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Quale formazione in psicoterapia? | ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

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Marco Inghilleri, psicologo psicoterapeuta, mediatore familiare, libero professionista, esercita in Padova presso lo Studio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia, via Carlo Rezzonico, 22, tel/fax. 049-9875002. Collabora sia con l'Università di Padova (Facoltà di Psicologia e Facoltà di Sociologia) che con l'Università Bicocca di Milano (Facoltà di Sociologia)e con l' Institute of Constructivist Psychology. E' presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia Interattivo-costruttivista (www.scienzepostmoderne.org) ed è stato docente in diverse scuole di specializzazione in psicoterapia. Le sue aree di interesse clinico riguardano: problemi relativi all'identità sessuale, personale e sociale, disturbi alimentari, dismorfofobie e problematiche legate alla costruzione dell'immagine corporea in uomini e donne. Si occupa inoltre dei disturbi d'ansia e delle disfunzionalità delle relazioni di coppia e dei disturbi della sessualità.

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mercoledì, 30 settembre 2009

Quale formazione in psicoterapia?

 La scelta della scuola di psicoterapia è una scelta particolarmente delicata e importante nel curriculum di un professionista della mente. Quali sono i criteri che una scuola di formazione in psicoterapia dovrebbe perseguire per for formare degli psicoterapeuti seriamente preparati?
postato da: Inghilleri alle ore 10:24 | link | commenti (13)
categorie: psicoterapia, psicologia clinica

Commenti
#1    30 Settembre 2009 - 19:36
 
Professionista della "mente" non è una definizione che mi risuona in modo particolare, io lo definirei un professinista della relazione.
Al di là di questo, le scuole sono sempre più macchine per far soldi e sempre meno formative: troppo adese a modelli epistemologici specifici, o troppo poco (vanno di moda ormai troppe scuole che propongono un fantomatico medello "integrato" che agli atti è nè più nè meno che un miscuglio di approcci differenti) non sono quasi mai in grado di fornire uno spazio di formazione dove poter srutturare un sè terapeutico che si possa declinare sia attraverso aspetti teorici ed espitemici sia attraverso la pratica clinica.
Nello specifico, ci vorrebbe una maggiore selezione o per meglio dire, dei criteri selettivi che abbiano un senso. Sarebbe necessario rivedere e monitorare nel tempo le convenzioni con gli enti dove svolgere il tirocinio di modo che non siano le ennesime bufale dopo il tirocinio post laurea: ossia utilizzare come enti convenzionati sia spazi pubblici sia privati a condizione che chi vi accede e vi lavora gratis, possa ottenere una formazione adeguata e funzionale al chimerico mondo del lavoro, di modo che si esca dall'esperienza pratica con la consapevolezza di aver messo in atto ciò che di teorico si è appreso e quella ancor più importante di aver imparato a "fare" qualcosa.
Supervisioni gratuite cui tutti possano partecipare, anche chi non porta il caso o convenzioni con terapeuti che possano fare da supervisori per le scuole di specializzazione.
La terapia personale è utile, ma il costo è assolutamente eccessivo specie per i giovani psicologi che al 95% dei casi sono disoccupati oppure lavorano sottopagati e quasi mai con la qualifica di psicologo. Inoltre, porla come obbligatoria fa si che questo entri in dissonanza, o almeno c'è il rischio che così avvenga, con una vera e propria motvazione al percorso personale.
utente anonimo

#2    01 Ottobre 2009 - 09:16
 
per me è soprattutto importante il percorso personale di analisi didattica del terapeuta. Puoi avere tutto lo scibile del mondo, aver imparato tutte le tecniche, ma se non hai sciolto alcuni "nodi" personali la tua conoscenza servirà a ben poco. Io penso che la psicoterapia non sia solamente un saper fare, ma soprattutto un saper essere (in un relazione che non sia patogena a sua volta).
utente anonimo

#3    01 Ottobre 2009 - 12:39
 
Una maggiore selezione. E' un titolo che compri pagandolo profumatamente. Possono diventare psicoterapeuti cani e porci in questo modo.
utente anonimo

#4    01 Ottobre 2009 - 12:48
 
Può diventare psicoterapeuta solo chi ha tanti soldini. Iscriversi è un po' come aprire un mutuo, solo però che poi almeno la casa ti resta. Il titolo non ti grantisce particolari possibilità di lavoro. Praticamente apri un mutuo per nulla. O meglio, tu ti impoverisci e non trovi lavoro, garantendo ricchezza e lavoro a una classe di colleghi vecchi, che ti creando la dipendenza formativa che non è mai finita.
utente anonimo

#5    01 Ottobre 2009 - 17:51
 
Beh certo che la terapia è un saper essere ed un saper essere nella relazione, proprio per questo professinisti della relazione. Ma il saper essere non è dato e precostituito, esso si snoda e si forma attraverso le esperienze e quindi un saper fare fa secondo me in qualche modo da cornice e contesto ad un saper essere; poi i due aspetti si influenzano in maniera circolare.
In ogni caso rimane la questione dell'esoso investimento in termini economici cui di sicuro non tutti possono accedere e le scuole pubbliche purtroppo, essendo meri strumenti estensori dell'università, sono quello che sono.
Una volta fuori poi, conta moltissimo anche la tua estrazione sociale: un figlio di poveri diavoli, quand'anche fosse riuscito a ragranellare tutti i soldi per portare a termine questo percorso formativo (ma il più delle volte no) difficilmente riuscirà a creare una rete di contatti con professionisti che siano disposti a scommettere su di lui...chi ha parentele altolocate parte con un vantaggio molto consistente.
utente anonimo

#6    01 Ottobre 2009 - 22:21
 
Non prendere per i fondelli i suoi iscritti! Questa è la sensazione che ho sovente nei confronti della mia di scuola... E paranoica non sono :-).
(interazionista delusa) :-)))
utente anonimo

#7    02 Ottobre 2009 - 11:55
 
io che sono ignorante in materia vorrei sapere perchè si deve decidere per un indirizzo o l'altro. perchè non si studiano tutti gli approcci e si sceglie di volta in volta quello più adatto al caso?

Poi, io che sono una mezza professionista solo della relazione, vorrei che sperimentaste e credeste di più nella relazione con gli altri professionisti, potreste scoprire degli alleati preziosi. Non siete i soli a desiderare un nuovo modo di lavorare nel vostro settore.

E comunque forse siete tanti, forse c'è una eccessiva sanitarizzazione della società che fa credere ci sia un bisogno di molti professionisti della cura della mente ma così non è.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 20selvaggi

#8    04 Ottobre 2009 - 21:34
 
Le vostre riflessioni mi hanno incuriosita e fatta riflettere.
Sono una co-didatta di una scuola di psicoterapia, ovvero sto seguendo il percorso di formazione per diventare didatta. È una posizione particolare, in quanto a cavallo tra l’essere stata allieva (di cui ho chiara memoria) ed il futuro diventare didatta, per insegnare questa – per me – affascinante e stimolante professione.
Non sono d’accordo con il fatto che le scuole siano delle macchine per fare soldi e che non diano l’opportunità di uno spazio di formazione. Anzi, il gruppo-classe serve ad allenarsi per stare in una relazione psicoterapeutica efficace, in cui essere perturbatori e facilitatori di un processo di cambiamento.
Nella mia esperienza sto toccando con mano che ci sono regole, ben precise, che canalizzano l’operato di chi insegna nelle scuole di psicoterapia, in una cornice di etica professionale costante.
I presupposti per poter insegnare in una scuola di psicoterapia consistono nella presenza, nell’onestà intellettuale, in un senso di profondo rigore e responsabilità personale, oltre che nel rispetto del segreto professionale (da entrambi i versanti, in quanto si è comunque psicoterapeuti già formati – i didatti – o in formazione – gli allievi –). In questa prospettiva penso vada letta anche la psicoterapia didattica personale: il fatto di renderla obbligatoria (peraltro in un numero di ore davvero esiguo) è parte di una più ampia responsabilità dei didatti, responsabilità verso la società (in cui verranno immessi i diplomati…) e verso i pazienti dei futuri psicoterapeuti.
Una buona scuola di psicoterapia è anche quella che ti consente di affrancarti e superare i tuoi maestri, cosa che viene fatta presente da subito agli allievi della mia scuola.
I formatori devono sempre attenti e presenti in una logica di autoriflessività, per poter essere efficaci nell’utilizzo di se stessi come strumento formativo. Compresa la consapevolezza e l’analisi dei propri errori. Anche loro devono “saper essere” didatti.
Eccoci quindi al discorso della selezione: è vero, ci sono scuole che per fare numero non sempre valutano attentamente le caratteristiche degli aspiranti allievi. Ma non in tutte succede questo, non in tutte si da il diploma a cani e porci: in quella in cui sto facendo la codidatta c’è una notevole attenzione al “saper essere” degli allievi, inizialmente saggiato nelle prove di gruppo e nel colloquio individuale di selezione, poi costantemente monitorato durante i quattro anni di scuola.
In sintesi, secondo me, si tratta di scegliere una scuola che dimostri di restare sempre coerente con i presupposti che propone…
Laura
utente anonimo

#9    05 Ottobre 2009 - 10:42
 
Io mi sto formando in una scuola dove ricevo week-end dopo week-end, la conferma che "fare" psicoterapia non è uno scherzo! In questa scuola si lavora molto sul far fare l'esperienza di come possa essere stare in una relazione psicoterapeutica più che sul trasmettere nozioni, tecniche e vademecum vari. In questo modo gli studenti "vivono" la responsabilità della relazione e per chi intende andare fino in fondo diventa ad un certo punto del percorso NATURALE E INDISPENSABILE intraprendere un percorso di analisi didattica (che spesso diventa di analisi personale).
La scelta della scuola dovrebbe per me basarsi sul criterio della Responsabilità. Quanto la scuola stessa per prima si assume le proprie responsabilità nella relazione con gli studenti, rischiando anche di essere considerata dura,impegnativa e magari anche selettiva? Diversamente, mi sentirei di buttare via soldi e tempo.
Nel lavoro che vorremmo fare entreremo in relazione con Persone... Incredibile, ma vero!! Ho detto proprio Persone e non paranoici, schizofrenici, depressi, etc...! Ciò non significa che lo psicoterapeuta è colui che ha il potere nella relazione, ma è responsabile di un 50%... Di un 50% che però non può e non deve ammettere neanche la minima percentuale di leggerezza o di mancanza di consapevolezza.
Questa è la mia esperienza e, per la cronaca, mi sto formando in Psicoterapia dei Costrutti Personali (ICP di Padova)… Ma al di là di orientamenti, teorie, accademie e quant’altro… diffiderei delle scuole “dispensatrici di titolo” dove lo studente è un fruitore passivo. Sono proprio quelle scuole che sfornando psicoterapeuti in massa, senza colpo ferire, svalutano la figura professionale con tutte le conseguenze che questo può avere (opinione pubblica, saturazione del mercato…).
Sarò impopolare, ma non credo sia una professione per tutti.
F.to Un'aspirante psicoterapeuta
utente anonimo

#10    06 Ottobre 2009 - 12:36
 
Il problema non è, a mio avviso, definire "Quali sono i criteri che una scuola di formazione in psicoterapia dovrebbe perseguire per for formare degli psicoterapeuti seriamente preparati?". Il problema è come diminuire gli psicoterapeuti immessi ogni anno sul mercato.
Ci sono più psicoterapeuti che pazienti, infatti. E' una professione divenuta satura. Io ad esempio, che sono psicologa e psicoterapeuta, lavoro come educatrice in una casa di riposo per anziani di Roma. Sono psicoterapeuta da 3 anni ed ho chiuso la partita IVA in quanto gli invii e i pazienti che seguivo non mi consentivano di mantenermi. Io non so se sono preparata o meno. So però che cercavo di fare il mio mestiere al meglio. E la mia Scuola mi è stata utile. Il fatto è che l'economia della maggior parte dei miei amici e colleghi si basava e si basa su un numero esiguo di persone, talmente contenuto come numero, che una sospensione della terapia o un percorso concluso, influenza e non di poco le già misere entrate. In questo modo, diventa difficile avere quella serenità tale per lavorare con le persone senza sentirsi o sotto ricatto o senza creare dipendenze di sorta nel tuo paziente.
Ringrazio il dott. Inghilleri per questo Blog che seguo e trovo sempre molto stimolante.
f.to (psicologa-psicoterapeuta, praticamente educatrice).
utente anonimo

#11    07 Ottobre 2009 - 22:01
 
non è una professione per tutti, decisamente.

non ce l'ho con l'anonima psi. che ripiega nel fare l'educatrice nè con con tutti gli altri nella sua condizione. so perfettamente che quando c'è da lavorare si prende quel che viene per mangiare e che il mercato chiede gente con grandi qualifiche da piazzare come educatori per pagare un infamia ... ma che cavolo! manco fare l'educatrice è per tutti, e i titoli da psicologa-psicoterapeuta non vanno bene. io non faccio terapia, perchè chi è psicologo o psicoterapeuta si permette di fare l'educatore??
sono professioni diverse, fate il vostro lavoro, non un altro.

forse, come fanno gli educatori da una vita, dovreste studiare il modo di inserirvi in altri ambiti di lavoro se quelli in cui storicamente siete sono saturi. Gli educatori nel nostro paese lavorano in più settori che in ogni altro paese al mondo tanto da aver trovato posto, con senso, in banca e farmacia utimamente, nonostante non vi siano tutele e lo stipendio faccia abbastanza schifo e, nonostante siano maltrattati e non considerati dagli altri professionisti.
Se invece ci si rende conto, e sarebbe ora, che la maggior parte delle persone non è malata ma maleducata e che la gran parte del disagio si potrebbe prevenire e curare con interventi educativi tempestivi, si potrebbe pensare di immettere nel mercato un numero minore di psicologi e psicoterapeuti riducendo sprechi di speranze, soldi, tempo ed energie.
Ma per favore non aspettate che siano le scuole a fare questi ragionamenti, tra lo sfornare 20 terapeuti o 100 cosa vi pare gli convenga?
Pretendete di fare il vostro lavoro bene e senza compromessi! anche perchè la maggior parte di quelli che hanno il posto sono incapaci o menefreghisti e io non ho ancora smesso di sperare di trovar un SiGNOR PSI!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 20selvaggi

#12    07 Ottobre 2009 - 23:25
 
I criteri di una buona scuola:
1) docenti che facciano gli psicoterapeuti e che abbiano una buona esperienza. Nella mia ci sono soprattutto professori universitari che teorizzano ma che particano assai poco (di alcuni dubito persino che abbiano visto 1 paziente in vita)
2) che non ti mettano in conto come extra supervisioni e terapie personali obbligatorie. sono già care e credo sia da ladri guadagnare il 100 x 1000 con espedienti giustificati come percorso formativo.

3) che facciano un accompagnamento alla professione. magari favorendo il merito e non altre virtù di "compiacenza..."

4) che la discussione dei casi sia reale e non come quelli modello esame di stato, che esistono solo nella fantasia di chi li ha inventati. Nella pratica le cose sono molto diverse (almeno lo vedo nel mio tirocinio, che come esperienza almeno quella è buona)

5) che il terapeuta docente insegni anche a recuperare l'errore. ho sempre l'impressione che siano tutti dotati di poteri da supereroe e che non abbiano mai sbagliato nella vita.

Non mi firmo perchè non voglio avere problemi con la mia scuola, già secondo me si capisce... buh!
Ma solo commenti negativi? Siamo messi proprio male raga'...
utente anonimo

#13    08 Ottobre 2009 - 19:08
 
e poi vabbè, a parte il vizio inerente la domanda che, vista la situazione attuale, non è che abbia molto senso, almeno posta in questo modo, è interessante vedere i salti tra tipi logici che cert'uni compiono: che diamine c'entra che la mia scuola fa così e la mia scuola fa colà, solo per il gusto di controbattere a opinioni ed osservazioni diverse dalle proprie con ciò che la domanda del post chiede? Una cosa che la categoria degli psicologi non è mai capace di fare è quella di creare una coesione interna tale da poter permettere alla categoria di crescere e rafforzarsi...scuole di specializzazione e ordine sono collusi nel tentativo di cronicizzare questo clima dalle tinte totalmente fosche lasciando i giovani colleghi a farsi la lotta e annegare nella disoccupazione. La psicoterapia non è una professione a sè come lo è per esempio nei Paesi anglosassoni, è una specializzazione di medicina e psicologia e questo dover essere tenuto ben presente da chi apre una scuola e si propone di formare schiere di psicoterapeuti. Perchè non formare le persone a vedere intorno cosa c'è, ad imparare ad aprire e avviare uno studio, a proporsi con strumenti efficaci in contesti magari non ancora battuti o esplorati? Ci hanno fatto credere che la laurea in psicologia non vale nulla e che è dunque necessario ricorrere a scuole e master e quant'altro come mezzi per diventare "più bravi" e questo perchè la differenza tra psicologia clinica e psicoterapia anche a livello legale e operativo non la conosce praticamente nessuno!
utente anonimo

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