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ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

La potenza della parola nei riguardi delle cose dell'anima sta nello stesso rapporto della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo (Gorgia 483 a.C. circa – 375 a.C.)

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Utente: Inghilleri
Nome: Marco Inghilleri
Marco Inghilleri, psicologo psicoterapeuta, mediatore familiare, libero professionista, esercita in Padova presso lo Studio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia, via Carlo Rezzonico, 22, tel/fax. 049-9875002. Collabora sia con l'Università di Padova (Facoltà di Psicologia e Facoltà di Sociologia) che con l'Università Bicocca di Milano (Facoltà di Sociologia)e con l' Institute of Constructivist Psychology. E' presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia Interattivo-costruttivista (www.scienzepostmoderne.org) ed è stato docente in diverse scuole di specializzazione in psicoterapia. Le sue aree di interesse clinico riguardano: problemi relativi all'identità sessuale, personale e sociale, disturbi alimentari, dismorfofobie e problematiche legate alla costruzione dell'immagine corporea in uomini e donne. Si occupa inoltre dei disturbi d'ansia e delle disfunzionalità delle relazioni di coppia e dei disturbi della sessualità.

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martedì, 26 febbraio 2008

Psicoterapia Interattivo-Costruttivista

Psicologia Clinica Postmoderna. Un Profilo Storico, Teorico e Operativo

Claudio Fasola, Marco Inghilleri

 

Indice

1. Introduzione e premesse teoriche

1.1 Riferimenti storiografici. Psicologia clinica, una storia narrata

1.2 Riferimenti epistemologici. Dal paradigma Khuniano alle tradizioni di ricerca di Laudan

2. Psicologia clinica. La costruzione sociale di una tradizione

2.1 La comprensione delle realtà nella tradizione postmoderna

2.2 La tradizione postmoderna in psicologia clinica

2.2.1 I principi della psicologia postmoderna: William James

2.2.2 Gli sviluppi dell’opera di James

3. Aspetti critici dell’attività clinica. Le prassi postmoderne

3.1 Interazioni, ruoli e significati

3.1.1 La costruzione sociale del sé e la teoria del significato: George Mead e Herbert Blumer

3.1.2 L’interazione conversazionale: Erving Goffman

3.1.3 La rilevanza clinica

3.2 Segni, simboli e linguaggi

3.2.1 La concezione del segno e la costruzione simbolica della realtà: Ferdinand De Saussure e Ernst Cassirer

3.2.2 L’uso negoziale del linguaggio ed il linguaggio come azione: Ludwig Wittgenstein e John Austin

3.2.3 La pragmatica della comunicazione umana: il progetto Bateson e la scuola di Palo Alto

3.2.4 La rilevanza clinica

3.3 Interpretazioni, comprensioni e costruzioni della realtà

3.3.1 Il circolo ermeneutico e la storicizzazione dell’osservazione: Martin Heideger e Hans Gadamer

3.3.2 La teoria dei costrutti personali: George Kelly

3.3.3 Il costruttivismo radicale: Hans Von Foester e Ernst Von Glasersfeld

3.3.4 Il senso comune, gli schemi di tipizzazione ed il costruzionismo sociale: Alfred Schütz, Thomas Luckmann e Peter Berger

3.3.5 La rilevanza clinica

3.4 Menti, culture e narrazioni

3.4.1 La scuola storico culturale: Lev Vygotzkij

3.4.2 La mente discorsiva e la ricerca del significato: Rom Harré e Jerome Bruner

3.4.3 La rilevanza clinica

3.5 Identità, sé e società

3.5.1 Le critiche al costrutto di personalità: Walter Mischel

3.5.2 L’identità personale: Norbert Elias

3.5.3 La rilevanza clinica

Box. 1 Clinica postmoderna e romanzo del Novecento: radici comuni Cristina Zanette

4. Conclusioni. La psicologia clinica dal klinè all’interazione semiotica

4.1 Dalle tecniche di cura della clinica tradizionale alle strategie di cambiamento della clinica postmoderna

4.1.1 L’uso del modello medico e la reificazione del disagio mentale nella psicologia clinica tradizionale

4.1.2 L’uso del modello interattivo e il disagio mentale come metafora nella clinica postmoderna

4.2 La valenza pluralista e pragmatica del modello interattivo

 

1. Introduzione e premesse teoriche

In questo studio si ricostruirà lo sviluppo della psicologia clinica postmoderna, evidenziandone le vicende storiche, le premesse teoriche e le prassi operative. Verranno individuati gli strumenti più pertinenti per intervenire sulle criticità delle società contemporanee, presentando i nuclei teorici, e gli autori che ne hanno permesso una formalizzazione.
La narrazione dello sviluppo della psicologia clinica postmoderna prevede l’assunzione di un modello teorico attraverso cui selezionare eventi ed organizzare resoconti storici.

1.1 Riferimenti storiografici. Psicologia clinica, una storia narrata

La storiografia classica sostiene che la differenza fra un resoconto storico e un racconto risieda nella capacità del primo di essere aderente ai fatti, di illustrare il vero, di riportare una porzione di realtà e di renderla disponibile a tutti. Il racconto, al contrario, sarebbe una messa in scena, che definisce una configurazione di realtà, la cui unica dimensione di interesse risiede negli intrecci del testo narrativo (von Ranke, 1834/36).
In alternativa a queste posizioni altri autori avvicinano la pluralità della storia ed il suo svolgersi al testo di un romanzo, dove i fatti non esistono se non in configurazioni di realtà condivise, le cui declinazioni possono mutare in relazione ai significati espressi dallo scrittore (Aron, 1938).
Raccontare la storia della Psicologia Clinica non può non tenere conto che ogni sua scrittura, come il testo di un romanzo, racconta tanto dello scrittore quanto delle vicende trattate. La ricostruzione dei fatti, la scelta dei momenti chiave, la rilevanza di certi autori ed i legami fra eventi spazialmente o temporalmente distanti non appartengono esclusivamente alla rigorosa raccolta della conoscenza disponibile, ma anche alla matrice culturale di riferimento in cui si trova ad operare un radicale riduttore della complessità quale è lo storico del pensiero (Le Goff, 1977).

1.2 Riferimenti epistemologici. Dal paradigma Khuniano alle tradizioni di ricerca di Laudan

La prassi maggiormente condivisa per illustrare l’evoluzione delle discipline scientifiche fa riferimento all’approccio storico teorizzato da Thomas Khun (1922-1996) (1962). L’autore evidenzia come, all’interno di una disciplina scientifica, un paradigma [1] assuma il compito di definire la disciplina nella sua interezza. Se il modello si è rivelato efficace nel trattare lo sviluppo di discipline quali la fisica, l’astronomia o la biologia, esso appare meno adeguato per descrivere i cambiamenti paradigmatici avvenuti all’interno delle scienze umane. In psicologia il tentativo di trovare un paradigma dominante, individuato in momenti diversi nella psicoanalisi, nel comportamentismo o nel cognitivismo, si è sempre rivelato infruttuoso. Le teorie psicologiche hanno convissuto e coesistito fra loro, senza che una ne escludesse necessariamente un’altra (Gholson, Barker, 1985).
L’autore che ha formalizzato tali considerazioni è Larry Laudan (1941-) (1977) il quale ha individuato sei tradizioni di ricerca [2] che sono sempre state presenti nella storia della psicologia. Tale coesistenza ha generato forme di dialettica interna, senza mai giungere all’estinzione vera e propria di una delle prospettive permettendone, anzi, in alcuni casi, l’ibridazione [3]. La compresenza di teorie antitetiche suggerisce la presenza di psicologie differenti piuttosto che l’esistenza di una unica psicologia. Da tali psicologie derivano due tradizioni di intervento clinico molto diverse. La prima, definibile per convenzione come moderna, assimila i contributi di teorie quali psicoanalisi, comportamentismo, cognitivismo razionalista e neuroscienze, che, pur, nella loro diversità, sono accomunate dall’utilizzo di modelli causalistici attraverso cui individuare la normalità o la patologia dei comportamenti umani. Una seconda linea di sviluppo della psicologia clinica, influenzata al contrario da una tradizione di pensiero definibile come postmoderna [4] (Mecacci, 1999), ha ispirato prassi di intervento centrate sulle interazioni e sui processi che possono generare configurazioni di realtà vissute come disfunzionali dalle persone.
Se la tradizione moderna fa riferimento ad una impostazione epistemologica di ispirazione positivista ed empirista, la tradizione postmoderna si richiama ad una epistemologia costruttivista che può trovare i suoi antesignani nel pensiero sofista presocratico di Gorgia (483-375 a.c.) e Protagora (481-420 a.c.) [5] e secoli dopo nell’opera di Giambattista Vico (1668-1744) [6].

2. Psicologia clinica. La costruzione sociale di una tradizione

La tradizione postmoderna è accostabile ad alcune posizioni ottocentesche che già configuravano la psicologia come una scienza umana e non naturale (Dilthey, 1883); allo stato attuale essa diviene una necessità pragmatica tesa all’individuazione di forme di intervento funzionali alle problematiche delle società contemporanee.

2.1 La comprensione delle realtà nella tradizione postmoderna

Nella tradizione postmoderna della psicologia possono essere collocate teorie quali interazionismo simbolico, costruzionismo sociale, costruttivismo ed approccio strategico. Tali teorie condividono una visione pluralista dell’identità, storicamente e culturalmente collocata, teorizzabile e configurabile attraverso pratiche pragmatiche, selezionate sulla base di obiettivi conoscitivi e di cambiamento. In questa cornice non esiste una realtà a priori, essa appartiene alle medesime pratiche conoscitive utilizzate per la sua comprensione.
L’intervento del clinico postmoderno consiste nell’individuare interattivamente gli strumenti più adeguati, selezionati in base ai sistemi di significati dell’altro, attraverso cui generare un cambiamento nei processi di costruzione di realtà. Il clinico attribuisce ai propri strumenti una funzione pragmatica capace di fornire realtà alternative alle costruzioni presentate dalla persona. A fianco di strategie dialogiche quali l’uso di paradossi, prescrizioni, assunzioni di ruolo, variazioni di regole interattive ed autonarrazioni, può utilizzare tutto ciò che sia in grado di mettere la persona nella condizione di costruire e sperimentare una versione diversa e meno problematica della realtà raccontata.
Le società contemporanee sono caratterizzate da richieste identitarie contraddittorie e dall’emergere di inedite situazioni critiche individuabili, ad esempio, nei conflitti generati dall’incontro fra culture ed etnie diverse, nella possibilità di modificare il proprio corpo attraverso tecnologie biologiche e chirurgiche, nel cambiamento delle regole interattive attraverso l’uso di nuove forme di comunicazione e nella fragilità dei progetti di vita. Queste nuove condizioni sociali modificano gli aspetti problematici che caratterizzavano le società precedenti e richiedono la definizione di una prassi clinica che utilizzi interventi differenti da quelli funzionali ad un mondo ormai scomparso.
In un contesto sociale di questo tipo un fenomeno come la depressione secondo una prospettiva postmoderna assume puramente il valore di un espediente retorico. Esso non ha altri significati all’infuori di quelli che la persona utilizza per descrivere il proprio stato di sofferenza e disagio. I resoconti dell’altro non necessitano di una categorizzazione diagnostica che ne riorganizzi i significati al di fuori degli spazi di senso presentati dalla persona stessa.

2.2 La tradizione postmoderna in psicologia clinica

2.2.1 I principi della psicologia postmoderna: William James

Convenzionalmente si possono rintracciare i temi che ispireranno la psicologia clinica postmoderna nel lavoro di William James [7]. James (1842-1910), figlio del filosofo trascendentalista Henry Sr. e fratello del romanziere Henry Jr., trascorse parte della giovinezza viaggiando per l'Europa dove ebbe occasione di frequentare i corsi di psicologia di Wundt. Si laureò in medicina all'Università di Harvard e negli anni successivi si dedicò allo studio della filosofia e della psicologia, di cui negli Stati Uniti fu il primo docente universitario e dove fondò nel 1875 uno dei primi laboratori di psicologia sperimentale. Nel medesimo periodo James insieme a Charles Sanders Peirce (1839-1914), Oliver Wendell Holmes e Nicholas St. John Green diede vita al Metaphysical Club, il cui nome rappresentava una ironica presa di distanza dalle posizioni positiviste sostenute da molti pensatori loro contemporanei.
Da questi incontri prese le mosse il pensiero pragmatista, il cui nome fu coniato nel 1870 da Peirce. Nel 1890 James pubblica in due volumi i Principi di psicologia, opera precorritrice del pensiero postmoderno, che applica alla comprensione dei fenomeni psichici un metodo fenomenologico e genetico-funzionale di matrice darwiniana, in cui la realtà psichica è vista come flusso di coscienza (stream of consciousness) con funzioni di adattamento ai diversi contesti di vita, da descriversi nella sua immediatezza al di là di ogni sovrastruttura positivistica o idealistica.
I pensatori assimilabili alla tradizione pragmatista, fra i quali è opportuno ricordare John Dewey (1856-1952), erano accomunati non da un insieme di idee, ma da una idea sulle idee. “Essi erano convinti che le idee non fossero ‘là fuori’ in attesa di essere scoperte, ma che fossero strumenti (come le forchette, i coltelli e i microchip) inventati per affrontare il mondo. Credevano che le idee non venissero prodotte dagli individui, ma da gruppi di individui; che fossero sociali. Credevano che le idee non si sviluppassero secondo una logica interna, ma che dipendessero totalmente dai loro costruttori umani e dal loro contesto sociale. Credevano infine che, poiché le idee erano risposte provvisorie a circostanze particolari e irriproducibili, la loro sopravvivenza non fosse legata all’immutabilità, bensì all’adattabilità” (Menand, 2001, p.11, corsivo nostro).
James (1907) assunse una posizione critica rispetto alle proposizioni fattuali e ai criteri conoscitivi suggeriti dall’epistemologia positivista, evidenziando come ogni osservazione sul mondo è sempre condotta da un punto di vista ed è governata da una intenzionalità, riscontrabile nelle azioni conoscitive messe in atto dall’osservatore [8]. La visione di James si oppone ad ogni concezione unitaria del reale, abbracciando una concezione pluralista del mondo, che si genera sulla base di differenti possibilità conoscitive. Il pluralismo sposta il fondamento della realtà dal rilevamento oggettivo delle sue caratteristiche ai processi attraverso cui la realtà stessa viene costruita [9] (1903).
La caduta della pretesa di spiegare il mondo in termini universali permette di abbandonare l'impostazione che attribuiva all'umano caratteristiche universali, astratte e generali; la posizione pluralista permette al contrario di calare l'umano all'interno della sua esistenza unica e irripetibile. Tale assunzione ha rilevanti implicazioni per la conoscenza e le pratiche che definiscono la psicologia clinica.
In tale prospettiva, il linguaggio utilizzato dallo scienziato assume un ruolo fondamentale preconfigurando l'oggetto della propria indagine. James sostiene che un linguaggio neutrale non esiste né può esistere; a seconda delle scelte operate esso può portare a trascurare differenze, a uniformare dati e a sostituire con un processo di reificazione mere astrazioni con stati concreti. Le caratteristiche di un fenomeno vanno ricercate non necessariamente nel fenomeno stesso, ma nelle modalità formali in cui esso è configurato attraverso un gioco linguistico. Il linguaggio impone un certo modo di dire le cose ed impedisce con i suoi limiti di metterne in evidenze altre [10].
Data l'impossibilità di stabilire una corrispondenza speculare fra fatti e verità, si delinea una prospettiva strumentale, basata su una scelta pragmatica della conoscenza, nella quale “le teorie diventano strumenti” e non risposte definitive, le leggi vengono considerate non norme oggettive, ma “approssimazioni” da usare per riassumere “vecchi fatti” e per “condurre a dei nuovi” (1912). I costrutti mentali sono definiti essenzialmente come un linguaggio, una sorta di stenografia concettuale con cui organizzare le informazioni sulla natura nel modo più utile (Moravia, 1990).

2.2.2 Gli sviluppi dell’opera di James

Le linee teoriche suggerite da James circoscrivono una prospettiva di Pluralismo Teorico e Pragmatismo Conoscitivo la cui influenza sarà evidente nel pensiero di diversi autori. Mead si ispirerà a James per la teoria della costruzione sociale del sé; Vygotskij per la priorità data alla cultura e alla storia; Gadamer per la relativizzazione dei processi di conoscenza; Wittgenstein per l’uso negoziale del linguaggio ed Elias per la definizione del costrutto di identità personale. Le opere di questi autori e di altri a loro affini parteciperanno allo sviluppo di una nuova articolazione della psicologia clinica, definibile come postmoderna.
La psicologia clinica postmoderna utilizza una prassi operativa che interviene direttamente nei processi interattivi, attraverso l'uso di strategie volte al cambiamento delle configurazioni identitarie e non alla cura dell'individuo. Per tracciare le caratteristiche di tale prassi risulta opportuno presentare i contributi degli autori che ne hanno permesso la definizione.

3. Aspetti critici dell’attività clinica. Le prassi postmoderne

La definizione della clinica postmoderna è stata compiuta attraverso la formalizzazione di tre aspetti: temi, autori e rilevanze operative. Muovendosi dall’individuazione di tematiche generali presenti nella prassi clinica, come ad esempio l’uso del linguaggio, la lettura dei processi interattivi o la modalità di costruzione della realtà, si sono individuati gli autori che hanno contribuito alla loro codifica in una prospettiva postmoderna, evidenziando successivamente come tali contributi si traducano in pratiche operative funzionali al lavoro dello psicologo.

3.1 Interazioni, ruoli e significati

La definizione di un processo clinico richiede una comprensione strumentale del ruolo dello psicologo, del ruolo della persona che a lui si rivolge e del contesto di azione o setting in cui avviene il rituale di cambiamento. Attraverso la formalizzazione di tali aspetti si costruiranno le cornici operative del clinico. Questa operazione di codifica è compiuta a partire dagli strumenti delineati da autori quali Mead, Blumer e Goffman. Sebbene le loro opere si discostino da una riflessione clinica tradizionale, le attuali richieste di intervento psicologico ne hanno mostrato la piena pertinenza.

3.1.1 La costruzione sociale del sé e la teoria del significato: George Mead e Herbert Blumer

George Herbert Mead (1863-1931) rappresenta il punto di contatto fra il pensiero pragmatista nord americano e le teorie dell’interazionismo simbolico. Egli fu originale interprete del lavoro di William James e collaboratore di John Dewey sotto la cui direzione, dalla fine del 1894, continuò la propria carriera accademica presso il dipartimento di filosofia dell’università di Chicago [11]. La sua opera più importante Mente, Sé e Società (1934) racchiude i contenuti del corso Advanced Social Psychology e divenne punto di partenza per lo sviluppo delle teorie e delle ricerche dell’interazionismo simbolico, le cui direttrici furono organizzate dal suo allievo Herbert Blumer.
La dimensione innovativa del pensiero di Mead risiede nell’aver posto come oggetto della psicologia l’analisi degli scambi interindividuali che si osservano nei processi sociali. In tali processi di interazione reciproca si genera il Sé, la cui natura quindi è essenzialmente sociale. L’acquisizione della consapevolezza di se stessi risulta essere un processo secondario rispetto all’esperienza della relazione con l’altro. La coscienza degli altri precede la coscienza di se stessi. Le persone sono capaci nel corso di una interazione simbolica di acquisire il ruolo dell’altro e di adottare nel confronto di se stessi l’atteggiamento assunto dal proprio interlocutore. Nel corso dell’interazione simbolica le persone costruiscono una identità, assumono un ruolo e negoziano regole e significati. La facoltà di prendere il ruolo dell’altro permette la condivisione di un repertorio di segni e significati attraverso i quali è possibile costruire una rappresentazione di sé funzionale alla gestione dell’interazione. I significati appartengono alle loro dimensioni d’uso; Mead sostiene che “la natura del significato è intimamente associata al processo sociale che soltanto a questa condizione può manifestarsi […] e il significato implica una triplice relazione fra le varie fasi dell’atto sociale inteso come il contesto nel quale esso nasce e si sviluppa” (1934, p.66) (Cosnier, 2002).
Il pensiero di Mead permette al clinico di ripensare alle competenze necessarie per svolgere la propria attività. Proponendo una teoria sociale della costruzione del sé, dell’identità e di ciò che appare diverso, deviante e patologico viene mutato il baricentro del sapere a cui deve fare riferimento lo psicologo. Ogni forma di disagio portata dall’individuo non può più essere letta al di fuori del contesto sociale in cui l’individuo agisce. Il contesto sociale fornirà una serie di strumenti attraverso cui orientare l’attività di cambiamento. Una disaffezione nei confronti della vita in un dirigente d’azienda o in un poeta esistenzialista richiederanno modalità di intervento che non possono dimenticare la matrice sociale in cui tale condizione si è generata. Spetta al clinico possedere le conoscenze per declinare i propri interventi utilizzando un linguaggio che abbia senso nel mondo sociale dell’individuo e di conseguenza per l’individuo stesso.
Herbert Blumer (1900-1987) rappresenta l’ideale continuatore dell’opera di Mead. Egli identifica gli studi della scuola di Chicago con l’espressione di interazionismo simbolico (1934), mettendo in evidenza come il processo interattivo sia il centro di questi contributi. Tale processo non va considerato come un susseguirsi meccanico di azioni e reazioni, piuttosto esso appare generato dai significati impiegati dai soggetti interagenti. Blumer (1969) individua tre direttrici alla base del pensiero interazionista: 1) il rapporto dell’uomo con gli oggetti di cui ha esperienza è guidato dai significati che egli vi riconduce; 2) tali significati sono appresi dalle interazioni con gli altri; 3) tali significati sono poi elaborati e modificati dalla persona attraverso un processo interpretativo. Egli chiarisce come l’individuo non si limiti ad accogliere i significati che gli vengono comunicati, ma contribuisce egli stesso alla loro definizione. Per cui un delirio è psicologicamente rilevante non come sintomo, ma come tentativo della persona di configurare una teoria del proprio disagio, non disgiunta dai contesti da cui mutua specifici modelli interpretativi.
Il clinico utilizzando queste tre direttrici inizierà a configurare la realtà in termini differenti. Essi rappresentano uno strumento con cui leggere il disagio dell’altro, senza escludere la persona dai significati che possono essere utilizzati per orientare il cambiamento. La formalizzazione di Blumer permette di evitare sbandamenti e di riportare lo psicologo in una modalità pluralista di operare e comprendere la realtà. I significati utilizzati saranno sempre significati negoziati con l’altro e non saranno ad esso sovraordinati.

3.1.2 L’interazione conversazionale: Erving Goffman

Erving Goffman (1922-1982) si trasferisce nel 1945 all’Università di Chicago configurando il suo pensiero in continuità con gli assunti teorici dell’interazionismo simbolico. Nel suo pensiero assume una particolare rilevanza lo studio delle interazioni nelle pratiche quotidiane. Le opere di Goffman hanno ispirato gli studi di autori appartenenti al costruzionismo sociale, all’etnometodologia e alla pragmatica della comunicazione della scuola di Palo Alto, rendendo l’autore una figura di raccordo fra tali indirizzi teorici.
Goffman pone al centro dei propri studi i processi interattivi, i quali sono presi in esame nei contesti di vita quotidiani. In tali analisi l’attenzione viene indirizzata alle modalità con cui un individuo presenta se stesso e le sue azioni agli altri, al modo in cui guida e controlla l’impressione che si forma negli interlocutori e al genere di azioni che può mettere in atto in loro presenza. In ogni sequenza interattiva è possibile individuare degli elementi ricorrenti: la rappresentazione, la facciata, il contesto e l’attore sociale. Per rappresentazione si intende “tutta quella attività di un individuo che si svolge durante un periodo caratterizzato dalla sua continua presenza dinnanzi a un particolare gruppo di osservatori e tale da avere un certa influenza su di essi” (1956, p.33). La facciata corrisponde a “quella parte della rappresentazione dell’individuo che di regola funziona in maniera fissa e generalizzata allo scopo di definire la situazione per quanti la stanno osservando. La facciata costituisce quindi l’equipaggiamento espressivo di tipo standardizzato che l’individuo impiega intenzionalmente durante la propria rappresentazione” (1956, p.33). L’elemento ricorrente di una sequenza interattiva è il contesto (setting), caratterizzato dagli elementi scenografici e dal sistema di regole ad esso associato. Gli attori sociali sono gli interpreti di un ruolo drammaturgico che appartiene sia ad uno spazio di rappresentazione condivisa sia ai significati attribuiti all’interazione stessa (Cosnier, 2002). I processi clinici possiedono le caratteristiche per poter essere compresi ed orientati verso efficaci obiettivi di cambiamento utilizzando tali strumenti teorici

3.1.3 La rilevanza clinica

Prendendo le mosse dalle problematiche che una coppia può presentare allo psicologo è possibile evidenziare una corrispondenza fra gli aspetti teorici definiti da Mead, Blumer e Goffman e le prassi di intervento della clinica postmoderna.
Il clinico per produrre un cambiamento necessita di un insieme di conoscenze sulla cui base programmare un intervento strategico. La conoscenza di come la coppia struttura gli spazi interattivi, l’interpretazione dei ruoli, l’anticipazione dei gesti dell’altro e l’attribuzione di significato ai medesimi, permette al clinico di individuare il livello più vulnerabile su cui poter agire. Essendo i ruoli, le regole del contesto e gli spazi interattivi legati da processi di interdipendenza reciproca, agendo su uno di questi elementi si andrà a generare un riposizionamento di tutte le parti del sistema. Per intervenire su una forma di calo del desiderio, può essere più funzionale anziché lavorare direttamente sul problema, se questo mette in discussione l’identità o l’orientamento sessuale dell’uomo, agire sulle assunzioni di ruolo di marito ed attraverso la loro modificazione generare nuovi orizzonti interattivi legati all’immaginario erotico. Essendo la matrice di significati presente nella copia collocata in un rapporto di circolarità rispetto alla qualità delle interazioni che avvengono fra i partner, la costruzione di nuovi spazi interattivi fornisce alla coppia un nuovo ordine di significati attraverso cui riconfigurare i propri ruoli, i propri repertori, le regole di contesto e la reciproca interdipendenza.
Il clinico recupera queste conoscenze dai resoconti narrativi e da come la coppia agisce il proprio ruolo e costruisce le proprie interazioni con il terapeuta, all’interno di un contesto governato da regole. Le variazioni di setting possono essere funzionali agli stratagemmi adottati dal terapeuta, permettendo ad esempio un più facile slittamento di ruolo e aumentando l’efficacia dell’intervento stesso. Di conseguenza il ruolo dello psicologo clinico e le regole del contesto dell’intervento non sono immutabili, fisse o definite a priori, ma si modellano rispetto alle esigenze interattive e ai significati negoziati da ciascuna parte coinvolta.

3.2 Segni, simboli e linguaggi

Le modalità con cui le persone generano e configurano spazi di cambiamento in se stessi e nell’altro avvengono attraverso la gestione di interazioni comunicative. Lo psicologo per essere esperto di cambiamenti deve padroneggiare in termini espliciti ed organizzati le regole con cui si costruiscono i processi comunicativi nel quotidiano. Tramite questa conoscenza si può costruire una prassi comunicativa non casuale, orientandola verso l’obiettivo negoziato con il proprio interlocutore.
Patrimonio della clinica postmoderna sono le linee di pensiero tracciate da autori quali Pierce, De Saussure, Cassirer, Wittgenstein ed Austin. Il loro contributo trasportato in ambito psicologico ha trovato una applicazione clinica nel lavoro svolto dalla scuola di Palo Alto sino alla formalizzazione dell’approccio strategico.

3.2.1 La concezione del segno e la costruzione simbolica della realtà: Ferdinand De Saussure e Ernst Cassirer

Ferdinand De Saussure (1857-1913) può essere considerato un padre fondatore della moderna semiotica [12]; il lavoro maggiormente rappresentativo del suo pensiero è Corso di linguistica generale, redatto da alcuni sui allievi in base ai corsi di linguistica da lui tenuti a Ginevra tra il 1906 e il 1911. Il professore ginevrino definisce la semiologia come la scienza dei segni sociali (scrittura, riti simbolici, segnali, comunicazione non verbale…) e indica quale obiettivo della linguistica lo studio del segno verbale. Le sue teorizzazioni trovano corrispondenza nel pensiero interazionista dal momento che entrambe le prospettive sostengono che il processo comunicativo sia il mezzo attraverso cui si costruisce, si mantiene e si esprime il sé.
Secondo la linguistica la lingua è un prodotto sociale dato dall'insieme delle convenzioni sociali che consentono lo svolgersi della comunicazione fra gli individui. L’atto sociale permette il processo comunicativo, fornendo ad un insieme di individui uniti dal linguaggio la possibilità di riprodurre, anche se solo approssimativamente, gli stessi segni corrispondenti agli stessi concetti. L’atto individuale è pertanto solo l’embrione del linguaggio.
Il focus della semiologia è il costrutto di segno, che risulta dall’unione di significante e significato. Il significante non dipende dalla libera scelta del soggetto parlante e non ha alcun aggancio naturale con il significato; la lingua è una convenzione frutto di un uso pubblico. In una iterazione comunicativa sincronizzare l’uso dei segni impiegati dagli interlocutori permette alle parti di entrare in relazione. Per potersi sincronizzare occorre conoscere i codici d’uso impiegati dall’altro, in modo tale da evitare forme di incomprensione reciproca.
Ernst Cassirer (1874-1945) nel corso della sua carriera si è occupato del rapporto fra scienza, ontologia e rappresentazioni, focalizzando la sua attenzione sul rapporto fra segni linguistici e forme simboliche.
Cassirer sostiene come la comprensione del mondo avvenga attraverso forme simboliche quali la flilosofia, la scienza, il mito e l’arte. Le forme simboliche strutturano il mondo, generano significati e organizzano l’esperienza. Il linguaggio è il mezzo principale con cui avviene questa formalizzazione simbolica. Il mondo è costruito dal linguaggio e la sua conoscenza non è mai diretta, ma è mediata da rappresentazioni simboliche. Anche la scienza è considerata come una forma simbolica; essa non osserva, non classifica né rispecchia l’universo dei dati fenomenici. È una attività formale ideativa e costruttiva; i concetti che essa elabora sono enti teorici con i quali organizzare razionalmente i fenomeni. Una scienza così concepita si ritrova nella posizione pluralista della psicologia postmoderna e nel realismo concettuale che esso propugna [13].
L’apparizione del sistema simbolico ha trasformato la situazione esistenziale dell’uomo. Esso con la sua attività simbolica ha superato i limiti della vita organica, non “si trova più direttamente di fronte alla realtà […] egli non può più vederla faccia a faccia. La realtà fisica sembra retrocedere via via che l’attività simbolica dell’uomo avanza” (Cassirer, 1944). Attraverso l’uso di forme simboliche l'uomo costruisce il proprio mondo e attraverso il linguaggio dà forma a ciò che si presenta come problematico così come alle soluzioni che rendono un cambiamento possibile.

3.2.2 L’uso negoziale del linguaggio ed il linguaggio come azione: Ludwig Wittgenstein e John Austin

Ludwig Wittgenstein (1889-1951) rappresenta un punto di riferimento per la linguistica e per gran parte del pensiero del Novecento. Attualmente la sua influenza è ancora presente in molti campi del sapere ed in particolar modo negli studi affrontati dalla filosofia della mente. Matematico di formazione, ha insegnato, su invito di Bertrand Russell, a Cambridge ed ha partecipato alle speculazioni del circolo di Vienna. Il suo pensiero è suddivisibile in due fasi, la prima che coincide con la pubblicazione del Tractatus (1921) le cui posizioni sono congruenti con il pensiero neopositivista, la seconda che, espressa con il lavoro delle Ricerche Filosofiche (1945; 1948/1949), si configura come una abiura delle posizioni precedenti che lo colloca fra i precursori del pensiero postmoderno ed è contrassegnata da una elaborazione della teoria del significato che risente dei contatti sia dell’ambiente filosofico anglosassone sia della lettura dei principi di psicologia di William James (Bertuccelli Papi, 1993).
Wittgenstein, ripudiando la concezione del linguaggio come dotato di una essenza logica, giunse a pensare che la comprensione dei significati del linguaggio risiedesse nelle sue modalità d’uso nei diversi ambiti della vita quotidiana. L’osservazione di come nella pratica una frase viene utilizzata permette di coglierne il senso. Il significato di una parola varia in relazione al contesto in cui è inserita, i suoi significati sono quindi posizionali e non “essenziali”. Di conseguenza non è possibile stabilire alcuna certezza sulla struttura “logica” del mondo: l’esame del linguaggio non rivela la realtà come è in sé, è il linguaggio a creare la realtà o ciò che si considera come reale (Inghilleri, Fasola, 2005).
Il linguaggio può essere descritto come un insieme di “giochi linguistici”, dove il significato di una parola è dato dal suo uso. Il linguaggio è una attività fondata su regole semantiche e sintattiche, stabilite e condivise da una comunità umana; esso è collegato ad una specifica situazione pragmatica e vive e si trasforma in un contesto di istruzioni e di azioni umane.
Se le parole assumono un significato in base all’uso che ne viene fatto, il linguaggio acquista una valenza negoziale e convenzionale. È sulla base delle convenzioni e non di principi di verità che si organizzano gli interventi linguistici orientati a generare un cambiamento nell’altro. Ogni intervento può essere adeguato nel momento in cui riesca a innescare una ristrutturazione del campo semantico attraverso cui veniva costruita una configurazione di realtà “disfunzionale” per la persona.
Il lavoro di Wittgenstein e le opere di Moore sul realismo del senso comune danno l’avvio all’analisi del linguaggio comune che John Langshaw Austin (1911-1960) elaborerà ad Oxford con la teoria degli atti linguistici formalizzata nella sua opera più importante, Come fare cose con le parole, pubblicata postuma nel 1962. Dall’analisi sull’uso negoziale del linguaggio Austin conclude che dire qualcosa è fare qualcosa. L’atto del dire consiste nella messa in atto di tre azioni simultanee: un atto locutorio, un atto illocutorio e un atto perlocutorio. Un atto locutorio è formato dalla produzione di suoni, organizzati in parole e dotati di una struttura sintattica, in grado di esprimere un senso. L’atto illocutorio intende la direzione impressa all’azione. L’atto perlocutorio, che rappresenta l’azione più rilevante per il clinico, indica le modificazioni sui sentimenti, sui pensieri, sulle azioni di chi ascolta, conseguiti per mezzo del dire qualcosa [14]. La perlocuzione è una azione che genera nell’altro un cambiamento e le parole divengono strumenti attraverso cui generare nuove configurazioni di realtà.

3.2.3 La pragmatica della comunicazione umana: il progetto Bateson e la scuola di Palo Alto

I contributi che si sono sviluppati in seno alla filosofia del linguaggio sono stati raccolti da numerose discipline, fra cui la psicologia, per affrontare la complessità dei sistemi oggetto delle loro indagini.
Agli inizi degli anni cinquanta fu avviato in California il progetto Bateson da cui successivamente prese l’avvio la scuola di Palo Alto. L’obiettivo del progetto era quello di dimostrare come i modelli di comunicazione nelle famiglie con un “membro schizofrenico” avessero un senso logico se si capivano le regole del contesto relazionale e la cultura in cui si manifestavano i comportamenti disfunzionali. Gregory Bateson (1904-1980), antropologo e cibernetico, evidenziò l’importanza del contesto e della cultura, ponendo l’accento sulla struttura e la funzione della comunicazione. Bateson con i suoi colleghi Jackson (1920-1968), Weakland (1920-1995) ed Haley (1923-) evidenziò come in certe situazioni relazionali il significato esplicito di una comunicazione viene contraddetto dal messaggio implicito o metamessaggio, generando così un doppio legame comunicativo. Quando si genera una comunicazione paradossale si stabilisce un contesto potenzialmente disfunzionale che può condurre alla manifestazione di un esplicito stato di disagio (Bateson, Jackson, Haley, Weakland, 1956). Questa formulazione ha definito l’inizio della terapia familiare strategica.
Il progetto Bateson si esaurì con gli studi sulla schizofrenia, ma una parte del gruppo di ricerca del Mental Research Institute di Palo Alto, con la pubblicazione del volume del 1967 Pragmatica della comunicazione umana, proseguì tali studi sistematizzando una teoria del cambiamento basata sull’uso strategico della comunicazione. In questo testo gli autori Paul Watzlawick (1921-), Janet Beavin (1940-) e Don Jackson presentarono i risultati di un loro studio sulla comunicazione umana, sintetizzandoli in una serie di assiomi che hanno trovato poi una traduzione nella pratica clinica e terapeutica. Le azioni disfunzionali di un individuo si generano sulla base di particolari interazioni comunicative all’interno di contesti significativi come quelli familiari, piuttosto che essere determinate da una malattia nella mente dell’individuo. L’uso di paradossi, la costruzione di vincoli linguistici, la configurazione di qualsiasi azione umana come atto comunicativo rappresentano, quindi, strumenti attraverso cui comprendere e perturbare il posizionamento del proprio interlocutore rispetto ad un obiettivo di cambiamento.

3.2.4 La rilevanza clinica

La tradizione di ricerca della filosofia del linguaggio, i contributi del Mental Research Institute e lo studio dell’esperienza clinica di Milton Erickson (1901-1980) posero le basi per la definizione dell’Approccio strategico che troverà una stesura organica grazie ai lavori di Paul Watzlawick e Giorgio Nardone (1958-) (1990). Tale approccio interviene su disfunzionalità di interesse clinico attraverso un uso strategico del linguaggio. Le strategie orientate al cambiamento vengono costruite dal clinico attraverso l’impiego di espedienti retorici paradossali selezionati in base ai resoconti che la persona fornisce rispetto al proprio malessere e alle soluzioni che ha provato a mettere in atto per controllarlo. La prescrizione del sintomo rappresenta l’esempio più esaustivo per esporre tale prassi di intervento. Di fronte a una persona con un disagio per le azioni compulsive che mette in atto, come ad esempio rituali di controllo, di pulizia o di pensiero, il clinico, utilizzando le spontanee esecuzioni della persona, attraverso una ingiunzione paradossale alimenta con compiti addizionali la portata di tali riti. In questo modo le azioni rituali perdono la propria “spontaneità generativa”, trasformandosi in una mera esecuzione, slegata dalla sua funzionalità originaria e divenendo inutili per la persona.
Lo sviluppo più recente di tale approccio è individuabile nel Dialogo Strategico (2004) strutturato dallo stesso Nardone e da Alessandro Salvini. Tale processo dialogico consiste in uno scambio negoziale che avviene attraverso l’impiego di illusioni di alternativa, parafrasi ristrutturanti e ridefinizione del problema. Obiettivo di tale processo è favorire, in tempi brevi, una riconfigurazione delle narrazioni che generavano il problema. Il processo è una sorta di danza interattiva tra domande che creano le risposte e risposte che permettono di costruire le successive domande strategiche, sino al punto in cui l’interlocutore dichiara di avere cambiato la sua posizione grazie a ciò che ha scoperto attraverso il dialogo.

3.3 Interpretazioni, comprensioni e costruzioni della realtà

Lo studio dell’interpretazione, della comprensione e della costruzione della realtà ha trovato nell’ermeneutica fenomenologica di Edmund Husserl (1859-1938) una prima forma di sistematizzazione. I suoi allievi Heidegger e Schütz [15] e successivamente Gadamer hanno ampliato gli orizzonti tracciati dalle speculazioni del loro maestro, fornendo alla psicologia postmoderna un solido ancoraggio per l’organizzazione delle sue prassi di intervento; teorie quali il costruttivismo radicale ed il costruzionismo sociale hanno potuto svilupparsi prendendo le mosse dalla loro impostazione ermeneutica.
Heidegger, Schütz e Gadamer pongono al centro dei loro studi sia i significati socialmente attributi ad un certo ordine di fenomeni da specifici gruppi di attori sociali sia i processi costruttivi attraverso cui gli stessi attori interpretano le attività proprie ed altrui e conferiscono ad esse un senso condiviso. In termini generali essi presuppongono che vi siano forme di intersoggettività che garantiscono agli attori la possibilità di comunicare fra loro e di comprendere gli spazi sociali in cui interagiscono.

3.3.1 Il circolo ermeneutico e la storicizzazione dell’osservazione: Martin Heideger e Hans Gadamer

Martin Heidegger (1889-1976) si laurea in filosofia a Friburgo e nel 1916 diviene assistente di Husserl, nel 1927 pubblica la sua opera più famosa Essere e Tempo e l’anno successivo prende il posto del suo maestro che nel frattempo aveva abbandonato l’insegnamento.
Gli studi sulla concezione dell’Essere di Heidegger legano in termini olistici costrutti quali soggetto, azione e contesto. In questa prospettiva uno dei problemi affrontati consiste nell’individuare e nel definire il processo generativo attraverso il quale gli esseri umani danno significato al mondo e al proprio essere nel mondo. Il rapporto olistico fra le parti è rappresentabile attraverso una circolarità che permette una teoria dell’interpretazione e quindi una ermeneutica.
Le relazioni fra soggetto, costruzione del mondo sociale e di sé sono rappresentate dall'idea di “circolo ermeneutico” (1927). “L'individuo costruisce rappresentazioni che appartengono ad un orizzonte nel quale egli è al tempo stesso coinvolto, producendo una realtà concettuale della quale possiede una precognizione, in quanto vi si trova costantemente in interazione. Queste considerazioni si allontanano dall'idea di uno sviluppo della conoscenza (sia interna che esterna all'individuo), intesa come frutto del rapporto lineare che lega oggetto e soggetto, ed evidenziano la dimensione “posizionale” della conoscenza, costantemente legata alla collocazione che essa occupa nella gerarchia sistemica degli individui (Gargani, 1988). Le idee e le azioni di un individuo non sono frutto di menti individuali “autocontenute” oppure di una super coscienza collettiva che si impone ai singoli, ma piuttosto di relazioni interattive e sociali, più ampie di ciascun singolo soggetto, alla cui formazione ogni individuo partecipa creativamente attraverso abilità interattive e comunicative” (Fasola, 2005, p.84).
Il pensiero di Heidegger fornisce al clinico uno strumento per comprendere come l’altro costruisca se stesso e il mondo, evidenziando come tali dimensioni siano tra loro interconnesse in una dimensione di auto ed etero regolazione. Dalla comprensione delle matrici generative di significato adottate dalla persona il clinico organizza il proprio intervento; pertanto, cambiando i significati attraverso cui viene costruito il mondo, cambia il modo in cui la persona costruisce se stessa. In modo analogo si può sostenere che, costruendo se stessi in modo differente, muta anche il modo con cui si attribuisce significato al mondo.
Hans Georg Gadamer (1900-2002) ha avuto fin dagli anni venti una conoscenza diretta di Heidegger che influenzò tutto il suo lavoro successivo. Egli ha delineato in modo sistematico la sua concezione filosofica in Verità e metodo (1960), che rappresenta uno dei capisaldi dell’ermeneutica contemporanea.
In pieno contrasto con la tradizione che da Cartesio, passando per l’Illuminismo, giunge al Positivismo, Gadamer sostiene l’impossibilità di qualsiasi forma di conoscenza al di fuori del processo storico in cui è inserita. Il metodo scientifico positivista ha separato la conoscenza dalla storia accreditando una immagine neutrale e astratta all’osservatore, al modo in cui l’osservazione è stata condotta e all’oggetto dell’osservazione stessa. Per l’autore le persone e i loro contesti di azione sono in larga misura ciò che la storia permette loro di essere. La comprensione dell’uomo e della sua realtà è essenzialmente storica, in quanto è la storia, individuale e collettiva, che fa scoprire agli uomini la possibilità di trasformare la realtà e trasformare se stessi.
I fenomeni di interazione simbolica quotidiana non hanno una consistenza propria e ancor meno un senso univoco, oggettivo ed indipendente. Essi si svolgono nella relazione ermeneutica che si stabilisce tra il soggetto interpretante e l’oggetto interpretato; il soggetto assume oltre ad una dimensione conoscitiva anche una dimensione costruttiva della realtà. La conoscenza e la costruzione della realtà avvengono attraverso un processo essenzialmente linguistico, definito da un atto di enunciazione e comprensione, e non possono esistere al di fuori del linguaggio. Ogni incontro con le cose è sempre un incontro linguistico e, come già per Wittgenstein, non ci sono cose fuori da un linguaggio. Il linguaggio è apertura e storia in quanto, enunciando e ancor più domandando, l’uomo promuove prospettive e punti di vista sempre nuovi, permettendo i processi di cambiamento storico (Moravia, 1990).
Per Gadamer l’uomo ha una dimensione poietica ed autopoietica, esso costruisce realtà che modificano il soggetto che parla non meno dell’oggetto che è parlato. Tra chi conosce e chi viene conosciuto si genera un dialogo che produce un processo di trasformazione e autotrasformazione dei dialoganti.
L’utilità delle riflessioni di Gadamer risiede nella relativizzazione dei processi osservativi. Lo psicologo non conosce in termini neutri ed oggettivi la vera natura del suo interlocutore, in quanto i criteri osservativi e gli strumenti utilizzati sono mediati da un processo di interazione storicamente collocato. Il clinico costruisce e non disvela la realtà, egli ne fa parte e contemporaneamente ne viene trasformato.

3.3.2 La teoria dei costrutti personali: George Kelly

George Kelly (1905-1967) nel 1926 si laureò in fisica e matematica, in seguito in pedagogia all’Edimburgh University e in psicologia nell’Iowa. Nel 1931 cominciò a lavorare in psicologia clinica, organizzando un programma di cliniche viaggianti nelle aree rurali del Kansas. Nell’ambito della psicologia clinica elaborò la teoria della psicologia dei costrutti personali, centrata sul cambiamento delle persone attraverso la psicoterapia, sebbene ritenesse il termine psicoterapia inadeguato per descrivere i processi di transizione e trasformazione dell’uomo.
In termini metaforici Kelly considera l’uomo della strada come uno scienziato che formula teorie e ipotesi, cercando poi di verificarle attraverso una pratica, con l’obiettivo di capire il mondo e di anticipare i movimenti e le azioni delle persone che stanno attorno a lui. “Come per lo scienziato, anche per l’uomo comune vale la possibilità di sostituire una teoria ad un’altra, cioè la teoria è solo un modello per pensare a certi accadimenti, un modo di interpretare le cose e le persone che ci stanno intorno […]. Questo modo di porsi nei confronti delle persone e “del fare scienza” è stato chiamato da Kelly alternativismo costruttivo. Esso si fonda sul riconoscimento del fatto che la realtà con cui abbiamo a che fare è tale perché noi l’abbiamo interpretata così, anche se spesso finiamo per dimenticarci di averlo fatto e ci neghiamo così la possibilità di vedere delle alternative” (Mario, 1994, p.75). Sulla base di queste considerazioni non ha più senso contrapporre la realtà oggettiva alle costruzioni soggettive che abbiamo di essa. La realtà risiede nelle costruzioni soggettive e si genera nell’incontro e nell’elaborazione delle prospettive, è l’uomo a “creare i propri modi di vedere il mondo in cui vive e non il mondo a crearli per lui” (Kelly, 1955, p.12).
Le visioni del mondo si generano attraverso l’impiego di costrutti. I costrutti sono unità di conoscenza attraverso cui le persone strutturano la propria realtà, conferiscono senso e significato al mondo, organizzando criteri di valutazione ed anticipazione; sono personali, hanno una struttura bipolare ed il loro significato non corrisponde a quelli suggeriti dalla logica ordinaria (Armezzani, 1995).
L’organizzazione dei costrutti può dar forma a realtà disfunzionali per la persona stessa; ogni forma di cambiamento ne prevede una modificazione e un riposizionamento. Kelly, entrando in contatto con l’ermeneutica europea, definisce una teoria del significato traducibile in una prassi clinica. Tale clinica, ponendo l’accento sulle modalità di costruzione della realtà dell’altro, individua i propri vincoli normativi nei resoconti della persona e non in quelli dello psicologo. Una impostazione di questo tipo rende la prassi kelliana un punto di riferimento essenziale per le pratiche cliniche postmoderne.

3.3.3 Il costruttivismo radicale: Hans Von Foester e Ernst Von Glasersfeld

Heinz von Foester (1911-2002) studiò fisica e subì il fascino del pensiero di Wittgenstein, fu pioniere della cibernetica e curatore della Macy Conference, importante occasione multidisciplinare a cui prese parte anche Gregory Bateson. A lui si deve l’elaborazione della cibernetica di secondo ordine, cioè una cibernetica non dei sistemi osservati, ma dei sistemi che osservano. Gadamer e Heidegger avevano definito le premesse attraverso cui von Foester diede forma ad un nuovo approccio all’epistemologia che trovò formalizzazione nella teoria del costruttivismo radicale (Bertolotti et al., 2003).
Von Foester sottolinea come la presenza di un osservatore nelle metodologie scientifiche comporti la perdita della neutralità ed oggettività della scienza e divenga il requisito fondamentale di una epistemologia dei sistemi viventi [16]: “ogni descrizione implica colui che la descrive, ogni descrizione è una interpretazione” (1982, p.66). La rinuncia ad una verità assoluta definisce il nuovo rapporto tra osservatore e fenomeno osservato e segna il superamento della condizione deterministica del mondo e propone il carattere complesso e composito della realtà. L’osservatore è colui che ordina e organizza un mondo costruito dalle sue stesse esperienze in esso.
La sua principale opera Sistemi che osservano (1982) propone una identificazione tra osservazione e sistema osservato. Se la cibernetica di primo ordine studia le modalità di funzionamento dei sistemi, considerati separatamente da un osservatore esterno, la cibernetica di secondo ordine introduce il ruolo dell’osservatore nella costruzione della realtà osservata. L’osservatore e il sistema sono una unità inscindibile e l’individuo costruisce attivamente lo stesso sistema che crede di studiare in termini neutrali (Ceruti, 1987).
Le riflessioni di von Foester mettono in evidenza come ogni esame psicodiagnostico non possa essere considerato neutrale e avvenga sempre all’interno di una interazione dove osservatore e osservato si influenzano reciprocamente. Ogni reattivo e test psicologico raccoglie dei risultati che non appartengono in modo univoco all’individuo osservato, ma anche alle regole di contesto, alla relazione clinica, ai ruoli assunti e agli obiettivi negoziati fra le parti. Il profilo tracciato da qualsiasi test racconta non solo della persona osservata, ma anche del clinico e delle modalità con cui lo strumento è stato presentato.
Ernst Von Glasersfeld (1917-) rappresenta insieme al collega von Foester l’esponente più rilevante del costruttivismo radicale. Filosofo e cibernetico ha compiuto i suoi studi in Irlanda e Italia ed oggi riveste la carica di Professore Emerito di Psicologia all’Università della Georgia. I suoi studi si sono soffermati sull’elaborazione del pensiero di Giambattista Vico e Silvio Ceccato [17], dell’epistemologia genetica di Piaget, della teoria della percezione di Berkeley, del Finnegans Wake di Joyce e di altre importanti opere letterarie. Von Glasersfeld nega qualsiasi tipo di esistenza che vada oltre a quella prodotta dai pensieri. La conoscenza non riguarda più una realtà oggettiva, ma esclusivamente l’ordine e l’organizzazione delle esperienze incontrate. Nonostante il fatto che ciascun individuo costruisca il mondo attraverso questi processi, fra le persone è condivisa la convinzione di avere a che fare con una realtà stabile nella quale si conduce la vita quotidiana. Per Von Glasersfeld tale fenomeno è frutto di un processo intersoggettivo piuttosto che di una oggettività della realtà e si sviluppa non dall’adeguamento al reale, ma da una costruzione congiunta con altri soggetti pensanti. Il sé di conseguenza è configurabile come “una entità di relazione e non può trovare un locus negli oggetti dell’esperienza. Non risiede nel cuore, come pensava Aristotele, e neanche nel cervello, come siamo propensi a pensare al giorno d’oggi. Non risiede completamente in alcun luogo, ma si manifesta prettamente nella continuità della nostra attività di differenziazione e relazione, nonchè nell’intuitiva certezza che la nostra esperienza sia veramente nostra” (1970).

3.3.4 Il senso comune, gli schemi di tipizzazione ed il costruzionismo sociale: Alfred Schütz, Thomas Luckmann e Peter Berger

Senso comune e schemi di tipizzazione sono due costrutti utili per comprendere come lo psicologo costruisca le rappresentazioni teoriche ed operative della propria attività. Tramite il loro impiego il clinico seleziona ed organizza l’informazione sull’altro, elaborando testi narrativi chiamati casi clinici, risultati psicodiagnostici o resoconti psicoterapeutici. La definizione di tali costrutti è attribuibile ad Alfred Schütz (1899-1959). Il pensatore austriaco allievo di Husserl e continuatore della tradizione weberiana ibridò le proprie riflessioni con il pragmatismo di James, l’empirismo logico di Whitehead e l’interazionismo simbolico di Mead, divenendo successivamente uno dei padrini della teoria costruzionista e dell’etnometodologia (Crespi, 2002) [18]. Thomas Luckmann fu un suo allievo e discepolo e grazie a lui il testo Le strutture del mondo e della vita ha visto la luce, mentre Harold Garfinkel (1917-) lo incontrò frequentemente, mantenendo per molto tempo un proficuo scambio epistolare.
Muovendosi dalla teoria dei “tipi ideali” di Weber (1913), egli sostenne come ogni comprensione del mondo avvenga attraverso un processo di tipizzazione che permette di ridurre la complessità del reale ad un insieme di “tipi”. I “tipi” sono delle rappresentazioni della realtà, costruiti in termini personali ed intenzionali sebbene legati al mondo sociale al quale appartiene il soggetto; grazie ad essi si formulano ipotesi sul comportamento e sulle motivazioni altrui. In continuità con la teoria dei “sottouniversi” di James, Schütz (1945) sostiene che vi siano per ogni sfera della vita specifiche costruzioni tipologiche (Jedlowski, 1998). Gli individui vivono diversi piani di realtà, ma la dimensione più rilevante è quella della vita quotidiana, la cui caratteristica principale è la sospensione del dubbio e l’oggettivazione delle rappresentazioni.
Le persone configurano la propria realtà usando un sistema implicito di conoscenze simboliche, come le parole della lingua, i modelli culturali e gli schemi che si sono mostrati adatti a risolvere problemi. Questa conoscenza disomogenea, socialmente distribuita e relativamente incoerente, prende il nome di senso comune (Sciolla, 2002). Esso permette di dare per scontate le tipizzazioni utilizzate, le quali sono considerate come naturali, sebbene siano solo una delle possibili modalità di costruire la realtà. Tale convinzione crolla frequentemente nelle società complesse, ad esempio, come già ricordato dallo stesso Schütz (1932), lo straniero immigrato vive una crisi nella quale deve abbandonare un senso comune per imparare a condividerne un altro radicalmente diverso.
Come accennato precedentemente Thomas Luckmann (1927-) e Peter Berger (1929-) possono essere considerati i continuatori delle riflessioni di Alfred Schütz con il quale hanno collaborato direttamente presso la New School di New York. Luckmann si interessò a questioni concernenti la comunicazione e l’intersoggettività, Berger sviluppò una importante serie di ricerche sui rapporti tra cultura ed economia. Il libro che ha reso entrambi famosi è La realtà come costruzione sociale del 1966. Il lavoro dei due autori è sostanzialmente uno sviluppo sistematico delle teorie di Schütz e si propone come una sociologia della conoscenza quotidiana, in altri termini, come uno studio del modo in cui ciascuno interpreta la realtà nel corso delle proprie attività ordinarie. Tale impostazione permette di studiare contemporaneamente l’apparente oggettività dei fatti sociali e la priorità dei significati che gli individui attribuiscono soggettivamente alle proprie azioni.
La realtà è prodotta dagli individui in interazione fra loro come una realtà oggettiva, parimenti questa realtà è interiorizzata soggettivamente dai medesimi. I processi coinvolti nella costruzione della realtà appartengono da un lato ai processi di oggettivazione della stessa e dall’altro ai processi di interazione sociale. Essendo la costruzione comune della realtà generata da un processo di oggettivazione, ne discende che le forme della vita sociale appaiano come realtà date, come fatti dotati di una esistenza propria. La realtà che l’individuo crede di conoscere in termini autonomi, oggettivi e neutrali è invece il prodotto di una sedimentazione storica e di una interazione sociale. La realtà è una “costruzione sociale che appare effettivamente dotata di una esistenza sua propria, ma si riproduce soltanto nella misura in cui ciascuno di noi impara ad attribuirle lo stesso senso che le attribuiscono gli altri” (Jedlowski, 1998, p.245).
Prendendo le mosse dal lavoro di Berger e Luckmann è possibile sostenere che ogni configurazione di realtà è in sé legittima in quanto prodotto di una costruzione sociale narrata. Il livello di attendibilità di tale narrazione non appartiene alla sua aderenza alla realtà, ma al suo grado di condivisione all’interno di una comunità sociale e culturale. Il così detto “esame di realtà” non testimonia le capacità di analisi dell’individuo, ma piuttosto esprime la corrispondenza fra le costruzioni della realtà del singolo con quelle delle comunità a cui appartiene.

3.3.5 La rilevanza clinica

La riflessione ermeneutica sviluppata sia all’interno della filosofia sia nel pensiero sociologico e psicologico rappresenta uno strumento che permette al clinico di organizzare le prime mosse del proprio intervento. La costruzione della realtà e le convinzioni su se stesso e sugli altri che la persona riporta, forniscono al clinico delle indicazioni per poter condividere un linguaggio, per costruire delle province di significato comuni, all’interno delle quali programmare le proprie mosse.
Per poter illustrare come queste riflessioni abbiano implicazioni dirette nella prassi clinica risulta utile presentare le vicende di un intervento clinico. Un anziano sacerdote, studioso di teologia, dopo una lunga convalescenza si presenta allo psicologo raccontando il suo smarrimento di fronte alla morte e alla perdita di significato di una fede erosa dai dubbi. Il clinico di fronte a questa configurazione di realtà non adotta diagnosi, non medicalizza il problema optando per una somministrazione farmacologica, non disconferma l’esperienza vissuta e non assume atteggiamenti consolatori. Egli per generare un cambiamento individua un espediente retorico funzionale alle costruzioni della realtà della persona. Il clinico utilizzando l’immagine del Cristo crocifisso che rivolgendosi a Dio dice “Padre perché mi hai abbandonato”, genera una corrispondenza fra i dubbi della persona e il fondamento stesso della sua fede. Il sacerdote utilizzando la sua visione della realtà rilegge le propria sofferenza attraverso quella del Cristo. Il dubbio non viene più visto come elemento di angoscia, ma l’espediente attraverso cui rigenerare le proprie certezze.
Il clinico acquisisce un sistema di significati condivisi, li negozia nel contesto terapeutico e modella ogni suo intervento all’interno delle configurazioni di realtà che la persona reputa necessarie per la sua esistenza.
Per quello che riguarda l’utilizzo implicito degli schemi di tipizzazione e la commistione fra senso scientifico e senso comune nella prassi clinica, risulta opportuno presentare il contributo di Alessandro Salvini (1941-) (1991, 1992, 1994), autore che fra i primi ha traghettato la tradizione del pensiero interazionista all’interno delle prassi cliniche (1988).
Le opinioni e i giudizi che lo psicologo clinico si forma sul proprio cliente, sono preordinati dall’utilizzo di uno specifico schema, detto di tipizzazione della personalità. Gli schemi di tipizzazione della personalità sono “modalità organizzative della conoscenza interpersonale che si basano su astrazioni categoriali generate da intenti valutativi, diagnostici e prognostici che consentono di attribuire ad individui accomunabili per qualche aspetto distintivo un insieme di caratteristiche psicologiche. La loro costruzione è basata su conoscenze scientifiche o credenze ideologiche o senso comune” (Salvini, 1995, p.64). I resoconti prodotti dal loro impiego appaiono dotati di una esistenza tangibile, ma al contrario sono basati su costrutti ipotetici, carichi di assunti di valore ed organizzati in base alla relazione che si instaura fra clinico e cliente. Tali formulazioni categoriali sono reificate e ricalcano nei loro contenuti i presupposti del senso comune, essendo guidate dalla medesima matrice di significati che ne accomuna obiettivi e riferimenti valoriali.
Baston e Marz (1979) [19] hanno evidenziato come le iniziali categorizzazioni di situazioni e ruoli inducono all’uso di uno schema adeguato e coerente con l’impressione preliminare. Lo schema attivato, in modo implicito o esplicito, orienta intenzionalmente e selettivamente l’interpretazione delle informazioni in base al principio della coerenza attesa, portando ad ontologizzare la categorizzazione iniziale (Snyder, Swann, 1979). Meehl (1960) studiando la valenza anticipatoria delle tipizzazioni evidenziò come gli psicoterapeuti si formavano un giudizio relativamente stabile dei loro clienti nelle prime quattro ore di psicoterapia, conservando poi inalterate le loro valutazioni perfino dopo ventiquattro sedute. Una categorizzazione inadeguata di azioni e resoconti, non avendo la possibilità di una retroazione correttiva, non solo comporta una segmentazione arbitraria dei processi psicologici, ma può deformarli o ridurli per limiti semantici o lessicali della tipizzazione, rendendo impossibile la confutazione del lavoro del clinico. Il risultato di queste autoconferme, soprattutto in ambito psicopatologico, è l’utilizzo del dato nosografico, sebbene esso sia una entità descrittiva, come fonte di spiegazione. Ogni sistema tassonomico ontologizzante porta il clinico a confondere quello che vede, attribuendo ai propri assunti teorici ciò che invece è frutto della sua partecipazione al senso comune, oppure a trattare le categorie di giudizio morale come entità di fatto o naturali.
La psicologia clinica per liberarsi dalle implicazioni implicite degli schemi interpretativi e di tipizzazione deve evidenziare le modalità attraverso cui attribuisce un significato specifico a certe configurazioni di realtà, ossia i processi in base ai quali, negli spazi interattivi e comunicativi, legittima una certa prassi di intervento. Il clinico non deve dare per scontati i propri presupposti, ma deve analizzare il modo in cui egli stesso procede per indagare il proprio oggetto di studio. A tali condizioni si potrà tenere distinto il senso comune come risorsa per la comprensione della realtà dal rischio di diventarne inconsapevoli utilizzatori (Zimmerman, Pollner, 1970).

3.4 Menti, culture e narrazioni

La psicologia culturale e quella discorsiva hanno preso le mosse dai lavori di James, Mead e Vygotzkij (Harré, Gilet, 1994; Olson, 1999). Tali prospettive hanno permesso al clinico postmoderno di collocare se stesso e definire l’oggetto delle proprie indagini e dei propri interventi. Secondo questi autori non è l’eredità biologica dell’uomo a plasmare e dirigere la sua azione e la sua vita, quanto piuttosto la cultura, la quale dà significato all’azione inserendo gli stati intenzionali in un sistema interpretativo (Carruba, Ornaghi, Grazzani, 1999). Le competenze del clinico appartengono maggiormente ad un orizzonte socio culturale piuttosto che ad uno di tipo biomedico. Se un intervento ortopedico utilizza strumenti indifferenti alla cultura o alla provenienza etnica e sociale di una persona, affrontare le problematiche sessuali e familiari di una coppia sposata profondamente religiosa o di due conviventi laici e progressisti richiede l’utilizzo di strumenti non standardizzati, ma aderenti alle matrici culturali e di significato con cui le due coppie costruiscono le loro realtà.

3.4.1 La scuola storico culturale: Lev Vygotzkij

Lev Semenovié Vygotzkij (1896-1934) coltivò in un primo tempo studi filologici e di critica letteraria e in seguito fu protagonista della fioritura di studi psicologici che si verificò nella Russia sovietica. Nel 1925 tiene la conferenza La coscienza come problema della psicologia del comportamento che diviene manifesto della Scuola storico-culturale sovietica. Leont'ev e Alexander Lurija [20] (1902-1997) diventano suoi stretti collaboratori all'Istituto di scienze della mente di Mosca. Negli anni trenta fonda un dipartimento di scienze della mente all'Accademia ucraina di Charkov e scrive Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori. Nel 1935 e nel 1936 escono postumi i suoi ultimi scritti fra cui la sua opera più importante Pensiero e linguaggio, che circa trenta anni dopo lo renderà popolare anche in Occidente grazie ad una traduzione del 1962.
Secondo questo autore per indagare e interpretare la mente occorre fare riferimento a un livello ed a unità di analisi diverse da quelle della biologia e, in tal senso, si può parlare di antiriduzionismo e di emergenza della sfera psicologica rispetto a quella organica: se il cervello è condizione necessaria, ma non sufficiente per la mente, la sola conoscenza del funzionamento cerebrale non permette la comprensione dell’organizzazione dei fenomeni psichici. Tali fenomeni appartengono, generano e sono influenzati dagli strumenti di cui fa uso la persona, dalle forme culturali a cui partecipa, dalle pratiche sociali e dagli scambi comunicativi in cui è coinvolto (Antonietti, 1996). L’interazione di questi aspetti produrrebbe modificazioni anche a livello dei processi biologici; le trasformazioni culturali e biologiche sono, secondo Vygotzkij, fuse fra loro: “la cultura crea forme particolari di comportamenti; essa muta il tipo stesso dell’attività delle funzioni psichiche, innalza nuovi piani nel sistema in sviluppo del comportamento umano […]. Nel processo dello sviluppo storico l’uomo sociale cambia modi e criteri del suo comportamento, trasforma le disposizioni e funzioni naturali, elabora e crea nuove forme di comportamento specificatamente culturali […]. Una nuova forma di rapporto con l’ambiente sorta in presenza di determinati presupposti biologici, ma superante i limiti della biologia, non poteva non dar vita a un sistema nuovo, qualitativamente diverso e diversamente organizzato, di comportamento […]. Ogni funzione psichica supera i limiti del sistema dell’attività organica a essa proprio e inizia il suo sviluppo culturale nell’ambito di un sistema di attività nuovo; ambedue i sistemi si sviluppano però insieme formando una fusione di due processi genetici sostanzialmente diversi […]. Il biologico e il culturale si sono dimostrati, sia nella patologia, che nella normalità, due forme di sviluppo eterogenee, del tutto specifiche, che non sussistono parallelamente l’una all’altra, o l’una su un piano superiore all’altra e che mai sono collegate tra loro meccanicamente, ma sono congiunte in una sintesi che si presenta come una totalità complessa e unitaria” (1931).
L’attenzione posta da Vygotzkij sulla relazione biologia e cultura fornisce al clinico postmoderno un quadro concettuale che gli consente di comprendere l’interazione fra repertori discorsivi e modificazioni biochimiche.

3.4.2 La mente discorsiva e la ricerca del significato: Rom Harré e Jerome Bruner

Rom Horace Harré (1927-) studia filosofia ad Oxford, successivamente insegna fisica, matematica e scienze in diverse scuole inglesi, fino al suo ritorno ad Oxford nel 1960 presso il dipartimento di filosofia della scienza; nello stesso periodo diviene professore di psicologia presso la Georgetown University. Come ricorda Robin Hodgkin (1992) Harré per tutta la sua carriera accademica si adoperò per favorire un allontanamento delle scienze, soprattutto di quelle sociali, dal paradigma positivista e meccanicista, partecipando alla definizione del paradigma antropomorfista per le scienze umane.
Harré considera la mente umana non come un sistema di produzione di risposte a stimoli esterni o di elaborazione dell’informazione, ma come un sistema che controlla l’attività di persone che interagiscono tra di loro e che si posizionano in un contesto organizzato in termini sociali e culturali. La mente agisce tramite l’uso di discorsi. Il discorso è una attività fondata su sistemi di segni e simboli, i quali, quando seguono le regole di una attività intenzionale (tra il singolo e gli altri o tra il singolo e se stesso), veicolano un significato e tendono verso uno scopo. Ogni funzione mentale non può essere concepita in termini separati dalla finalità per cui esiste, ovvero essere utile per permettere l’interazione simbolica interpersonale. La mente corrisponde all’azione e fra i due sistemi non esiste alcun dualismo. La mente è azione e funziona in quanto incorporata nel flusso delle azioni, non è altro che “azione dotata di significato” (1998, p.33). “Le azioni sono mediate dai significati, cioè dalle considerazioni che discendono dalla comprensione delle connessioni che le azioni hanno l’una con l’altra e con le loro conseguenze nelle strutture complesse della vita sociale” (Harré, Record, 1972, p.79). Le menti non sono pensabili in termini individuali, esse rappresentano i nodi di una rete interpersonale che muta in relazione ai contesti e alle finalità verso cui è orientata (Mecacci, 2004).
La continuità fra i costrutti di mente, azione e discorso porta Harré a porre come obiettivo primario della psicologia lo studio delle narrazioni. I modi in cui una persona narra se stessa ed è narrata dagli altri si posizionano fra loro in una dimensione di costruzione dialogica; la possibilità di generare ogni forma di cambiamento in sé o nell’altro passa attraverso la messa in atto di nuove configurazioni dialogiche.
Jerome Bruner (1915-) rappresenta insieme allo stesso Harré il più evidente continuatore dell’opera di Vygotzkij. Egli consegue il dottorato in psicologia alla Harvard University nel 1941, dove dal 1965 è professore di psicologia. Nel 1959 diresse a Woods Hole una Conferenza sull’Educazione dove vennero discusse nuove modalità per perfezionare l’educazione e i metodi didattici. I risultati furono raccolti nel volume The process of Education (1960), tradotto in Italia con il titolo Dopo Dewey, il processo di apprendimento nelle due culture (1964) e, in breve tempo, le riflessioni dell’autore di New York si diffusero nel mondo divenendo un punto di riferimento per la revisione dei programmi di studio e dei metodi d’insegnamento.
Gli studi successivi si rivolsero sull’impatto della povertà, dell’emarginazione e delle culture di appartenenza sul modo in cui i bambini affrontavano l’apprendimento scolastico. Bruner ha focalizzato la sua attenzione sul linguaggio verbale, inteso come prodotto culturale per eccellenza, che introduce il bambino nei modi di ragionare caratteristici della sua cultura di appartenenza. Lo sviluppo linguistico è strettamente connesso allo sviluppo intellettuale ed il linguaggio verbale “marca” lo sviluppo del soggetto secondo la “cultura” di cui è espressione (1986).  A partire da questi studi Bruner approda ad una nuova idea della mente e del suo sviluppo. Le proprietà distintive della vita psichica sono da ricercarsi nella vita sociale e culturale delle persone, nei loro tentativi di costruire percezioni e resoconti di esperienze socialmente condivisibili. Intenzionalità e intersoggettività per la negoziazione del significato sono gli snodi fondamentali dello sviluppo della mente ed al tempo stesso i punti di riferimento per un’educazione che voglia sostenerlo. I modelli privilegiati per l’esperienza e la comprensione sono ricavati dai racconti messi a disposizione dalla cultura, dalle storie che si possono raccontare e che sono utili per collegare eventi in forma comprensibile. Le narrazioni forniscono il tessuto dell’esperienza e sono necessarie per la costruzione dei significati (Olson, 1985).
Il punto di partenza dell’opera più matura di Bruner diviene il costrutto di cultura, la quale riprendendo anche le teorizzazioni di Clifford Geertz (1926-) è vista come un struttura di significati incarnati in simboli, un sistema di concezioni ereditate espresse in forme simboliche, per mezzo delle quali gli uomini comunicano, perpetuano e sviluppano la loro conoscenza e i loro atteggiamenti verso la vita. La cultura dà significato all’azione, inserendo gli stati intenzionali in un sistema interpretativo condiviso. Tale sistema permette l’emergere di una matrice di significati, la quale viene espressa attraverso un pensiero narrativo. La dimensione fondamentale della mente umana diviene la capacità di narrare (1986, 1990) e la narrazione si configura come base di un modello di mente
La cultura e la mente sono fra loro interconnesse, la mente non è semplicemente lo strumento di replica della cultura e la cultura non è il mero insieme di proprietà della mente. Sia la mente sia la cultura riflettono la possibilità di costruire il mondo attraverso forme narrative condivise, la cui organizzazione è storicamente veicolata.

3.4.3 La rilevanza clinica

La dimensione multiculturale delle società contemporanee rappresenta un formidabile banco di prova per comprendere la valenza pragmatica degli studi di Vygotzkij, Harré e Bruner.
Il clinico non può permettersi di leggere le azioni di persone provenienti da contesti culturali altri utilizzando le proprie categorie interpretative. Se la cultura viene espressa e costruita attraverso l’uso del linguaggio allora l’organizzazione mentale di individui provenienti da contesti culturali differenti sarà il riflesso di tale diversità.
Il tentativo di ricondurre una forma di disagio espressa da un giovane nordafricano all’interno di un sistema nosografico a lui estraneo, si limita ad essere il goffo tentativo di mascherare le proprie inadeguatezze e i propri dubbi professionali. Il clinico deve essere un esperto di traduzioni e non di imposizioni culturali, deve rinunciare a colonizzare le menti altrui con i propri sistemi di significati. Per comprendere il disagio non può fare riferimento a categorie universali come ad esempio il conflitto edipico o il complesso di castrazione che in altre culture risultano vuoti e di conseguenza inutili per programmare qualsiasi forma di intervento.

3.5 Identità, sé e società

L’identità personale rappresenta un nucleo teorico ed operativo attorno al quale è possibile collocare la psicologia e la clinica postmoderna. L’identità indica il costrutto direttamente coinvolto nei processi di cambiamento che si svolgono in una interazione clinica. La definizione di tale costrutto si è resa necessaria sia per trovare un organizzatore che permettesse di porre in modo interattivo elementi quali ruolo, rappresentazioni di sé e configurazioni di realtà sia per abbandonare un referente concettuale quale quello di personalità che si è rivelato inadatto alla realizzazione di una clinica postmoderna. Prima di procedere nella definizione dell’identità personale risulta opportuno per evitare confusioni o favorire sinonimie presentare in modo sintetico cosa si intenda per personalità.

3.5.1 Le critiche al costrutto di personalità: Walter Mischel

La personalità costituisce per la psicologia clinica tradizionale un costrutto attraverso cui spiegare il comportamento altrui e formulare diagnosi descrittive o eziologiche. I disturbi di personalità rappresentano una categoria diagnostica utilizzata frequentemente e la loro formulazione si basa sulla teoria dei tratti di personalità.
Il costrutto di personalità appartiene alle teorie disposizionali, le quali pongono all’interno degli individui una costellazione di tratti, la cui forza causale determina il comportamento. I tratti di personalità divengono strumenti per poter spiegare il comportamento dell’altro.
Le qualità di costanza, stabilità e predittibilità attribuite al costrutto di personalità furono messe in dubbio da alcuni autori che evidenziarono come tali teorizzazioni non trovavano corrispondenza nel mondo sociale contemporaneo (Serventi, Fasola, 2005).
Walter Mischel (1930-) psicologo della personalità e professore alle Università di Stanford e Columbia ha legato il proprio nome alla storia della psicologia con il volume del 1968 Personality and Assessment. Con questa opera Mischel ha invalidato una qualità imprescindibile del costrutto di personalità, ovvero la presenza di una coerenza comportamentale di tipo trans-situazionale [21] (1968, 1981). Grazie a questo studio molti autori hanno aperto una riflessione teorica ed empirica tesa a falsificare il costrutto di stabilità del comportamento Lo stesso Mischel ha attribuito tale impressione di stabilità all’invarianza dell’aspetto fisico, Salvini (1998) alla vaghezza delle categorie utilizzate dall’osservatore, Snyder (1977) al ruolo che l’osservatore attribuisce all’osservato, Rosenthal (1974) alla rilevanza delle interpretazioni passate che costituiscano un vaglio per la formulazione di quelle future, mentre Ross e Nisbett (1991) hanno evidenziato come l’impressione di coerenza possa essere sostenuta dal fatto che il più delle volte si incontrano le persone in situazioni analoghe.
In relazione a queste evidenze empiriche è importante individuare le ragioni che hanno condotto al successo delle teorie disposizionali. La matrice culturale occidentale, prescrivendo per secoli all’individuo un sistema normativo coerente anche in contesti diversi, ha generato l’illusione di personalità unitarie. In questa cornice l’esistenza di una corrispondenza biunivoca fra individuo e personalità, e l’idea che la personalità di un individuo ne causi il comportamento può essere sostenuta senza incorrere in distorsioni eccessive della realtà, vi è, come affermano Harré e Secord, “la tentazione di pensare che le regolarità osservate e descritte […] siano leggi della natura umana, mentre non sono altro che le ombre proiettate sul mondo dall’insieme di regole relativamente unitario che ciascun occidentale adotta” (1977, p. 204). Gli individui muovendosi all’interno di queste regole sociali applicano su se stessi un repertorio disposizionale e questa autoattribuzione, pensata come stabile nel tempo e indipendente dal contesto, rappresenta un elemento stabile nelle diverse situazioni che incontra, interagendo con le scelte comportamentali dell’individuo. Tale intreccio fra autoattribuzioni, azioni e retroazioni può essere messo alla base del processo noto come “profezie che si autoavverano” (Doise et al., 1980). Watzlawick ne presenta un chiaro esempio: “È il comportamento che provoca negli altri una reazione alla quale quel dato comportamento sarebbe la risposta adeguata. Per esempio una persona che agisce in base alla premessa “non piaccio a nessuno” si comporterà in modo sospettoso, difensivo, o aggressivo, ed è probabile che gli altri reagiscano con antipatia al suo comportamento, confermando la premessa da cui il soggetto era partito.[...] L’aspetto tipico della sequenza [...] è che l’individuo in questione crede di reagire a quegli atteggiamenti e non di provocarli” (1967, p. 88).

La visione di una personalità stabile e coerente rappresenta il riflesso di una società come quella ottocentesca [22], erede di un mondo governato da scarsa mobilità e in cui i ruoli sociali erano stabili e immodificabili, ma già sul finire del diciannovesimo secolo tale visione iniziò a disgregarsi. In quel periodo iniziarono ad essere presentate osservazioni cliniche che andavano a rendere meno forte l’idea di una personalità coerente; autori come Ribot (1885), Binet (1892) e Janet (1929), influenzati dal pensiero di Hippolyte Taine (1870), teorizzando l’idea di personalità multipla [23], costruirono la prima, sebbene involontaria [24], critica per smantellare l’idea di personalità. Il moltiplicarsi di tali fenomeni apparteneva al cambiamento di una società che stava rapidamente perdendo i fondamenti valoriali che l’avevano governata dai tempi dell’alto medioevo e ai tentativi degli individui di organizzare se stessi in questo periodo di transizione (Bodei, 2002).
In continuità con questi cambiamenti sociali le psicologie postmoderne hanno escluso dalle loro teorizzazioni il termine personalità, considerando ormai persa la sua validità euristica a livello scientifico e lasciando la sua rilevanza esclusivamente all’interno dei pensieri psicologici di senso comune. Gli spazi di significato precedentemente occupati dalla personalità sono stati riconfigurati dal costrutto di identità personale (Fasola, 2005).

3.5.2 L’identità personale: Norbert Elias

Il termine identità personale si è affacciato per la prima volta nelle riflessioni filosofiche europee nel testo Saggio sull’intelletto umano, edito da Locke nel 1694. L’identità personale faceva riferimento alla consapevole permanenza nel tempo del proprio io. Nella storia delle scienze umane la portata euristica di questo termine è mutata, moltiplicando i suoi significati ed affrancandosi dalla definizione iniziale di Locke.
Se in alcune teorie il costrutto di identità si rivela semplice erede e surrogato del soggetto o della personalità, in altre diviene epifenomeno di una coscienza plurima orientata nei possibili vettori della temporalità, strutturandosi in alcuni casi come ancoraggio argomentativo di una teoria [25]. Nella clinica postmoderna il termine identità può essere letto in modalità antinomiche rispetto a quello di personalità e in una accezione distinta e non sovrapponibile a quella di soggetto o di sé. Questa distinzione scava un solco che non solo divide teorie, ma genera, nella prassi clinica, modelli operativi non commensurabili.
La tradizione di ricerca più feconda, relativamente al costrutto di identità personale, è individuabile nel percorso che lega il pragmatismo americano e l’interazionismo simbolico sviluppatosi nei dipartimenti dell’Università di Chicago degli anni trenta. L’identità personale si configura come costrutto polisemico collocato al confine fra diversi ambiti disciplinari quali il diritto, l’antropologia, la sociologia e la psicologia. Essa appartiene ad un processo dialettico e non ad una costruzione lineare, si abbandona quindi ogni apparato teso a reificarne l’esistenza; con essa si individua un processo, piuttosto che una entità con caratteristiche di stabilità e permanenza (Green, 1979).
Tale costrutto, oltre ad escludere quello di personalità, assume nella tradizione postmoderna un ruolo sovraordinato, rappresentando il fulcro attorno cui organizzare prassi di intervento e di ricerca. George Mead (1932, 1934) concepiva la società come una ricostruzione permanente generata da uomini a loro volta generati dalla società (Marc, Picard, 2002), tale teorizzazione rappresenta un punto di partenza del lavoro di Norbert Elias, nella cui opera è riscontrabile la definizione di identità maggiormente aderente a quella accolta dalla psicologia postmoderna.
Norbert Elias (1897-1990) studia medicina e filosofia e terminata l’università assume l’incarico di assistente di Karl Mannheim (1893-1947). L’avvento del nazismo portò Elias prima in Francia e poi in Inghilterra dove redigerà la sua opera principale Il processo di civilizzazione che sarà pubblicata nel 1939. Nel 1945 divenne docente di sociologia e con questa carica portò avanti le sue ricerche orientate a ripensare i fondamenti delle scienze sociali e della psicologia sociale, focalizzando la sua attenzione su costrutti quali società ed individuo. Il pensiero di Elias si sviluppò in continuità con le opere dei pragmatisti americani quali William James e Franz Boas, che furono introdotti all’autore dal suo maestro Mannheim, e con gli studi dei padri del pensiero interazionista quali George Herbert Mead, Charles Cooley e William Thomas che conobbe grazie all’opera di Bogardus del 1933 Social Problems and Social Processes (van Krieken, 1998).
Elias considera i confini fra le discipline come arbitrari e sottolinea l’importanza delle connessioni fra storia, sociologia e psicologia, mostrando i limiti di quegli studi che si muovono all’interno di una sola di queste discipline. Da queste premesse nasce la critica ad ogni posizione che porta alla polarizzazione fra società ed individuo (Ansart, 2002). La relazione fra individuo e società è di tipo circolare e all’interno di questo processo è possibile collocare l’identità personale (1939), la quale non risulta una proprietà del soggetto o del mondo, ma è configurabile come l’emergente di una interazione (de Gaulejac, 2002). Tale relazione ricorda la circolarità ermeneutica di Heidegger e suggerisce l’obsolescenza di ogni prospettiva che cerchi risposte all’“interno” dell’uomo o della società al di fuori di ogni prassi di tipo interattivo (Fasola, 2005). Il costrutto di Identità, considerato come un “fatto sociale totale” (Mauss, 1923-24), ovvero un sistema in cui convergono istanze psicologiche, sociologiche, storiche, etiche ed antropologiche, configura gli interventi clinici in una dimensione pluralista e pragmatica. Il clinico liberatosi dai vincoli imposti dai determinismi personologici o sociali, trova nell’identità personale il centro attorno al quale organizzare i propri interventi ed il criterio per leggere la legittimità della propria prassi operativa.

3.5.3 La rilevanza clinica

Nella tradizione clinica postmoderna termini quali disturbo schizotipico, schizoide o narcisistico di personalità mantengono esclusivamente un significato strumentale. Da un punto di vista scientifico essi testimoniano la difficoltà del clinico di comprendere i significati che la persona attribuisce alle proprie azioni, rendendo quindi più complessa la messa in atto di azioni efficaci per poter perturbare una certa configurazione identitaria. Da un punto di vista strumentale tali etichette possono essere utili nel momento in cui la persona le utilizza per descrivere se stesso attribuendosi caratteristiche personologiche. Non essendo compito del clinico invalidare tali costrutti, esso li utilizza esclusivamente con fini strategici per mettere in crisi i resoconti della persona, muovendosi in coerenza con il sistema di significati dell’altro. In continuità con l’eredità pragmatica l’utilizzo di un certo costrutto è sostenuto dagli obiettivi che esso permette di raggiungere; in un contesto clinico termini come Personalità o Identità possiedono una propria legittimità solo in base alla loro funzionalità per generare forme di cambiamento nell’altro.
Il clinico non più vincolato dall’idea di una personalità immutabile può riconoscere se stesso come un esperto di cambiamento, orientato alla costruzione di processi interattivi, tesi a far emergere una configurazione identitaria nella quale non possano più trovare spazio le dimensione problematiche espresse dalla persona.

Box. 1 Clinica postmoderna e romanzo del Novecento: radici comuni
Cristina Zanette

 1. Le contraddizioni del ‘900
“La filosofia moderna ha mirato a spiegar l'universo come una vivente macchina, e s'è ingegnata di precisar la conoscenza che ne abbiamo. È poi passata a stabilire il posto dell'uomo nella natura, a interpretare la vita e a dedurne gli scopi. […] Ma questo spirito moderno è profondamente malato, non dà risposte e anzi si trasforma nell'"immagine d'un sogno angoscioso attraversato da rapide larve or tristi or minacciose, d'una battaglia notturna, d'una mischia disperata, in cui s'agitino per un momento e subito scompaiano, per riapparirne delle altre, mille bandiere, in cui le parti avversarie si sian confuse e mischiate” (Pirandello 1893, pg.189-203).
Siamo al termine del secolo XIX e in letteratura come nelle scienze umane si profila chiara l'incertezza conseguente al crollo delle scienze positivistiche che si erano rivelate incapaci di dare una spiegazione ultima non solo al mondo sensibile, ma anche all'uomo e al suo sentire ed essere nel mondo. A partire dalla perdita di valori assoluti e delle visioni causalistiche e provvidenzialistiche parte la riflessione postmodernista, visione che, ponendo al suo centro la complessità e l'ambiguità, accomuna i romanzi di Svevo (1923) alle opere di William James (1890), i personaggi di Pirandello (1926) alle realtà multiple di Schutz (1932), ma anche l'astrattismo di Kandisnkij alla atonalità di Schoenberg.
“Ridate voce ai tanti generosi della storia, che lottando per un ideale umano, e raggiungendolo, credettero naturalmente di aver dato alfine uno stabile assetto alla vita. Ma la vita non sa requie, come non sa requie il mare” (Pirandello 1893, pg.199). La storia, prima espressione di un ordine provvidenziale, diviene per il Novecento luogo del disordine, del divenire non necessario e non predefinito. Non ponendo più il mondo come pura razionalità e regolarità, ma come molteplicità e imprevedibilità, si rifiuta ciò che filosoficamente ed artisticamente si fondava su principi deterministici ed oggettivi, senza potervi o volervi sostituire nulla se non l’incertezza. “Dappertutto si levavano uomini a combattere contro il passato. […] Si amava il superuomo, e si amava il sottouomo; si adorava il sole e la salute, e si adorava la fragilità delle fanciulle malate di consunzione; si era credenti e scettici, naturistici e raffinati, robusti e morbosi” (Musil, 1930, pg.136). È il secolo di contraddizioni apparentemente inconciliabili, del non senso, della necessità di andare oltre l’immagine di una realtà definibile secondo principi assoluti ed univoci; è il secolo di una epistemologia strumentalista, in cui nulla può darsi come assolutamente vero o assolutamente falso.
È il secolo pervaso dal buio di cui parla Ungaretti (1969), nel quale nulla possono le pretese della scienza che tutto vorrebbe rischiarare con la luce della ragione. È il buio presente nell'uomo, mistero insondabile – l’ombra su un brandello di muro di Montale (1916) – partendo dal quale Ungaretti afferma la necessità di svecchiare il linguaggio della poesia: “se il carattere dell’800 era quello di stabilire legami a furia di rotaie e ponti e di pali e di carbone e di fumo – il poeta d’oggi cercherà di mettere a contatto immagini lontane, senza fili. Dalla memoria all’innocenza, quale lontananza da varcare; ma in un baleno” (Ungaretti 1969, pg. LXXX). Si sente la necessità che la parola non sia più semplicemente denotativa, ma capace di trasformarsi, di acquisire sempre un nuovo, inafferrabile valore semantico.
Anche per la musica e le arti figurative il Novecento segna un distacco totale dalla tradizione. È il secolo delle avanguardie, del cubismo e dell'astrattismo in pittura e della dodecafonia in musica. I cubisti vogliono esprimere sulla tela le diverse sfaccettature della realtà, sia spaziali che temporali, perché solo attraverso la 'quarta dimensione' è possibile rappresentare la realtà come l'uomo la costruisce, con i diversi punti di vista, con le diverse coscienze, con le diverse memorie. Kandinskij (1866-1944) e i teorici del Der blaue Reiter teorizzano la non rappresentabilità della realtà e quindi la necessaria non riconoscibilità degli oggetti esteriori: l'arte non è specchio o fotografia del mondo e, non riconducibile neppure a semplice interpretazione soggettiva del mondo, non si limita a “proiettare la nostra vita interiore negli oggetti reali dipinti, ma abolisce questi ultimi, visualizzando con forme, linee e colori il complesso oscuro dei sentimenti che agitano dentro ciascuno di noi” (Adorno e Mastrangelo, 1999, pg.357), agendo sull'osservatore come la musica agisce sull'ascoltatore. Musica che però non è più data dalla armonia della proporzionalità delle sette note distribuite secondo il sistema tonale, unico riconosciuto sin dal Medioevo. Schoenberg (1874-1951) a partire dal 1923, dà avvio al così detto ‘comunismo dei dodici suoni’, alla dodecafonia: utilizzando tutti i dodici semitoni viene a creare una sonorità dissonante, quasi sgradevole e certo incomprensibile in quanto viene completamente stravolta la geometria della musica cui si è abituati. “E' il momento dell'assoluta libertà e della sovversione totale, corrispondente allo stato d'animo di radicale liquidazione di un passato distrutto” (Mila 1963, pg. 390).
L'arte figlia di questo secolo che esprime appieno questa frattura con il passato è l'arte cinematografica, che vive proprio di paradossi, del movimento dato dall'immobilità dei fotogrammi, del tempo che è presente e passato, passato e presente e, in quanto riproducibile, eterno, dell'organico dell'attore che è l'inorganico del personaggio, della luce che nasce dal buio (Deleuze, 1985).

2. La crisi del romanzo come specchio della crisi dell’uomo
L'Ottocento segna la grande fortuna del romanzo, in quanto genere che bene esprimeva la possibilità di un ordine oggettivo e di una organizzazione causale della realtà non solo autobiografica, ma anche morale, sociale e politica. Gli autori del Novecento, che negano la realizzabilità di grandi quadri naturalistici e la formulazione di ideali assoluti, veri e validi per sempre e per tutti, non possono che rigettare il romanzo. Al narratore onnisciente di stampo manzoniano, portatore di una visione univoca del reale cui è possibile dare un'immagine statica, ineluttabile e che, soprattutto, è espressione di una verità assoluta, si sostituisce un narratore soggettivo, espressione di una visione parziale e provvisoria del reale da lui stesso sempre messa in discussione (Raimondi 2004). Ai cicli di romanzi che aspiravano a dare una immagine compiuta della realtà, a darne una spiegazione ultima, si sostituiscono romanzi che rimangono spesso incompiuti, perché l'atto stesso di porre la parola fine a un racconto significa considerarlo uno specchio della realtà, una sua esemplificazione oggettiva e proprio per questo vera. Alla visione naturalistica si oppone la scelta di una impostazione soggettiva del racconto che sposta il tempo verso una dimensione interiore, individuale, non omogenea: persa la loro valenza di fatti cronologici, gli avvenimenti seguono il flusso esistenziale, acquistano una scansione in tempi separati dall'azione, in cui il tempo non si svolge, ma avanza e torna indietro.  Al discorso diretto dei “due punti aperte virgolette” si preferisce l’utilizzo della forma dialogica e del discorso indiretto libero o dello sproloquio, che meglio rappresenta l'affastellarsi quotidiano di pensieri e il susseguirsi dei ragionamenti del protagonista che, se pur concatenati da nessi logici, dimostrano, per assurdo, proprio l'impossibilità di un sistema razionale rigido che voglia imporsi come risolutivo (Pullini 1986).
Pirandello come Svevo già nelle scelte formali dà, quindi, voce al sentire novecentesco e postmodernista, in cui il reale non è più dato da entità oggettive e definibili, ma per il quale i significati stessi attribuiti agli accadimenti sono attribuiti socialmente e conferiscono agli stessi un senso non ultimo, ma socialmente condiviso. Unica possibile letteratura appare allora nel Novecento una letteratura non naturalisticamente descrittiva, ma che tenda “all’identità, collabori alla creazione di una realtà, che è il contrario della realtà comune, all’incarnazione di un simbolo, a questa esistenza sconfinata nel tempo, e senza possibilità di storia, priva di ogni struttura” (Bo 1936).

3. Pirandello
“Io penso che la vita è una molto triste buffoneria, poiché abbiamo in noi, senza poter sapere né come né perché né da chi, la necessità di ingannare di continuo noi stessi con la spontanea creazione di una realtà (una per ciascuno e non mai la stessa per tutti) la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria. Chi ha capito il gioco non riesce più a ingannarsi; ma chi non riesce più a ingannarsi non può più prendere ne gusto né piacere alla vita” (Lettera autobiografica 1924 in Pirandello 1960, pg.1286). La realtà non più descritta, ma dis-velata da Pirandello è una realtà in cui si è persa l'armonia della causalità, in cui ogni elemento perde l'univocità del proprio significato. “Ogni uomo che pensi ha delle abitudini d'attenzione prevalenti; e queste selezionano praticamente, tra i vari mondi, uno che possa essere per lui il mondo delle realtà ultime. Egli non si smuove dagli oggetti di questo mondo” (James 1890, pg. 64). È la necessità di coerenza di significati che regola il mondo: “ciascuno di voi interpreterà ogni mio atto, gli darà senso e valore a seconda della realtà che mi ha dato” (1926, pg.91). Come Von Glasersfeld (1995) anche Pirandello parte dalla convinzione degli uomini di avere a che fare con una realtà stabile, frutto della presunta oggettività del reale, ma come Von Glasersfeld anche Pirandello svela l'illusorietà di questa stessa oggettività. Un mondo perfetto, ma pura presunzione. Tutto si poggia “su una presunzione che Dio vi conservi sempre. La presunzione che la realtà, qual è per voi, debba essere e sia ugualmente per tutti gli altri” (1926, pg.38). Un mondo perfetto e coerente, finchè il protagonista di Uno, nessuno e centomila, Vitangelo Mostarda, scopre questi stessi significati come maschere che gli vengono imposte da ogni persona che incontra, che vuole che lui sia marito o banchiere, “un usurajo per gli altri, uno stupido qui per mia moglie” (1926, pg.81), tanti estranei inseparabili all'interno di un corpo, neppure esso stesso unico: “credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentre ero per tutti un Moscarda dal naso storto” (1926, pg.12).  È il setting proposto da Goffman (1959), il contesto all'interno del quale ognuno deve interpretare un ruolo sulla base di significati condivisi. È  il pluralismo proposto da James che nega l'oggettività della realtà portandone il fondamento ai processi che costruiscono la realtà. Lo stesso nome, atto primo che si compie alla nascita di un bimbo, atto primo che fece Mattia divenuto 'fu' – “Chi sono io ora? Bisogna che ci pensi. Un nome, almeno, un nome bisogna che me lo dia subito (1904, pg.399) - viene rifiutato da Moscarda - che già del resto veniva chiamato Gengè e non Vitangelo dalla moglie, ed era Gengè per la moglie - come negazione dell'ultimo spazio consapevole di sé: “nessun nome, nessun ricordo oggi del nome di ieri; del nome d'oggi domani. Se il nome è la cosa; se il nome è in noi il concetto d'ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi la vita” (1926, pg.901).
“In astratto non si è” perché “ognuno di noi conosce Tizio a suo modo e gli dà a suo modo una realtà” (1926, pg.86). I fenomeni di interazione simbolica quotidiana si svolgono e acquisiscono significato solo nella relazione ermeneutica tra soggetto interpretante e oggetto interpretato, interazione in cui non solo il soggetto conosce, ma anche costruisce la realtà (Gadamer, 1960), la realtà degli altri, ma anche la propria: “ora anche per se stesso Tizio ha tante realtà per quanti di noi conosce, perché in un modo si conosce con me e in un altro con voi e con un terzo, con un quarto e via dicendo. Il che vuol dire che Tizio è realmente uno con me, uno con voi, un altro con un terzo, un altro con un quarto e via dicendo, pur avendo l'illusione anche lui, anzi lui specialmente, d'essere uno per tutti” (1926, pg.86).
La realtà allora non è oggettiva, univoca, reale; è piuttosto un costrutto personale attraverso cui le persone attribuiscono significati coerenti al mondo (Kelly, 1955): “la realtà non ci fu data e non c'è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile” (1926, pg.88).
“Ma che altro avevo io dentro, se non questo tormento che mi scopriva nessuno e centomila?” (1926, pg.167).

4. Conclusioni. La psicologia clinica dal klinè all’interazione semiotica

La conclusione di questo studio sullo sviluppo della psicologia clinica può trovare una sintesi nella definizione di un modello di intervento di tipo interattivo. Per meglio esporre tale modello è apparso opportuno presentare una veloce rassegna del modello operativo che caratterizza la clinica tradizione, in modo tale da favorire una conoscenza per confronto. Per terminare l’esposizione si è scelta la presentazione di una vicenda in cui sono evidenti la specificità di un intervento clinico postmoderno.

4.1 Dalle tecniche di cura della clinica tradizionale alle strategie di cambiamento della clinica postmoderna

4.1.1 L’uso del modello medico e la reificazione del disagio mentale nella psicologia clinica tradizionale

La prassi consolidata in psicologia clinica prevede come primo obiettivo la definizione di una diagnosi che consiste nell’individuazione di indici che consentano allo psicologo di inquadrare il disagio provato da un “paziente” in una categoria nosografica di tipo descrittivo [26] o eziologico [27]. L’individuazione dei dati significativi avviene attraverso la raccolta anamnestica, il colloquio clinico e la somministrazione di test. Stabilita la diagnosi, il clinico definisce una prognosi e sulla base di questa compie una scelta operativa selezionando il tipo di intervento. Esso consiste nella restituzione di una diagnosi e, quando possibile, nella somministrazione di una terapia orientata alla guarigione o al ripristinino di quadri organizzativi della personalità più funzionali e maggiormente adattativi. La terapia può richiedere l’utilizzo farmacologico o basarsi su una prassi orientata alla cura organizzata da una teoria del funzionamento psicologico, ad esempio la psicoanalisi o il comportamentismo (Lang, 2003).
Tale pratica si è originata da una parte dal tentativo della psicologia di assumere uno statuto di maggiore scientificità, avvicinandosi alle prassi della medicina occidentale, e dall’altra dall’impiego da parte della medicina di categorie psicologiche in luogo di categorie biologiche, data la difficoltà della psicopatologia di rintracciare cause esclusivamente organiche ad alcune forme di disagio mentale. In questa prospettiva la psicologia clinica utilizza una prassi operativa desunta e ricalcata da quella medica, stabilendo criteri rilevabili di normalità, psicopatologia e devianza sovrapponibili a quelli di salute e malattia (Boyle, 1990; Turchi, Perno, 2004). L’assunzione di questa posizione consente una formalizzazione dei criteri di riferimento, la condivisione di un linguaggio, la certezza delle previsioni, la costruzione di protocolli di intervento, la definizione di criteri e certezze normative, la legittimazione dei valori ed il consolidamento sociale. Sebbene questi siano degli indubbi vantaggi per il clinico, le criticità di una società complessa richiedono una riflessione sul proprio mandato sociale e sull’efficacia della propria prassi.
Secondo la prassi tradizionale di fronte ad una persona che racconta con sofferenza di non riconoscersi nel genere biologicamente assegnato il clinico procede alla raccolta delle informazioni che possano metterlo nella condizione di ipotizzare una diagnosi di disturbo di identità di genere (dsm4). Ricondotte le problematiche di questa persona a tale categoria diagnostica, il clinico, che segue una prassi medicalmente legittimata, ne rintraccia l’eziologia attraverso l’uso di una teoria in grado di spiegarne le cause. A tal punto configurando il fenomeno come malattia, il clinico opererà con l’obiettivo di guarire il paziente, andando a trattare i motivi che non hanno consentito una corretta identificazione con il proprio genere di appartenenza. La persona verrà considerata guarita quando il proprio esame di realtà sarà congruente a ciò che la natura e la comunità ha decretato come corretto (Argentieri, 1995).
L’intervento del clinico, sebbene formalmente perfetto, non tiene in considerazione nei suoi passaggi i vissuti espressi dalla persona, applicando un criterio non negoziato con l’altro, ma derivato da una forma di pensiero che esclude alla persona la possibilità di autolegittimarsi [28]. Considerare la percezione della propria identità di genere come criterio attraverso cui stabilire l’esistenza di una malattia sembra quanto meno improprio: le persone transessuali non sono pericolose per se stesse e per la comunità, non hanno compromesso le proprie capacità lavorative, hanno una modalità di costruzione della realtà che in nessun altro aspetto le rende diverse degli altri membri della comunità; la loro appare solo una fra le tante condizioni umane [29].

4.1.2 L’uso del modello interattivo e il disagio mentale come metafora nella clinica postmoderna

In continuità con le premesse presenti nella tradizione postmoderna è possibile articolare una differente modalità di intervento che restituisca alla persona una dimensione attiva nella costruzione dei significati attribuibili alle proprie esperienze ed autorappresentazioni. Tale pratica conferisce una scarsa utilità al processo diagnostico e non configura i disagi presentati dalla persona in termini di malattia. Il clinico non ricerca le cause secondo una teoria pregressa, ma fa riferimento alle ragioni presentate dalle persona, le quali vanno a costruire la cornice di senso e gli obiettivi attraverso cui strutturare l’intervento. In tal modo si evita di alienare la persona dai significati che attribuisce al proprio disagio, riconoscendogli una competenza rispetto ai propri contenuti e posizionando il clinico come esperto nelle interazioni implicate nei processi di cambiamento.
Di fronte ad una persona che non si riconosce nel proprio genere il clinico negozia con l’altro il mandato di intervento, sulla base di obiettivi contingenti, negoziabili e non assoluti. Così facendo la psicoterapia non si configura come cura orientata alla guarigione, ma come un intervento orientato alla costruzione di un benessere le cui caratteristiche appartengono agli spazi interattivi venuti a generarsi fra gli attori sociali coinvolti (Luciani, Inghilleri, Fasola, 2006).
La contrapposizione fra queste due prassi operative non va risolta attraverso un giudizio di valore teso a stabilire un primato esclusivo dell’una sull’altra. L’impiego di una di queste due prassi è soggetta a criteri di adeguatezza e validità pragmatica. È il pluralismo delle possibilità di interazione che appartiene alle società contemporanee che seleziona la prassi più idonea attraverso cui il clinico può organizzare il proprio intervento.

4.2 La valenza pluralista e pragmatica del modello interattivo

Nella seguente vicenda si presenterà l’attività di un clinico, che muovendosi con criteri pragmatici e pluralistici, utilizza con efficacia strumenti e strategie alternativi, legittimando una tradizione differente rispetto a quella della clinica tradizionale.
La vicenda si apre con una telefonata nella quale il sig. Rossi racconta allo psicologo il problema che lui e sua moglie stanno affrontando. Il figlio Paolo, un ragazzo ventenne come tanti, ha cominciato a cambiare, frequenta persone strane, non partecipa più alla vita della parrocchia e ai gruppi studio di Don Giussani, si è fatto crescere i capelli, ascolta musica assordante, si veste di nero ed è sempre più maleducato. Apprensione ulteriore è dovuta ad un insano interesse per l’esoterico, il misterico e la morte. “Secondo me” afferma il padre, “ho sbagliato a farlo iscrivere all’accademia di belle arti. Chissà chi ha conosciuto!”.
Questi cambiamenti non rappresentano tuttavia la maggior preoccupazione della famiglia, il padre racconta “che Paolo da questo fine settimana fa ragionamenti strani… Ha pensieri che ci fanno paura… Dopo una seduta spiritica, ha la sensazione che qualcosa sia dentro di lui, un’altra persona che lo costringe a fare ciò che non vorrebbe … Ieri ha cominciato a dire che sente satana dentro di sé e piangendo ci ha chiesto aiuto… Siamo preoccupati e non sappiamo cosa fare. Non vorremmo chiamare lo psichiatra né farlo ricoverare tra i matti… Perché Paolo non è matto… Non può essere matto… Ci rivolgiamo a lei, Dottore, sappiamo che è esperto di problematiche legate all’identità e dei fenomeni di sdoppiamento e che studia anche le sette sataniche. Ho paura che Paolo sia entrato in una di queste sette ed abbia cominciato a prendere certe droghe…Ci aiuti, per favore!”
Alla famiglia Rossi viene fissato un colloquio insieme al figlio, ma il giorno dell’appuntamento nessuno si presenta. Dopo mesi di silenzio, una nuova telefonata chiarisce l’accaduto. Il padre racconta che il giorno dell’appuntamento, Paolo aveva avuto una crisi violentissima che aveva costretto la richiesta di un TSO e l’intervento di uno psichiatra. Purtroppo i farmaci non avevano risolto la situazione, “più che altro lo sedano e lo fanno stare tranquillo” argomenta il padre, “ma nulla di più ed ora che tornerà a casa dopo un ennesimo ricovero, noi abbiamo paura…”.
Data la situazione lo psicologo propone alla famiglia un incontro a domicilio, prima che Paolo faccia ritorno a casa. Il colloquio si svolge nella villa della famiglia Rossi, in un salone austero, arredato con crocifissi e immagini sacre di santi e madonne. Alla curiosità dello psicologo, per questa inusuale esposizione di “devozione”, il padre spiega che sono oggetti della sua collezione personale che continua dagli anni dell’università. Dopo altri racconti in cui la famiglia parla della propria storia, dei propri valori e delle preoccupazioni per il figlio, lo psicologo propone un intervento radicale. Dato che la “scienza” non ha portato a miglioramenti, potrebbe essere opportuno contattare un prete esorcista. I Rossi, che, sebbene molto religiosi, vogliono presentarsi come moderni e laici, dopo una iniziale e sgomenta perplessità decidono di accettare.
Paolo che da tempo dice di non voler più vedere psicologi e psichiatri accoglie positivamente la proposta, aggiungendo “questo è l’unico rimedio possibile del mio male”. Dopo alcuni colloqui preliminari tra il prete esorcista e lo psicologo, si programma il “rito di guarigione”. L’incontro fra il prete e Paolo si rivela fruttuoso, il rituale sortisce il suo effetto ed il demonio lascia il corpo del ragazzo, restituendo al giovane il controllo di se stesso e della propria vita.
Il monitoraggio sul ragazzo rimane costante, ogni Natale e Pasqua, lo psicologo, che affidò un “paziente con attacco psicotico acuto” alle cure di un esorcista, continua a ricevere gli auguri della famiglia Rossi.
La storia presentata evidenzia le differenze che separano la prassi clinica postmoderna da quella tradizionale. Il clinico legge l’esperienza del ragazzo e dei suoi familiari utilizzando il loro sistema di significati e gli strumenti utilizzati per generare un cambiamento appartengono a questo piano di realtà e non ad un sistema teorico estraneo a quello delle persone e del contesto che le coinvolge. Una simile vicenda rappresenta una delle tante molteplicità con cui il disagio si manifesta nelle società contemporanee, la cui comprensione sfugge all’unicità di lettura che caratterizza la clinica tradizionale. In assenza di grandi metanarrazioni ogni particolarismo narrativo assume una sua legittimità che solo una prassi operativa pragmatica e pluralista è in grado di cogliere.

 

Note

[1] Il paradigma consiste in un sistema di principi che governa la ricerca nei suoi assunti e procedure particolari e generali (Moravia, 1990).

[2] Le sei tradizioni sono: Psicodinamica, Comportamentista, Cognitivista, Biologica, Fenomenologica, Storico-Culturale.

[3] Ad esempio comportamentismo e cognitivismo, psicoanalisi e neuroscienze, costruttivismo e costruzionismo.

[4] Il termine postmoderno non fa riferimento ad una evoluzione del pensiero moderno, ma ad una tradizione da sempre appartenuta al pensiero occidentale, che è riemersa in relazione alle mutate condizioni storiche, economiche e culturali che hanno messo in crisi le certezze delle società occidentali contemporanee.

[5] Per ampliare la conoscenza delle opere dei sofisti greci è possibile avvalersi dei lavori di Mario Untersteiner (1949, 1967) e di George Kerferd (1988, 1997).

[6] Fra i suoi scritti si possono ricordare Il metodo degli studi del nostro tempo (1709),Dell'Antichissima Sapienza degl'Italiani (1710) e Scienza Nuova (1725, 1730, 1744).

[7] Tra le altre opere si possono citare: Principi di psicologia (1890); La volontà di credere e altri saggi di filosofia popolare (1897); La varietà dell'esperienza religiosa (1902); Pragmatismo (1907); Il significato della verità (1909); Un universo pluralistico (1909); Alcuni problemi di filosofia (incompiuta, 1911) e Saggi sull'empirismo radicale (postumi, 1912).

[8] Tali argomenti pongono James in una posizione di convergenza con Dilthey (1883) ed Husserl (1954).

[9] Ad esempio anche la percezione, studiata nei laboratori Lipsia esclusivamente su base fisiologica, può essere intesa come una funzione attiva e costruttrice e non come una attività di registrazione oggettiva.

[10] Tali posizioni possono essere ricondotte a quelle del secondo Wittgenstein che trovano una efficace sintesi nell’aforisma 5.62 “Il limite del mio linguaggio è il limite del mio mondo” pubblicato nel Tractatus (1922).

[11] Il dipartimento di Chicago fu frequentato, direttamente o indirettamente, da numerosi autori il cui contributo è evidente sia nelle pensiero dello stesso Mead, sia nella tradizione di ricerca contigua alla psicologia postmoderna. Fra questi autori si ricordano: Georg Simmel (1858-1918) (1890), William Isaac Thomas (1863 – 1914) (1918), Charles Horton Cooley (1864 – 1929) (1902) e Robert Ezra Park (1864 – 1944) (1921).

[12] La semiotica o semiologia studia i segni, la denominazione della disciplina deriva dal termine greco semeion che significa “segno”. Considerando che il segno è in generale qualcosa che rinvia a qualcos’altro si può dire che la semeiotica è la disciplina che studia i fenomeni di significazione e di comunicazione.

[13] Per l’approfondimento di queste argomentazioni vedi Box: I livelli di realtà.

[14] Di conseguenza per Austin “dire qualcosa” significa compiere 3 atti simultaneamente: atto locutorio, illocutorio e perlocutorio. L’'atto locutorio è l'azione in cui si associano i suoni (atto fonetico) organizzati in parole dotate di struttura sintattica (atto fatico), capaci di esprimere un senso (atto retico). L’atto illocutorio corrisponde all’enunciazione poiché è atto di linguaggio e può essere parafrasato con un enunciato performativo es. “lavare i piatti” corrisponde a “vi ordino di lavare i piatti”, ciò dipende anche dal tono con cui viene pronunciata la frase. L'atto perlocutorio descrive gli effetti più lontani dalla semplice azione immediata facendo riferimento a pensieri e sentimenti, ad esempio lusingare e tranquillizzare. Mentre ordinare e minacciare sono illocutori.

[15] Il suo contributo verrà presentato nel paragrafo 4.4.1.

[16] Per von Foester il termine epistemologia possiede due significati distinti: da un lato significa l’analisi di un insieme di conoscenze acquisite, di cui si elaborano i criteri di giustificazione e validità; dall’altro, significa lo studio sperimentale del processo della conoscenza. Questo processo ha la caratteristica di coinvolgere non solo l’oggetto dichiarato dell’indagine, ma anche il soggetto che indaga, rendendo l’epistemologia non tanto una teoria dell’osservazione, quanto una teoria dell’osservatore.

[17] Silvio Ceccato (1914-1997) può essere considerato il fondatore della Scuola Operativa Italiana di Cibernetica. Tale istituto concentrò i suoi sforzi sull'analisi dei significati linguistici, considerandoli prodotti di specifiche operazioni mentali, tentando al contempo di liberarsi dalla tradizione epistemologica di carattere positivista. L’opera più conosciuta di Ceccato dal titolo Un tecnico fra i filosofi è stata edita agli inizi degli anni sessanta (1962, 1964). L’eredità della scuola è riscontrabile nelle opere di Giuseppe Vaccarino (1981, 1988).

[18] Lo stesso Schütz afferma che le proprie teorizzazioni convergono “con molti aspetti della psicologia di James e con certi concetti fondamentali di quella di Mead” (1945, p. 115).

[19] A due gruppi di osservatori è chiesto di fornire un profilo di personalità di una persona mostrata in un colloquio. Il primo gruppo credeva di trovarsi di fronte ad un colloquio clinico, il secondo ad uno selettivo. I membri del primo, a differenza di quelli del secondo, hanno attribuito al soggetto una molteplicità di caratteristiche psicopatologiche.

[20] Lo stesso pensiero di Lurija è assimilabile ad una tradizione di tipo postmoderno. L’autore sostiene che “il cervello è condizione necessaria, ma non sufficiente per la mente. Il cerebrale è la base per lo psichico, ma non è la causa completa dell’organizzazione di quest’ultimo. La mente, infatti, è intimamente intrecciata con il contesto in cui essa si sviluppa. Pertanto, la vita mentale dell’individuo è profondamente influenzata dagli strumenti tecnologici di cui si fa uso, dalle forme culturali di cui si partecipa, dalle pratiche sociali e dagli scambi comunicativi in cui si è coinvolti. L’influsso di questi elementi ambientali si eserciterebbe anche a livello dei processi biologici: tali elementi, infatti, produrrebbero modificazioni del sistema nervoso” (1996, p.158).

[21] La coerenza trans-situazionale del comportamento può essere considerata l’operazionalizzazione dell'indipendenza del comportamento dal contesto affermata nelle teorie disposizionali.

[22] Maggiormente una società presenta ruoli stabili e maggiormente sarà esclusa ogni forma di movimento sociale. Nel Medioevo, ad esempio, i re consacrarono il loro ruolo dicendosi investiti da Dio. “L’apparato amministrativo e fiscale e il dominio reale [...] poté così essere visto come un’estensione della persona del re, una proprietà del suo carattere, come i suoi tratti somatici” (Burke, 1969, p. 43). La stessa divisione sociale in oratores, bellatores e laboratore era vista come immutabile in quanto espressione della volontà provvidenziale di Dio e specchio in terra della trinità e quindi del regno celeste. Più tardi l’aristocrazia affondò i propri privilegi nel “sangue blu”, trasformando il proprio ruolo sociale e il complementare asservimento dei sudditi in un dato di fatto. In questi esempi si ritrova, su un’altra scala la ragione di un pensiero di tipo disposizionale.

[23] Il “disturbo di personalità multipla” appare un fenomeno maggiormente rilevante in contesti con maggiore complessità sociale e sovrapponibilità di ruoli.

[24] I tre medicins philosophes erano espressione di un pensiero clinico tradizionale e non colsero appieno le possibilità di svolta legate alle loro osservazioni, essi ricondussero il significato dei loro studi all’interno di un corpus teorico che preservasse l’idea di personalità, etichettando come patologico la sua mancata coerenza.

[25] Levi-Strauss considera l’identità come “una sorta di nucleo virtuale al quale ci è indispensabile riferirci per spiegare un certo numero di cose, ma senza che abbia alcuna esistenza reale” (1979, p.332).

[26] Se si fa riferimento ad una psicopatologia descrittiva, ad esempio le tassonomie del DSM4 o del IC10.

[27] Se si fa riferimento ad una teoria specifica che esplicita direttamente le cause di una certa patologia.

[28] Psichiatria e Psicopatologia possono essere apprezzate per numerosi contributi, ma non certo per la loro storia. È sufficiente ricordare che in tempi non così lontani l’omosessualità era considerata una malattia e chi sosteneva posizioni politiche “alternative” poteva essere considerato come una persona affetta da “Delirio di riformismo sociale”.

[29] Concesso che tali criteri siano i più indicati per stabilire la presenza di una “malattia mentale”.


 

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categorie: psicologia clinica, interazionismo simbolico

Il pensiero di George H. Mead

Il pensiero di Mead rappresenta un contributo significativo nel campo delle discipline psicologiche: la sua concezione dello sviluppo psichico e della costruzione del sé oltrepassa infatti l'ambito della psicologia sociale, ambito entro il quale Mead viene solitamente collocato, per assumere i connotati di una teoria generale dello sviluppo individuale e sociale.
Mead non ha mai formalizzato in modo sistematico il proprio pensiero. Egli sviluppò le sue idee nel corso di Psicologia sociale che tenne con grande successo per numerosi anni, a partire dal 1900, all'Università di Chicago.
Solo grazie al lavoro dei suoi allievi il pensiero di Mead fu sistematizzato nel 1934 nel famoso volume Mind, Self and Society.
Il tentativo fondamentale di Mead è stato quello di mostrare come la mente e il sé emergano dall'interazione sociale e a loro volta rendano possibile l'organizzazione della società.
Mead intende la mente come un'entità costituita da simboli significativi. Essa deriva cioè dall'internalizzazione nell'individuo del processo sociale di comunicazione. Il punto di partenza non è la mente individuale, ma il processo sociale effettivo. Quest'ultimo, attraverso il linguaggio e i gesti vocali, viene trasportato all'interno dell'individuo il quale, in questo modo, assume in sé l'atto sociale. Il pensiero procede, dunque, mediante l'assunzione da parte del soggetto dei ruoli altrui e del controllo del proprio comportamento sulla base di questa assunzione di ruoli. Ma è per opera del linguaggio e dell'uso dei suoi simboli che noi possiamo assumere il ruolo degli altri e di conseguenza possiamo osservarci da quella prospettiva esterna e diventare perciò oggetto a noi stessi. Questa capacità dell'organismo dotato di mente di diventare oggetto a sé, è ciò che rende possibile, per Mead, la nascita del sè, entità distinta dall'organismo biologico e atta a essere consapevole di se stessa.
Mead sottolinea due fasi nello sviluppo del sé personale:
  • la fase del gioco libero (play)
  • e  quella del gioco organizzato (game)
"Nel gioco libero", afferma, "il fanciullo non fa altro che assumere, l'uno dopo l'altro, i ruoli di persone e di animali che sono entrati, in un modo o nell'altro, nella sua vita [...]. D'altra parte nel gioco organizzato uno diventa, per così dire, tutti gli altri implicati nell' attività comune. Cioè, deve racchiudere nel proprio sé l'intera attività organizzata in modo da svolgere brillantemente il proprio ruolo. In questo caso la persona non si limita ad assumere semplicemente il ruolo di un'altra persona specifica, ma quello di ognuno degli altri partecipanti alla comune attività. La persona generalizza l'atteggiamento di assunzione dei ruoli" (Mead, 1934, trad. it., p. 22).
Attraverso un processo sociale, quindi, l'individuo biologico raggiunge una mente e un sé. "In virtù" sostiene Mead, "dell'internalizzazione o importazione del processo sociale di comunicazione l'individuo acquisisce il meccanismo del pensiero riflessivo (la capacità di dirigere la propria azione sulla base delle conseguenze previste dai corsi d'azione alternativi; acquista la capacità di porsi oggetto a se stesso e di vivere in un mondo morale e scientifico comune" (ibid., p.24).
Per Mead, gli atteggiamenti degli altri, specifici o generalizzati che siano, interiorizzati nel sé personale costituiscono il "Me", quella parte del sé personale che può essere osservata come oggetto e può essere autodescritta.
Grazie al progressivo ampliamento della rete di relazioni sociali e alle conseguenti assunzioni di ruolo, questa parte del sé personale, il Me, diventa sempre più ricca e complessa.
Mead evidenzia inoltre una seconda componente del sé l' "Io". "L' io è il principio dell'azione e dell'impulso e nell'agire esso cambia la struttura del sociale [...]. L'individuo non è schiavo della società, esso costituisce la società negli stessi termini genuini in cui la società costituisce l'individuo" (ibid. p 23).
La funzione di questa parte del sé non è solo quella di innovare il contesto sociale, ma anche quella di fornire nuovo materiale alla costruzione dell'intero assetto del sé. Per Mead, dunque, "l'io è la risposta che l'individuo dà all'atteggiamento che gli altri assumono nei suoi confronti, nel momento in cui egli assume un atteggiamento nei confronti di costoro. Ora, gli atteggiamenti che egli viene prendendo nei loro confronti sono presenti nella sua stessa esperienza, ma la sua risposta ad essi conterrà un elemento nuovo. L'io dà un senso di libertà, di iniziativa. E' possibile agire in un modo cosciente del sé. Si è consapevoli di noi stessi e di ciò che è la situazione, ma il modo esatto in cui agiremo non entra mai a far parte dell'esperienza se non dopo il compimento dell'azione" (ibid., p191).
L'io non si presenta all'esperienza con le stesse modalità del Me. Quest'ultimo, infatti, rappresenta una sorta di schema che la comunità dà ai nostri atteggiamenti e che è pronto a fornire risposte coerenti e organizzate: tali risposte, però, non sono peraltro predeterminate, proprio grazie alle funzioni dell'Io. Vi è quindi una necessità per l'azione non di tipo meccanico ma finalizzata alla coerenza e all'organizzazione.
L'azione dell'Io sembra quindi svolgere funzioni connesse a un progetto  teleonomico del mondo psichico: autorganizzazione, aumento dell'ordine e della complessità si basano sulla compenetrazione di Me e Io. Essi sono separati nel processo ma si compenetrano, nel senso che fanno parte di una totalità. L'uno con funzioni organizzatrici e integratrici, l'altro con funzioni evolutive e di presentazione di una nuova informazione al mondo psichico.
Mead ci dice che il Me richiede uno specifico Io per far fronte alle domande del mondo esterno, ma l'Io è sempre qualcosa di diverso da ciò che la situazione richiede: l'Io infatti non è mai perfettamente determinabile. "L'Io nello stesso tempo fa nascere il Me e risponde ad esso. Presi insieme costituiscono una personalità quale si presenta nell'esperienza sociale. Il sé è fondamentalmente un processo sociale che si sviluppa in rapporto a questi due elementi distinguibili fra loro. Se non esistessero questi due momenti, non vi potrebbe essere una responsabilità consapevole e non vi sarebbe nulla di nuovo nell'esperienza" (ibid., p. 192).
Mead insiste sul concetto di doppia valenza del sé personale: da un lato esso è uno specchio della struttura sociale organizzata e in quanto tale permette la comunicazione e la relazione con gli altri, dall'altro è un'entità irripetibile, unica e in sviluppo. Questa unicità permette il cambiamento progressivo della struttura sociale.
Per agganciare questi due fattori, identità e cambiamento, l'autore introduce il concetto di esperienza: "L'io, che è la causa dei mutamenti di questo tipo, si mostra nell'esperienza solo dopo che ha avuto luogo la sua reazione. E' solo dopo aver detto la parola che stiamo dicendo che ci riconosciamo come la persona che l'ha detta, come quel particolare sé che dice quella particolare cosa. E' solo dopo aver fatto la cosa che stiamo per fare che siamo coscienti di ciò che facciamo. Per quanta prudenza si usi nel costruire un piano per il futuro, esso è sempre diverso da quello che si può prevedere, e questo qualcosa che noi veniamo continuamente introducendo e aggiungendo è ciò che noi identifichiamo con il sé che giunge al livello della nostra esperienza solo al compimento dell'azione" (Ibid. , p 213). L'azione vitale dell'Io non entra mai nell'esperienza riflessa, essa è esperienza libera, si riscontra cioè solo nell'azione, mentre essa è in corso. Per Mead l'azione dell'Io è legata a "energie psichiche" che si trovano al di là della coscienza immediata. Questo sganciamento dalla coscienza permette l'esplicarsi del lato innovativo del sé, il quale, d'altra parte, riceve sempre l'influenza della realtà sociale attraverso le funzioni del Me. Si tratta quindi di un sé che si sviluppa attraverso l'esperienza e che rende possibile l'evoluzione dei contesti esterni: Mead, a questo proposito parla di creatività sociale del sé emergente.
Il rapporto tra Me, Io e realtà sociale, per Mead avviene attraverso un processo reciproco di causalità circolare tale per cui ognuno degli enti interessati è continuamente influenzato dagli altri.
Il ruolo innovativo di specifiche funzioni del sé, il concetto di esperienza emergente, il principio di causalità circolare ecc.. sono in sitonia e vicini ad alcuni dei più recenti principi teorici espressi dalle discipline psicologiche. Il pensiero di Mead continua pertanto a mostrarsi fecondo per la riflessione attualmente in corso
 
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categorie: interazionismo simbolico
martedì, 19 febbraio 2008

MOBBING: ASPETTI TEORICI

Mobbing: definizione del fenomeno
Termine mutuato dall’inglese “to mob” = attaccare, accerchiare. Consiste in attacchi sistematici, abusi, oltraggi e soprusi esercitati dal mobber (superiori gerarchici o colleghi) contro un lavoratore isolato (il mobbizzato) divenuto, per svariate ragioni, indesiderato.
Le varie definizioni che sono state date del mobbing convergono nel definirlo una strategia di “terrorismo psicologico” e di “prevaricazione crescente” con danni letali e irreversibili per l’equilibrio psico-fisico dei soggetti. Tra le più significative, ricordiamo le seguenti:
“Il mobbing consiste in una comunicazione conflittuale sul posto di lavoro tra colleghi o tra superiori e dipendenti nella quale la persona attaccata viene posta in una posizione di debolezza ed aggredita direttamente o indirettamente da una o più persone in modo sistematico, frequentemente e per un lungo periodo di tempo, con lo scopo e/o la conseguenza della sua estromissione dal mondo del lavoro. Questo processo viene percepito dalla vittima come una discriminazione” (Gesellschaft gegen psychosozialen Streβ und Mobbing 1993, in Ege 1996,7).
 
“Il terrore psicologico sul posto di lavoro o mobbing consiste in una comunicazione ostile e contraria ai principi etici, perpetrata in modo sistematico da uno o più persone principalmente contro un singolo individuo che viene per questo spinto in una posizione di impotenza e impossibilità di difesa, e qui costretto a restare da continue attività ostili. Queste azioni sono effettuate con un’alta frequenza (definizione statistica: almeno una vita alla settimana) e per un lungo periodo di tempo (definizione statistica: per almeno sei mesi). A causa dell’alta frequenza e della lunga durata, il comportamento ostile dà luogo a seri disagi psicologici, psicosomatici e sociali” (Leymann 1996, 168 in Ege 2002, 32).
 
“Attacco continuato e persistente nei confronti dell’autostima e della fiducia in sé della vittima. La ragione sottostante tale comportamento è il desiderio di dominare, soggiogare ed eliminare; la caratteristica dell’aggressore è il totale rifiuto di farsi carico di ogni responsabilità per le conseguenze delle sue azioni” (Field, 1996, 22 in Ege 2002, 33).
 
“E’ un attacco emozionale. Esso comincia quando un individuo è fatto bersaglio di comportamenti lesivi e irrispettosi e con pettegolezzi e atti di pubblico discredito gli viene creato intorno un clima ostile, che induce anche altri individui, volenti o nolenti, a partecipare alla continuata azione negativa per indurre questa persona a lasciare il posto di lavoro. Queste azioni aumentano di intensità fino a sfociare in comportamenti terrorizzanti ed illegali. La vittima si sente sempre più impotente, soprattutto nel momento in cui percepisce che l’azienda non solo non fa nulla per fermare il mobbing, ma lo consente tacitamente o addirittura lo sostiene e lo opera deliberatamente” (Davenport, Distler Schwartz, Pursell Elliott 1999, 33, in Ege 2002, 34).
 
“Vengono considerate violenze morali e persecuzioni psicologiche nell’ambito dell’attività lavorativa quelle azioni che mirano a danneggiare una lavoratrice o un lavoratore. Tali azioni devono essere svolte con carattere sistematico, duraturo e intenso. Gli atti vessatori, persecutori e i maltrattamenti verbali esasperati, l’offesa alla dignità, la delegittimazione di immagine, anche di fronte a soggetti esterni all’impresa, ente o amministrazione – clienti, fornitori, consulenti – comunque attuati da superiori, pari-grado, inferiori e datori di lavoro, per avere il carattere della violenza morale o delle persecuzioni psicologiche devono mirare a discriminare, screditare, o comunque danneggiare il lavoratore nella propria carriera, status, potere formale o informale, grado di influenza sugli altri. Alla stessa stregua vanno considerate la rimozione da incarichi, l’esclusione o immotivata marginalizzazione dalla normale comunicazione aziendale, la sottostima sistematica dei risultati, l’attribuzione di compiti molto al di sopra delle possibilità professionali o della condizione fisica di salute” (Art. 2 del disegno di legge n. 4265 del 13.10.1999).
La definizione che, allineandosi ai risultati delle più recenti e sistematiche ricerche italiane ed internazionali, propone i principali criteri in base ai quali individuare il fenomeno è la segunte:  
Il Mobbing è una situazione lavorativa di conflittualità sistematica, persistente ed in costante progresso in cui una o più persone vengono fatte oggetto di azioni ad alto contenuto persecutorio da parte di uno o più aggressori in posizione superiore, inferiore o di parità, con lo scopo di causare alla vittima danni di vario tipo e gravità. Il mobbizzato si trova nell'impossibilità di reagire adeguatamente a tali attacchi e a lungo andare accusa disturbi psicosomatici, relazionali e dell'umore che possono portare anche a invalidità psicofisica permanente. (Ege, 2002, p.39).
ASPETTI METODOLOGICI
 
Due imprescindibili problemi sono strettamente legati al concetto di Mobbing: l'uno inerente la definizione teorica del danno da Mobbing e l'altro riguardante la necessità di trovare dei criteri oggettivi di valutazione sul piano empirico.
In tal senso, abbiamo ritenuto opportuno affiancare un’esaustiva definizione del Mobbing ad un rigoroso metodo di riconoscimento del fenomeno stesso, come quello suggerito da H. Ege, uno dei massimi esperti di Mobbing in Italia. A parere del noto ricercatore, sette sono i parametri tassativi in base ai quali riconoscere il Mobbing, al fine di discriminarne i caratteri salienti rispetto ad una vicenda lavorativa di tipo conflittuale: sette criteri oggettivi e scientificamente accettabili che, da un lato permettono una accurata valutazione della presenza del Mobbing, dall'altro consentono di quantificare il danno della vittima ai fini giuridici risarcitori.
 
Mobbing: come riconoscerlo
 
  • Parametri discriminativi
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Parametri per il Riconoscimento del Mobbing:
Requisiti:
1. Ambiente lavorativo
La vicenda conflittuale deve svolgersi sul posto di lavoro, seppure generi forme di disagio che possono riflettersi in ogni aspetto della vita della vittima, primo tra tutti la sua vita privata e familiare (doppio-mobbing)
2. Frequenza
Le azioni ostili devono accadere almeno alcune volte al mese
3. Durata
Il conflitto deve essere in corso da almeno sei mesi; almeno tre mesi nel caso del "Quick Mobbing", ossia di attacchi particolarmente frequenti ed intensi
4. Tipo di azioni
Le azioni subite devono appartenere ad almeno due di cinque specifiche categorie: attacchi ai contatti umani e alla possibilità di comunicare; isolamento sitematico; cambiamenti nelle mansioni lavorative; attacchi alla reputazione; violenze e/o minacce di violenza
5. Dislivello di potere tra gli antagonisti
La vittima è in una posizione costante di inferiorità: il che non sempre coincide con la posizione gerarchica  all’interno dell’azienda. Il dislivello di potere implica il fatto che la vittima sia confinata nella posizione più debole, resa incapace di difendersi dalle strategie di attacco usate dell’aggressore
6. Andamento secondo fasi successive
La vicenda ha raggiunto almeno la fase in cui il conflitto si è incanalato nella direzione di una determinata vittima o gruppo di vittime, che cominciano a percepire l’inasprimento delle relazioni interpersonali e un crescente disagio psicologico
7. Intento persecutorio
Nella vicenda deve essere riscontrabile un disegno vessatorio coerente e finalizzato, chiaramente ostile e negativo: allontanare la vittima dal posto di lavoro, metterlo in cattiva luce, bloccargli la carriera, isolarlo, metterlo in ridicolo, punirlo per qualcosa di cui lo ritiene responsabile
 
 
 
  • Fasi distintive
 
Gli studiosi del settore pongono l'accento sulla gradualità della manifestazione del mobbing. A titolo esemplificativo, si individuano 6 fasi, che nella realtà non sono ben distinte l'una dall'altra, ma possono intrecciarsi o confondersi reciprocamente. Schematicamente parlando, il modello italiano prevede:
Una sorta di fase preparatoria: la “condizione zero” indica una situazione di conflittualità e di tensione generalizzata all’interno dell’azienda: può essere dovuta a vari fattori intrinseci all’organizzazione (cattiva distribuzione del lavoro, trasformazioni societarie, svolte nella politica aziendale, crisi dell’azienda), oppure estrinseci (alto tasso di disoccupazione, instabilità politica, crisi, catastrofi, problemi privati delle singole persone). Si tratta di un cattivo clima organizzativo, che genera un senso generalizzato di insicurezza e tensione, aumentando quindi la probabilità che un semplice conflitto quotidiano degeneri in mobbing.
La prima fase è caratterizzata dal "conflitto mirato" che vede il progressivo incanalarsi del conflitto di base nella direzione di una specifica vittima o gruppo di vittime: si manifesta qualora si addossano ad una stessa persona le colpe per i ritardi, gli errori, gli inconvenienti che si verificano nel normale svolgimento dell'attività aziendale.
Mentre nella prima fase, si sfrutta ogni minimo pretesto per attaccare ed aggredire una determinata persona, nella seconda fase si "creano" i pretesti e le occasioni per isolare ulteriormente la vittima, che inizia a percepire un inasprimento delle relazioni interpersonali e quindi ad avvertire un crescente disagio.
La terza fase è caratterizzata dalla comparsa dei primi problemi psicosomatici in capo al mobbizzato. Si tratta dei prime avvisaglie di malessere, non ancora tanto gravi da provocare lunghe assenze per malattia, ma comunque segnali d’allarme ben chiari ed eloquenti. Infatti, la persona inizia a dare segnali di cedimento, con continui scatti di nervosismo o di totale sfiducia nelle proprie capacità lavorative e personali. Il soggetto mobbizzato può, quindi, assentarsi dal lavoro per malattia, anche per lunghi periodi, con grave deprezzamento delle sue capacità e della sua immagine professionale. Si attiva, in altri termini, quella reazione a catena per cui più una persona è debole, più si ammala e più viene isolata e " accantonata ".
Nella fase successiva il caso del mobbizzato varca le soglie dell'ufficio di appartenenza e viene portato alla conoscenza dell'intera azienda, diventando " il caso aziendale " al centro delle discussioni tra colleghi e delle dicerie che ne amplificano la portata e la gravità. Il caso arriva sul tavolo della Direzione del personale, che convoca ripetutamente il mobbizzato, con eventuale minaccia di sanzioni disciplinari in caso di persistenza nel suo comportamento: si tratta di richiami, controlli sul rendimento ed altre azioni che contribuiscono ad aumentare il disagio ed il senso di impotenza della vittima.
Nella quinta fase, la vittima entra in una fase di malessere acuto, per cui è costretta a prolungate assenze per malattia, aspettative, periodi di riposo che la allontanano sempre di più dal posto di lavoro, fino ad arrivare all’epilogo della sesta fase.
Nella fase ultima (sesta) si verifica la c.d. uscita dal mondo del lavoro per una delle seguenti ragioni: pre-pensionamento per malattia professionale (dovuta al mobbing), licenziamento (per es: per il venir meno del rapporto fiduciario con il datore), dimissioni (per il clima insopportabile creato nei suoi confronti), suicidio
§         Ripercussioni sulla salute
I primi effetti derivanti da situazioni mobbizzanti sono osservabili sulla salute delle vittime che, quasi inevitabilmente, dopo un intervallo di tempo variabile, presentano manifestazioni di malessere psico-fisico. Precoci sono i segnali di allarme:
- psicosomatico (cefalea, tachicardia, gastroenteralgie, dolori osteoarticolari, mialgie, disturbi dell'equilibrio);
- emozionale (ansia, tensione, disturbi del sonno, dell'umore);
- comportamentale (anoressia, bulimia, potus, farmacodipendenza).
Se il fenomeno di vittimizzazione è duraturo, oltre al possibile concorso nello sviluppo di patologia d'organo, i sintomi descritti possono organizzarsi nei due quadri sindromici che vengono indicati come le principali risposte psicopatologiche a situazioni stressogene: il disturbo dell'adattamento e il disturbo post-traumatico da stress. Tenendo conto della sistematizzazione nosografica del DSM-IV, le conseguenze sulla salute che possono derivare da una condizione di mobbing dovrebbero essere comprese nell'insieme definito "Reazioni ad Eventi". Tali reazioni includono:
Disturbo dell'adattamento (DA);
Disturbo acuto da stress (DAS);
Disturbo post-traumatico da stress (DPTS).

Occorre, tuttavia, tener presente che in ambito lavorativo esiste un vasto insieme di disturbi psichiatrici classificabili come "reazioni ad eventi", identificabili come malattie professionali o malattie correlate al lavoro (work-related), che nulla hanno a che vedere con la condizione di mobbing. Va infatti considerato che la messa in cassa integrazione, il licenziamento dovuto a cause strutturali di crisi aziendale, una fase di forte conflitto aziendale, e tutta una serie di eventi analoghi che possono realizzarsi in ambito lavorativo, senza alcun elemento di intenzionale violenza psicologica, possono ugualmente determinare quadri di patologia anche molto gravi.
§         Effetti sulla sfera sociale
Le conseguenze sociali possono essere devastanti, in quanto la persistenza dei disturbi psicofisici porta ad assenze dal lavoro sempre più prolungate, con "sindrome da rientro al lavoro" sempre più accentuata, fino alle dimissioni o al licenziamento. La perdita dell'autostima e del ruolo sociale comporta insicurezza, difficoltà relazionali e, per le fasce d'età più avanzate, l'impossibilità di nuovi inserimenti lavorativi. Il soggetto porta all'interno dell'ambito familiare il proprio stato di grave disagio, e non sono rari i casi di separazioni e divorzi, disturbi nello sviluppo psicofisico dei figli e disturbi nelle relazioni sociali. Più precisamente, le conseguenze devastanti della situazione di mobbing in ambito sociale interessano tre aree distinte:
1) Difficile recupero dell'inserimento occupazionale. Tale difficoltà, oltre che da condizioni di mercato del lavoro fortemente selettivo, è caratterizzata dai seguenti elementi: la collocazione di un quadro dirigenziale ad alto livello presenta difficoltà maggiori di un lavoratore di tipologia media, dal momento che le nicchie di mercato per ruoli dirigenziali sono molto ristrette e "protette" in termini di scalata gerarchica interna alle aziende. Il contenzioso legale per veder riconosciuti i diritti al recupero della posizione lavorativa precedentemente ricoperta, in Italia prevede tempi talmente lunghi, che la stessa attesa diventa elemento di sofferenza concomitante alla sindrome da mobbing. Inoltre, un lungo periodo di attesa (che può ricoprire anche diversi anni), determina una perdita di professionalità, che spesso e volentieri si fonda sul costante esercizio pratico dell'attività manageriale. Come dire: a certi livelli, chi si ferma è professionalmente perduto.
2) Coinvolgimento del nucleo familiare. Agli occhi del soggetto mobbizzato, la famiglia appare come la struttura sociale immediatamente più disponibile per temporanee forme di compenso. In quanto sistema auto-regolativo, la famiglia costituisce un compenso temporaneo, ma comunque del tutto variabile e - oltre certi limiti - incapace di assorbire e metabolizzare le tensioni, generando e/o amplificando comportamenti reattivi di natura "patologica".
3) Coinvolgimento della vita di relazione. Gli effetti del mobbing si ripercuotono significativamente anche nella vita di relazione del soggetto mobbizzato, che subisce una progressiva contrazione, motivata in genere da due fattori: la caduta del ruolo lavorativo viene vissuta come caduta dello status sociale, traducendosi in una fuga dai contatti sociali tradizionali; la problematica del mobbing diventa pervasiva e totalizzante, determinando una progressiva caduta d'interesse per la vita di relazione.
VALUTAZIONE E QUANTIFICAZIONE DEL DANNO DA MOBBING: IL "METODO EGE 2002"
§         Determinazione del Mobbing
Sulla base del risultato del test "LIPT Ege" e del colloquio specialistico sulla vicenda lavorativa, il perito verifica la presenza contestuale dei sette parametri tassativi e quindi è in grado di stabilire se la vicenda in esame è o meno riconducibile al Mobbing.
§         Valutazione della Lesione Accertata da Mobbing (L.A.M.) totale permanente
Se la fase precedente ha dato esito positivo, l'esperto procede, sulla base del calcolo matematico di valori percentuali della cosiddetta L.A.M. totale permanente, che indica il grado di lesione che la vittima di Mobbing ha riportato sia a livello professionale/economico, sia dal punto di vista cosiddetto esistenziale (maggiorazioni relative al Doppio-Mobbing e al calo di Autostima). Nella valutazione si tiene conto di più varianti, come la durata e la frequenza del Mobbing, lo stadio raggiunto dalla vicenda lavorativa e la fascia di reddito della vittima.
§         Quantificazione monetaria della L.A.M. totale permanente
Con apposite Tabelle di Monetizzazione del Danno da Mobbing, elaborate sulla base dell'attuale sistema tabellare per la quantificazione del danno biologico, si giunge alla determinazione dell'indennizzo monetario che il mobbizzato può richiedere davanti al Giudice a titolo di risarcimento per l'insieme dei danni che le azioni vessatorie gli hanno arrecato. I valori di tale indennizzo variano a seconda del sesso e dell'età della vittima, oltre naturalmente a tener conto dell'inflazione.
 
 
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categorie: mobbing

Le due “anime” della psicologia.

Uno degli aspetti problematici presenti nella discipline psicologiche è che nella loro conoscenza scientifica non esistono fatti in sé, ontologicamente dati (cioè non ci sono cose). Fatti e spiegazioni emergono proprio attraverso l’uso di una teoria e dei suoi modelli esplicativi o interpretativi metodologicamente organizzati.
In psicologia, si sono da sempre contrapposte due tradizioni che si sono contese il modo di concepire la conoscenza e gli stessi oggetti di studio. Da una parte vi sono quegli psicologi che aderiscono alla linea scientifica tradizionale, quella naturalistica, che studia i processi psichici estraendoli dal loro contesto storico.
Sull’altro versante un certo numero di studiosi ha tentato di inserire l’indagine psicologica nella prospettiva storico-ermeneutica, ribaltando il naturalismo classico e assegnando come oggetto di tale indagine non già l’individuo astratto, bensì la condizione storica specifica che caratterizza e dà senso alla condotta dell’individuo.
L’impostazione naturalistica, coerentemente alla sua visione della realtà come datità esterna, adopera metodologie misurazionistiche, che costringono i fenomeni psicologici a diventare “cose” osservabili e le persone “organismi assoggettati a leggi di funzionamento”. L’ordine dei significati è preventivamente stabilito dalle teorie e il traguardo dell’oggettività scientifica costringe a rifiutare come inquinante qualunque visione soggettiva.
Essa è caratterizzata dal pensiero logico scientifico o paradigmatico finalizzato alla categorizzazione della realtà con lo scopo di semplificare il più possibile il numero di variabili e la quantità dei dati. Il suo uso produce teorie, analisi e spiegazioni.
L’impostazione storico-ermeneutica pone come obiettivo della ricerca non la registrazione fedele e spassionata dei fenomeni, ma l’interpretazione dei significati personali e sociali.
Essa è caratterizzata dal pensiero narrativo o sintagmatico. Trova espressione nelle situazioni in cui il soggetto cerca di comprendere la realtà simbolica che lo circonda. Si occupa delle azioni, delle intenzioni e delle vicissitudini umane ed è proprio del discorso e del ragionamento quotidiano. Esso consente di creare storie basate sull’intenzionalità e sulla soggettività. ,Il suo uso produce racconti, drammi, autobiografie.drammi, autobiografie.
Dalla scelta di prospettiva, con cui lo psicologo indaga, studia i fenomeni di cui la sua disciplina si interessa, derivano diverse modalità concettuali e diversi atteggiamenti con cui la realtà viene ad essere configurata.
L’impostazione naturalistica è stata ed è la voce dominante. Questo soprattutto perché le tradizioni di ricerca che a questa visione appartengono, derivano da una riflessione filosofica che postula l’umano nei termini di un Io assoluto, astratto e decontestualizzato da cui si possono derivare teorie che identificano e scoprono leggi universali. Un approccio "naturalistico" di questo genere rendeva sicuramente conto di società tutto sommato abbastanza stabili, dove la lentezza dei cambiamenti era tale da consentire di piegare i propri strumenti conoscitivi ai criteri di scientificità rigidamente dettati dal positivismo, mantenendo comunque una certa adeguatezza e un certo livello di coerenza rispetto al proprio oggetto di studio. Attualmente, ci riferiamo a alle teorie che mantengono questa impostazione indicandole convenzionalmente come Psicologie moderne.
Le società attuali fanno andare in crisi l’impostazione del paradigma naturalistico che vede la realtà come una compatta e regolare presenza esterna all’osservatore. Cambiando con una velocità superiore rispetto alle categorie con cui rappresentiamo e diamo forma al mondo, mettono piuttosto in evidenza come occorra richiamarsi alla presenza attiva dell’osservatore in ogni processo di conoscenza e richiedono altre tradizioni di pensiero, che si richiamano maggiormente ad una impostazione storico-ermeneutica. 
Tali tradizioni,  derivando da una riflessione filosofica molto diversa,  postulano nei loro assunti fondamentali una soggettività umana plurima e multiforme, storicamente e culturalmente collocata, riuscendo così  a cogliere i fenomeni che caratterizzano società sempre più complesse e  regolate da richieste contraddittorie, come quelle contemporanee.  Le teorie che seguono questa impostazione, convenzionalmente vengono indicate come Psicologie postmoderne.
 
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categorie: epistemologia, psicologia clinica
lunedì, 18 febbraio 2008

Aspetti generativi del mobbing: una visione di insieme

La maggior parte delle ricerche si è particolarmente concentrata sull’analisi dei singoli fattori o variabili che davano luogo al manifestarsi del fenomeno del mobbing. In altre parole, si è prestata particolare attenzione all’ individuazione delle cause specifiche che potrebbero innescare gli aspetti conflittuali che lo caratterizzano.
Tale impostazione individua una ricostruzione causale ed è orientata a fornire criteri classificatori e categoriali, supponendo che riconoscere il problema sia sufficiente ad approntare adeguate strategie di intervento e di prevenzione.
Anziché trovare risposte al “perché” il fenomeno del mobbing si manifesti in certi contesti, sarebbe più utile invece interrogarsi su come esso funzioni. In tal modo, si eviterebbe di andare alla ricerca di colpevoli, riducendo i fenomeni di mobbing a problemi che riguardano esclusivamente il mobbizzato e il mobber, focalizzandosi, così, proprio sulle modalità che generano la sua persistenza e su come esse possano essere anche modificate.
Chiedersi come “funziona” orienta l’indagine in direzione della ricerca del cambiamento nel presente, mentre domandarsi “perché” conduce a ricercare le spiegazioni in un passato che non può comunque essere cambiato.
Questa differenza, apparentemente minima, nel porsi di fronte al problema rappresenta un aspetto cruciale che differenzia e caratterizza il processo di problem solving strategico. Assumere una simile prospettiva, significa superare il concetto deterministico di unidirezionalità nel rapporto causa-effetto a favore di una concezione non deterministica, in cui le variabili in relazione danno vita a un complesso sistema circolare di causazione reciproca. In tale sistema non esiste un inizio ed una fine, una causa e un effetto, ma solo un insieme di reciproche influenze tra le variabili:
nella causalità circolare la causa produce l’effetto e l’effetto a sua volta influenza retroattivamente la causa, divenendo esso stesso causa
Affinché si venga a generare una situazione di mobbing quale evento traumatico, cronico, di lacerazione psicologica, deve verificarsi una congiunzione di precondizioni.
Queste precondizioni si collocano nell’insieme delle manifestazioni della vita sociale ed organizzativa e possono essere distinte in quattro livelli:
 
§        Individuale (caratteristiche della persona, stile di comunicazione, abitudini ecc..)
§        Microsociale (particolari caratteristiche del gruppo lavorativo: identità, appartenenza, microconflittualità, individuazione di un capro espiatorio ecc..)
§        Organizzativo(condizioni di lavoro, stress, cambiamenti in corso, ristrutturazioni, passaggi di ruolo, competizione, aumenti del carico di lavoro e delle responsabilità a tutti i livelli gerarchici, richiesta da parte dell’organizzazione di polifunzionalità ecc..)
§        Socioeconomico e culturale(globalizzazione, economia incerta, concorrenza spietata, licenziamenti e precariato lavorativo, ecc..)
 
Tali condizioni devono essere non solo compresenti, ma compresenti con particolari e definibili caratteristiche e mutualmente interagenti a ciascun livello.
 
Esempio. Per accendere un fiammifero devono interagire alcuni elementi: il fiammifero, il fuoco che lo accende e l’ossigeno che mantenga nel tempo la combustione. Il fiammifero è la persona interessata dal fenomeno. Il fuoco è il gruppo (cioè le condizioni microsociali).
Persona e gruppo sono gli aspetti a cui viene più facilmente data attenzione, essi appaiono come i più evidenti in quanto sono gli aspetti più visibili. Quello che viene trascurato è che nel vuoto il processo di combustione non può avvenire.
Nel vuoto non c’è ossigeno!
E l’ossigeno della nostra metafora, sono i fattori organizzativi, che forniscono la cornice all’interno della quale prendono forma le interazioni disfunzionali e disadattative che favoriscono l’insorgenza di conflitti, che se sottovalutati o trascurati potrebbero dar luogo al concretizzarsi di episodi di mobbing.
 
N.B. Mentre fuoco e fiammifero sono facilmente rilevabili, non altrettanto avviene per l’ossigeno.
 
La nostra attenzione dovrebbe soffermarsi proprio sulle condizioni organizzative: meno conoscibili e riconoscibili, ma fondamentali nel generarsi del processo.
 
Sono le condizioni organizzative che generano e sostengono quella continuità nella alimentazione del fuoco: il fatto, cioè, che il mobbing diventi perpetrato, continuo nel tempo, sistematico, nascosto e non facilmente contenibile.
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categorie: mobbing
lunedì, 11 febbraio 2008

Adriano Zamperini. L'indifferenza. Conformismo del sentire e dissenso emozionale, Einaudi, Torino, 2007

Che cosa significa essere un essere umano in questo tempo, in questa società, una delle società del mondo occidentale, e soprattutto come si manifesta e a quali valori si richiama l’espressione di questa mia, nostra, umanità? Tale è la domanda che Adriano Zamperini rivolge a se stesso e ai lettori che lo hanno seguito via via in un percorso di riflessione, cercando di raccontare il complesso e quasi vano tentativo che l’esistenza di ciascuno, nessuno escluso, prova ad organizzare per difendersi dalla disfatta della perdita di quelle certezze che la postmodernità ha spazzato via, costringendoci a diventare niente di più che atomi sociali.
Prima con “Psicologia dell’inerzia e della solidarietà”, descrivendo come chi si trovi ad assistere ad una situazione di emergenza adotti uno sguardo “opaco”, rimanendo di conseguenza indifferente, appunto, di fronte ad essa. Poi, con “Prigioni della mente”, mostrando come sia possibile che in ognuno di noi silente alberghi un carnefice e che cosa accade, a persone comuni, quando agiscono in situazioni estreme. Adesso, con il suo nuovo libro, l’Autore prosegue nel suo viaggio di esplorazione e di indagine dell’anatomia degli uomini e delle donne di inizio millennio.
In un mondo saturo, dalle risorse oramai limitate, ogni Altro da me è diventato necessariamente un concorrente, un competitore pericoloso, che mi obbliga nell’arena della quotidianità a vivere secondo la filosofia del mors tua vita mea, a patto però che io resti indifferente di fronte alla sorte che tocca al mio simile. Indifferente, alienandomi per sopravvivere.
In questo libro, non è stata formulata nessuna teoria dell’indifferenza. L’Autore ha piuttosto cercato di capire in che modo l’indifferenza venga vissuta, soprattutto quando essa si faccia problema. Egli getta uno sguardo all’interno delle condizioni nelle quali le persone sono disposte ad accettare la propria devianza emozionale, resistendo ai vincoli e alle sanzioni che ci prescrivono e che legittimano il nostro restare lontani, il non farsi toccare per non patire, per non turbare la nostra tranquillità di spettatori, inermi, distratti, complici. Tutto purché non si riesca a vedere nella sofferenza altrui il nostro privilegio.
Il filo narrativo attraverso cui si compie questa anatomia dell’indifferenza, passa attraverso tre storie: le tortuose vicende di un funzionario del personale, sullo sfondo di una città devastata da attentati terroristici; le peripezie ed i drammi di un peacekeeper, nel corso di una missione umanitaria; l’angoscia e l’impotenza di un infermiere, mentre svolge il proprio lavoro nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 di Genova. Tutte e tre le vicende raccontate evidenziano quanto l’essere emotivamente “devianti” comporti il dover sopportare stress. Quanto sia faticoso trasgredire quelle regole sociali (di cui ognuno di noi è un portatore sano e inconsapevole) che prescrivono la pertinenza delle nostre emozioni ai contesti in cui esse si manifestano, essendo anch’esse inscritte in quei copioni di ruolo che ci rendono sempre personaggi pirandelliani in cerca d’autore.
I contesti d’azione che Zamperini prende in considerazione, pur con le rispettive peculiari diversità, aspiravano a considerare gli attori come semplici locatari di una presenza indifferente e li chiamavano a coltivare l’estraneità.
L’Autore ci conduce allora ad intraprendere un tragitto in queste tre sfere dell’indifferenza, individuando l’esito di una devianza emozionale che si fa resistenza, che diventa ribellione. Che non vuole rintanarsi in un angolo a rimuginare sulla propria impotenza. Piuttosto, si fa pronta a cercare il confronto e a non rifuggire più lo scontro. Una lotta frontale dove la persona sicuramente rischia.
Però, gli effetti di una simile contrapposizione, pur investendo pienamente il singolo, vanno ben oltre, riguardano l’intera società. E ad ogni vicenda, corrisponde una particolare conseguenza: il cambiamento, la malattia mentale, l’esclusione sociale.
Queste tre figure del dissenso emozionale, sono testimonianza di quanto l’indifferenza sia, come tutte le emozioni, un modo di disporci con gli altri, all’interno di un determinato contesto socio-normativo. Un disporci mai dato per una volta per sempre, ma sempre rinegoziabile. Infatti tali vincoli possono essere riconosciuti, accettati o infranti.
Trasgredire l’indifferenza significa sfidare e violare le regole della distanza sociale. Usare le emozioni come pratiche per mettere in discussione la gerarchia, per mettere in tensione i rapporti interpersonali e collettivi, dove non si genera tanto un “sento, dunque sono”, bensì il “dissento, dunque siamo”, un punto di partenza da dove poter ricostruire quei legami di solidarietà da cui siamo stati espropriati.
A questa mia recensione, a queste mie parole di commento a un libro che sicuramente non mi ha fatto restare indifferente, vorrei aggiungere, per finire, quelle di una poesia di Samuel Beckett, perché riescono a descrivere in modo molto sintetico ciò che è possibile trovare in tutto il percorso e nell’impegno intellettuale del’Autore di questo saggio sull’indifferenza così “umano,troppo umano”:
 
Musica dell’indifferenza
cuore tempo aria fuoco sabbia
del silenzio frana d’errori
copri le loro voci ch’io
non mi senta più
tacere.
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categorie: recensioni
domenica, 10 febbraio 2008

Il Mito dell'IndividualitĂ 

La psicologia della percezione ci ha dimostrato come due persone possano effettivamente vedere due oggetti diversi pur avendo le stesse impressioni retiniche. Infatti, è noto quel fenomeno percettivo che ci porta ad osservare, nelle figure ambigue o reversibili, due immagini diverse in tempi sucessivi, impedendoci di poterle vedere simultaneamente.

Questa è la stessa difficoltà che si incorre quando affrontiamo le categorie concettuali dell'individuale e del sociale. Difatti, nell'attimo in cui mettiamo in evidenza uno dei due aspetti ci sfugge l'altro e sembra impossibile coglierne la simultaneità fenomenica.

L'attuale teoria della scienza mette in guardia lo studioso riguardo al modo con cui è determinato e colorito dai dai modelli percettivi interiorizzati: modelli che risentono del tipo di formazione avuta oltre che dei dati biografici e cronologici dello scienziato. A tale proposito si può constatare come molti studiosi vivano entro una percezione distorta della realtà, unicamente garantiti dal fatto che altri condividono lo stesso modo di vederla.

Tale fatto può rivelarsi nocivo per lo psicologo quando si muova per esempio secondo l'imperativo di un unico credo teorico, che lo può spingere a sottrarre valore a quanto non rientra nelle sue conoscenze e quindi a sopravvalutare, nel caso della personalità, il problema e l'aspetto dell'individualità. In tal caso il suo occhio rischia di non riuscire a vedere l'altra faccia nascosta nell'immagine ambivalente della personalità, cioè il dato sociale. C'è quindi il pericolo che egli si congeli in una visione riduttiva, stereotipata, tipologica dellepersone, scotomizzando quella realtà sociale che si testimonia attraverso la persona stessa.

Per esempio, uno psichiatra che si ponga in una posizione rigidamente naturalistica, avallato dal suo ruolo di medico, è portato a conoscere e spiegare secondo prospettive meccanicistiche e casuali riconducendo i tratti comportamentali della personalità entro rigidi determinismi genetico-costituzionali e psicopatologici secondo predisposte formule nosografiche. Tale metodo porta ad oggettivizzare, nella presunta neutralità dell'osservazione, la persona esaminata e a credere che le caratteristiche conoscitive e linguistiche, impiegate per effettuare la diagnosi della personalità, costituiscano la condizione reale dell'altro.

Basta pensare - per avere un esempio -  all'impiego del concetto di personalità psicopatica, in cui la terminologia predisposta evoca ed anticipa il risultato dell'osservazione in termini strettamente individualizzati. Questo perchè l'interpretazione del mondo umano avviene secondo categorie non neutre, feticci linguistici, che non sono mai pura osservazione, ma contengono a monte una intenzionalità e quindi spingono ad un vedere che è sempre ideologizzato. Così l'intenzione nascosta nelle parole, neineologismi psichiatrizzanti, finisce per impadronirsi di colui che le usa, trascinandolo nei predisposti sentieri dell'ideologia mascherata da una parvenza di logica che è solo attributo della sintassi.

L'imperativo naturalistico individualizzante diventa una norma conoscitiva che porta a descrivere gli altri in termini di cose avulse dalla molteplicità delle situazioni sociali di cui sono parte vivente. Cose che vengono autenticate solo come isolate presenze, e per le quali il concetto di personalità viene scientificamente invocato solo per negare la complessa interazione sociale che il loro dramma umano evidenzia.

Le teorie psicologiche e psichiatriche, una volta impiegate, diventano sempre una definizione sociale della realtà. E il più delle volte possono servire a negare tale realtà come nel caso di giudizio di personalità psicopatica, che diventa un atto inteso a penalizzare il soggetto del suo particolare modo di essere. Legittimando quindi la tendenza a separare le persone dalla loro condizione sociale e dal fascio di interazioni presenti o passate che le hanno generate.

Lo psicologo può essere portato in questo caso a produrre e a costruire una realtà in cui l'altro è rigorosamente individualizzato. Su tale realtà così prodotta (ad uso e conferma delle proprie categorie conoscitive) può essere costruita una spiegazione psicologica disinserita arbitrariamente dalla dimensione sociale. In tal caso, lo psicologo come lo psichiatra si fanno portatori di un'ideologia individualistica e di controllo sociale, che impedisce loro una reale percezione della situazione e dei bisogni di chi hanno di fronte. Condizione in cui il clinico ed il paziente vengono ad essere definiti e reciprocamente allontanati dai rispettivi ruoli e da ogni consapevolezza circa le forze sociali che danno vita a questa rappresentazione. Rapporto che annulla irrimediabilmente ogni intelligenza non prevista entro il copione delle reciproche e condivise aspetttative.

Il culto dell'individualismo è uno dei miti storici moderni più profondamente radicati. E' possibile far risalire al Rinascimento il periodo in cui alla consapevolezza di sé unicamente come membro di una razza, di un popolo, di una famiglia, di una corporazione, si sostituiì l'idea dell' individuale.

Una tale concezione fu sucessivamente anche alla base della grande filosofia utilitaristica ottocentesca e del capitalismo. Difatti, proprio l'Ottocento sottolineò vigorosamente la funzione sociale dell'iniziativa individuale, che oggi continua a vivere nel pragmatismo e nell'ideologia delle società contemporanee.

Gli stessi storici ci hanno abituato ad una storia che ha per protagonisti gli individui, mentre questi non rappresentano altro che il prodotto di forze già esistenti e delle forze sociali che trasformano il mondo.

La storia così come è stata descritta, è un processo di carattere sociale a cui gli individui partecipano in quanto esseri sociali: l'iimaginaria antitesi tra società ed individuo non è altro che un cartello sviante messo apposta per confonderci.

Ogni essere umano, in qualsiasi epoca storica sia nato, è stato plasmato da una società di cui ha ereditato la cultura. Infatti, il modo di esprimersi, di pensare, di percepire il mondo non è un atto creativo ed autonomo, ma il frutto di un certo ambiente sociale, le cui radici affondano in un insieme di esperienze cognitive e realzionali.

L'esame del condizionamento semantico ci dimostra come il modo di vedere e comprendere il mondo circostante dipenda dall'uso di diversi significati presenti nei vari sistemi linguistici. Noi selezioniamo la natura secondo linee tracciate dalle nostre lingue madri. Le categorie ed i tipi che isoliamo dal mondo dei fenomeni non li troviamo davanti agli occhi di ogni osservatore ma sono stabiliti dagli strumenti linguistici preesistenti. L'essere umano, in quanto individuo, non ha nessun contatto diretto con l'esperienza che non sia socialmente mediata dagli schemi interpretativi che orientano i suoi sensi.

Lo stesso sviluppo dell'intelligenza e della personalità è intimamente legato ad una esperienza verbale che è realizzabile soltanto entro un particolare contesto sociale. Il complesso edipico, tanto per riprendere una  costrutto di significato che la psicoanalisi ha trasformato da metafora in realtà ontologica ad esempio, cambia a seconda delle culture, non perchè scompaiano le spinte incestuose, come vorrebbe Malinowsky, ma perchè le diverse culture elaborano sistemi istituzionali diversi per fronteggiare le ansie ed i conflitti del rapporto madre-bambino di fornte all'ineluttabilità della progressiva separazione.

Risultano anche diverse, secondo le latitudini, le manifestazioni del disagio psicologico o dei distrubi psichici, le cui forme (sintomi) si esprimono attraverso stereotipi propri della cultura a cui appartiene l'individuo.

I fattori ereditari, infine, hanno un significato soltanto come ampie coordinate entro cui si muovono le persone. L'eredità non è un destino, ma la minaccia di un destino. Perciò è l'esperienza sociale nelle sue multiformi sollecitazioni che genera probabilisticamente la comparsa o l'inibizione delle potenzialità innate.

Il singolo scisso dalla società sarebbe muto e stupido, anzi non potrebbe sopravvivere e non esisterebbe come essere umano. Dal punto di vista psicologico, non si nasce uomini o donne, ma lo si diventa attraverso un rapporto interindividuale. Infatti, se è possibile dire che gli uomini e le donne hanno una natura, ha più significato dire che essi costruiscono la propria natura, o, più semplicemente che donne e uomini producono se stessi. L'autoproduzione di un essere umano è sempre necessariamente una impresa sociale. Come dire che la personalità è il prodotto dell'interazione con altri esseri umani in precisi contesti socializzanti e della qualità di questa esperienza.

 

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categorie: psicologia clinica, interazionismo simbolico
martedì, 05 febbraio 2008

AMBITI DI PERTINENZA DISCIPLINARE DELLA PSICOLOGIA CLINICA

COLLEGIO DEI PROFESSORI E DEI RICERCATORI UNIVERSITARI DI PSICOLOGIA CLINICA DELLE UNIVERSITA’ ITALIANE

http://www.collegiopsiclinicauniv.it/ita_ambiti.htm

AMBITI DI PERTINENZA DISCIPLINARE
 
1. Definizione:
 
La psicologia clinica è un settore della psicologia i cui obbiettivi sono la spiegazione, la comprensione, l’interpretazione e la riorganizzazione dei processi mentali disfunzionali o patologici, individuali e interpersonali, unitamente ai loro correlati comportamentali e psicobiologici. La psicologia clinica è identificabile con le metodiche psicologiche volte alla consulenza, diagnosi, terapia o comunque di intervento sulla struttura e organizzazione psicologica individuale e di gruppo, nei suoi aspetti problematici, di sofferenza e di disadattamento e nei suoi riflessi interpersonali, sociali e psicosomatici. La psicologia clinica è altresì finalizzata agli interventi atti a promuovere le condizioni di benessere socio-psico-biologico e i relativi comportamenti, anche preventivi, nelle diverse situazioni cliniche e ambientali. La psicoterapia nelle sue differenti strategie e metodiche costituisce l’ambito applicativo che più caratterizza la psicologia clinica, come punto di massima convergenza tra domanda, conoscenze psicologiche disponibili, fenomeni indagati e metodi utilizzabili.
 
2. Ambiti di pertinenza
 
Appartengono a questo settore gli ambiti di ricerca e d’insegnamento identificati a livello nazionale e internazionale e condivisi dal Collegio dei docenti di psicologia clinica delle Università italiane. Le aree di ricerca e di intervento clinico del settore sono altresì identificabili con le seguenti competenze, di seguito denominate come: 1. Psicologia clinica, 2. Metodi e tecniche per la ricerca in psicologia clinica, 3. Psicopatologia, 4. Neuropsicologia clinica, 5. Psicofisiologia clinica, 6. Psicosomatica, 7. Psicologia delle dipendenze, 8. Psicologia clinica forense, 9. Psicosessuologia, 10. Psicologia della salute, 11.Psicologia ospedaliera, 12. Psicologia della riabilitazione, 13. Psicoterapia.
 
3. Obiettivi
 
La psicologia clinica è uno specifico ambito di competenze finalizzato alla ricerca e all’intervento per la valutazione e la prevenzione, il trattamento e la cura di stati mentali e di sistemi disfunzionali o patologici, nonché al miglioramento ottimale delle condizioni comportamentali e biologiche dipendenti da variabili psicologiche soggettive, situazionali e sistemiche. La psicologia clinica configura i suoi ‘oggetti’ di studio e di intervento nei processi che possono limitare o disturbare anche gravemente le capacità di adattamento intrapsichico, interpersonale o di gruppo, generando situazioni di disagio, di sofferenza e di devianza. Lo studio e l’intervento sul ‘caso’, ovvero la persona e i suoi contesti interattivi, costituiscono l’ambito elettivo della psicologia clinica.
 
4. Criteri scientifici
 
La psicologia clinica è una disciplina scientifica che mira al controllo e alla falsificazione dei propri asserti, mediante criteri propri sia delle scienze della natura che delle scienze della cultura, impiegando in modo pertinente sia metodi sperimentali ed empirici, sia semiologici e storico-ermeneutici. La legittimità e pertinenza dei criteri usati e dei metodi è data dal tipo di configurazione dei processi studiati.
 
 
 
5. Modelli
 
La tradizione di ricerca ed intervento della psicologia clinica è proficuamente alimentata da una pluralità di modelli. Tali modelli sono guidati da differenti presupposti epistemologici e teorico-metodologici, e connotati da irrinunciabili differenze nelle strategie cliniche e di ricerca, peraltro in costante evoluzione scientifica e culturale.
 
6. Metodi
 
Le metodiche della psicologia clinica sono codificate da protocolli operativi, riconosciuti e legittimati dalle diverse tradizioni di studio, di ricerca e di applicazione clinica. I differenti procedimenti diagnostici, valutativi, e di terapia, pur utilizzando anche metodiche psicobiologiche o socio-psicologiche, si qualificano come ‘psicologici’ in virtù dei mezzi impiegati e degli effetti perseguiti. Tra le metodiche presenti nella Psicologia Clinica assume particolare rilevanza, come strumento d’intervento, il sistema soggettivo dello psicologo clinico. Sistema emotivo, cognitivo e relazionale costruito attraverso la formazione specifica e l’attività clinica.
 
7. Autonomia e settori disciplinari limitrofi
 
La psicologia clinica è caratterizzata da contiguità e rapporti interdisciplinari con altri settori scientifici e professionali. Tali contiguità riguardano a vario titolo alcuni settori della medicina, tra cui la neurologia e la psichiatria, delle scienze sociali, tra cui la sociologia e l’antropologia culturale e altre discipline storiche, filosofiche e pedagogiche attinenti al comportamento umano. Nonostante queste contiguità, la psicologia clinica mantiene una sua autonoma caratterizzazione di ricerca, di metodo e di assunti metateorici, per cui le sue competenze e pratiche operative non sono di pertinenza dei settori limitrofi, né di altre discipline psicologiche non finalizzate alla pratica clinica diretta.
 
 
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categorie: psicologia clinica

Stress emotivo

Il termine stress non indica un evento necessariamente patologico. Lo stress rappresenta una risposta di adattamento dell'organismo ad un eccesso, ma anche ad un difetto, di stimoli interni o esterni, siano essi fisici, chimici, biologici, psicologici o sociali. Lo stress modifica in senso adattativo non solo la risposta biologica ma anche quella comportamentale.

La reazione di stress è dipendente dal livello di attivazione emozionale e dalla sua interfaccia fisiologica. Il livello di attivazione emozionale varia, a sua volta, in funzione della quantità e della qualità dello stimolo, in particolare della valutazione cognitiva effettuata dalle strutture corticali dell'encefalo. Da ciò la variabilità individuale della risposta, soprattutto per quella classe di stimoli psicologici e sociali che, per quanto riguarda la specie umana, assumono un ruolo e una presenza importanti.

Mentre la risposta adattativa allo stress acuto, e quindi i comportamenti o la reatiitvità biologica, è sostanzialmente fisiologica, lo stress cronico comporta un'attivazione emozionale continuata ed una risposta psico-biologica di allarme e di ipertonia, per cui l'organismo entra, a lungo andare ed in presenza di altri fattori favorevoli, prevalentemente disposizionali, nell'area di rischio psicopatologico o psicosomatico.

 

 

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categorie: psicologia clinica