ad esigenze conoscitive, metodi e strumenti, i principali ambiti di attività dello psicologo criminologo. Sullo sfondo, quale criterio orientativo delle tematiche trattate, le specificità professionali dello psicologo che opera nel settore oggetto di studio del volume e la sua tensione tipicamente interdisciplinare ed interprofessionale.

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La testimonianza. Problemi, metodi e strumenti nella valutazione dei testimoni - Gaetano De Leo, Melania Scali, Letizia Caso

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Questo volume affronta il tema della testimonianza dalle diverse angolazioni e descrive sia gli aspetti psicologici (la memoria, il ricordo, la suggestione, la falsa testimonianza), sia le tecniche investigative legate al colloquio, all'intervista e all'interrogatorio, sia, infine, gli strumenti per valutare scientificamente le affermazioni di bambini e adulti chiamati a testimoniare. Il volume è inoltre corredato di utili esempi di analisi dei resoconti. Un testo rivolto non solo agli psicologi forensi, ma a tutti coloro che a diverso titolo - investigatori, periti, avvocati, giudici - sono coinvolti nella relazione con testimoni all'interno del processo penale.

 

L'analisi dell'azione deviante. Contributi teorici e proposte di metodo

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De Leo, Patrizia Patrizi, Eugenio De Gregorio


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2004

Il Mulino, Bologna


Un tentativo di individuare e mettere a punto strumenti di analisi utilizzabili nella pratica clinica e negli interventi psicologico-sociali, in particolare negli ambiti della diagnostica giudiziaria, della consulenza tecnica e della perizia, ma anche nel lavoro d'indagine degli operatori sociali e giudiziari. Sono presentate le inteviste narrativo-biografiche e quelle utilizzate in ambito forense. Nel capitolo conclusivo le proposte avanzate vengono messe alla prova attraverso l'applicazione a un noto caso giudiziario, anche con il ricorso a programmi per l'analisi informatica dei dati.

 

 

Ultrà. Psicologia del tifoso violento

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UltrĂ  - Alessandro Salvini

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12,00 euro

2004

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Ci sono molti modi per sfuggire alla noia, il tifo estremo è uno di questi. Cosa c'è di meglio del divenire parte di un ruggito corale, sanguigno, smodato, festoso e solidale? Uscire per qualche ora dai limiti, identificarsi con l'onnipotenza di un gruppo agguerrito e coeso, trovare un senso e un significato pieno al "chi sono io?". È già un bel risultato. Questo libro mette a nudo il tifoso ultrà, immagine per alcuni pittoresca e per altri minacciosa e deprecabile.

 

Diversità, Devianze e Terapie. Strumenti, ricerche e interventi in psicologia clinica

Alessandro Salvini e Nazzareno Galieni (a cura di)


pagine 402

euro 39

2002

Recensione

Marco Inghilleri

L’orientamento interazionista in psicoterapia, integra un riferimento co­struttivista di tipo socio-cognitivo (interazionismo simbolico) con le metodi­che proprie alle terapie strategiche e cognitive. Questo modello di psicoterapia, configura i comportamenti e i relativi stati mentali problematici come tentativi disfunzionali di adattamento della organizzazione personale (persistente o transitoria), ai diversi sistemi interattivi di cui è parte, siano essi intrapersonali o interpersonali, psicobiologici o socio-psicologici.
L’ottica interazionista attribuisce un ruolo significativo ai processi se­miotici e pragmatici, culturali e situazionali, attraverso cui le persone produ­cono le loro diversità talvolta tradotte in disagio psicologico e in soluzioni devianti.
L’obiettivo della psicoterapia interattiva è di modificare il sistema di co­strutti presenti nella organizzazione mentale e contestuale, generativa di si­tuazioni conflittuali, di sofferenza o di inadeguate risorse adattative e di cambiamento. Gli articoli che compongono questo libro dovrebbero essere letti alla luce di questa cornice teorica, qui molto succintamente descritta. Articolato in quattro sezioni, questo libro prende in considerazione ini­zialmente il concetto di diversità esaminando argomenti che toccano: alcune forme di allucinazione uditiva e possibili ipotesi per una terapia cognitiva; la messa a punto di un programma di trattamento delle fobie in ambiente vir­tuale; il fenomeno del transessualismo e la riorganizzazione dell’identità di genere; l’ansia e la disforia nella fecondazione medicalmente assistita; il pro­blema della diversità femminile nella pratica sportiva, soffermandosi sul rap­porto tra identità femminile e identità atletica. Gli argomenti relativi alla devianza, invece, si riferiscono più nello speci­fico a diversi aspetti riguardanti l’ambito delle tossicodipendenze, come ad esempio: la rappresentazione di Sé nel tossicodipendente, la riorganizzazione motivazionale in alcolisti ed eroinomani, il burn-out negli operatori delle tossicodipendenze e, infine, un ampio ed esauriente capitolo è dedicato ai disturbi di personalità nel DSM IV, inserito con lo scopo di fornire un contri­buto alla comprensione di alcune caratteristiche della diagnosi psichiatrica.
Le ultime due sezioni, raccolgono capitoli indirizzati a rendere maggior­mente espliciti gli strumenti ed i modelli di intervento utilizzati che mostrano, ad esempio, l’applicazione di un metodo di analisi del discorso nato in am­bito fenomenologico-costruttivista, in relazione a casi di allucinazioni udi­tive, oppure, uno studio dei resoconti clinici e testimoniali; o ancora: un’analisi dei processi di cambiamento in un gruppo terapeutico, secondo l’approccio narrativo e per ultimo l’esempio di una griglia esplorativa, im­piegata nell’indagine delle rappresentazioni degli psicologi e degli psichiatri nei medici di base. La parte finale di questa raccolta, quella che meglio definisce le proposte dei modelli di intervento, comprende contributi eterogenei che vertono: sui programmi terapeutici e riabilitativi nella tossicodipendenza, su interventi psicologici in relazione alla qualità della vita del paziente oncologico. Ed una ponderata riflessione circa i modelli e le strategie di interventi adottati nell’ambito di Consultori, Servizi per le Dipendenze, Servizi Psichiatrici ecc., spostandosi dal campo strettamente accademico a quello più pragmatico della programmazione e attuazione degli interventi socio-sanitari.

 

 

 

Droghe: Tossicofilie e Tossicodipendenza

Alessandro Salvini, Ines Testoni e Adriano Zamperini (a cura di)

pagine 416

euro 23,50

2002

Utet, Torino

Droga non è soltanto eroina, cocaina, ecstasy. Droga è qualsiasi sostanza in grado di modificare gli stati neurofisiologici e i correlati stati mentali. Sono quindi droghe anche l ’alcool ,il tabacco e alcuni farmaci, anche se non vengono considerati tali perché non sembrano mettere in pericolo norme morali o regole sociali. Scritto per psicologi, medici e operatori del settore, e destinato a chiunque desideri un ’informazione scientificamente qualificata, questo libro offre una trattazione dettagliata delle sostanze psicoattive più frequentemente usate, di cui considera gli effetti principali e collaterali, sotto il profilo psicofarmacologico e quello sociale e clinico, nonché le strategie d ’intervento e le forme di trattamento. Al contempo, gli Autori non tralasciano l ’analisi degli sfondi culturali di cui la droga e il drogarsi sono diretta espressione, piuttosto che una causa. Chi fa uso o abuso di sostanze psicoattive, infatti, non solo obbedisce a esigenze compulsive di tipo fisico o psichico, ma è anche guidato da intenti diversi, legati al contesto di assunzione e al valore interpersonale e simbolico di tali sostanze. Insieme, viene anche posto in primo piano il movente psicologico di queste “relazioni pericolose” ,un aspetto su cui occorre riflettere a fondo, ossia la tossicofilia: quella particolare e intensa attrazione che le diverse sostanze esercitano su determinati soggetti e che costituisce il precursore di ogni forma di tossicodipendenza.


Recensione

Marco Inghilleri

Scritto per psicologi, medici e operatori del "settore" e destinato a chiun­que desideri un’informazione scientificamente qualificata, questo libro offre una trattazione dettagliata delle sostanze psicoattive più frequentemente usate, di cui considerano gli effetti principali e collaterali, sotto il profilo psicofarmacologico, quello socio-culturale e clinico, nonché le strategie di intervento e le forme di trattamento.
Rispetto alla letteratura presente sull’argomento, il libro si caratterizza es­senzialmente per tre sue diversità: 1) un’impostazione scientifica multifocale priva di qualsivoglia tentazione eclettica, libera da proposte morali e corre­zionali; 2) un’attenzione dedicata alle credenze, ai bisogni, alle illusioni e alle ragioni di coloro che fanno uso ed abuso di droghe, e ai loro rispettivi mondi culturali ed esistenziali; 3) una riflessione sulle "deformazioni" epistemologi­che facilmente rintracciabili nei discorsi sulla "tossicodipendenza".
Il comportamento umano, e a maggior ragione quello che definiamo sommariamente tossicodipendente, appartiene a molti domini della cono­scenza e nessuna disciplina, per quanto evoluta, può vantare un sapere pre­valente, né imporre i suoi metodi come unici ed esclusivi. Questa convinzione potrebbe apparire superflua od ovvia per i consensi che suscita, ma poi nella pratica è dimenticata, in particolare dagli psicologi e dagli psi­chiatri: "ogni sapere deve guardarsi dai propri dogmi, altrimenti finisce per avere l’età dei propri pregiudizi", vi si sostiene. Difatti, cosa si vede o si va­luta non solo è condizionato dalle convinzioni e dai procedimenti conoscitivi usati (il come), ma anche dall’esigenza di rispondere a una domanda norma­tiva e correzionale precostituita (il perché), in cui i giudizi di valore preval­gono su ciò che si conosce o si sa.
In questo manuale viene dato particolare rilievo alle proprietà psicofar­macologiche delle droghe e alla loro capacità di attivare e di disattivare certi meccanismi neurochimici: meccanismi e processi che vengono descritti accu­ratamente, per la loro rilevanza neurofisiologica, anche grazie alle scoperte di settore più recenti ed accreditate, evitando sia una prospettiva psicologizzante ed unilaterale sia un eccessivo entusiasmo per l’approccio neuroscientifico.
L’uso e l’abuso delle droghe ci pone di fronte a problemi che non pos­sono essere affrontati solo con il sapere del farmacologo o con le interpreta­zioni dello psichiatra e dello psicoterapeuta, né tantomeno con le volenterose opinioni prive di garanzie culturali e scientifiche di "direttori spirituali" o di operatori di comunità.
Nel coordinare e scrivere i contributi di questo volume, i Curatori hanno cercato di affrontare al meglio l’imbarazzante costrutto "Corpo-Mente", che sta dietro a molti dei problemi teorici attuali. Difatti, nonostante la crescita delle conoscenze, permane un’ampia zona in cui non è possibile trovare punti di corrispondenza tra i meccanismi neurofisiologici elementari e i comporta­menti socialmente significativi. I costrutti mentali e culturali di chi assume una sostanza psicoattiva non solo motivano all’uso di un certo tipo di so­stanze, ma influiscono in modo variegato sull’interpretazione dei loro effetti somatici. Per questo motivo, nel volume vengono differenziati due aspetti, da non considerarsi antitetici o integrabili, ma semplicemente complementari: la tossicofilia e la tossicodipendenza. Alla tossicofilia appartengono il valore e il significato che la droga e i suoi effetti assumono nella ricerca di una speci­fica percezione somatopsichica di Sé, adeguata alla produzione di un’identità personale socialmente situata e gratificante: identità psicologica talvolta mo­tivata dalla ricerca di un particolare senso da attribuire all’esistenza. Alla nozione di tossicodipendenza appartiene invece la condizione psicobiologica di necessità indotta dall’uso di una qualche sostanza psicoattiva.
L’originalità di questo libro è anche dovuta all’attenzione data al "tossi­comane", considerato non come tipo umano, come quadro nosografico o en­tità clinica, oggettivata nel suo "vizio", "sindrome" o "devianza", ma come protagonista di una particolare esperienza emotiva e cognitiva. Dal volume emerge infatti un’immagine del "drogato" che non è quella di un tipo umano necessariamente mosso da impulsi patologici, ma quella di una persona tra le tante. Infatti, la maggioranza degli esseri umani si concede, in modo occasio­nale o frequente, i servigi di qualche sostanza psicoattiva, alla ricerca di ef­fetti stimolanti, sedativi, euforizzanti o analgesici. "Questa evidenza, spesso rimossa, ci rende consapevoli che non siamo circondati da marziani", affer­mano gli Autori, "né da riproduzioni di noi stessi riuscite meno bene".
Per capire i molti aspetti dell’uso ed abuso delle droghe, i Curatori di questo volume hanno privilegiato un paradigma pluralista, che li studia come un prodotto collettivo storicamente e variamente codificato, governato da regole e soggettivamente interpretato. Il ricorso ad una prospettiva antropolo­gica, unitamente ad una più psicofisiologica, li ha condotti a valorizzare un punto di vista "semiotico": ottica che aiuta a capire quali significati possono essere introdotti dalle persone nella percezione di Sé, degli altri e del mondo, attraverso un gratificante stato di intossicazione.
In sintesi, questo manuale è stato suddiviso in tre parti. La prima foca­lizza l’attenzione sui processi di costruzione dei significati legati alle droghe e ai loro assuntori, indicando come questa "costruzione" riguardi non solo gli spettatori, ma anche gli attori, ossia i tossicomani. Attori capaci di manovrare gli effetti delle sostanze psicoattive al fine di dar vita a stati mentali corporei, adeguati all’identità e ai mondi che desiderano. A questo proposito viene accuratamente introdotto e analizzato il concetto di tossicofilia. La seconda parte, ove è stata privilegiata un’impostazione manualistica, è dedicata alle sostanze psicoattive. La terza parte è dedicata alle strategie di reazione so­ciale, ovvero alle forme di controllo e di prevenzione, alla valutazione critica delle possibili soluzioni, anche alla luce delle ricerche e delle esperienze di­sponibili e recenti. Il problema della "recidiva" e del "cambiamento" attra­versa tutti i capitoli e viene considerato diffusamente.
Personalmente, ho trovato veramente di grande interesse la distinzione operata dai Curatori tra Tossicofilia e Tossicodipendenza. "Se con il concetto di tossicofilia si restituisce la dovuta rilevanza ai pensieri e alle azioni fina­lizzate e consapevoli del tossicomane motivato alla ricerca di una ricompensa fisica e psicologica", vi si sostiene, "con il concetto di tossicodipendenza si fa riferimento al bisogno incoercibile e compulsivo di una droga, necessaria a mantenere un equilibrio fisiologico e a evitare i sintomi dovuti all’astinenza". Inoltre, del tutto apprezzabili sono anche da considerarsi le riflessioni epi­stemologiche che sottendono i vari studi pubblicati: riflessioni e questioni metateoriche la cui esplicitazione costituisce un valore aggiunto particolarmente significativo di questo libro.

UPSEL, Padova


Psicologia Giuridica
Gaetano De Leo, Patrizia Patrizi


Psicologia Giuridica - Gaetano De Leo, Patrizia Patrizi

pagine 290

18,00 euro

2002

Il Mulino, Bologna


La psicologia giuridica rappresenta un settore scientifico in progressiva, rapida espansione, corrispondente all’allargamento delle aree di interesse del suo ambito applicativo: il diritto, la giustizia, i comportamenti sociali e gli obiettivi di cambiamento regolati dalla norma giuridica. Il libro propone una sistematizzazione della disciplina che ne valorizza gli orientamenti psicologico sociale e di comunità, il taglio tipicamente interdisciplinare, la competenza a muoversi nelle zone di confine in rapporto ad altri saperi e professioni presenti nei territori del diritto. Il percorso effettuato dagli autori affronta le questioni disciplinari sotto il profilo dell’evoluzione storica e delle funzioni
oggi più attive (primo capitolo), che vengono analizzate secondo gli sviluppi del dibattito teoricometodologico
e degli orientamenti applicativi consolidati o emergenti. I temi trattati comprendono la vasta area del diritto a tutela del minore, in particolare riguardo alle condizioni di rischio in età evolutiva (secondo capitolo) e all’abuso sessuale (terzo capitolo), l’intervento con l’adolescente autore di reato (quarto capitolo), il trattamento penitenziario (quinto capitolo), la prevenzione del crimine e le dimensioni della sicurezza sociale (sesto capitolo) e alcune delle questioni di più recente apparizione nel panorama della disciplina – danno psicologico, riattribuzione di sesso, psicologia investigativa, mediazione familiare e penale – (settimo capitolo). Trasversale al testo e mirata nell’ultimo capitolo è la riflessione su obiettivi e metodi della formazione in psicologia giuridica. Lo stile espositivo, la scelta dei contenuti e la modalità argomentativa, che privilegia la connessione fra premesse normative, riflessione teorica e funzioni operative, rendono il volume di utile fruizione sia per lo studente che per il professionista
.

Psicologia della devianza

Gaetano De Leo, Patrizia Patrizi

Psicologia della devianza - Gaetano De Leo, Patrizia Patrizi

pagine 128

9,50 euro

2002

Carocci


Cosa può portare una persona a commettere un crimine? Cosa la spinge a ripetere determinati reati fino a costruire una specie di "carriera"? Quali sono i metodi di prevenzione e trattamento?Il volume intende rispondere a queste domande utilizzando la letteratura specialistica, le evidenze della ricerca, le osservazioni maturate nelle prassi professionali.

Indice

1. Per capire/Devianza e criminalità/I primi tentativi di spiegazione/Il contributo della psicologia/L'azione deviante comunicativa/ Percorsi di devianza e carriere/Per riassumere…

2. Per conoscere, valutare e trattare/Le applicazioni dei modelli di analisi/Gli accertamenti valutativi/La costruzione dei programmi di intervento/Per riassumere…

3. Per prevenire/Dall'individuazione dei rischi allo sviluppo di competenze/La promozione dei sistemi autoregolativi/I contesti della prevenzione/Analisi e valutazione dei progetti di prevenzione/Per riassumere…

4. Per investigare/La psicologia nelle indagini giudiziarie/L'analisi della scena del crimine/La psicologia investigativa/L'analisi vittimologica/Per riassumere

giovedì, 17 aprile 2008

Intervento per il Progetto Famiglia

Intervento presentato il 17 Aprile 2008 per il Progetto Famiglia, Scuola di formazione per Genitori, promosso dall'ISTITUTO COMPRENSIVO STATALE "B.BIZIO" - Longare Vicenza.

Percorso di due incontri mirato a facilitare la relazione e a gestire i piccoli conflitti tra genitori e figli.

 

Educare alle differenze per aumentare l’autostima
[...] In ambito clinico e psicoterapeutico, opero molto sia con coppie e famiglie che potremmo indicare come classiche, cioè formata da madre, padre e figli, sia con famiglie costituite da genitori separati o divorziati o conviventi e figli , sia con le nuove configurazioni familiari rappresentate da coppie omosessuali dove, talvolta, sono presenti anche i figli di un precedente matrimonio o convivenza eterosessuale o dove la coppia (in questo caso una coppia lesbica) è anche una coppia di genitori in quanto una delle due partner è ricorsa alla fecondazione medicalmente assistita.
 
Come psicologo, dunque, posso dire di avere una buona prospettiva da cui guardare il mondo delle diverse costellazioni familiari che caratterizzano lo scenario sociale attuale, dei loro cambiamenti e dei molteplici problemi che in seno ad esse possono sorgere e generarsi.
 
In verità, devo confessarvi, che a seguito dell’incontro della scorsa volta, ho deciso di modificare radicalmente il modo in cui avevo intenzione di affrontare il tema di questa sera, in quanto sono restato particolarmente colpito dalla richiesta, nemmeno troppo implicita, troppo velata, indirizzata allo psicologo, di dare risposte certe e definite rispetto alla variegata eterogeneità, o ai diversi modi in cui si esercita la funzione ed il ruolo di genitore.
 
Mi ha colpito questa circostanza perché è una domanda basata su di una aspettativa magica che non corrisponde, o meglio non dovrebbe corrispondere, al mandato sociale di cui è investito il mio ruolo di Psicologo, di psicoterapeuta e soprattutto di studioso degli esseri umani.
 
Mi vedo pertanto costretto a dovervi dare una delusione: Io non prescrivo comportamenti. Io non possiedo la verità e nemmeno la cerco. Ma in modo particolare io non celebro riti riassicuratori rispetto all’ansia sana e naturale che ciascun genitore prova di fronte alla sfida di crescere un figlio o una figlia, sentendosi giustamente responsabile del proprio compito educativo. In poche parole io non vi dirò mai chi siete o cosa dovete fare.
Quello che posso fare è semplicemente di lasciarvi liberi di decidere cosa sia giusto e bene per voi da soli, mettendovi nella condizione di scegliere, da soli, il vostro percorso come famiglie e di definire in autonomia il vostro ruolo di genitori.
 
Come potrei venir qui a parlarvi di educare alle differenze, se non fossi io il primo a rispettare queste differenze? Se non fossi io il primo a rispettare il punto di vista di ciascuno di voi, magari prescrivendovi comportamenti rispetto all’adeguatezza dei vostri ruoli di madri e di padri, dicendovi come deve essere il buon padre o la buona madre, proponendovi ricette utili a tutte le situazioni o, peggio, universalizzando delle regole a cui doversi attenere per ottenere la patente di bravo genitore.
 
Forse, se così facessi, sicuramente otterreste quelle risposte rassicuranti che solitamente gli esperti della televisione riescono a dare. Avreste una guida, un riferimento a cui appellarvi, che vi sollevi dalla responsabilità delle vostre scelte. Avreste sicuramente più certezze. Ma questo non è il compito che spetta alle discipline psicologiche in questa società di uomini e donne liberi. Le scienze psicologiche non hanno il compito di esercitare una sorta di controllo sociale sui comportamenti degli esseri umani, al più, quello che possono fare è di servire gli individui a diventare padroni di se stessi – a questo proposito ricordo che la parola Therapeia, terapia, significa in una sua accezione, essere a servizio di qualcuno, servire un altro.
 
Non è certo incarnando l’autorità dell’esperto che posso fare qualcosa per le persone. Ciò che io posso fare è soltanto di mettervi nella condizione di scegliere la vostra vita senza che queste scelte siano il riflesso di ipoteche esistenziali che vi siete ritrovati a dover pagare senza mai aver contratto debito, in modo che tali scelte vi appartengano ed esprimano le persione che siete.
 
Pertanto, fatta questa lunga ma necessaria introduzione, un’altra affermazione che vorrei fare è che un termine che cordialmente mi sta antipatico è il termine di educazione.
 
Per educazione si intende comunemente quel complesso di operazioni dirette a fornire a una persona, di solito al bambino o all’adolescente, tutte le informazioni e le norme che lo rendano adatto a vivere secondo i suggerimenti e le esigenze del costume in cui quella persona è inserita. Scopo dell’educazione, dunque, non è quello di far evolvere un individuo verso la propria realizzazione e quindi renderlo felice, ma di fa sì che l’individuo si adatti a quel tanto di infelicità che gli viene imposto da un sistema dato e considerato immutabile e indiscutibile.
 
L’educazione tende a fare in modo che l’uomo e la donna vivano liberamente la propria mancanza di libertà. Ne consegue che il cittadino bene educato non è colui che cerca di rendere felice la vita propria e altrui e che cerca di favorire la realizzazione di questo obiettivo, bensì è colui che si è ben adattato a un sistema di regole, che lo accetta e che, per sua propria scelta, vi partecipa, evitando i conflitti con l’ambiente in cui vive e i problemi collegati alle manifestazioni del dissenso. In breve è colui che si è totalmente conformato ai valori del conformismo e del perbenismo sociale.
 
La famiglia, esattamente come la scuola, come istituzione a cui è demandata la funzione educatrice, ha precisamente questo scopo: non permettere a nessuno dei suoi membri di evadere dalla prigione dei ruoli che gli sono stati assegnati. Chi trasgredisce ecco che inevitabilmente diventa il problema, il deviante, il diverso o peggio l’elemento patologico del sistema che occorre correggere, educare, curare, guarire, ricondurre alla retta via o all’ovile.
 
Ecco, dunque, l’importanza che è attribuita alla famiglia di volta in volta definita come famiglia naturale o come famiglia tradizionale, esaltata per essere la portatrice di valori assoluti che tuttavia non vengono mai nominati, sempre coniugata al singolare e mai al plurale, perché si potrebbe pensare, se fosse diversamente, che forse ci sono più valori che occorre rispettare e difendere, che forse sono molteplici i diritti e i doveri degli esseri umani. Che forse la famiglia naturale o tradizionale non esiste, è solo un’astrazione a cui nulla corrisponde, inventata dalla demagogia in cerca di consensi. Forse ci si potrebbe accorgere che ci sono mille modi di fare famiglia, tante quante sono le possibilità degli esseri umani di costruire gruppi basati sulla solidarietà e l’affetto. Forse ci si potrebbe accorgere che la famiglia è un universo eterogeneo e variegato di famiglie che si organizzano con tante regole diverse.
 
La famiglia davvero potrebbe essere un luogo dove poter crescere e svilupparsi come persone, sia per i figli che per i genitori. Eppure, troppo spesso, si configura come sistema caratterizzato da mille ricatti affettivi e morali, come spazio in cui si raccolgono le comunicazioni contraddittorie che bloccano le persone (figli e genitori) in paradossi senza soluzioni che generano malessere nelle persone che la compongono e dove le aspettative reciproche e le attribuzioni di ruolo implicite impediscono un autentico incontro e un’autentica relazione. La famiglia, dunque, troppo spesso risulta essere patogena, portatrice sana e inconsapevole di profondo disagio e di profondi sensi di colpa.
 
Il più classico e anche il più diffuso dei circoli viziosi che riescono ad imprigionarci all’interno delle nostre relazioni familiari e che ognuno di noi ha subito o ingiunto, è rappresentato dalla frase tipica : “se mi vuoi bene allora fai questo o sii questo”, che possiamo esplicitamente comunicare o implicitamente sottendere attraverso il nostro comportamento con l’altro.
Bene in questo caso lasciamo al nostro familiare (che può essere un nostro genitore, nostra moglie, nostro marito o nostro figlio o nostra figlia) due alternative possibili:
 
·        O disconoscere se stesso, i propri bisogni e adeguarsi alla nostra prescrizione e alle nostre aspettative, per timore di non perdere il nostro affetto, costringendolo, in pratica, a incarnare un ruolo che non gli corrisponde e che sente come estraneo pur di salvaguardare una relazione affettiva importante. In sostanza, cioè, in tal modo, lo costringiamo ad alienarsi, a rendersi estraneo a se stesso, a smarrire la propria identità pur di non perdere il nostro amore.
 
·        Oppure lo mettiamo nella condizione di dover restare fedele a se stesso, alla propria identità, sentendosene però in colpa, perché disconosce le nostre aspettative. Pertanto, a seguito di ciò, lo facciamo sentire responsabile di mettere a rischio la relazione affettiva, in quanto diverso, facendogli così temere di non essere abbastanza amato, di sentirsi sbagliato o addirittura imperfetto e inadeguato, giacché non è chi volevamo egli o ella fosse.
 
Entrambe queste soluzioni hanno effetti negativi e terribili per le persone, perché qualsiasi scelta si debba mettere in opera, comporta comunque una perdita o della propria identità o dell’approvazione, del sostegno e dell’amore di chi si ritiene importante per la propria esistenza e per la propria vita.
 
L’adesione a una di queste due possibilità genera una sorta di autoinganno capace di generare molti dei problemi che tento di affrontare con le persone che si rivolgono al mio studio, perpetuandosi finché resta occultato e nascosto in quelle regole normative e implicite che caratterizzano ogni gruppo umano.
 
La prima scelta, quella del disconoscimento di se stessi, porta con se il tremendo destino di sviluppare una sorta di normopatia che ci rende succubi di ogni forma di autorità interna o esterna, configurando il disagio e la sofferenza in certe forme di dipendenza e di mancanza di autonomia. Se diamo questa soluzione al paradosso che ci imprigiona, la nostra esistenza è sempre vissuta in funzione degli altri, rendendoci nient’altro che un ombra di un me stesso mai esistito. La nostra identità allora diventa così qualcosa che viene definito da chi incarna il ruolo dell’autorità o dalle persone a cui conferiamo questo potere, cioè restiamo in balia di chi ha il potere della definizione o per mandato istituzionale, o per perché tale mandato siamo noi stessi a conferirlo e ad attribuirlo.
Ubbidire, talvolta è un sintomo non una virtù… E’ il prezzo che paghiamo per essere amati, per essere riconosciuti come persone. Purché, comunque, si viva secondo le aspettative altrui, esageratamente supini alle violenze spesso non solo psicologiche, che chi detiene il potere dell’autorità ci rivolge, generando in noi un costante sentimento di colpa, di fronte alla quale costantemente dobbiamo giustificare la nostra esistenza con uno: “scusate se esisto”.
 
Le condotte auto lesive o auto punitive in queste situazioni fioriscono come margherite in un prato a primavera, portandoci persino a certe modalità di auto-sabotaggio, o a stati d’ansia particolarmente profondi dovuti al fatto che di fronte alle aspettative degli altri, davanti al loro giudizio, saremo inevitabilmente sempre imperfetti, saremo sempre figli di un dio minore, saremo sempre impreparati per l’esame a cui ci sottopongono, appunto, le aspettative, mai nostre, di cui siamo investiti nostro malgrado.
 
La responsabilità di essere come gli altri ci vogliono è un peso insostenibile, da cui si può evadere solo chiamandosi fuori, solo ammalandosi attraverso un attacco di panico per esempio. Attraverso cioè un’assenza prestata al servizio della presenza.
 
E’ difficile in queste situazioni ribellarsi a ciò che ci permette di esistere… La loro evoluzione infatti, esprime sempre una sofferenza che non genera allarme sociale, non genera quasi mai conflitto, è silente e non mette mai in discussione l’ordine costituito se non solo se stessi.
 
La seconda soluzione, o meglio il secondo autoinganno, invece è esattamente il contrario: è la ribellione perenne del deviante, del diverso, di chi non si conforma alle regole stabilite, di chi non riconosce l’autorità e ad essa si oppone per esistere.
 
L’aggressività e la rabbia che esprime la sofferenza di non sentirsi amato per la propria diversità (o meglio unicità), di non essere accettato per essa, non è in questo caso rivolta contro di sé. E’, invece, rivolta a chi ha rifiutato la differenza mostrando il limite e l’impotenza del suo amore.
Il disagio allora assume la forma di un atto comunicativo che trasmette trasgressione, che afferma il proprio diritto ad esistere a prescindere da ciò che altri hanno stabilito per noi.
 
Molti dei comportamenti che generalmente consideriamo come devianti sono spesso solo un modo di affermare la legittimità della propria esistenza, della propria identità, perché nessuno può esistere senza il riconoscimento altrui. E allora, di fronte a chi ci vuole definire come non siamo, o peggio a chi ci vuole negare, ecco che reagiamo trasgredendo la norma, perché è meglio avere un’identità negativa che non averne nessuna, che essere nessuno. Meglio essere un personaggio cattivo che essere solo una comparsa nella commedia della vita.
 
Ogni comportamento deviante è sempre un comportamento che trasgredisce un insieme di norme o di regole con le quali costruiamo la realtà e le attribuiamo senso e significato. Non è mai qualcosa che appartiene interamente al singolo come sintomo di un suo cattivo funzionamento, in quanto l’infrazione normativa, nel mondo umano, esprime non tanto un’anomalia comportamentale, quanto l’adesione ad un altro sistema di significati e di regole condivise.
 
Questo tipo di espressione del proprio disagio, non è certamente meno scevra di conseguenze per le persone. Mentre nella prima soluzione abbiamo l’annullamento della propria identità, qui il pericolo che si corre è quello di venir stigmatizzati, etichettati proprio da quelle agenzie istituzionali (psicologo, psichiatra, scuola, famiglia ecc..) che dovrebbero intervenire a “correggere” quelle condotte che inevitabilmente creano allarme sociale.
La persona così, entrando in un ruolo, quello del deviante, riconfigura la propria identità assumendo il personaggio rappresentato identificandosi con esso e si ritrova così avviato ad una vera e propria carriera deviante che cronicizzerà le sue trasgressioni.
 
I modelli simbolici attraverso i quali progettiamo le fondamenta della nostra famiglia, qualsiasi essa sia, non prevedono mai l’ammissione di un atto gratuito d’amore. Infatti, o assumono un modello che prende ispirazione dalla metafora religiosa, dove incontriamo un dio che non ci ama mai per ciò che semplicemente siamo, ma per ciò che dovremmo essere (fedeli, non peccatori ecc..) – basta pensare al racconto di biblico di Abramo e Isacco, o alla storia di Giobbe e alla scommessa che dio fa con satana – oppure trova ispirazione all’interno di una morale di scambio, economica e utilitaristica, dove vige la legge del do ut des, do per ricevere in cambio.
 
In entrambi i casi i rapporti che regolano le relazioni tra esseri umani sono sempre caratterizzati dal vincolo dove nel primo caso vige il dovere, il sacrificio, l’autorità, la sottomissione, l’obbedienza e l’imperfezione. Nel secondo, invece, prevale la mercificazione dei rapporti affettivi scambiati come cose tra le persone, come oggetti di consumo.
 
La costruzione di una comunità sociale e di una famiglia come molecola della società, non ha bisogno del parere degli esperti. Non ha bisogno di un ulteriore atto di autorità a cui richiamarsi. Ha semplicemente bisogno di uomini e di donne che su di se assumano la responsabilità della loro vita e delle loro scelte, senza dover più delegare ad altri il possesso di se stessi. Io credo che questo sia il modo più saggio per costruire famiglie che siano non più solo spazi di dovere e di negazione per i suoi membri, ma luoghi di sviluppo umano e soprattutto di possibilità.
 
A questo proposito, concludo questa mio intervento, con una poesia scritta da uno Psicologo di nome Fiedrich Perls, che a mio avviso riassume molto chiaramente quello che ho cercato di raccontare oggi a voi, per trattare il tema del rispetto delle differenze e per indicare un modo per costruire relazioni che siano vissute come libere e non più vincolanti:
 
Io faccio le mie cose e tu fai le tue.
Non sto a questo mondo per vivere secondo le tue aspettative.
E tu non stai a questo mondo per vivere secondo le mie aspettative.
Tu sei tu ed io sono io. E se allora ci troviamo è bello.
Se non ci troviamo, allora niente.
postato da: Inghilleri alle ore 23:34 | link | commenti (1)
categorie: societĂ , devianza, psicoterapia, psicologia clinica
giovedì, 13 marzo 2008

In ricordo del prof. gaetano de leo

articolo ripreso da: http://www.centrostudiurbani.it/Giustizia_DeLeo.htm
In ricordo del prof. gaetano de leo
(29 gennaio 1940 – 31 dicembre 2006)
Un ricordo...
Il Professor Gaetano De Leo è morto il 31 dicembre 2006. Aveva 66 anni.
Ordinario di Psicologia sociale e giuridica all’Università di Bergamo, aveva precedentemente insegnato all’Università “La Sapienza” di Roma, dove per anni era stato docente di Criminologia e poi titolare di Psicologia giuridica dal 1989, anno di prima attivazione dell’insegnamento presso un Corso di laurea in Psicologia. Fu una tappa storica importante: il riconoscimento di una disciplina che, dopo una fase di auge voluta dal Positivismo giuridico nei primi decenni del secolo scorso, era stata relegata ai margini dell’accademia, interpellata forse in una visione puramente ancillare mai autonoma in quanto a capacità di tematizzazione delle questioni del diritto. Solo alla fine degli anni Settanta l’impegno di un gruppo di studiosi italiani avrebbe consentito uno sviluppo della materia in grado di rappresentare la rilevanza dell’incontro fra la nostra disciplina e le questioni emergenti dall’interazione con il diritto e con la giustizia. Nel 1977 viene aperta la Sezione di Psicologia giuridica all’Università statale di Milano e nello stesso anno attivato l’insegnamento presso la Scuola di specializzazione in Psicologia. Nell’anno accademico 1986-87 la Psicologia giuridica viene inserita negli ordinamenti dei Corsi di Laurea in Psicologia e l’insegnamento reso attivo l’anno successivo. Gaetano De Leo ne è stato da allora titolare.
Esponente di rilievo nei settori della Criminologia e della Psicologia giuridica, Gaetano De Leo è stato uno dei principali interpreti dell’incontro fra la scienza psicologica e le questioni emergenti dall’interazione con il diritto e con la giustizia. I suoi interessi di ricerca si sono mossi entro confini ampi e una continua tensione interdisciplinare ha accompagnato il suo pensiero di studioso. Capacità di dialogo con il diritto, imprescindibile qualità della Psicologia giuridica, ma anche con altre discipline e prospettive, come lui stesso ci ha insegnato, per potersi muovere in territori complessi, dei diritti e delle giurisdizioni, attraversati da dilemmi sociali che trascendono le storie di vita dei singoli individui ma che su quelle storie agiscono potenti definizioni, che sono pratiche e simboliche, che sanciscono “verità” e direzionano esistenze.
Da queste consapevolezze ha forse preso avvio il suo primo impegno di ricerca, con un lavoro teorico originale sui concetti di normalità e di devianza approfondito, dalla prima metà degli anni Settanta, in rapporto ai processi informali e formali del controllo sociale e alle forme istituzionali di definizione dei ruoli devianti. Gli sviluppi successivi si sono orientati su un’analisi psicologico-sociale dei paradigmi esplicativi in criminologia, fondando le basi di quella che sarebbe stata una sua linea di pensiero condotta con dinamico rigore: riconsiderare la questione epistemologica in criminologia, come strumento di equilibrio fra pluralismi; approfondire il rapporto fra la complessità del fenomeno criminale e le categorie teoriche elaborate a fini conoscitivi e d’intervento. Alcuni suoi scritti degli anni Novanta tematizzano questi due nuclei di riflessione evidenziando, da una parte, l’esigenza di ricomporre in unità plurale, in un’identità del pensiero criminologico, forme tradizionali e modelli emergenti di teorizzazione sul crimine; dall’altra, la necessità di ridurre uno scarto evidente fra le nuove espressioni del fenomeno criminale e la capacità teorica di elaborare strumenti concettuali più sensibili al loro progressivo divenire. Intorno a questi due nuclei Gaetano De Leo ha identificato obiettivi di lavoro che hanno interagito con un’esigenza condivisa da altri studiosi, promuovendo nel settore un dibattito teorico e di metodo le cui ripercussioni hanno contribuito non solo ad innovare lo scenario scientifico, ma a tracciare nuove linee di azione operativa nei confronti del crimine e della sua prevenzione.
All’interno di tale dibattito, con un’attenzione costante all’impatto giuridico, normativo ed istituzionale dei modelli concettuali proposti, il Professor De Leo ha rivisitato in chiave critica l’evoluzione del pensiero teorico in criminologia, individuando nell’azione una unità di analisi capace di rappresentare criteri di congruenza fra il piano fenomenico su cui si realizza il crimine e il piano speculativo che si propone di studiarlo. A partire da questo impegno di adeguamento dei criteri di approccio alle caratteristiche dell’oggetto di studio, Gaetano De Leo ha avviato in Italia un fecondo filone di studio sull’azione criminale, condotto nella prospettiva dell’Interazionismo simbolico. Dalle prime elaborazioni teoriche sul rapporto fra i costrutti di “azione violenta” e di “identità deviante”, prodotte attraverso una sistematica indagine clinica-casistica su adolescenti in attesa di giudizio e l’attività peritale su alcuni dei più eclatanti casi di omicidio italiani, lo studioso ha poi approfondito le dimensioni costitutive della condotta criminale secondo un orientamento metodologico ed epistemologico che privilegia la narrazione (soggettiva ed istituzionale) come strumento per accedere all’intenzionalità pragmatica e comunicativa dell’attore sociale. La sua teoria dell’«azione deviante comunicativa» (lo sguardo sulla funzione espressiva dei reati, specie quelli particolarmente efferati), nei suoi rapporti con la responsabilità sotto il profilo psicologico e giuridico, ha costituito specifico oggetto di studio, consentendo chiavi di lettura delle condotte violente fino ad allora non completamente esplorate. Questo contributo scientifico si è costantemente disposto alla prova del contraddittorio giudiziario fornendo una chiara dimostrazione di come teoria, ricerca e applicazioni pratiche in contesti reali possano coesistere e reciprocamente valorizzarsi. Ricordiamo che fu perito nel processo che tentò di ricostruire le responsabilità del giovane omicida di Pier Paolo Pasolini e, in anni più vicini, in molte altre vicende giudiziarie a tutti note, fra cui quelle dei serial killer Michele Profeta e Gianfranco Stevanin. Era ultimamente impegnato nella perizia disposta dalla Corte d’Appello sul caso di Cogne.
Stessa sistematica attenzione ha rivolto allo studio del disagio e delle situazioni a rischio nell’adolescenza, ai processi di vittimizzazione e alla sicurezza sociale, alle politiche della penalità minorile e alla legislazione, con particolare riguardo al problema dell’imputabilità in età evolutiva.
Proprio dal lavoro sull’imputabilità si è sviluppato, dai primi anni Ottanta, un interesse che sarebbe diventato centrale nel percorso dei suoi studi, quello sulla responsabilità. Tale questione è stata focalizzata con contributi teorici e progetti di ricerca empirica che hanno aperto un intenso e vivace dibattito soprattutto in Italia, ma anche all’estero, con importanti riscontri sul piano delle riforme legislative. Nel 1987, su nomina del Ministro Guardasigilli, Gaetano De Leo è stato membro della Commissione nazionale che ha redatto le Disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni, unico docente di discipline non giuridiche a farne parte. Già in passato, nel 1977, aveva partecipato ad una Commissione ministeriale per la riforma della giustizia minorile. Un tema al quale ha rivolto attenzione costante e per il quale la sua collaborazione è stata in più occasioni richiesta, non solo dal nostro Ministero della Giustizia e dall’Associazione Nazionale dei Magistrati per i Minorenni, ma anche dal Ministero della Giustizia spagnolo e dall’Associazione dei Magistrati Minorili argentini. Come ci ha insegnato,a partire dagli anni del suo impegno di esperto all’interno degli Istituti Penali per i Minorenni, poi consulente nazionale del Dipartimento per la Giustizia Minorile, lavorare in chiave di responsabilità, nel processo penale, significa promuovere risorse e occasioni di cambiamento nell’ottica di una costruzione attiva di processi evolutivi e di scelte. Era una delle sue convinzioni teoriche: la responsabilità come «schema funzionale che regola e organizza le interazioni tra individuo, norma e società», la responsabilità come reciprocità d’impegno fra gli attori sociali e i loro sistemi, come funzione del rapporto fra l’individuo, le sue azioni, le capacità soggettive di rispondere di quelle stesse azioni ai sistemi di aspettative istituzionalizzati.
Rilevanti sono anche i suoi contributi allo sviluppo di tecniche per l’ascolto della testimonianza dei minori presunti vittime di abuso sessuale. Con rigore metodologico ha saputo stimolare la costruzione di prassi e procedure condivise a livello internazionale, affinando la ricerca e gli strumenti in un contesto così complesso come quello dell’ascolto protetto in sede giudiziaria. Sul tema della testimonianza era coordinatore di un progetto di internazionalizzazione con le Università di Portsmouth (UK) e di Sassari, espressione dei suoi più recenti approfondimenti nell’importante area della psicologia investigativa.
Gli interessi di ricerca fin qui tracciati definiscono solo il nucleo centrale del suo profilo di studioso. Molti sono gli ambiti, anche di frontiera, da lui esplorati. Molte le tematiche tradizionali approfondite. Sullo sfondo l’attenzione a mantenere attivo e aggiornare il confronto fra i risultati della ricerca scientifica in ambito psicologico e le riflessioni critiche e propositive emergenti dalle sfide, sempre nuove, provenienti dal mondo della giustizia e del diritto. Con quelle sfide Gaetano De Leo ha interagito alla ricerca di nuovi paradigmi capaci di assumerne i significati entro le crescenti tensioni esplicative del pensiero criminologico e psicologico-giuridico.
Ma tutto questo rappresenta solo parzialmente la complessità del suo pensiero e la fecondità dell’impegno che ha saputo declinare nel campo del diritto e dei diritti, su temi ad ampia rilevanza sociale, dall’esclusione istituzionalizzata ai sistemi per la tutela di bambini e adolescenti, mettendo il suo sapere a disposizione della collettività. In relazione a tali temi ha sviluppato una rete di collaborazioni estere, in particolare, con le Università di Rotterdam, Saarbrücken, Barcellona, Londra, e partecipato a importanti programmi di cooperazione internazionale. Lo ricordiamo, fra l’altro, come esperto dell’ONU per un progetto rivolto ai “bambini di strada” in Argentina e in Uruguay e per la collaborazione con il Center for International Crime Prevention, finalizzata a individuare standard minimi di intervento nelle carceri dei Paesi aderenti alle Nazioni Unite e ad innovare i progetti di formazione degli operatori penitenziari. Significativo il suo contributo alla definizione e allo sviluppo del progetto transnazionale che ha portato alla creazione del Centro Europeo di Studi sulla devianza e sul disagio minorile con sede a Nisida (Ministero della Giustizia – Dipartimento per la Giustizia Minorile), nell’obiettivo prioritario di un’azione sinergica fra i Paesi membri dell’Unione Europea nello studio della delinquenza minorile e nella predisposizione di adeguate politiche di contrasto del fenomeno. Una finalità che Gaetano De Leo ha da sempre perseguito quella di ricondurre i progressi della ricerca scientifica alle pratiche operative e di monitorarne l’implementazione, come nel caso dei programmi di intervento nei confronti degli autori di reato sessuale. Su questo tema è stato coordinatore scientifico del progetto transnazionale For-W.O.L.F.[1] promosso e realizzato, in collaborazione con altri partner europei, dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Numerose le Commissioni ministeriali ed interministeriali di cui è stato componente: fra le altre, quelle per lo studio del rischio psicologico-sociale in età evolutiva (Ministeri della Ricerca scientifica e degli Affari sociali), per lo sviluppo degli interventi sociali (Ministero della Solidarietà sociale), per la prevenzione del rischio di coinvolgimento dei minori in attività criminose (Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento degli Affari sociali).
Il Professor De Leo è stato membro della Commissione deontologica presso l’Ordine degli Psicologi del Lazio. La deontologia professionale, l’etica del sapere praticato in chiave di confronto dialettico, la sensibilità di scambio comunicativo fra le conoscenze scientifiche e quelle prodotte nell’ambito delle professioni hanno caratterizzato il suo modo di essere e di porsi in relazione ai sistemi di attività, con la generosità di un apporto culturale che si è distinto per gli orizzonti, al contempo, ampi e contestuali che ha saputo tracciare. Lo ricordano gli operatori della giustizia, quelli del territorio, del privato sociale, professionisti di diversa formazione disciplinare, gli studenti e i giovani psicologi che nei suoi insegnamenti hanno trovato le linee guida per interagire in modo competente nei complessi scenari della giustizia penale e civile, per intervenire con gli strumenti della propria professione, cauti nell’interpretazione, accorti alla reificazione dei significati di comportamenti e processi, creativi e tenaci nelle ipotesi di cambiamento.
Attraverso i suoi scritti e il suo operato ha sempre saputo esprimere e valorizzare i punti e le forme, i modelli di incontro e di interazione tra mondi disciplinari e applicativi quali il diritto e la giurisdizione, le scienze sociali, la psicologia, la criminologia, la psichiatria forense, alla scopo di  rintracciare e diffondere metodologie e prassi rigorose ed efficaci relative a quei contesti di scambio interdisciplinare.
Gaetano De Leo lo studioso, Gaetano De Leo il professore. Docente e formatore di generazioni di studenti e specializzandi, di professionisti alle prime armi e di operatori esperti. Non solo. Per molti di noi Gaetano De Leo è stato l’ineguagliabile mentore che ha saputo accompagnare i nostri percorsi di crescita professionale all’interno dell’accademia e fuori, nei contesti della giustizia e nei suoi dintorni. Un accompagnamento discreto, una guida presente, mai invasiva. Lo sapeva lui, il nostro Maestro, che per crescere è necessario mettersi alla prova in prima persona, con competenza, consapevoli dei propri limiti ma fiduciosi nelle proprie risorse, con passione. Disposti ad ascoltarsi, a cogliere nell’altro, nella relazione, nella tenuta degli obiettivi, nella forza dell’esperienza, gli strumenti della conoscenza, di un sapere che si dispone ad apprendere stando dentro le situazioni. E allora il mentore diviene, progressivamente, una referenza interna, una voce che sollecita senza mai sostituirsi, fonte di sicurezza e di equilibrio, una presenza solida e dinamica, come ci piace ricordarlo nelle immagini di sempre.
Patrizia Patrizi