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ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

Chi sono

Utente: Inghilleri
Nome: Marco Inghilleri
Sono psicologo-psicoterapeuta e mediatore familiare. Collaboro sia con l'Università di Padova (Facoltà di Psicologia e Facoltà di Sociologia) che con l'Università di Milano (Facoltà di Sociologia). Sono presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia Interattivo-Costruttivista (http://www.scienzepostmoderne.org) e docente di Storia ed Epistemologia della Psicologia e della Psicoterapia in diverse scuole di specializzazione post-lauream. Sono anche autore di diverse pubblicazioni ed articoli scientifici sull'identità di genere, l'orientamento sessuale e sull’epistemologia della psicologia, della psicoterapia e delle scienze sociali

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giovedì, 09 luglio 2009

La psicologia del male

La psicologia del male
Piero Bocchiaro
Prefazione di P.Zimbardo
Editori Laterza 2009.
 
 
 
 
La psicologia del male è un libro che mi ha interessato moltissimo, sia in quanto riprende il viaggio di esplorazione e di indagine dell’anatomia interiore di uomini e donne di inizio millennio che l’amico Adriano Zamperini ha intrapreso in questi anni in suoi diversi libri, sia poiché occupandomi, come clinico, dell’odio dell’amore e delle perversioni delle relazioni umane, mi ha fornito non pochi spunti di riflessione e strumenti per affrontare meglio le problematiche di cui mi sto attualmente interessando.
Al posto di scriverne una recensione completa ne riporterò un semplice brano, per invitare alla lettura di un libro che sicuramente è un respiro d’aria nel panorama asfittico e chiuso della letteratura psicologica italiana.
 
La disobbedienza come valore
E’ triste osservare l’atteggiamento arrendevole dinnanzi al potere. Uomini che hanno già traslocato dalle parti dell’obbedienza cieca, cercatori di conforto o di vantaggi materiali. In un caso come nell’atro, uomini pronti a tradire la propria coscienza non riconoscendola come la vera autorità, vittime di un sistema sociale che punta ad assicurarsi l’ordine e il funzionamento delle strutture gerarchiche. In favore di queste priorità, infatti, i rappresentanti del potere (sia esso religioso o politico-economico) persuadono l’individuo che da solo sarà sconfitto; poi, per sistemare il tutto, lo assoggettano in nome di qualche universale – Dio, la Patria, l’Armonia della Società, la Legge di Mercato. Elogio della tirannia. E dell’omologazione.
Chi volesse riscattare la propria dignità di essere umano dovrà rinunciare ai benefici connessi alla sottomissione; ancora, dovrà sganciarsi dalla tradizione e cominciare a pensare autonomamente, soppesando in maniera critica le proprie e le altrui ragioni, nonché le conseguenze delle varie opzioni di condotta. E’ evidente che un simile processo, oltre che essere psicologicamente gravoso, porta con sé l’angoscia della scelta, del sentirsi liberi e del dover inventare. Basterebbe questo fardello per domare l’energia ribelle. Ma c’è dell’altro: l’incapacità di desiderare, l’istinto gregario, l’apprensione legata al rischio di essere punito. Tutto questo trattiene l’individuo nelle terre desolate del servilismo. Migrare vorrebbe dire emanciparsi dall’autorità e mettere le mani su una ricompensa che solo pochi riescono a gustare, ossia quella della libertà di scegliere la condotta ritenuta più opportuna per ogni circostanza, inclusa, all’occorrenza la sottomissione a una figura autoritaria retta. Se è vero infatti che l’asservimento indiscriminato non è certo una virtù, è altrettanto vero che il rifiuto aprioristico di qualsiasi forma di subordinazione sarebbe espressione di una pericolosa quanto inutile rigidità.[…]
postato da: Inghilleri alle ore 14:15 | link | commenti
categorie: societĂ , devianza, psicologia clinica
martedì, 07 luglio 2009

George Kelly

"Di questi tempi si dice che essere sé stessi è una buona occupazione. Essere sé stessi è considerato salutare. Anche se per me è un po’ difficile capire come sia possibile, per qualcuno, essere qualcos’altro. Penso di capire che ciò significhi non cercare di sforzarsi di diventare diversi da quello che si è. Ciò, di fatto, mi sembra una maniera piuttosto noiosa di vivere. Sarei incline a pensare che ognuno di noi vorrebbe migliorare se decidiamo di essere qualcosa di diverso da quello che siamo. Ebbene, non sono poi tanto sicuro che tutti noi vogliamo migliorare, forse sarebbe più preciso dire che vorremmo una vita più interessante.
C’è qualcos’altro che potrebbe stare dietro a questo imperativo di essere sé stessi, e cioè che nessuno si dovrebbe mascherare. Sospetto che sia qualcosa vicino a quello che gli psicologi intendono quando spingono le persone ad essere sé stesse. Si presume che le persone che affrontano il mondo a viso scoperto siano più spontanee, che si esprimano più completamente, e che abbiano più opportunità di sviluppare le loro capacità se non si mascherano.
Ma questa dottrina della nudità psicologica negli affari umani, di cui tanto si parla al giorno d’oggi e che permette al sé di non truccarsi e mascherarsi, lascia assai poco all’immaginazione. Non invita certo all’avventura. Sospetto, a riguardo, che nel Giardino dell’Eden, Adamo si sarebbe deciso più in fretta di quanto effettivamente fece se Eva avesse fatto un po’ più di attenzione al suo guardaroba. Ho sentito che lo corruppe con una mela. In seguito mi dicono che si inventò qualcosa di più stimolante della foglia di fico.
Ciò che affermo è che non conta tanto ciò che l’uomo è, ma piuttosto quello che progetta di fare di sè stesso. Per fare il balzo egli deve fare qualcosa di più che scoprirsi: deve rischiare una buona percentuale di confusione. Poi, al più presto, come afferra la fugace visione di una vita diversa, deve trovare la maniera di superare il momento della minaccia paralizzante e per questo vive l’attimo in cui si chiede chi sia realmente, quello che è o quello che sta per divenire. Adamo deve aver sperimentato un momento del genere." 
George Kelly- pagg.157-8 The Language of Hypotesis- 1964
George Kelly - Psicologo, Matematico, Educatore. Ha creato la teoria della Psicologia dei Costrutti Personali. Nacque nel Kansas nel 1905. Nel 1909 fece un viaggio con la famiglia nel carro coperto del padre per recintare una terreno in concessione ai pionieri del west nel Colorado. Dopo essere ritornato alla fattoria nel Kansas frequentò irregolarmente la scuola e fu istruito dai genitori. Nel 1926 si laureò in fisica e matematica, in seguito in Pedagogia all’ Edimburgh University e in Psicologia nell’Iowa. Nel 1931 cominciò a lavorare in psicologia clinica, organizzando un programma di cliniche viaggianti dentro e fuori le aree rurali di Fort Hays nel Kansas. La ‘clinica viaggiante’ offriva i suoi servizi ad adulti e bambini attraverso psicoterapie e consulenze, ed era composta esclusivamente da lui e da suoi quattro studenti che lo aiutavano.
Lavorò soprattutto nell’area della psicologia clinica negli USA, elaborando la sua teoria della Psicologia dei Costrutti Personali, centrata sul cambiamento delle persone attraverso la psicoterapia, sebbene ritenesse il termine ‘psicoterapia’ inadeguato per descrivere l’avventura dell’uomo nella transizione e trasformazione. Infatti rifiutò sempre la terminologia tradizionale della psichiatria e della psicologia, ritenendola riduttiva e inefficace. Nel 1945-1946 fu nominato Professore e direttore dell’Istituto di Psicologia Clinica alla Ohio State University. Vi rimase sino al 1965 quando ottenne la Cattedra in Psicologia Teoretica alla Brandeis University. Morì nel 1967.
 
postato da: Inghilleri alle ore 14:13 | link | commenti (1)
categorie: psicoterapia, psicologia clinica
lunedì, 06 luglio 2009

U.Galimberti: Famiglia, questa sconosciuta

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postato da: Inghilleri alle ore 13:23 | link | commenti
categorie: famiglia, varie e generiche
domenica, 05 luglio 2009

CONSTRUCTIVISME

 

 

Le constructivisme a pris son essor en réaction au behaviorisme qui limitait trop l'apprentissage à l'association stimulus-réponse. L'approche constructiviste de l'apprentissage met l'accent sur l'activité du sujet pour appréhender les phénomènes. La compréhension s'élabore à partir des représentations que le sujet a déjà. Aussi, dans cette perspective, les auteurs parlent de restructuration des informations en regard des réseaux de concepts particuliers à chaque personne.

Voir Lasnier (2000) : p.9

 

 

Approche développementale

 

Piaget (1896-1980), en réaction aux associationnistes, a développé une théorie du développement de l'intelligence où il a placé le sujet au coeur du processus; il en a fait l'acteur principal. Il suppose que le sujet construit sa connaissance au fil d'interactions incessantes avec les objets ou phénomènes. Il y aurait équilibration progressive, c'est-à-dire que des processus de régulations internes à l'oeuvre (auto-régulation) assuraient une meilleure adaptation de l'individu à son environnement. À cet égard, Piaget insiste sur le rôle du processus d'assimilation et d'accommodation : le premier permettant d'assimiler les nouvelles connaissances à celles déjà en place dans les structures cognitives et la deuxième permettant une transformation des activités cognitives afin de s'adapter aux nouvelles situations.

En outre, Piaget (1974) suppose différents niveaux de prise de conscience de la démarche cognitive que le sujet-apprenant mène ou a menée. Anticipant la prise de conscience comme une conceptualisation, il parle de la capacité de se représenter, de décrire les phénomènes ainsi que le déroulement de la démarche entreprise : saisie des moyens utilisés, justification de leur choix et/ou ajustements en cours de tâche.

Piaget a également parlé d'abstraction réfléchissante. Il suppose un mécanisme de réfléchissement (réflexion sur le développement de la connaissance). Piaget a observé que le sujet est capable de dégager les caractéristiques de ses actions et de ses processus cognitifs (tâches en mathématique).

Voir Dubé (1990) pp.203-210, Goupil et Lusignan : pp.50-52

 

 

Approche historico-culturelle

 

Vygotsky (1896-1934) privilégie une approche historico-culturelle de l'apprentissage. Il considère que l'enfant se développe grâce à des moyens que l'enfant puise dans son environnement social et grâce aux interactions sociales multiples. Il suppose le jeu de processus interpsychique qui entraîne le sujet à intérioriser ce qui a été appréhendé avec autrui. C'est une thèse différente de celle de Piaget qui privilégie le travail intrapsychique.

Voir Goupil et Lusignan (1993) pp.52-54

Vygotsky a abordé l'apprentissage humain sous l'angle de l'action structurante des nombreuses interactions que le sujet vit dans son environnement social ; le sujet construisant avec la médiation d'autrui des outils de pensée qu'il peut s'approprier pour son propre compte. Le médiateur joue alors un rôle important en s'intercalant entre le sujet et cette appropriation pour faciliter l'intériorisation et l'assimilation des outils de pensée ainsi que le développement de fonctions psychiques.

Pour étayer ses propositions, Vygotski suppose l'existence d'une zone sensible qu'il nomme "zone proximale de développement " laquelle renvoie à l'écart entre ce que l'individu est capable de réaliser intellectuellement à un moment de son parcours et ce qu'il serait en mesure de réaliser avec la médiation d'autrui. Cette manière de concevoir le dépassement est particulièrement intéressante pour qui se préoccupe de l'efficacité de l'action éducative.

Minier (2000)

 

 

Approche constructiviste interactionniste

 

Bruner (1996) a proposé, s'inspirant de Piaget, une théorie constructiviste de l'apprentissage axée autour de l'idée d'un sujet actif qui construit de nouveaux concepts ou idées à partir des connaissances déjà en place (structure cognitive). Le sujet sélectionne et transforme l'information, élabore des hypothèses et prend des décisions, relie et organise le fruit de ce travail cognitif à sa structure cognitive (i.e. schémas, modèles mentaux). En 1996, Bruner a ajouté à sa théorie l'aspect socioculturel de l'apprentissage.

Il met en avant l'importance de la maturation psychologique (stades de développement intellectuel), de la motivation intrinsèque et de la participation de l'élève dans un processus de découverte.  Il insiste également sur la nécessité d'une structuration cohérente des connaissances pour favoriser le processus d'appropriation des savoirs.

postato da: Inghilleri alle ore 08:32 | link | commenti
categorie: epistemologia, psicologia clinica
venerdì, 03 luglio 2009

Il Costruttivismo e le sue Radici

Di Ernst von Glasersfeld
Scientific Reasoning Research Institute
University of Massachusetts,
Amherst, MA 01003, USA
Poco dopo l'inizio della sua Scienza Nuova, Vico spiega che la mente umana giudica le cose lontane ed inaccessibili tramite ciò che le e familiare e vicino (1). La frase vichiana si riferiva alle grandi distanze nella storia, distanze di secoli e millenni. La psicologia cognitiva contemporanea, ignara di Vico, ri-inventa quell'idea, denominandola "assimilazione", e ne fa un principio universale, applicabile non solo a ricordi di tempi lontani nella storia delle civiltà, ma a tutto ciò che viene percepito. Anche a ciò che, nella storia dell'individuo, viene ripresodopo un intervallo di tempo relativamente breve. Secondo questo principio, non si può ricostituire il passato se non attraverso i concetti ed i ragionamenti del presente. Invoco qui questo principio perché non si possa pensare che ciò che racconterò nelle pagine successive abbia qualsiasi pretesa di "obiettività".
Dal momento che ho avuto una parte più o meno attiva nella diffusione dell'orientamento costruttivista, di cui tratta questo articolo, mi sembra impossibile dare un resoconto che prescinda dalle esperienze e dal modo di vedere specificamente miei.
Fatto questa premessa, parlerò prima di tre rami del pensiero scientifico contemporaneo che condussero pensatori di formazione molto diversa a conclusioni costruttivistiche.
Poi tenterò di presentare ciò che per me costituisce il legame fra il costruttivismo radicale e la storia della filosofia occidentale.
 Il Ramo Cibernetico
Sin dal momento della sua nascita, negli anni quaranta, i fondatori della cibernetica si resero conto che il complesso di idee rivoluzionarie via via formulate, nei campi dell'ingegneria del controllo e della comunicazione, avrebbero comportato profonde conseguenze per la filosofia della scienza e l'epistemologia in genere.
Tuttavia, pur rilevandosi spunti, nei lavori di Wiener, Shannon, McCulloch e Ashby, che lasciano intravedere un cambiamento di atteggiamento nei confronti della problematica della conoscenza umana, ci vollero più di vent'anni prima che negli Stati Uniti si tentasse di costituire un epistemologia adeguata ai concetti cibernetici dell'autoregolazione, della causalità circolare e dell'equilibrio interno degli organismi. Tentativi dai quali sorse poi quella teoria della conoscenza che si potrebbe chiamare costruttivismo cibernetico.
Il concetto dell'autoregolazione ebbe origine dai tentativi di costruire congegni meccanici ("servomeccanismi") in grado di sostituirsi ad attività umane che avevano lo scopo di sorvegliare un'aspetto specifico di una data situazione e di controllarlo, o governarlo, come farebbe un agente umano. Il termostato dei frigoriferi è forse l'esempio più noto. Al termostato si fa registrare una specifica temperatura limite e, se tutto funziona (incluso l'impianto di raffreddamento), il termostato poi fa sí che, nell'ambiente controllato, la temperatura non superi il valore indicato. Non è però il termostato a scegliere l'aspetto da controllare né il valore da mantenere. Questa scelta — e ciò vale per tutti i congegni cibernetici — viene fatta da un agente esterno. Questo fatto, ovvio e quasi insignificante nell'ambito dell'ingegneria, assunse un importanza centrale quando si tentò di applicare i concetti cibernetici al campo della cognizione. In effetti portò a una distinzione fra ciò che, in retrospettiva, venne definito come "prima cibernetica" e quella che fu poi definita "cibernetica del secondo ordine". Mentre alcuni psicologi e neurofisiologi, appropriatisi dei concetti della tecnica cibernetica, cominciarono a spiegare determinati comportamenti degli organismi viventi in termini di servomeccanismi e omeostasi (mantenendo sempre il distacco assoluto fra lo scienzato-osservatore e l'oggetto osservato, l'oggetto da spiegare), altri si posero come problema il proprio percepire, osservare, pensare. Cosí, dallo studio dei sistemi osservati si passava allo studio degli osservatori, vedi i lavori di Heinz von Foerster (2).
Se si è convinti che un organismo vivente si distingue dai congegni meccanici per la capacità di scegliere — almeno entro certi limiti —  gli aspetti da concepire (perché anche la percezione presuppone l’esistenza di concetti) e di mantenerli più o meno in equilibrio fra loro, allora ci si rende conto, ben presto, che ciò che si chiama "sapere" è qualcosa che l'organismo non può trovare prefabbricato. Ci si rende conto che la "conoscenza" non può essere una "rappresentazione" del mondo esterno fatta di pezzettini o "informazioni" asportati a quel mondo "reale", ma deve essere una costruzione interna fatta con materiale interno. Partendo da ricerche neurofisiologiche nel campo della percezione visiva negli anfibi, Humberto Maturana giunse alla stessa conclusione. In base ad una serie di esperimenti elegantissimi dimostrò che ciò che un osservatore categorizza per esempio come "l'insetto che viene mangiato da una rana con un salto", non è per la rana che una combinazione d’impulsi elettrochimici della cui origine la rana non può sapere niente (3).
Un secondo fattore portato alla luce dalla cibernetica riguarda la comunicazione. Non è necessario qui dilungarsi sulla teoria matematica di Shannon (4) che per la prima volta fornì una definizione utile e precisa della nozione di informazione. Basta ricordare ciò che l'analisi del processo di comunicazione dimostrò in modo limpidissimo: sono i segnali fisici che, per cosí dire, "viaggiano" dal mittente al ricevente; non i loro significati. Perciò questi segnali — e ciò vale anche per le parole delle lingue naturali — non trasmettono contenuti ma istruzioni di scelta, e questa scelta riguarda il repertorio di concetti e di strutture concettuali che ciascuno dei comunicanti si è costruito durante la sua esperienza di interazioni sociali. La cibernetica dunque, con questi due fattori ha fornito due elementi importanti alla teoria della conoscenza:
(1) per quanto riguarda il sapere, l’immagine di un mondo apparentemente esterno che un organismo vivente organizza in base a eventi del suo sistema nervoso (modello neurofisiologico della percezione) può rispecchiare questi eventi, ma non rispecchia delle strutture obiettive e indipendenti dal sistema nervoso;
(2) le idee, la conoscenza, l’informazione che la tradizione ha sempre considerati trasmissibili tramite il linguaggio, si rivelano anche loro costruzioni che ogni individuo deve astrarre (o costruire) dalla propria esperienza. Benché i significati che ciascuno si costruisce vengano adattati e adeguati tramite l'uso sociale, non c’è mai la possibilità di un confronto diretto con le costruzioni di un interlocutore. Perciò, dire che si ha compreso l'enunciato di un altro, indica nel migliore dei casi che, per il momento, la propria interpretazione non sembra dare luogo a delle discrepanze.
Semplificando il nesso fra cibernetica e costruttivismo, direi - e taluni lo giudicheranno una distorsione - che la prima appoggia il secondo; soprattutto perché fornisce un modello in grado di chiarire un punto fondamentale: se un'organismo autoregolante possiede strutture concettuali, queste strutture non possono provenire che dalle distinzioni fatte dall'organismo stesso nella sua propria esperienza (cioè da materiale "interno") e dal modo specifico con cui l'organismo opera nel distinguere e nel collegare le distinzioni fatte. Questo punto e fondamentale perché rivoluziona la nozione tradizionale sia della conoscenza che della comunicazione.
Il Ramo Psicologico
Nel 1936 Piaget pubblicò "La construction du réel chez l'enfant" (5) (La costruzione della realtà nel bambino).
A prima vista, malgrado il titolo inquietante e qualche frase polemica nell'introduzione, il testo potrebbe sembrare nient'altro che una cronaca dello sviluppo concettuale dei figli di Piaget durante i primi due anni della loro vita.
Pertanto non stupisce che filosofi professionisti e altri interessati all'epistemologia degli adulti abbiano relegato quest'opera nella psicologia infantile. L'opera invece non solo è complessa ma anche profonda;  tanto che ancor'oggi costituisce una pietra angolare del costruttivismo.
La complessità del testo deriva dal fatto che Piaget presenta un modello di costruzione di più di un concetto —  'oggetto', 'spazio', 'causalità' e 'tempo' — e poi suggerisce come i quattro elementi vengano integrati per formare lo sfondo dell'esperienza, cioè il mondo esterno. Dato che si tratta di un modello composito, l’autore deve per forza spiegare la costruzione delle parti l'una dopo l'altra, benché nel bambino la loro generazione sia simultanea. Cosí è il lettore a dover fare lo sforzo di considerare il giuoco delle interazioni che si realizza fino al termine del processo costruttivo verso l'età di due anni. Uno sforzo notevole e, visti i giudizi inappropriati che si ascoltano da più parti, ho l'impressione che pochi lettori l'abbiano portato a termine.
Pur avendo scritto questo libro molto prima dell’affermarsi della cibernetica, Piaget si rese conto in retrospettiva che la costruzione inerente il suo modello di sviluppo concettuale era un modello cibernetico. Se ne rese conto, però, a partire dal suo orientamento biologico. A partire dalle sue prime ricerche, vide l'intelletto come uno strumento della funzione di adattamento e i prodotti della mente, cioè la conoscenza, come costruzione adatta all'ambiente percepito dall'organismo (6) e non come rappresentazioni di un mondo esterno. Del resto è stato lui a introdurre il termine "costruttivismo" come descrittivo della sua "Epistemologia Genetica".
 Il Ramo Operazionista
La terza via che, almeno a mio parere, conduce ad una teoria della conoscenza dello stesso genere, fu iniziata da Silvio Ceccato negli anni quaranta. Insodisfatto di molte ed estese letture di filosofia e linguistica, decise che bisognava liberarsi della tradizione epistemologica e seguire una strada nuova per evitare la trappola del "conoscitivismo".
Il primo passo gli fu suggerito dal programma iniziato da Percy Bridgman, fondato sull'idea di definire ogni concetto elencando, a mò di ricetta, le operazioni necessarie per la costituzione del concetto stesso (7). Questo approccio è simbolizzato nel nome che Ceccato diede al gruppo di amici collaboratori con cui per più di una ventina di anni discusse le sue idee: La Scuola Operativa Italiana.
Ebbi la fortuna e il privilegio di contatti informali, ma abbastanza regolari, con Ceccato e il suo gruppo dal 1947 al 1962. I loro lavori muovevano in due direzioni: critica dell'epistemologia convenzionale e analisi semantica in termini di operazioni mentali; analisi in un certo senso opposta alla semantica linguistica, che non fa altro che sostituire parole con altre parole (8). Lo scopo era la "consapevolezza operativa", cioè la consapevolezza delle specifiche operazioni con cui ognuno si crea il contenuto del pensiero e con ciò i significati delle parole e di qualsiasi espressione linguistica. Si parlò allora di costruzioni ma non di costruttivismo, penso, proprio perché Ceccato voleva evitare l'impressione che si stesse formulando una teoria della conoscenza.
Durante il decennio seguente, quando mi misi a studiare le opere di Piaget, ciò che avevo imparato dal lavoro con Ceccato e il suo gruppo mi diede un vantaggio enorme nell'interpretazione dell'Epistemologia Genetica. Purtroppo Ceccato non volle riconoscere l’esistenza di un qualche parallelismo fra la sua Scuola Operativa e quella di Ginevra (9).
In retrospettiva mi sembra che l'isolamento del proprio pensiero dalle idee affini, sia per scelta che per ignoranza, sia una caratteristica dei pensatori originali tanto in filosofia quanto in psicologia. Per esempio George Kelly (10), un altro pioniere del costruttivismo, menzionò Bridgman solo per scartare l'operazionismo e, per quanto mi risulta, non fece mai riferimenti a Piaget. Nella sua opera, però, si trovano brani estesi che, malgrado utilizzino un vocabolario diverso, sono in perfetta armonia con l'epistemologia genetica di Piaget.
Insomma, nella psicologia cognitiva, il costruttivismo nasce non appena ci si accorge che qualsiasi conoscenza, che non si assume come innata, non può che essere generata dalle attività fisiche e concettuali del soggetto stesso. Prescindendo dalla questione se la conoscenza sia o no una rappresentazione di una realtà indipendente, se non si vuol immaginare un neonato con in testa tutto ciò che saprà nella sua vita, bisogna spiegare il modo in cui egli conosce. Tale spiegazione, comunque la si guardi, dovrà porre in rilievo un processo di costruzione. Ed è proprio il modo in cui la costruzione concettuale viene analizzata che genera una distinzione fra le versioni del costruttivismo contemporaneo.
La cibernetica come studio tecnico dell'autoregolazione non determina il carattere delle operazioni che costituiscono le strutture mentali. Il suo contributo però è nella continua sorveglianza dei modelli proposti come spiegazione di operazioni mentali; è nell’accertare che questi modelli siano effettivamente autosufficienti e non comportino l'uso di materiale esterno all’organismo che dovrebbe eseguire le operazioni.
Il lavoro della Scuola Operativa Italiana concentrò gli sforzi, inizialmente, sull'analisi dei significati linguistici, considerandoli prodotti di specifiche operazioni mentali. Queste indagini continuano oggi con i lavori di Giuseppe Vaccarino che, con poche modificazioni del sistema ceccatiano, sta mettendo a punto un’enciclopedia completa della semantica operativa (11 ).
Fra gli psicologi costruttivisti, Piaget ritenne che tutto il sapere razionale provenisse da operazioni di astrazione; e che i risultati fossero diversi per le proprietà determinate sia dal materiale primo (azioni fisiche o mentali) che dal tipo di astrazione ("empirica" o "riflessiva")(12). Il patrimonio di George Kelly, una folta collezione di analisi concettuali in termini pragmatici, espresso in un linguaggio semplice, quasi disinvolto, è perciò ben più accessibile dell'opera piagetiana. Ambedue gli autori, però, riconoscono come elemento fondamentale che la conoscenza non produce mai delle strutture che si possano considerare la rappresentazione di un mondo ontologico esterno.
Quest'ultimo fatto è il criterio in base al quale ho definito insignificante il costruttivismo adottato da quegli psicologi che tentano di sovraporlo ad un'orientamento convenzionale "realista". A mio parere la via costruttivista, una volta imbucata, risulta radicale perché comporta la necessita di ripensare non solo l'epistemologia come teoria filosofica ma anche tutta la pratica implicitamente basata su di essa, cioè quasi tutto ciò che si è mai pensato.
La necessità di una tale rivoluzione concettuale diventerà più tangibile, spero, isolando nella storia della filosofia occidentale le idee che, almeno nella mia interpretazione, confluiscono nel costruttivismo radicale.
 Riflessi filosofici
L’idea che la conoscenza umana debba proseguire una rappresentazione "vera" o "oggettiva" di un mondo già esistente "in sé" ha determinato la storia della filosofia occidentale dal suo inizio fino ad oggi. Ne derivarono tentativi ingegnosi, poetici e anche disperati di risolvere un paradosso, e cioè che per dimostrare una tale "verità" sarebbe necessario confrontare ogni conoscenza con quella parte della realtà che essa dovrebbe rappresentare; ma per fare questo confronto, si dovrebbe avere un accesso alla realtà cosí com’era prima di passare attraverso le operazioni del soggetto osservatore. In altre parole una tale prova di veridicità richiederebbe un confronto tra una cosa che si conosce ed un’altra sconosciuta.
Già i presocratici, mezzo millennio avanti Cristo, si accorsero di questo paradosso insormontabile e fornirono alla scuola di Pirrone il materiale per la formulazione degli argomenti principali che tutti gli scettici a seguire non hanno cessato di ripetere.
Per questo motivo lo scetticismo ha sempre sottolineato la necessità di trovare una teoria della conoscenza alternativa. Solitamente, però, gli scettici si sono limitati a dichiarare che le conoscenze sicure e vere sono impossibili: non hanno pensato di cambiare il concetto stesso del conoscere. Nacque invece fra i teologi bizantini del quarto secolo d.C. l’idea di spaccare il concetto di conoscenza in due: la conoscenza ottenibile per gli uomini e la conoscenza che possiede Dio. Dissero che "data l’assoluta trascendenza di Dio, era impossibile identificarlo con qualsiasi concetto umano... perché nessuna parola umana o nessun pensiero umano sarebbe capace di comprendere l’essere di Dio"(13). Non stupisce che tali teologi furono stigmatizzati come eretici.
 La Via strumentalista
Al sorgere della "verità scientifica", la spaccatura della conoscenza (che non ha niente a che fare con il "raddoppio conoscitivo" di cui parla Ceccato, relativo a tutte le forme del conoscere) fu ripresa più di mille anni dopo da due religiosi che tentarono di evitare il conflitto fra le sconcertanti idee scientifiche e il dogma cristiano. Il riformatore Osiandro, nella sua prefazione alla pubblicazione postuma dell’opera di Copernico, e il cardinale Bellarmino, alla veglia del processo a Galileo, affermarono che lo scienziato che si occupa di calcoli per fare delle predizioni può scegliere le teorie che gli servono; il peccato consisterebbe invece nella pretesa di trovare, attraverso delle teorie, verità più vere di quelle contenute nel dogma della religione.
Benché fosse introdotta per salvaguardare la fede contro la scienza atea, scopo che non mi entusiasma, questa prospettiva aprì la strada allo strumentalismo che, almeno per me, è una componente essenziale del costruttivismo radicale.
Nel mondo moderno lo strumentalismo fu sviluppato intorno al inizio del nostro secolo in tre modi più o meno independenti: Dai "pragmatisti" negli Stati Uniti (14); da Ernst Mach in Austria (15); e da Aleksandr Bogdanov in Russia (16).
 L’Attività Costruttrice
Un'altra componente da considerare è la premessa che i concetti e le combinazioni concettuali che adoperiamo per "maneggiare" il mondo della nostra esperienza, cioè il mondo in cui viviamo, siano il risultato della nostra attività costruttiva. Il primo cenno ad una specifica costruzione di questo genere lo trovai nell'opera di Juan Caramuel, architetto, matematico e filosofo del seicento, rimasto oscuro benché sia stato il primo a sviluppare la matematica binaria in occidente (17). Caramuel parla esplicitamente di operazioni della mente e spiega fra l'altro: "L'intelletto dunque 'fa' i numeri non li 'trova'; considera diverse cose come distinte ciascuna in sé, e come intenzionalmente unite dal pensiero."
 All'inizio del settecento il trattato "De antiquissima Italorum sapientia" di Giambattista Vico fu il primo manifesto del costruttivismo (18). Invece della separazione fra la conoscenza strumentale della scienza e quella "vera" e assoluta della religione, egli oppose le costruzioni razionali alla sapienza poetica: l'una costruita più o meno consapevolmente, l'altra frutto dell'intuizione e non direttamente accessibile alla ragione. Benché l'opera di Vico sia enormemente ramificata, è la prima a tentare l'analisi specifica di alcuni concetti. Il suo approccio è rivoluzionario perché ribalta il problema tradizionale dell'epistemologia.
Invece di chiedere come la mente possa ottenere la conoscenza "vera" di oggetti gia esistenti, si chiede che cosa la mente debba fare per avere dei "fatti" (19 )
Non ci sorprenda il fatto che la reazione a questo cambiamento dell'atteggiamento epistemologico fosse assai violenta. L'anonimo critico del Giornale dei Letterati d'Italia (1711) obiettò soprattutto che l'esposizione vichiana non avrebbe fornito la prova della sua verità (20). Cioè chiese che l'autore facesse proprio ciò che egli dimostrava essere illusorio. È la stessa obiezione che ancor oggi più frequentemente si ottiene quando si tenta di spiegare l'orientamento costruttivista. E dimostra, se non altro, l'avversione emotiva che scaturisce dalla proposta di cambiare un modo di pensare ritenuto insostituibile da una tradizione millenaria.
L'analisi delle costruzioni concettuali ha avuto altri protagonisti dopo Vico, ignari del pioniere napoletano. Fra loro vorrei menzionare Jeremy Bentham perché produsse un notevole compendio di "finzioni", termine che per lui non ebbe significato sprezzante ma indicò precisamente l’attività costruttiva. Come Vico, sottolineò il ruolo del linguaggio: "Alla lingua - e solo alla lingua - le entità fittizie devono la loro esistenza"(21). Si può discutere sui metodi di analisi adoperati da Bentham, ma i risultati ottenuti, anche se possono sembrare grezzi, hanno ancora oggi parecchio valore didattico e perciò li considero un valido precedente alla semantica operativa.
 Il Principio della Viabilità
Prescindendo dalla costruzione delle strutture concettuali, c’è un'altra idea indispensabile per completare il concetto di costruttivismo radicale. Un'idea che proviene della teoria dell'evoluzione darwiniana e fu utilizzata indipendentemente da vari studiosi intorno all'inizio del nostro secolo. Si tratta dell’idea della selezione negativa; vale a dire l'eliminazione di quello che non serve o non funziona, cosí che tutto ciò che rimane risulta "adatto". O, come preferisco dire, viabile dall’inglese viable, cioè adoperabile, percorribile. Sembra che William James sia stato il primo a suggerire nel 1880 l'uso di questo principio nell'epistemologia (22). Indipendentemente, Hans Vaihinger, l'autore di un prolifico commentario a Kant, lavorò nella stessa direzione già dal 1876. Nel 1911 al IV Congresso Internazionale di Filosofia, a Bologna, Vaihinger presentò il frutto di trent’anni di lavoro: "La Filosofia del Come Se" (23). In questa opera si riferì esplicitamente a Bentham, la cui idea della "finzione" (cioè della costruzione mentale di strutture opportune) egli estese, dopo alcune analisi affascinanti di tutto ciò che si chiama conoscenza. Ma mentre Bentham aveva inteso l'opportunità nel senso comune della vita quotidiana, Vaihinger introdusse come ulteriore criterio la nozione di adattamento ad un mondo reale (24).
 La Rinuncia all'Ontologia
In fine Piaget, sulla base dei suoi studi di biologia, arrivò a considerare le attività intellettuali come utensili dell'adattamento. Come mi sforzò d'illustrare altrove (25), è difficile indovinare fino a che punto egli stesso abbia rinunciato al nesso conoscitivo con una realtà indipendente dall'organismo costruttore. In ogni caso ritengo che le sue analisi delle prime costruzioni concettuali del bambino siano un contributo per ora indispensabile al costruttivismo, perché mettono in luce le condizioni fenomenologiche dell’attività costruttrice.
Come gia accennato, è dificilissimo sottrarsi al modo di pensare di una tradizione millenaria instillata in tutti noi sin dalla nascita. Fa parte della tradizione l'abitudine di concludere che, qualora un concetto, un azione, una strategia ci porti al fine desiderato, questo successo debba rivelarci un aspetto di una realtà indipendente. Non è facile sopprimere questa abitudine. Nella prospettiva costruttivista, però, una tale nesso è necessariamente illusorio. Visto da questa posizione radicale, qualsiasi successo dell'agire o del pensare non è altro che un riflesso del fatto che, dato il mondo esperienziale costruito, il particolare modo di agire o pensare risulta possibile. Ciò comporta che per il costruttivista non c'è mai una sola strada che superi un ostacolo. (Inoltre si può sempre cercare un altro punto di vista dal quale l'ostacolo scompare.)
Vorrei perciò terminare questi cenni storici con un ammonimento. Nella riunione per celebrare l'ottantesimo compleanno di Piaget, Léo Apostel disse: "Bisogna sempre applicare un sistema anche al sistema stesso" (26). Applicare i risultati del costruttivismo al costruttivismo stesso, vuol dire soprattutto rendersi conto e rimanere consapevoli del fatto che si ha a che fare con costruzioni che possono dimostrarsi più o meno coerenti, sostenibili, viabili. Ma non possono mai costituire la descrizione o spiegazione di una realtà ontologica.
 NOTE
1. Scienza Nuova, sezione II, §122.
2. Heinz von Foerster, fisico, filosofo e prestidigitatore interdisciplinare, non solo partecipò alla nascita della prima cibernetica, ma poi divenne il padre della cibernetica di secondo ordine. Un ottima collezione dei suoi saggi `e appunto intitolata Sistemi che Osservano (a cura di Mauro Ceruti e Umberta Telfener; Astrolabio, 1987).
3. Maturana fece questi lavori in collaborazione con Lettvin, McCulloch e Pitts negli ultimi anni cinquanta; e il resoconto più bello era intitolato "Ciò che l'occhio della rana comunica al cervello della rana". (Lettvin, Maturana, McCulloch, & Pitts, What the frog's eye tells the frog's brain, Proceedings of the IRE, 1959, 47(11), 1940-1959.
4. Il ruolo elementare del "distinguere" è stato esplicitato in contesti diversi da ricercatori diversi. Von Foerster ne illustro un'applicazione nel campo visivo ("Perception of Form in Biological and Man-Made Systems", Transactions of the IDEA Symposium, a cura di E.J.Zagorski, University of Illinois, 1962); Spencer Brown lo mise all'inizio della sua logica di distinzioni (Laws of Form, Allen & Unwin, 1969); Silvio Ceccato introdusse una nozione analoga con i suoi "differenziati" ("La Tabella di Ceccatieff", Methodos, 1950, 2(6-7), 81-172); e per Humberto Maturana, dal 1978 in poi, le "operazioni del distinguere" costituiscono la base di qualsiasi osservazione o descrizione ("Biology of Language: The Epistemology of Reality" in Psychology and Biology of Language and Thought, a cura di G.A.Miller & E.Lenneberg, Academic Press, 1978).
5. Piaget, Jean, La construction du réel chez l'enfant, Neuchâtel; Delachaux et Niestlé, 1936.
6. Cf. Piaget, Jean, Biologie et Connaissance, Parigi: Gallimard, 1967.
7. Cf. Bridgman, Percy W., The Nature of Physical Theory, Princeton University Press, 1936.
8. Cf. Ceccato, Silvio, Un Tecnico fra i Filosofi (due volumi). Marsilio, Padova, 1962/1964.
9. A mio avviso è un vero peccato che, forse per superficiali incompatibilità di personalità, Ceccato e Piaget non siano mai giunti a discutere l'affinità delle loro idee.
Almeno trent'anni dopo il loro incontro, Ceccato figurò ancora nel comitato di redazione degli Études d'Épistemologie Génétique, la collana di saggi del Centro piagetiano a Ginevra. Nell'opera di Piaget, però, ho trovato un solo riferimento a Ceccato; e Ceccato (per quanto ne so io) non ha mai menzionato il lavoro di Piaget. Uno spassionato scambio di idee fra i due pensatori sarebbe stato assai fertile per ambedue.
10. L'opera maggiore di George Kelly, The Psychology of Personal Constructs (due volumi), uscì nel 1955. Nel 1963, dopo la morte dell'autore, il suo editore, Norton (New York), pubblicò i tre primi capitoli dell'opera in un volume separato, A Theory of Personality, che fornisce un'ottima introduzione al costruttivismo. Il libro non ebbe la minima risonanza nel mondo della psicologia americana. In maggio 1987, la rivista più diffusa nel campo, pubblicò un articolo dal titolo "Whatever became of George Kelly?" (A.D.Jankowicz, American Psychologist, 1987, 42(5), 481-487) e neanche lì si accenna alla convergenza delle teorie di Kelly e di Piaget.
11. Si veda: Vaccarino, Giuseppe, La Chimica della Mente. Carbone Editore, Messina, 1977; Analisi dei Significati, Armando Armando, Roma, 1981; e il recentissimo volume Scienza e Semantica Costruttivista, Milano, Biblioteca Metope (C.L. U.P.), 1988, nonche i suoi saggi sulla rivista Methodologia.
12. Cf. Piaget et Collaborateurs, Recherches sur l'Abstraction Réfléchissante, (due volumi), Parigi, Presses Universitaires de France, 1977.
13. Cf. J.Meyendorff, Byzantine theology. New York: Fordham University Press, 1974; p. 11.
14. Paul Feyerabend ha recentemente presentato un'eccellente rivalutazione del pensatore austriaco; cf. Farewell to Reason, London: Verso, 1987.
15. Cf. Richard Rorty, Consequences of Pragmatism. University of Minnesota Press, 1982.
16. Ringrazio Vadim Sadovsky di avermi segnalato l'opera di Bogdanov come importante precursore del costruttivismo contemporaneo. Un resoconto della sua filosofia si trova in: K.M.Jensen, Beyond Marx and Mach. Dordrecht: Reidel, 1978.
17. Devo la scoperta all'amico Paolo Terzi chi, poco prima di morire, mi fece avere la traduzione italiana della prefazione ad una delle opere latine di Caramuel: Mathesis biceps, Meditatio prooemialis. Campania: Officina Episcopali, 1670; traduzione italiana a cura di Carlo Oliva; Vigevano: Accademia Tiberina, 1977.
18. Giambattista Vico, Dell'Antichissima Sapienza degl'Italiani. Napoli: Stamperia de'Classici, 1858.
19, Cf. Donald Verene, Vico's Science of Imagination. Ithaca: Cornell University Press, 1981; p.81.
20. Anonimo, Osservazioni, Giornale de'Letterati d'Italia, Venezia, 1711, Tom.V, Art.VI.
21. Jeremy Bentham, Theory of Fictions, 1760-1814 (a cura di C.K.Ogden). London: Routledge & Kegan Paul, 1932.
22. Un autorevole sommario degli inizi dell'epistemologia evoluzionaria fu compilato da Donald Campbell: "Evolutionary Epistemology", in The Philosophy of Karl Popper, a cura di P.Schilpp, La Salle (Illinois): Open Court, 1974.
23. Hans Vaihinger, Die Philosophie des Als Ob (1913). (Ristampato recentemente dal Scientia Verlag Aalen, 1986.)
24. Si nota che anche Konrad Lorenz, uno dei fondatori dell'epistemologia evoluzionaria nella Germania contemporanea, non riesce a staccarsi della realtà ontologica come traguardo dell'addattamento.
25. Cf. il mio "An Interpretation of Piaget's Constructivism", Revue Internationale de Philosophie, 1982, 50,191-218.
26. Cf. B.Inhelder, R.Garcia & J.Voneche, Hommage a Jean Piaget: Épistémologie génétique et équilibration. Neuchâtel: Delachaux et Niestlé, 1977; p.61.
 [Ringrazio Umberta Telfener per una prima correzione dei miei errori grammaticali ed a Francesca Maniscalco e Georgianna Kenny per il collaudo finale del testo. E.v.G. - January 10, 1999]
 
 
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giovedì, 25 giugno 2009

AFFITTASI STUDIO A PADOVA

Studio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia, sito in Padova, Zona Tribunale Nuovo, affitta stanza uso studio professionale a collega psicologo. Per Informazioni telefonare possibilmente la mattina tra le 10.00 e le 12.00 al seguente numero di cellulare:
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lunedì, 15 giugno 2009

La devianza

1. Introduzione
In questi ultimi anni si è affermato un orientamento critico verso i tradizionali modi di spiegare e trattare il problema della devianza.
Tale orientamento è nato sia dal contributo teorico di psico-sociologi come Lemert e Becker, sia dall'autocritica fatta da una ristretta minoranza di psichiatri e psicoanalisti verso il ruolo ideologico delle loro conoscenze e pratiche istituzionali. Da un punto di vista concreto questo ha contribuito a rimettere in discussione concetti come quello di "normalità" e "patologia" ormai acquisiti stabilmente alla pratica ed alla ricerca clinica. In questo orientamento non si è più cercato di spiegare o interpretare l'agire del deviante partendo dal tradizionale quadro concettuale basato sull'idea dell'esistenza di comportamenti normali e patologici, ma si è cercato invece di capire come tale quadro concettuale, tradotto nella pratica, abbia per certi aspetti contribuito a costruire quanto diceva di voler spiegare e curare o correggere.
Il modello teorico interazionista, di cui cercheremo in questo scritto di sviluppare alcune sue implicazioni, ha innescato un vero e proprio salto di paradigma e lo sviluppo di una nuova area di ricerca e di spiegazione del comportamento sociale, partendo, appunto, dallo studio degli aspetti normativi che caratterizzano l'interazione umana.
Se si vuole infatti, comprendere pienamente il significato che sta alla base di un'azione deviante compiuta da un ragazzo e le sue difficoltà a "cambiare" bisogna tener conto di tutti quei processi che producono e stabilizzano la sua identità deviante, nel contesto delle azioni e delle situazioni che rendono molte volte immodificabili le sue scelte di vita.
La "devianza", in quanto costruzione sociale, non è un fatto in sé, una proprietà o una realtà ontologica che si insinua o permea la personalità del tossicomane o di ogni altro soggetto percepito come deviante. La devianza è l'ombra che ogni norma violata, e pubblicamente sanzionata, proietta su certi comportamenti piuttosto che su altri. È l'effetto di un processo sociale di attribuzione che, date certe condizioni, porta all'identificazione con un ruolo (per esempio quello di tossicodipendente), con tutto quello che ne consegue. Ogni diversità, socialmente stigmatizzata, può essere rivestita dalle immagini prototipiche e stereotipiche che le conferiscono, di fatto, una serie di tratti e di attese negative considerati per l'appunto devianti. Quindi deviante non è chi devia da una norma, in questi termini sarebbe una tautologia di scarso valore, ma chi incappa nelle norme che stigmatizzano una qualche sua trasgressione o diversità. Le norme contengono tutta una serie di processi di definizione, di linguaggio e di regole che di fatto costruiscono la percezione sociale del deviante, ovviamente a seconda dei contesti, della cultura, dei momenti storici e delle leggi (Milanese, 1998).
 
2. La concezione della devianza nella prospettiva interazionista
E' negli anni Sessanta che, negli Stati Uniti, nasce e si sviluppa un orientamento teorico che si occupa dello studio dei comportamenti devianti, ad opera di studiosi come Becker, Erikson, Lemert, Scheff, Goffman e Matza. Tale prospettiva, nota come Labeling Theory ("teoria dell'etichettamento"), si richiama alla
corrente filosofica, psicologica e sociologica dell'Interazionismo simbolico ed è caratterizzata da un superamento dei tradizionali paradigmi del correzionalismo e patologismo (nella versione sia medico-psichiatrica che sociologica) e dall'importanza attribuita ai processi di reazione e controllo sociale per la comprensione e l'analisi dei fenomeni devianti. In contrapposizione alle teorie "strutturali", interessate all'eziologia della devianza, i labeling theorists propongono una concezione che si focalizza sul "processo" del divenire devianti, in cui giocano un ruolo fondamentale i processi di attribuzione, di etichettamento e di stigmatizzazione che colpiscono la condotta deviante. Avvalendosi di nozioni quali quelle di reazione sociale, stigma, mortificazione del sé, devianza secondaria, questi studiosi hanno infatti dimostrato come siano proprio le agenzie e le istituzioni deputate a scopi assistenziali, riabilitativi e terapeutici a dar forma alla devianza, consolidandola in ruoli ed identità devianti.
La condizione di devianza, infatti, resa "oggettiva" dai processi di definizione ed etichetta mento operati dalle varie agenzie sociali[1], finisce con l'acquisire un valore prescrittivo, inducendo l'individuo stigmatizzato a fare della sua diversità un ruolo stabile e ad assumerla quale componente centrale del proprio Sé. In questa prospettiva, i meccanismi di reazione e controllo sociale svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione e stabilizzazione dell'identità deviante, e devono quindi essere tenuti in debita considerazione se si vuole comprendere pienamente il fenomeno "devianza" e la tendenza alla recidiva comportamentale tipica degli individui etichettati come devianti (Milanese, 1998). In altre parole, la diversità diventa un dato socialmente significativo e viene tradotta (attribuita e prescritta) come carattere deviante. Questo, ovviamente, in relazione alle norme che regolano i contesti sociali e alle categorie cognitive da queste prodotte. Categorie che mentre definiscono la posizione sociale dell'individuo diverso, finiscono per prescrivergli identità e schemi d'azione coerenti con tale definizione. In tal modo il ruolo di deviante tende a costruirsi in funzione delle azioni che ci si aspetta da esso e questo entro certe regole che la definizione degli episodi determina. Ne consegue che le categorie di significazione, attraverso cui si dà senso agli episodi, come ai comportamenti ed alle persone, non sono mai atti puramente descrittivi, in quantocontengono degli a priori, cioèdegli atti interpretativi socialmente organizzati e finalizzati. La condizione di individuo deviante, resa "oggettiva", secondo atti linguistici o atti sociali, tipizzata attraverso categorie giuridiche, mediche o del senso comune, finisce con l'assumere un valore prescrittivo, che come già osservato, induce l'individuo stigmatizzato a fare della sua diversità un ruolo stabile e a rappresentare la propria condizione di deviante come l'immagine più rilevante del proprio Sé. Una meticolosa ricostruzione del significato che il deviante attribuisce alle proprie azioni, porta a comprendere i mutamenti nell'organizzazione dell'identità dopo che il contesto sociale gli ha applicato l'etichetta stigmatizzante. L'individuo deviante emerge, quindi, tramite un processo di significazione e definizione che non è una qualità intrinseca all'azione che compie. Ogni volta che un gruppo, un'istituzione, addita un atto come deviante, esso rafforza l'autorità della norma violata e ribadisce i significati in base ai quali l'individuo deve autopercepirsi e aderire a quelle regole che stabiliscono i mezzi e i valori della propria identità. Condizione, questa, che tende ad essere tanto più incisiva quando esistono situazioni culturali, economiche, istituzionali, il cui apparato normativo rigido favorisce da un lato l'infrazione delle regole, dall'altro la costruzione di aree separate ma complementari di espressione e trattamento della devianza.
Il punto di vista interazionista non è interessato alle "cause soggettive" del disagio o del conflitto (non le nega, le mette tra parentesi), in quanto fa oggetto della sua ricerca scientifica quello spazio normativo e regolativo che scaturisce dall'incontro e dalle definizioni delle situazioni sociali. L'area di studio di tale orientamento gravita intorno, non ad un universo d'individui precostituiti, bensì ai processi di costruzione sociale della realtà e delle persone prodotti dall'interazione tra gli individui all'interno dei contesti umani (Salvini, 1980).
La realtà sociale non è data, richiede sempre un consenso, un accordo; la mediazione continua di quadri di significato da parte di coloro che danno vita ad un'interazione. Altrettanto può essere detto per le diverse istituzioni, come ad esempio la scuola, che di tale realtà è pilastro: anch'esse esistono in virtù di un accordo sul significato simbolico delle loro strutture e norme e anch'esse necessitano da parte dei membri atti diretti o indiretti di convalida e di adesione alle rappresentazioni di realtà sociale che ne derivano. Berger e Luckmann (1966) sostengono che il mondo istituzionale richiede sempre una legittimazione, cioè delle pratiche e delle conoscenze attraverso cui possa essere giustificato ed oggettivato e le cui regole possano essere inscritte in un ordine extraumano, cioè naturale. Da ciò si può assumere che il carattere oggettivo della realtà sociale risiede negli atti, negli episodi ed eventi socialmente organizzati.
In tale prospettiva appare chiaro che la conoscenza o il sapere quotidiano costruiti sul deviante, non possono che sedimentare categorie e concetti in qualche modo funzionali a tale compito pratico. Da ciò deriva il rapporto complementare tra le immagini della devianza e l'oggettività che di riflesso la realtà normativa ne trae. Questo perché le norme non hanno solo caratteristiche costrittive e repressive, ma principalmente costruttive e validanti la realtà in cui si deve sviluppare l'azione[2](Salvini, 1980).
La certezza del deviante come di un oggetto naturalmente dato, ha esasperato, per esempio, la ricostruzione ipotetica delle cause a partire dagli effetti. Questi ultimi vengono arbitrariamente decretati come fatti empirici, perdendo di vista che essi sono ritagliati e resi significativi mediante giudizi di valore. Questo ha favorito le teorie sulla devianza indirizzate a ricercare i nessi esplicativi in altrettanti "fatti causali" da isolare, ora nella costituzione dell'individuo, ora nella sua psiche, ora nella sua biografia familiare. Fatti che molte volte vengono ad essere sostantivizzati, resi oggettivi, non tenendo conto del loro uso metaforico, ora convenzionale, ora di semplici aggettivazioni. Così, per esempio, si enfatizza, attribuendo loro un potere che implicitamente sottende una causa certa, termini come: "immaturità", "personalità psicopatica", ecc. Da qui il passaggio ad un realismo nominale per cui certi fatti acquistano una loro concreta obiettività causale in quanto identificati con la parola stessa, cioè con un atto linguistico di definizione. In tal modo i tratti "oggettivi" di un comportamento o della personalità, preliminarmente estratti dal loro contesto e riportati nel contesto di chi li valuta, assorbono le intenzioni normative di questo, di un ruolo predisposto, nascondendo dietro l'alibi della conoscenza oggettiva e neutrale, l'atto di reificazione che l'espediente linguistico ha escogitato.
L'omosessualità, per esempio, può essere considerata un reato, una malattia, un sintomo psichiatrico, un qualcosa la cui oggettività viene rinforzata ove si riesca a definirla come una proprietà della persona, piuttosto che una espressione comportamentale. Quindi inserire l'omosessualità in una classe "malattia" consente di dare per scontato un agente causale e riflettere, conseguentemente, una oggettività che eclissa dalla parola l'implicito giudizio di valore. Un tale giudizio, tradotto in un dato di anormalità e di patologia, con il suo peso empirico, rientra in un più vasto processo di costruzione e conferma di quadri di significato e quindi di categorizzazione della realtà. L'ordine, uno dei possibili, dal momento che non ci può essere società senza un consenso intorno all'ordine che deriva dal senso comune, produce comunque un'organizzazione dello spazio simbolico riferito a regole, norme e leggi che implicano sempre una valutazione di normalità sociale o meno dei suoi attori. I comportamenti devianti, rientrando in tale ambito di giudizio, non possono essere considerati anomalie rispetto a leggi biologiche di adattamento e di funzionamento sociale dell'uomo. Se le considerassimo in tal modo, accetteremo quella metafisica positivista che confondeva e confonde tutt'ora, le norme prescrittive (sociali) con le norme costitutive (biologiche) dell'organismo. Due ordini di discorso, due piani di realtà, che non possono e non dovrebbero essere confusi. Se. la devianza è un'attribuzione di significato sociale alla diversità e questa molte volte il riflesso della prima, se ne deduce che le norme sociali non possono essere ridotte a quelle biologiche[3]. Quindi ogni infrazione è per prima cosa una rottura di una regola sociale. Solo nel caso, peraltro limitato, di malattie neurologiche i due ordini regolativi sono soggetti ad intersecarsi. La confusione tra norme prescrittive e norme costitutive ha portato per esempio, ad attribuire una competenza diagnostica e peritale nel campo dei comportamenti devianti, alla psichiatria, alla medicina legale e all'antropologia criminale, nella loro veste di discipline bio-mediche. Errore grossolano da un punto di vista epistemologico, ove si consideri che l'atto deviante è sempre e prioristicamente un'infrazione a "norme prescrittive" (quindi storiche, dettate da certi interessi e culturalmente relative, ecc.): difatti, l'atto deviante, non deriva dalla natura anomala dell'individuo, ma è, in primo luogo, una valutazione di una condotta che a partire da questa, viene attribuita alla persona come sua caratteristica stabile (fisica, sociale e psicologica). L'impropria estensione del sapere dei tecnici delle discipline bio-mediche alle condotte devianti, ha finito per riflettersi sulla natura dell'oggetto. Come ha osservato giustamente Becker (1963), "giudicare se un atto sia o meno deviante dipende in parte dall'atto (cioè se infrange o meno qualche regola), e in parte dal trattamento che gli viene riservato dal pubblico. Ossia da chi, quando, dove esso venga valutato". In tal modo il deviante, se definito malato e i suoi atti designati come sintomi, consolida in maniera rassicurante lo spessore quotidiano della normalità che ha infranto. Difatti se il deviante è tale perché anormale rispetto ad un presunto ordine naturale ne consegue che la norma/moralità non appartiene ai decreti umani, ma a quelli della natura. Ciò consente di dedurre un processo di legittimazione della norma esistente, delegandone per questo l'interpretazione ad una disciplina bio-medica. Ma questo ha anche qualche conseguenza sulla carriera del deviante, giustificando, il più delle volte, una presa riabilitativa o terapeutica, che sottraendo alla volontà dell'individuo la sua eventuale parte di responsabilità, meglio lo reintegra in un'autopercezione immodificabile di identità deviante[4]. I contenuti essenziali della teoria interazionista della devianza possono essere così sintetizzati:
a) la devianza non è una proprietà intrinseca ai comportamenti, ma è una proprietà conferita a essi dalla percezione sociale e/o dalle definizioni normative;
b) la devianza è una conseguenza dell'applicazione di etichette e sanzioni da parte di alcuni nei confronti del trasgressore vero o presunto;
c) occorre abbandonare la prospettiva sincronica (una o più cause agiscono in un dato momento e fanno "precipitare" l'atto deviante) per assumere una prospettiva "sequenziale": l'individuo percorre un cammino fatto di piccoli passi, ognuno dei quali è condizione dello svilupparsi di una determinata nuova prospettiva che è premessa di nuovi comportamenti;
d) le motivazioni devianti non preesistono al comportamento, ma è la messa in atto del comportamento e le reazioni che esso provoca che consentono il maturare delle motivazioni alla devianza;
e) si può allora distinguere tra devianza primaria e devianza secondaria: la devianza primaria è diffusa, poligenetica, di dimensioni non conoscibili, poco interessante; la devianza secondaria, quella che si manifesta a seguito della reazione sociale che colpisce il soggetto, deve essere il principale oggetto di interesse per la sociologia;
f) alla devianza secondaria si perviene attraverso un processo, in cui gioca un ruolo importante l'interazione con gli altri e con le istituzioni di controllo;
g) il deviante sviluppa in questo senso un percorso esistenziale che può essere definito in termini di una "carriera" nel cui ambito si apprendono tecniche, regole di comportamento, giustificazioni e maturano convinzioni, motivazioni, interessi, giudizi;
h) il percorso della carriera porta, a causa del processo di etichettamento e dell'effetto di "profezia che si autoavvera", all'acquisizione dell'identità deviante e alla perdita delle normali opportunità di vita e di relazione;
i) le norme che sono alla base della qualificazione di determinati comportamenti come devianti, non rispecchiano affatto il sentire comune, non sono oggetto di un accordo universale, ma sono espressione di un conflitto politico tra gruppi e rispecchiano gli interessi del gruppo dotato di maggior potere;
l) centrale è quindi lo studio della formazione delle norme ossia della formazione dei criteri in base ai quali si definiscono devianti gli atti;
m) anche l'applicazione delle norme non corrisponde a criteri oggettivi, ma è espressione di scelte e di interessi delle agenzie preposte al controllo e al trattamento della devianza;
n) il fatto che spesso si etichetti come deviante un innocente o che viceversa, e con maggiore frequenza, non si individui l'autore di un comportamento deviante, mette in crisi tutte le certezze sull'esistenza di caratteristiche peculiari che distinguono i devianti dagli altri individui e sui fattori solitamente ritenuti responsabili del loro agire;
o) l'etichetta di outsiders viene applicata reciprocamente dai gruppi che si confrontano, anche se le differenze di potere producono effetti diversi, in quanto le definizioni ufficiali di ciò che è deviante sono strettamente correlate al grado di potere detenuto;
p) un ruolo particolare giocano in questo processo di acquisizione di identità deviante le istituzioni totali e il loro potere inglobante che conduce i soggetti alla perdita dell'identità peculiare di cui sonoportatori che viene sostituita dall'identità istituzionale. Vediamo ora più da vicino alcuni dei punti sopra sintetizzati.
 
3. Reazione sociale ed etichettamento
La devianza è una proprietà conferita a determinati atti all'interno di un processo di "costruzione sociale": per questo la connotazione di deviante attribuita a un determinato comportamento è relativa, modificabile nel tempo, frutto della definizione normativa di volta in volta prevalente.
E' questo l'assunto centrale della visione costruzionista del fenomeno devianza, vista non come entità naturale, ma come realtà socialmente costruita: di conseguenza l'applicazione della qualifica di deviante a comportamenti diversi è del tutto relativa e può mutare nel tempo, nello spazio, e in relazione ai soggetti che li mettono in atto, nonché alle circostanze in cui questo avviene. L'affermazione più conosciuta di Erikson (1966), secondo il quale la devianza non è una proprietà inerente un tipo particolare di comportamento, bensì una proprietà conferita a quel comportamento dalla gente che viene in contatto diretto o indiretto con essa, propone come riferimento il gruppo che condivide i valori culturali e che, nel definire la devianza, mantiene i confini della propria integrità culturale. Altri, in primo luogo Becker, uscendo dall'ottica consensuale che caratterizza l'impostazione di Erikson, parlano invece di proprietà conferita a determinati comportamenti da parte di soggetti chiaramente identificabili (gruppi, movimenti, istituzioni ecc. che assumono la veste di "imprenditori morali") i quali impongono alla collettività il loro punto di vista ottenendo la promulgazione di una determinata legge, operando per darle applicazione o più in generale facendo prevalere la loro visione delle cose e influenzando in tal modo l'opinione pubblica.
Tutti comunque concordano nell'affermare che se la devianza non è una proprietà intrinseca, connaturata con certe forme di comportamento, ma viene ad esse attribuita da chi direttamente o indirettamente la constata, ne consegue che «la variabile critica nello studio della devianza [ ... ] è la società piuttosto che l'individuo che agisce» (Erikson, 1977, p. 220), dal momento che «il solo modo in cui un osservatore può dire se un dato tipo di comportamento è deviante o meno, è [ ... ] quello di apprendere qualcosa circa i valori culturali di coloro che vi reagiscono» (Erikson, 1966, p. 6). Le teorie interazioniste della reazione sociale presentano dunque come nucleo centrale la convinzione che nessun atto è intrinsecamente deviante, ma è l'etichetta di deviante a renderlo tale.
L'espressione di Becker (1987, p. 22) che meglio sostanzia questa posizione è la seguente: «I gruppi sociali creano la devianza istituendo norme la cui infrazione costituisce la devianza stessa, applicando quelle norme a determinate persone e attribuendo loro l'etichetta di outsiders.
Da questo punto di vista, la devianza non è una qualità dell'atto commesso da una persona, ma piuttosto una conseguenza dell'applicazione, da parte di altri, di norme e di sanzioni nei confronti di un "colpevole". Il deviante è una persona alla quale questa etichetta è stata applicata con successo; un comportamento deviante è un comportamento che la gente etichetta come tale».
E' evidente, in questo contesto, la relatività del concetto di devianza, data la sua dipendenza dalla definizione sociale: atti saranno definiti devianti o conformi in società o culture diverse, in epoche o momenti diversi nella stessa società, a seconda delle circostanze in cui sono compiuti o del soggetto che li compie ecc. Sempre Becker (ivi, pp. 24-25), a questo proposito, così si esprime:
«La misura in cui un atto verrà considerato come deviante dipende anche da due altri importanti fattori: chi lo commette e chi si sente leso». E poco oltre: «Lo stesso comportamento può essere un'infrazione delle norme in un certo momento, e non in un altro; può essere un'infrazione se è commesso da una certa persona, ma non se commesso da un'altra; certe norme sono infrante con impunità, e altre no».
La relatività della qualificazione di deviante applicata a una persona o a un comportamento può essere evidenziata guardando ai modi di reazione della gente e delle agenzie di controllo, ma affonda le sue radici nella diversa definizione normativa che di quel comportamento viene data in ogni società. Anche su questo punto è centrale il contributo di Becker, il quale, dopo aver preso in esame i processi di fissazione dell'identità all'interno di carriere devianti, si propone di esaminare «l'altra metà dell'equazione: le persone che elaborano e fanno applicare le norme alle quali gli outsiders non si conformano» (ivi, p. 97). L'origine delle leggi è individuata nell'esercizio del potere e nella azione dei gruppi per tutelare ed estendere i propri interessi. Il processo di individuazione dei comportamenti devianti è in questo senso un processo politico e si sostanzia nei due momenti della creazione delle norme e della loro applicazione da parte di agenzie che agiscono anch'esse sulla base di precisi interessi e di una strategia piuttosto articolata.
L'interesse per il ruolo centrale della norma positiva, della legge che fissa i confini tra lecito e illecito, creando in questo senso la devianza, porta a considerare il rapporto esistente tra norme, valori e struttura degli interessi. Nel ricostruire la "storia naturale" delle norme (Becker, 1987, p. 102) si può facilmente scoprire che il frequente riferimento a valori condivisi spesso cela le vere ragioni che sottostanno alla promulgazione delle leggi. Esse infatti sono non di rado frutto dell'affermarsi in sede politica del potere di un determinato gruppo (gli "imprenditori morali") mosso da interessi precisi, che fanno riferimento ai valori come giustificazione, per così dire nobilitante, delle proprie particolari visioni del mondo e di ciò che è utile e giusto: «Una norma può essere creata semplicemente per servire l'interesse speciale di qualcuno, e successivamente può essere trovata una giustificazione in qualche valore generale» (ivi, p. 105). Nel quadro della prospettiva interazionista il riconoscimento dell'importanza della definizione normativa è sostanzialmente premessa per quelli che sono i principali oggetti di interesse: le modalità in cui si esprime la reazione sociale e istituzionale alla devianza e le conseguenze per gli individui etichettati.
La reazione sociale al comportamento deviante si esprime a due livelli: quello informale, che si concretizza in processi di stigmatizzazione e marginalizzazione, e quello istituzionale, esperito dalle agenzie di controllo chiamate ad applicare le norme e dalle istituzioni (in primo luogo le istituzioni totali) incaricate del trattamento dei devianti. Al centro dell'attenzione di chi studia il tema della devianza non è più solamente il protagonista di comportamenti non conformi, bensì la relazione che si instaura tra protagonisti, altri attori sociali, istituzioni di controllo. La devianza è infatti «concepita come un processo attraverso il quale i membri di un gruppo, di una comunità o di una società:
a)interpretano un comportamento come deviante;
b) etichettano gli individui che si comportano in tal modo come devianti di un particolare tipo;
c) riservano loro il trattamento considerato appropriato per tali casi di devianza» (Kitsuse, 1983, p.
150).
Senso comune e reazione informale
Per gli interazionisti è dunque parte integrante dello studio della devianza l'attenzione alla maniera in cui, attraverso un'opera di interpretazione, gli attori sociali attribuiscono all'azione degli altri il significato di comportamento deviante, nonché il tipo di reazione che da ciò deriva, e di cui sono protagonisti, in primo luogo, le persone che circondano colui che lo adotta. Si tratta di reazioni che sono espressione, in molti casi, del senso comune e si manifestano in contesti non ufficiali, ma che hanno conseguenze non di rado più rilevanti di quelle che discendono dall'applicazione di sanzioni da parte delle agenzie istituzionali.
Il modo in cui si concretizza la reazione sociale è spesso identificabile con la nozione di "stigmatizzazione", «un processo che conduce a contrassegnare pubblicamente delle persone come moralmente inferiori, mediante etichette negative, marchi, bollature, o informazioni pubblicamente diffuse» (Lemert, 1981, p. 91).
L'applicazione di uno stigma, inteso in senso generale, significa l'evidenziazione di una determinata caratteristica (fisica o comportamentale) del soggetto, il quale assume agli occhi degli altri una diversa connotazione. Ne discende una modificazione dei giudizi e degli atteggiamenti nei confronti di chi ne è portatore: «Un individuo che potrebbe facilmente essere accolto in un ordinario rapporto sociale possiede una caratteristica su cui si focalizza l'attenzione di coloro che lo conoscono alienandoli da lui, spezzando il carattere positivo che gli altri suoi attributi potevano avere» (Goffman, 1970, p. 20).
In seguito a questa modificazione dei giudizi l'individuo perde il rispetto e la considerazione che le altre sue caratteristiche («le coordinate intatte della sua identità») gli avrebbero fatto accordare eche lui avrebbe ritenuto di dover ricevere. Le conseguenti reazioni dello stigmatizzato possono essere di diverso tipo, ma tendenzialmente sono caratterizzate dalla esigenza di adattarsi a una situazione di esclusione identificandosi con coloro che condividono lo stesso stigma.
Nel gruppo di coloro che condividono lo stesso stigma, il soggetto compie un insieme di esperienze, una sorta di percorso di socializzazione, una carriera morale, in cui acquisisce ed elabora una serie di competenze, di abilità, di motivazioni, di conferme, che gli consentono di sviluppare vere e proprie strategie di adattamento alla situazione. Berger e Berger (1977, p. 386), commentando il contributo di Goffman, precisano che la stigmatizzazione di un certo comportamento è strettamente correlata al potere delle persone che elaborano la definizione di quel comportamento come deviante di imporre tale definizione su altri: «La stigmatizzazione è un processo che un gruppo di gente impone ad un altro gruppo. La definizione resterà loro più o meno attaccata" a seconda del potere di chi definisce». Nel caso dell'applicazione di uno stigma in seguito a comportamenti ritenuti devianti è molto rilevante (Lemert, 1981) il senso di ingiustizia provato a volte da chi ne è oggetto, soprattutto se percepisce incoerenza tra stigma e sanzioni, da un lato, e caratteristiche delle azioni compiute, dall'altro, o ancora tra stigma e sanzioni applicate in momenti o luoghi diversi per lo stesso fatto.
Tale senso di ingiustizia, può essere considerato fattore precipitante per alcune devianze secondarie.La reazione da parte delle agenzie di controllo e il loro contributo alla "creazione" della devianza. All'attenzione per le reazioni di tipo informale che si collocano nel contesto del senso comune, si affianca quella per i processi di etichettamento da parte delle istanze ufficiali che operano avendo come riferimento le definizioni formali, espresse nelle scelte normative. I rapporti tra i diversi livelli sono complessi: «Non solo il pensiero giuridico si presenta, per quanto concerne le categorie con le quali esso opera, come strettamente legato al senso comune, ma [...] tra i processi di definizione formale e i processi di definizione e di reazione informale non è data veramente soluzione di continuità. Infatti, per un verso, le definizioni informali preparano talvolta le definizioni formali [...] e, per altro verso, i risultati concreti delle definizioni formali non sono dovute solamente all'azione delle istanze ufficiali che essi provocano» (Baratta, 1982, pp. 96-97). Anche nel campo della reazione istituzionale è plausibile ritenere che «la disposizione dei membri delle agenzie di controllo sociale a convalidare un'etichetta di devianza varierà in base alla loro valutazione del grado di violazione della fiducia attribuita al deviante potenziale». Tuttavia va sottolineato che il processo di etichettamento è «una questione politica ed ideologica, dato che i membri delle agenzie di controllo rispondono più a domande politiche che a casi di devianza socialmente verificati» (Denzin, 1983, pp. 244-245). Molto importante è allora, come insegna Becker (1987), lo studio delle motivazioni e dei comportamenti di coloro che sono chiamati ad applicare le norme. Se si analizza il modo in cui chi applica le norme si muove, appare infatti evidente che ci troviamo in presenza di una questione complessa, non lineare, soprattutto non esente dalle influenze del sistema di interessi prevalenti. Perché una norma venga applicata, punendo il soggetto che l'ha infranta, occorre infatti che qualcuno prenda l'iniziativa, in modo che l'infrazione venga posta all'attenzione della collettività. Il prendere l'iniziativa è strettamente correlato al vantaggio che si ritiene di poter ricavare e più in generale a un complesso di fattori non riconducibili né solamente ai valori difesi dalla norma, né all'oggettiva gravità del comportamento trasgressivo. Le istituzioni, infatti, agiscono di solito selezionando tra i molteplici compiti loro affidati dalla legge quelli che maggiormente consentono di valorizzare la propria funzione, gestendo attraverso un'opera costante di manipolazione dell'informazione la contraddizione tra il bisogno di affermare i propri successi e l'esigenza di ribadire la propria indispensabilità a fronte della sempre crescente gravità dei problemi.
Parlare di ricerca di vantaggi da parte delle istituzioni di controllo significa far riferimento a un complesso di esigenze ed esiti attesi, non solo di tipo materiale. Ad esempio, con A. K. Cohen (1969, p. 189), si può ricordare che alla base delle differenti forme di reazione alla deviazione c'è anche il bisogno di comunicare o di provare agli altri qualche cosa: «Come la deviazione può esprimere o sostenere un ruolo, così lo possono fare anche le reazioni alla deviazione. L'azione in qualsiasi ruolo, all'interno o all'esterno della struttura manifesta di controllo, contiene dei messaggi riguardanti chi occupa il ruolo e la sua adeguatezza al ruolo».
L'insieme delle osservazioni svolte a proposito delle modalità di azione delle agenzie di controllo porta alla provocatoria conclusione che il controllo sociale "induce" alla devianza o la "crea". Si tratta di affermazioni che possono avere diverse interpretazioni, da quella che enfatìzza il ruolo dell'etichettamento formale nella definizione dell'identità deviante (la repressione del comportamento deviante induce il trasgressore a continuare a comportarsi nel modo in cui è stato definito e a ripetere atti non conformi), fino alla più ristretta e concreta (nell'operato quotidiano della polizia è frequente l'attività di provocazione, la sollecitazione a commettere reati attraverso agenti infiltrati o l'affermazione della propria autorità in modi che producono reazioni qualificabili come comportamenti devianti). (Berzano e Prina, 1995).
 
4. Devianza primaria e devianza secondaria
Le definizioni applicate agli individui contribuiscono a costruire o a modificare la loro identità. L'acquisizione dell'identità deviante avviene all'interno di un processo nel quale si può distinguere devianza primaria e devianza secondaria.
Il punto da cui si può partire è che l'espressione «la devianza è una realtà socialmente costruita» non deve far pensare a una mera rappresentazione, poiché da questa "costruzione" discendono conseguenze reali. Parafrasando la famosa affermazione di W I. Thomas secondo cui «se la gente definisce una situazione come reale, essa avrà delle conseguenze reali», si può affermare: «Se una società definisce un certo tipo di condotta come deviante, allora coloro che la assumono dovranno sopportare le conseguenze di essere considerati devianti che a loro piaccia o meno» (Berger e Berger, 1977, p. 370).
Una delle più rilevanti conseguenze messe in luce dagli autori qui esaminati è quella della formazione dell'identità deviante. Questa è forse la principale delle direzioni di analisi coltivata dagli studiosi americani che sono stati collocati sotto l'etichetta di labellists, proprio in virtù delle radici di tale approccio nelle riflessioni dell'interazionismo simbolico e nel contributo di G.H.Mead sui processi che presiedono alla definizione del Sé nella relazione con gli altri significativi.
L'attribuzione dell'etichetta di deviante a determinati comportamenti e a chi li pone in essere contribuisce cioè in maniera significativa a ridefinire l'identità personale e pubblica del soggetto, da un lato restituendogli un'immagine caratterizzata dai tratti di negatività che sono simbolicamente associati alla qualifica di deviante e, dall'altro, rendendo quantomeno più problematico il suo rapporto con il contesto delle relazioni e delle opportunità "normali". Il carattere processuale dell'acquisizione di un'identità deviante è stato posto al centro dell'attenzione della prospettiva interazionista della reazione sociale, nell'opera di Lemert e in quella dì Becker. Al primo è dovuta la distinzione fondamentale tra devianza primaria e devianza secondaria, al secondo la descrizione dettagliata (e dall'interno) delle carriere devianti. Per devianza primaria si intende l'allontanamento più o meno temporaneo, più o meno importante agli occhi di chi lo attua, da valori o norme sociali e/o giuridiche, attraverso un comportamento che ha «implicazioni soltanto marginali per la struttura psichica dell'individuo; essa non dà luogo ad una riorganizzazione simbolica a livello degli atteggiamenti nei riguardi del sé e dei ruoli sociali» (Lemert, 1981, p. 65). La devianza secondaria«consiste, invece, nel comportamento deviante o nei ruoli sociali basati su di esso, che diviene mezzo di difesa, di attacco o di adattamento nei confronti dei problemi, manifesti o non manifesti, creati dalla reazione della società alla deviazione primaria. In realtà le "cause" originarie della deviazione perdono di importanza e divengono centrali le reazioni di disapprovazione, degradazione e isolamento messe in atto dalla società» (ivi, pp. 65-66).
Molto rilevanti, nel passaggio dalla devianza primaria a quella secondaria, sono gli effetti del controllo e della reazione sociale (ivi, p. 65): Vi è un aspetto processuale della deviazione che non possiamo non riconoscere, dal momento che, a seguito di una ripetuta, costante deviazione o discriminazione negativa, qualcosa cambia nella "pelle" del deviante. E' un qualcosa che si viene a produrre nella psiche o nel sistema nervoso come conseguenza delle sanzioni sociali, delle cerimonie di degradazione, degli interventi "terapeutici" o "riabilitativi". La percezione, da parte dell'individuo, dei valori e dei mezzi, e la stima dei relativi costi si modificano in modo tale che i simboli che hanno la funzione di condizionare le scelte della maggior parte delle persone finiscono per non sollecitare quasi più in lui determinate risposte, o anche per produrre risposte contrarie rispetto a quelle auspicate dagli altri. Aggiunge Lemert (ivi, pp. 65-6):
Si presume che la deviazione primaria intervenga all'interno di un'ampia varietà di contesti sociali, culturali e psicologici, e che tutt'al più abbia delle implicazioni soltanto marginali per la struttura psichica dell'individuo; essa non dà luogo ad una riorganizzazione simbolica a livello degli atteggiamenti nei riguardi del sé e dei ruoli sociali. La deviazione secondaria consiste invece nel comportamento deviante o nei ruoli sociali basati su di esso, che diviene mezzo di difesa, di attacco o di adattamento nei confronti dei problemi, manifesti o non manifesti, creati dalla reazione dellasocietà alla deviazione primaria. In realtà le "cause" originarie della deviazione perdono di importanza e divengono centrali le reazioni di disapprovazione, degradazione e isolamento messe in atto dalla società. (Berzano e Prina, 1995).
 
5. La carriera di deviante
In tema di carriere il contributo più significativo è certamente quello di Becker (1987). Il punto di partenza della sua analisi consiste nell'assunzione di un modello di interpretazione della devianza di tipo "sequenziale", che tiene cioè conto del fatto che i modelli di comportamento si sviluppano secondo una sequenza, e nel contestuale rifiuto del modello "sincronico", quello che vede i vari fattori ritenuti causali agire contemporaneamente e far "precipitare" improvvisamente il comportamento non conforme. L'analisi di Becker si rivela preziosa soprattutto per la capacità di descrizione dall'interno della carriera deviante, frutto di una metodologia fondata sull'osservazione partecipante e sulle interviste non strutturate ai protagonisti, attenta ai processi di progressiva acquisizione di una identità deviante, di lenta assimilazione delle motivazioni del gruppo con cui il soggetto si identifica, di apprendimento delle tecniche proprie di quel determinato comportamento, ma anche delle ragioni per cui lo si può ritenere giustificabile.
L'affermazione circa lo sviluppo di motivazioni devianti nel corso del processo di apprendimento «non sono le motivazioni devianti che conducono al comportamento deviante, ma, al contrario, è il comportamento deviante che produce, nel corso del tempo, la motivazione deviante» (ivi, p. 43), ribalta completamente le posizioni classiche circa il rapporto tra motivazioni e comportamenti, secondo le quali questi ultimi sono sempre conseguenza delle prime: qui l'ordine logico si inverte, nel senso che è solo agendo, sperimentando le situazioni, confrontandosi con le reazioni sociali e istituzionali che si fissano negli individui le motivazioni alla messa in atto del comportamento deviante. L'intuizione, di indubbio valore euristico, va tuttavia correlata al significato del termine "motivazione": se con esso indichiamo l'elaborazione cosciente dei significati dell'azione la posizione di Becker è indubbiamente fondata, se invece lo interpretiamo nel senso di causa in qualche misura cogente, esterna all'individuo anche solo in termini di assenza di possibilità di scelte alternative, allora il discorso diventa necessariamente più articolato e rimanda al rapporto tra soggettività e condizionamenti oggettivi su cui si svilupperà, come vedremo, il discorso della criminologia radicale e critica.
Altri elementi rilevanti dell'analisi delle carriere devianti proposta da Becker (ivi, pp. 33) possono essere cosi ricordati:
a) posta la sostanziale "normalità" del provare l'impulso a compiere atti non conformi, occorre concentrarsi sui motivi per cui una parte di persone decide di metterli in atto, mentre la maggioranza riesce a controllarsi;
b) la spiegazione è da ricercarsi nel fatto che alcuni riescono a evitare l'impatto dei commitments convenzionali, ossia del coinvolgimento nelle regole e negli stili di vita conformisti, o
«evitando di invischiarsi in alleanze con la società convenzionale» o adottando quelle che Matza ha chiamato "tecniche di neutralizzazione" del concomitante impulso a conformarsi;
c) il processo di lento abbandono dei commitments convenzionali è legato da un lato all'interesse (ossia al modo considerato più conveniente di raggiungere determinati obiettivi), dall'altro alle opportunità che si aprono o si chiudono nell'interazione del soggetto con l'ambiente;
d) «uno dei meccanismi che dall'esperienza casuale porta ad un modello più consolidato di attività deviante sta nello sviluppo di motivi ed interessi devianti [ ... ]. Prima di praticare l'attività su una base più o meno regolare, la persona non ha idea dei piaceri che da essa derivano; li viene a conoscere nel corso dell'interazione con devianti con più esperienza. Impara a prendere coscienza di nuovi tipi di esperienze e a pensarle come piacevoli [ ... ]. In breve, l'individuo impara a prendere parte ad una sottocultura organizzata attorno ad una determinata attività deviante»;
e)la costruzione di un modello stabile di comportamento deviante è fortemente influenzato dal fatto di essere scoperto ed etichettato pubblicamente come deviante, fatto che determina un drastico cambiamento dell'identità pubblica dell'individuo il quale si trova collocato nel contesto delle relazioni sociali con un nuovo status: posto che nello stesso individuo è sempre evidente la compresenza di una pluralità di status di rilevanza diversa, che nell'interazione possono subire processi di esaltazione e di messa in ombra (lo status principale può diventare accessorio, mentre emerge un tratto secondario), si osserva che l'etichettamento come deviante determina la messa tra parentesi delle caratteristiche riconducibili allo status principale (ad esempio legate al fatto di essere studente o professionista) e una enfatizzazione di quelle, spesso secondarie, riferibili al comportamento deviante in quel momento ancora occasionale (ladro, consumatore di droghe ecc.);
f) «trattare una persona deviante per un aspetto come se lo fosse per tutti gli altri produce una profezia che si autodetermina», provocando la ristrutturazione dell'identità del soggetto nel senso che tenderà a conformarsi all'immagine che ne ha la gente, anche per effetto dell'impossibilità di continuare a operare le scelte congruenti con lo status principale che possedeva in precedenza;
g) ciò potrà determinare l'esclusione dalla partecipazione a gruppi convenzionali e la contestuale crescita del legame con coloro che condividono l'esperienza di stigmatizzazione;
h) anche le misure poste in essere per il trattamento dei devianti contribuiscono a sviluppare consuetudini illegittime, nella misura in cui esso «nega loro i mezzi ordinari per proseguire con le consuetudini della vita quotidiana come le altre persone»;
i) il passo finale della carriera consiste nell'entrare a far parte di un gruppo organizzato di devianti: ciò consentirà al soggetto di acquisire le razionalizzazioni e le giustificazioni (ideologiche e/o psicologiche) elaborate all'interno del gruppo e di affinare le tecniche per proseguire nell'attività deviante con il minimo di disagio ed evitando il più possibile le conseguenze spiacevoli derivanti dal lavoro delle agenzie di controllo. (Berzano e Prina, 1995)
 
 
 
6. Identità deviante e ruoli specialistici
Un contributo fondamentale alla costruzione e stabilizzazione dell'identità deviante è dato dalle figure professionali deputate alla riabilitazione, cura, o trattamento dei devianti (medici, psicologi, assistenti sociali, ecc.). Come evidenziano De Leo e Salvini (1978), infatti, la designazione di un atto come deviante nasce in riferimento anche ad un ruolo specialistico: «l'operatore sociale proietta, in anticipo, sul destinatario del servizio, l'elemento ideologico contenuto nel suo ruolo e nelle sue conoscenze e quindi gli interessi e le competenze della sua professione. Esiste quindi un rapporto simmetrico tra il ruolo dell'operatore sociale e la costruzione del fatto
e la tipologia dell'atto deviante.» (p.109). Il deviante, dal canto suo, non deve mettere in discussionei valori delle istituzioni e il ruolo professionale dei tecnici destinati ad occuparsi di lui, accettando di far propria la concezione di sé e la visione della realtà che questi gli rimandano. Se questo non avviene, «il rifiuto della ideologia istituzionale o la violazione di queste regole possono essere utilizzati a riprova del giudizio burocratico che il deviante non si è "ravveduto", oppure che è "ancora malato" » (Lemert, 1972, p.97 tr.it.).
È proprio nell'interazione con tali figure professionali e all'interno dei contesti istituzionali di rieducazione, cura o trattamento che il soggetto perviene ad una stabilizzazione della propria identità deviante, portando a termine un processo che spesso ha un carattere di irreversibilità. Analogamente Prina (1982) rileva come anche nel caso della tossicodipendenza gli stessi servizi socio-sanitari, con la loro presa in carico, contribuiscano ad attuare un riconoscimento di status del tossicomane, sancendo una condizione a volte ancora incerta e facilitando così un rafforzamento della sua identità deviante. Il tossicodipendente, facendo proprie le attribuzioni degli operatori socio-sanitari con cui interagisce e da cui dipende per l'assistenza e la cura, impara a definirsi come un "malato", una "vittima della società", un individuo incapace di autodeterminarsi in quanto causatoda eventi di varia natura (sociali, psicologici, familiari..)[5].
L'intervento correzionale-terapeutico ha quindi il risultato "paradossale" (Passi, Salvini, 1982) di risocializzare l'individuo in base alle proprie esigenze funzionali, rendendolo totalmente dipendente per l'autorappresentazione dalle categorie di definizione e valutazione normativo-istituzionali. In questo modo, sottraendo alla volontà del soggetto la sua eventuale parte di responsabilità, l'intervento riabilitativo o terapeutico lo relega in un'autopercezione immodificabile di identità deviante. (Milanese, 1998).
 
7. Identità deviante e rischi di recidiva
Il processo di stigmatizzazione, ufficializzando la condizione di deviante come parte rilevante dell'identità personale ha due effetti principali:
a) rendere "oggettivo" l'esito di un giudizio morale;
b) confermare e accrescere l'importanza del ruolo trasgressivo nella vita dell'individuo e agli occhi degli altri, inducendolo ad una identificazione stabile con tale ruolo (De Leo, Salvini, 1978). Infatti: «chi entra in una posizione trova già, virtualmente, un sé: egli non deve far altro che aderire alle pressioni che subirà e troverà un io bell'è fatto per lui.» (Goffman, 1961, p.6 tr.it.). La stigmatizzazione, quindi, agisce in modo da far condividere al deviante il suo stereotipo[6]come parte integrante e predominante della sua identità personale (Salvini, 1980), soprattutto nel caso di un adolescente. Infatti, più la persona si trova in una condizione di "inferiorità", maggiori sono le possibilità che la sua assenza di potere venga usata dagli altri a proprio vantaggio.
Un ragazzo stigmatizzato per un suo comportamento deviante, deve confrontarsi con il ruolo che gli è stato assegnato, rinforzando così la sua definizione negativa.
L'essere etichettato come deviante produce inoltre:
1. una degradazione di status: l'individuo sarà etichettato come "violento", "drogato", "malato di mente", "pedofilo" e trattato di conseguenza;
2. la possibilità di venire riconosciuto come quel tipo di persona;
3. l'acquisizione di specifiche conoscenze, competenze ed abilità potenzialmente trasgressive ed eventualmente criminose;
4. l'acquisizione di una particolare "visione del mondo", con un conseguente mutamento nella gerarchia dei valori (Lemert, 1972), e l'eventuale affiliazione ad una "sottocultura deviante" (Becker, 1963). L'isolamento e l'autosegregazione caratteristica di tali gruppi, inoltre, contribuisce ad intensificare ulteriormente lo statusdeviante dei membri che ne fanno parte;
5. l'accettazione da parte del deviante del suo stereotipo come parte integrante della sua identità. Il"successo" di questa risocializzazione è agevolato dal "vuoto cognitivo" (Goffman, 1963) in cui il deviante, soprattutto se bambino o adolescente, viene a trovarsi riguardo al valore sociale della propria azione e presenza. Il deviante viene indotto così ad agire in modo non convenzionale essendo venute meno le attese di una sua condotta normale;
6. la costruzione di modalità stereotipiche di percezione da parte dei soggetti che interagiscono con il deviante, i quali orienteranno i loro atteggiamenti e comportamenti in modo da ottenere una confermadi tale identità;
7. lo sperimentare i vantaggi secondari della propria identità negativa, sia in termini di solidarietà da parte degli altri devianti che di assistenza e protezione da parte di alcuni settori della società. Assegnando al deviante uno statused un ruolo permanenti, infatti, si conferisce loro anche il diritto ad essere aiutati ed assistiti. Se l'accedere ad uno statusdeviante implica in un primo momento il rifiuto e la riprovazione sociale, così come penalizzazioni e restrizioni della propria libertà, ciò successivamente permette di divenire oggetto di interesse, attenzioni caritatevoli, comprensione e di ricevere anche aiuti materiali. Come nota Lemert: «una descrizione del trattamento del deviante nella società moderna in termini di totale esclusione ed emarginazione non è esatta, dato che spesso egli è in modo alterno oggetto di punizione e di soccorso, di assistenza e di rifiuto» (1972, p.289 tr.it.). Questo appare particolarmente vero nel caso di alcuni tipi di devianza, quali la tossicodipendenza e l'alcolismo, relativamente alle quali vige una ideologia della "doppia morale" (Lemert, 1972) in cui, al ripudio morale e sociale, si affianca tutta una serie di interventi terapeutici finalizzati alla riabilitazione e al reinserimento sociale del drogato e dell'alcolista. Nei confronti di questi devianti gli aspetti più significativi della reazione sociale sembrano essere proprio
l'ambivalenza, la duplicità e la discontinuità.
Bisogna inoltre considerare come le identità stigmatizzate possano rappresentare una soluzione ai problemi della vita dei devianti, garantendo loro una coerente autorappresentazione e il conseguimento di determinate ricompense e soddisfazioni. Come rileva Lemert, «se una stigmatizzazione efficace comporta delle penalizzazioni e riduce le possibilità di accesso ai mezzi convenzionali per procurarsi le soddisfazioni della vita, può d'altro canto fornire dei nuovi mezzi in vista di certi fini che si cerca di conseguire» (1972, p.104 tr.it.). Il deviante, quindi, può utilizzare il proprio ruolo negativo in maniera strategica ed intenzionale. Se si vuole comprendere a pieno il problema della recidività comportamentale dei devianti bisogna quindi tener conto di tutti quei processi che facilitano l'insorgere e lo stabilizzarsi di un sé deviante e di come il soggetto abbiaorganizzato tutta la propria identità e la propria vita intorno a delle attività devianti.[7] Infatti, «una volta che la devianza sia diventata un modo abituale di vita, il problema per la persona diviene quello dei costi che comporterebbe un cambiamento, piuttosto che quello dello status più elevato che sarebbe acquisito mediante la riabilitazione o il ravvedimento.» (Lemert, 1972, p.119 tr.it.). Tali costi vanno valutati soprattutto ed essenzialmente in termini di "identità", ovvero del rischio di perdere i riferimenti culturali, autobiografici e cognitivi che danno stabilità e coerenza alla rappresentazione di sé. (Milanese, 1998).
 
8. Considerazioni conclusive
Il processo del divenire devianti, così come analizzato nei paragrafi precedenti, non è comunque ineluttabile, poiché lascia adito a variazioni nella risposta degli individui.
Nel processo che porta alla costruzione di una identità deviante e alla sua stabilizzazione, infatti, appare centrale il ruolo svolto dal soggetto quale attivo produttore e negoziatore di significati. Da questo punto di vista, non tutti coloro che vengono individuati ed etichettati come devianti si indirizzano verso uno stato di devianza consolidata, poiché possono decidere di non voler intraprendere la strada deviante e tornare indietro (Becker, 1963; Lemert, 1972). L'etichetta, quindi, non produce di per sé la devianza e il deviante: è l'individuo che, confrontandosi con i pregiudizi, gli stigmi e il bando nel corso della sua esperienza, costruisce attivamente le proprie azioni e sceglie quale strada intraprendere. La soggettività umana, infatti, implica sempre una progettualità aperta a continue revisioni. Perfino quando è ormai rassegnato alla attribuzione di uno statusdegradato, il deviante può cercare di neutralizzarne o di mitigarne l'impatto mediante il controllo dell'informazione e la diminuzione della visibilità della devianza (Goffman, 1963). Di fronte ai processi di stigmatizzazione e svalutazione sociale, il fatto che il soggetto passi da una condizione transitoria di devianza ad una devianza organizzata dipende da vari fattori, tra i quali apparecentrale la motivazione a svolgere ruoli devianti e ad approfittare delle possibilità offerte da uno statusdegradato (Lemert, 1972). Percepirsi e definirsi come deviante può infatti permettere di ottenere gratificazioni particolari e di attenuare in parte gli effetti della
stigmatizzazione. L'individuo, quindi, media e dà vita all'intero processo del divenire devianti, anche e soprattutto quando si trova a confrontarsi con i pregiudizi, gli stereotipi e le diverse forme di attribuzione di identità o di categorizzazione. Come ben espresso da Matza: «il processo del divenire devianti ha poco senso, umanamente, se non si comprende l'attività filosofica interiore del soggetto man mano che questi attribuisce significato agli eventi e alle cose che lo circondano» (1969, p.273 tr.it.). Dal punto di vista del soggetto, nel momento in cui si confronta con le varie manifestazioni della reazione sociale, il problema principale è se il proprio atto deviante debba essere considerato una "indicazione" corretta di ciò che egli è, se cioè egli sia
sostanzialmente un drogato, un criminale, un malato di mente, ecc.. La questione dell'identità, quindi, si pone per il soggetto nei termini del rapporto tra il fare e l'essere. Se il soggetto decide che tale atto va considerato una indicazione di ciò che è, dà inizio ad un processo di riconsiderazione del sé che lo porta a costruire il significato stesso della propria identità deviante, collaborando così attivamente alla crescita e allo
sviluppo di tale identità (Matza, 1969). In questo processo, quindi, la stigmatizzazione e l'esclusione operata dai vari gruppi sociali, grossolana o ragionevole che sia, da sole non sono sufficienti a consolidare un'identità deviante che ha ancora il carattere di provvisorietà. «Per comprendere come un'identità provvisoria possa stabilizzarsi, dobbiamo considerare la possibilità che il soggetto renda se stesso oggetto, diventando testimone chiave contro se stesso» (Matza, 1969, p.259 tr.it.) Il soggetto cioè, riesaminando la propria identità provvisoria alla luce dell'esperienza successiva, può trarre dalla ricorsività del suo comportamento la conferma della propria identità deviante, determinando una sua stabilizzazione.
L'individuo, quindi, crea il significato dell'identità deviante con la sua stessa attività anche se questo è strettamente collegato ai processi di etichettamento e significazione operati dalle agenzie di controllo sociale. Se l'attività deviante non viene stigmatizzata, infatti, è improbabile che il soggetto vi attribuisca grande importanza e collabori a costruire il significato della propria identità deviante. (Milanese, 1998). A scuola quindi, tenendo presente che la diversità, la devianza del ragazzo non è solo una proprietà dell'azione da lui compiuta o della sua personalità, ma è anche una conseguenza del fatto che l'insegnante applica delle regole di valutazione dettategli dal criterio di normalità/anormalità che il suo personale consenso all'istituzione gli impone, per cercare di non innescare i meccanismi di etichettamento con tutte le conseguenze che sono state analizzate,l'insegnante deve pensare al comportamento al ragazzo non nei termini di "com'è", ma di che "cosa fa" intenzionalmente, evitando di identificarlo con il suo comportamento scorretto.
Il problema va quindi valutato tenendo conto: a) della ricostruzione del significatoe delle forme di tipizzazione in base alle quali l'insegnante attribuisce una connotazione di devianza o di malattia alla personalità del ragazzo e alle sue azioni; b) della ricostruzione dell'intero episodio deviante
alla luce dei significati che il ragazzo ha voluto attribuirgli; c) di rilevare lo scarto
tra i due modi di "significare", tra i due sistemi di valore: quello del ragazzo e quello dell'insegnante; d) di individuare i mutamenti che possono avvenire nell'identità del ragazzo in seguito all'immagine negativa di sé che gli è rimandata.


[1] Significare qualcosa mediante l'azione è come significare qualcosa mediante il linguaggio. D'altra parte il comportamento socialeva concepito come un insieme di processi costituiti da azioni mediate da significati. Ne deriva che i rapporti tra le persone non sono semplicemente forme d'interazione sociale, riscontrabili anche in altre specie viventi, ma anche forme d'interazione simbolica, in cui esiste una continua mediazione di significati che concorre a consentire le diverse forme d'interazione (Berger e Luckmann, 1966).
 
[2] Giddens (1976) rileva a tale proposito che la produzione della società da parte degli agenti si regge sulla produzione di senso negli atti comunicativi. Tale senso poggia sull'accordo normativo che il linguaggio anticipa precostituendo significati e regole per l'azione.
[3] Quando si analizza il comportamento sociale delle persone basandosi sul modello delle scienze naturali, si effettua un errore categoriale. Errore analogo a quello relativo al tentativo di comprendere le regole di un gioco servendosi di assunzioni fondate sulle regole di un altro.
 
[4] Nell'ottica interazionista l'uomo viene concettualizzati come un agente "attivo" e psicologicamente responsabile, guidato da intenzioni e da scopi, impegnato a dare un significato al suo agire e a progettare se stesso in relazione ad un contesto interpretativo (Fiora, Pedrabissi e Salvini, 1988). L'uomo quindi, non è più pensato in termini deterministici, come un oggetto puramente reattivo, "causato" da fattori interni o esterni che siano, quanto piuttosto come un soggetto capace di autoregolarsi e di creare attivamente e intenzionalmente la propria realtà e il proprio mondo, pur avendo un grado variabile di consapevolezza in tutto ciò (Salvini e Pirritano, 1984).
 
[5] «Iltossicodipendente costituisce un caso emblematico di deviante in quanto esposto a tutti i processi simbolici, relazionali e affiliativi, sia sul versante del gruppo di riferimento che su quello della reazione sociale. Sotto questo aspetto la condizione giovanile tende ad esporlo, in misura maggiore di altri devianti, ai processi di emarginazione e a quelli correzionali, quindi a situazioni di estrema permeabilità psicologica per ciò che riguarda la costruzione della sua identità.» (Passi, Salvini,1982, p.54).
[6] La costruzione di uno stereotipo deviante (il drogato, l'omosessuale, il ladro, ecc.) nasce elevando a significato simbolico certi tratti comportamentali (stigmi), facendoli divenire parte integrante di un ruolo e attributi stabili della personalità e delle sue rappresentazioni pubbliche (De Leo, Salvini, 1978).
[7] Lemert, ad esempio, descrive così la situazione del tossicodipendente: «col passare del tempo, [il tossicodipendente] ha fatto penetrare le droghe in tutti o quasi i risvolti della propria vita [...] Dopo essere andato avanti così per anni, attraverso innumerevoli situazioni sociali, la assunzione di droghe, la loro simbologia e gli stati emotivi ad esse concomitanti sono divenuti per lui [...] una `
seconda natura'. Ciò vuol dire che le droghe sono diventate, mediante legami complessi e intersecantisi, quasi una tutt'uno con le sue reazioni fisiologiche, psicologiche e sociali, che nell'insieme costituiscono un sé supplementare.Allo stesso modo è possibilediscernere un sé alcolista, [...] un sé falsario..» (1972, p.126 tr.it., corsivo aggiunto).
 
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categorie: devianza
lunedì, 01 giugno 2009

baby-gang

Carenze materiali ed educative tra le mura domestiche possono causare comportamenti devianti nei ragazzi. Tuttavia, più che accusare, sarebbe utile adottare un’ottica di promozione delle risorse presenti in ciascun nucleo familiare.
Le aggressioni compiute da gruppi di minori negli ultimi anni sono salite agli onori della cronaca. I mezzi di informazione nazionale hanno dato sempre più spazio a questo genere di notizie etichettando le bande minorili con il termine di baby-gang. Il fatto che la questione, in questa fase storica, non sia stata sollevata dagli studiosi, ma dai mass media, non vuol certo dire che il problema non ci sia. Ci si chiede però se le baby-gang non siano sempre esistite, del resto il fenomeno del bullismo è stato ormai ampiamente riconosciuto e rilevato nel nostro Paese e le bande di ragazzi impegnati in atti vandalici non sono certo una novità. Inoltre gli episodi riportati dalla stampa non dicono nulla circa la sostanza del fenomeno, ma fanno piuttosto riferimento alla sua percezione sociale.
La questione pregnante diventa allora osservare e studiare attentamente quali sono le caratteristiche peculiari delle baby-gang per differenziarle da altri tipi di gruppi devianti minorili. Soltanto così potremo tentare di dare una spiegazione di questa realtà ed eventualmente approntare strategie di intervento e prevenzione nei suoi confronti.
Allo stato attuale non vi sono dati che quantifichino e informino sull’entità del fenomeno. Ma al di là degli aspetti quantitativi, queste situazioni sono la spia di un disagio diffuso che coinvolge i giovani e che si estrinseca in modalità di comportamento antisociali. Un disagio che a volte nasce o più semplicemente non trova spazio di esplicitazione nell’ambiente familiare e che, attraverso il gruppo dei pari, traduce il malcontento e la problematicità in forme di relazione e comunicazione non lecite.
Quando si verificano eventi di tale portata, il sistema familiare di cui questi ragazzi fanno parte viene, a torto o ragione, inevitabilmente posto sotto accusa. Del resto la letteratura nazionale e internazionale riporta una stretta relazione tra i fattori di rischio connessi alla carriera deviante dei giovani e il ruolo determinante svolto dalla famiglia nello sviluppo psicologico dei ragazzi in una fase delicata come quella adolescenziale.
È innegabile che il nucleo familiare, come prima agenzia di socializzazione per l’individuo e come luogo di formazione dei legami e delle interazioni fra i suoi membri, costituisca la base dello sviluppo psichico del bambino. Il supporto fornito dalla famiglia favorisce l’integrazione della personalità in evoluzione e garantisce il contatto fra il bambino e la società di appartenenza (D’Alessio, Schimmenti, Cherubini, 1995).
Negli ultimi decenni, sulla scia delle trasformazioni sociali e di costume, la struttura familiare ha subìto grandi mutamenti. Il nucleo si è andato sempre più riducendo nelle sue dimensioni e, con l’avvento del divorzio, si è assistito alla costituzione di famiglie "atipiche", caratterizzate da un solo genitore e i rispettivi figli, oppure alla formazione di nuclei recentemente denominati "famiglie ricostituite" (Malagoli Togliatti e Montinari, 1995). La famiglia si è calata sempre più nel contesto di vita consono con la civiltà attuale in cui gli impegni lavorativi, le attività extra-familiari e la caoticità in cui tutto questo si svolge hanno accentuato l’isolamento e ridotto i rapporti sociali (Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987). A seguito di queste trasformazioni cambia il modo in cui i figli si percepiscono come membri di una famiglia e vivono le dinamiche familiari, il modo in cui si rapportano ai genitori e vivono lo scambio tra il mondo familiare e le più ampie relazioni sociali (Chiosso, 1994).
La provenienza socioculturale dei ragazzi appartenenti alle baby-gang non è accertata, ma dati gli studi compiuti su altri fenomeni, quale appunto il bullismo, si potrebbe ipotizzare che non necessariamente i "baby criminali" siano il frutto di realtà familiari e sociali devianti o disadattate.
I mezzi d’informazione hanno dato sempre più spazio alle notizie riguardanti le bande minorili. Gli episodi riportati, tuttavia, non dicono nulla circa la sostanza del fenomeno, ma si riferiscono, piuttosto, alla sua percezione sociale.
Più che le carenze strutturali di base sono quindi le difficili relazioni all’interno della famiglia a costituire un fattore di rischio. Alcuni studi recenti hanno messo in evidenza come la transizione dall’adolescenza alla vita adulta sia influenzata dalla competenza e dall’abilità manifestata dalla famiglia nell’assolvere i suoi compiti di mediatore tra il sociale e il familiare. Quando si parla di abilità e di competenze del nucleo familiare si fa riferimento al supporto e alla comunicazione. È stato evidenziato infatti come relazioni familiari caratterizzate dalla presenza di un alto livello di supporto e coinvolgimento hanno come effetto un buon adattamento psicosociale dell’adolescente in termini di maggiori relazioni positive con i pari, maggiori successi scolastici, maggiore autonomia e autostima. D’altro canto la competenza comunicativa, intesa come possibilità di esprimere pensieri e sentimenti liberamente, diviene un elemento di protezione nei confronti dello stress e della frustrazione (Scabini, Marta, Rosnati, 1995).
Un filone di ricerca sul comportamento deviante ha cercato di mettere in correlazione i fenomeni di devianza con gli stili educativi secondo la prospettiva dell’apprendimento sociale. Per gli studiosi che aderiscono a questo modello, la probabilità che un adolescente commetta un atto delinquenziale aumenta quando i genitori, gli adulti significativi o i coetanei forniscono o rinforzano maggiormente modalità di comportamento antisociale piuttosto che prosociale, oppure quando le figure rappresentanti l’autorità non puniscono in maniera efficace le condotte trasgressive (Palmonari, 1993). Questo tipo di spiegazione non è in grado di rendere conto di tutte quelle situazioni in cui ragazzi provenienti da famiglie devianti o criminali non manifestano comportamenti antisociali o casi in cui la condotta antisociale è messa in atto da individui provenienti da ambienti familiari e sociali non orientati in senso deviante.
Da un’altra prospettiva teorica la famiglia è riconosciuta come sistema autoregolativo che tende a influenzare le autoregolazioni dei membri che ne fanno parte, anche sotto il profilo della devianza come comportamento, come ruolo e identità. La famiglia è da considerare quindi sia come sistema autoregolato che, se diventa disfunzionale, problematico o multiproblematico (Scabini, Donati, 1992; Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987), può generare al suo interno disagio e sofferenza, per cui, indirettamente, può influenzare anche percorsi devianti, sia come "ambiente" sistemico culturale e biografico privilegiato che vincola, regola e contestualizza le autoregolazioni degli individui che vi appartengono, oltre alle scelte, i percorsi devianti e gli stessi tentativi di cambiamento, con una tipica tendenza omeostatica a "utilizzare" funzionalmente episodi ed eventi devianti in rapporto a esigenze e scopi propri del sistema familiare (Malagoli Togliatti, Ardone, 1993; Malagoli Togliatti, 1989, 1994; De Leo, 1992; Cirillo, 1996).
Coesione e adattabilità
Nell’ottica dell’autoregolazione disfunzionale e problematica, le dimensioni considerate maggiormente rilevanti in questo ambito di ricerca sono quelle che Olson ha definito "coesione e adattabilità" (Malagoli Togliatti, 1996; Malagoli Togliatti, Ardone, 1993). La prima è legata alla qualità e all’intensità dei legami affettivi che caratterizzano le relazioni fra i membri della famiglia, e rimanda ai confini tra i sottosistemi e tra le generazioni, agli interessi comuni e al senso d’intimità; la seconda individua la capacità del sistema familiare di modificare le proprie regole relazionali e i ruoli intrafamiliari in rapporto alle diverse fasi del ciclo vitale, e indica la flessibilità nella gestione della leadership e nel cambiamento degli schemi relazionali.
Con entrambi gli aspetti interagiscono le competenze/incompetenze genitoriali (dei singoli genitori e della coppia genitoriale come sottosistema particolarmente influente), l’impegno/disimpegno genitoriale (Stanton, 1979), gli stili e le modalità comunicative prevalenti nella famiglia, fra cui, specificamente rilevanti rispetto alla devianza, la qualità della supervisione o monitoraggio (monitoring) fra i figli adolescenti e i ruoli genitoriali (Patterson, Reid, Dishion, 1992; Barbaranelli, Regalia, Pastorelli, 1998), le capacità e le competenze genitoriali nel gestire i conflitti e le crisi adolescenziali. Sono state studiate, infine, situazioni-limite di disfunzionalità sia della coesione che dell’adattabilità familiare, in particolare nei casi di famiglie multiproblematiche, nelle quali si può avere una sorta di destrutturazione delle basilari capacità autoregolative familiari per la tendenza a delegare quelle funzioni ai servizi che hanno in carico i vari membri della famiglia stessa (Malagoli Togliatti, Rocchietta Tofani, 1987).
D’altra parte, nell’ottica della famiglia che "utilizza" e autoregola la devianza in funzione degli equilibri/disequilibri del sistema familiare oltre all’ipotesi del deviante come capro espiatorio funzionale ad assorbire tensioni, conflitti e problemi percepiti come minacciosi per l’intera famiglia o per alcuni livelli cruciali del sistema familiare, la devianza adolescenziale è stata vista come tentata soluzione e perfino come risorsa nelle regolazioni comunicative simboliche e pragmatiche fra ragazzo e famiglia (De Leo, 1992; 1998); mentre altri percorsi di ricerca hanno trovato che certe configurazioni familiari sembrano accompagnare con frequenza esiti devianti da parte di figli adolescenti.
D’altro canto non è possibile stabilire una relazione diretta di causa ed effetto fra la tipologia di famiglia cui il ragazzo appartiene e il tipo di comportamento assunto dal ragazzo. Al di là della classe sociale e dell’appartenenza culturale, al di là delle difficoltà familiari vi sono altri fattori di influenza. Il gruppo dei pari è considerato un canale di socializzazione per l’individuo. L’importanza rivestita dalla famiglia e dal gruppo in adolescenza è un aspetto molto discusso, poiché se in alcune situazioni la prima agisce da fattore protettivo nei confronti del gruppo, in altri casi è quest’ultimo che sopperisce alle mancanze familiari. Non sarebbe dunque corretto generalizzare.
Un’ipotesi emersa in letteratura e che può spiegare cosa avviene in alcune aree del mondo minorile fa riferimento al ruolo svolto dalla famiglia, dalla scuola e dal gruppo dei pari. Il nuovo concetto introdotto è quello di deprivazione relativa che sottolinea quanto non siano più tanto importanti le deprivazioni assolute (emarginazione, disoccupazione, povertà), ma piuttosto lo scarto crescente che sembra esserci tra la percezione delle aspettative e la percezione delle opportunità.
I sociologi spiegano questo fenomeno con l’allungamento della fase precedente all’inserimento sociale e lavorativo dei giovani, ma ci sono anche altri aspetti di ordine culturale. Sembrerebbe esserci uno scarto tra la costruzione delle aspettative dei ragazzi all’interno della famiglia e la costruzione delle aspettative all’interno della scuola. All’interno della famiglia, soprattutto nei ceti medi, si stimolano alte aspettative quasi per soddisfare i bisogni della famiglia stessa; nella scuola la modalità di costruzione delle aspettative è più confusa, forse perché il contesto scolastico stesso attraversa oggi una fase di forte disagio e instabilità. I ragazzi possono reagire a tutto ciò smettendo di credere alle aspettative familiari quando si accorgono che esse sono del tutto astratte, oppure possono sentirsi fortemente stimolati a mantenerle alte con il rischio di andare incontro a grandi frustrazioni, a un malcontento, a un sentimento di ingiustizia, a una canalizzazione di questi sentimenti verso atti teppistici, razzisti e violenti in diverse direzioni. Questa ipotesi, che andrebbe comunque specificata e approfondita, è interessante perché mette in evidenza le dinamiche complesse che oggi si instaurano tra famiglia, scuola e gruppo dei pari.
La famiglia è considerata la principale agenzia di socializzazione che media e regola i percorsi fra condizioni, bisogni, aspettative, deprivazioni assolute e relative, rispetto ai rischi e alle esperienze di devianza nelle fasi evolutive della minore età. Non è quindi incauto pensare di intervenire sulla famiglia con forme di progettazione centrate su un’ottica di tipo promozionale, ossia, non tanto con un’attenzione focalizzata sui rischi, quanto piuttosto attraverso l’offerta non specifica di risorse, competenze, abilità, favorendo il coinvolgimento della famiglia in attività solidaristiche e prosociali.
Gaetano De Leo
    
I COMPORTAMENTI ANTISOCIALI
Quasi ogni giorno, a scuola o contesti a essa collegati, si registrano episodi di violenza e di aggressività tra i preadolescenti o gli adolescenti. In alcuni casi si fa riferimento a situazioni di derisione e insulto, in altri a forme di minaccia ed estorsione, in altri ancora a vere e proprie forme di aggressione o di persecuzione fisica. A seconda del target e delle caratteristiche degli attori, si può parlare di bullismo, di violenza individuale o di violenza di gruppo, come nel caso delle baby-gang. Ciò che accomuna questi diversi comportamenti violenti è il carattere gratuito, l’assenza di attacchi precedenti che ne giustifichino la presenza. La natura di queste azioni è ostile, non reattiva, diretta verso vittime indifese e più deboli degli aggressori.
La letteratura più recente ha approfondito la relazione che esiste tra atti aggressivi e comportamenti antisociali, quali uso di droghe, vandalismo, furti. Esistono però tra queste condizioni anche alcune differenze significative. Per aggressività alcuni autori intendono «un comportamento che ha lo scopo di far male o nuocere a una o più persone». La definizione che Loeber dà al comportamento antisociale è: «Comportamento che infligge dolore fisico o mentale o che danneggia le proprietà altrui e che può costituire o meno un’infrazione alla legge». La definizione di comportamento antisociale è dunque più ampia, include l’aggressività, ma non è ristretta a essa. Una distinzione rilevante è il riferimento, nella prima, all’intenzionalità dell’azione, mentre nella seconda l’enfasi viene posta più sulle conseguenze. Nell’analisi dei diversi tipi di comportamento aggressivo e antisociale si rintracciano le principali tipologie: aggressività; comportamenti di opposizione; violazioni dello status personale (uso di droghe, marinare la scuola, bestemmiare); violazione della proprietà altrui (furti e vandalismo).
Alcune ricerche evidenziano come certe forme più lievi di condotta trasgressiva interessino, a livello episodico, la quasi totalità dei ragazzi della scuola media e dei primi anni delle superiori. In particolare, l’adolescenza è l’età in cui le azioni violente aumentano. In alcune culture il comportamento aggressivo diventa, in questa fase dello sviluppo, accettabile.
Gli studiosi americani Loeber e Hay (1997) hanno condotto una ricerca sulla violenza tra i giovani di Pittsburgh cercando di rintracciare l’età di insorgenza dei diversi comportamenti violenti e antisociali a partire dalla valutazione dei genitori e dividendo il comportamento in tre grandi classi: il bullismo e i comportamenti di disturbo, definiti aggressività lieve; l’attacco fisico e le violenze di gruppo, definiti aggressione fisica; e i comportamenti di attacco personale e di violenza sessuale, definiti violenza. Dalla curva evolutiva dei tre tipi di comportamento emerge che c’è un ordine progressivo di insorgenza dei fenomeni in relazione alla gravità: le forme di aggressività minore presentano un aumento lineare da 3 a 14 anni, mentre l’aggressione fisica aumenta dai 10 anni in avanti, seguita dalla violenza che ha un incremento significativo da 11-12 anni in poi. Questo dato spiegherebbe perché certi fenomeni più gravi di tipo aggressivo e antisociale siano significativamente più frequenti nell’età adolescenziale rispetto alle altre fasi dello sviluppo.
È interessante confrontare i dati psicologici, ottenuti dalle dichiarazioni dei ragazzi, e dati basati sugli archivi di polizia e dei tribunali. Dal confronto emerge la discrepanza nell’età in cui certi fenomeni risultano più elevati. I dati basati sui registri degli arresti per violazione delle norme riportano una curva molto spostata in avanti (18-20 anni), rispetto ai dati di indagini psicologiche che presentano il picco dai 12 anni in poi. Ciò sembra indicare che per coloro che subiscono condanne penali, tale evento avviene dopo diversi anni di gravi comportamenti di questo tipo. Le differenze tra maschi e femmine nella condotta aggressiva e antisociale sono molto marcate: rispetto alle citazioni in giudizio per reati è di 4 a 1. Nonostante questi dati epidemiologici, si evidenziano cambiamenti di tendenza secondo cui anche le ragazze partecipano a episodi di violenza e prevaricazione: in alcune baby-gang ci sono ragazze, in certi casi si sono registrati episodi di violenza perpetrata dalle ragazze a carico di altre ragazze.
Ersilia Menesini
    
 BIBLIOGRAFIA
·         Barbaranelli C., Regalia C., Pastorelli C., Fattori protettivi del rischio psicosociale in adolescenza, "Età evolutiva", 60, 1998, pp. 93-100.
·         Chiosso G., Nascere figlio. Le famiglie italiane verso il duemila, UTET, Torino 1994.
·         Cirillo S. e al., La famiglia del tossicodipendente, Raffaello Cortina, Milano 1996.
·         D’Alessio M., Schimmenti V., Cherubini A., Valutazione del rischio psicosociale in età evolutiva, in D’Alessio M., Pio E. Ricci Bitti, Villone Betocchi G. (a cura di), Gli indicatori psicologici e sociali del rischio. Modelli teorici e ricerca empirica, Gnocchi Editore, Napoli 1995.
·         De Leo G., La famiglia nel processo di costruzione della devianza, in Scabini E., Donati P. (a cura di), op. cit., 1992.
·         De Leo G., La devianza minorile, Carocci, Roma 1998.
·         Malagoli Togliatti M., Comportamento aggressivo negli adolescenti: una lettura in chiave sistemico-relazionale, "Famiglia e minori", 2, 1989, pp. 31-39.
·         Malagoli Togliatti M., Famiglia e adolescenza, condizioni di rischio e risorse psicosociali, "Età evolutiva", 53, 1996, pp. 99-104.
·         Malagoli Togliatti M., Ardone R., Adolescenti e genitori. Una relazione affettiva fra potenzialità e rischi, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993.
·         Malagoli Togliatti M., Montinari G., Famiglie divise, Franco Angeli, Milano 1995.
·         Malagoli Togliatti M., Rocchietta Tofani, Famiglie multiproblematiche, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1987.
·         Palmonari, Psicologia dell’adolescenza, Il Mulino, Bologna 1993.
·         Patterson G., Reid J., Dishion T., Antisocial boys, Costalia Publishing, Orelon 1992.
·         Scabini E., Donati P. (a cura di), Famiglie in difficoltà tra rischio e risorse, Vita e Pensiero, Milano 1992.
·         Scabini E., Marta E., Rosnati R., Rischio familiare e rischio sociale: una ricerca sulle famiglie con tardo-adolescenti, in D’Alessio M., Pio E. Ricci Bitti, Villone Betocchi G. (a cura
·          
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categorie: devianza, psicologia clinica, psicologia giuridica
venerdì, 15 maggio 2009

TESTO UNICO DELLA TARIFFA PROFESSIONALE DEGLI PSICOLOGI

I

Approvato dal Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi in data 2 febbraio 2002

Art. 1

Per le prestazioni professionali, oltre al rimborso delle spese giustificate, sono dovuti

allo psicologo iscritto alla sezione A dell’Albo, come stabilito dal D.P.R. 328/01, gli

onorari indicati nell'allegata tabella.

Art. 2

Gli onorari minimi e massimi per le prestazioni professionali sono inderogabili.

Gli onorari minimi e massimi sono da intendersi annualmente adeguati sulla variazione

del canone ISTAT minimo applicabile.

Nelle convenzioni con soggetti pubblici e privati, che hanno ad oggetto prestazioni

professionali da rendere a beneficio di intere categorie di soggetti, il minimo può

essere diminuito entro il 25%.

Art. 3

Per la determinazione dell'onorario fra il massimo e il minimo stabilito, si può avere

riguardo a:

a) la complessità della prestazione richiesta;

b) l'appartenenza del cliente a categorie a beneficio delle quali sono state stipulate

convenzioni;

c) l’urgenza della prestazione;

d) la situazione socio - economica del cliente.

Lo psicologo può ridurre l'onorario per le prestazioni non effettuate a causa del

mancato rispetto dell'appuntamento da parte del cliente, ed eventualmente rinunciarvi

se lo ritiene opportuno.

II

Art. 4

Gli onorari, a seconda delle modalità inerenti alla loro determinazione, sono distinti nei

seguenti due tipi:

a) onorari a percentuale, in ragione del valore dell'intervento;

b) onorari a vacazione, in ragione del tempo impiegato.

Per la determinazione del valore dell'intervento, va tenuto conto degli interessi

sostanziali sui quali incide la prestazione professionale.

Nella determinazione dell'onorario deve aversi particolare riguardo alla competenza

specifica dello psicologo.

Quando gli onorari non possono essere determinati in virtù di una specifica voce della

tabella, si fa riferimento alle disposizioni contenute nelle presenti norme e nella tabella

allegata che regolano casi simili o materie analoghe.

Art. 5

Gli onorari dovuti allo psicologo per le prestazioni professionali non ricomprese

nell’allegata tabella sono normalmente valutati a percentuale.

In ogni caso, gli onorari devono essere valutati in ragione del tempo e computati a

vacazione in quelle prestazioni professionali nelle quali il tempo concorrere come

elemento precipuo di valutazione.

Gli onorari a vacazione sono stabiliti per lo psicologo in ragione di 60 euro per ogni

ora o frazione di ora.

Salvo casi di effettiva maggiore prestazione professionale, non si possono calcolare più

di otto ore sulle ventiquattro.

Per le prestazioni rese in condizioni di particolare disagio, detti onorari possono essere

aumentati fino al 40%.

Art. 6

Allo psicologo che per l'esecuzione dell'incarico ricevuto debba trasferirsi fuori studio

sono dovute le spese di viaggio rimborsate nel loro ammontare maggiorato del 15% a

titolo di rimborso delle spese accessorie; le spese di soggiorno, pernottamento e vitto in

base alle tariffe di albergo di prima categoria con l'aumento del 10% a titolo di

rimborso spese accessorie, nonché gli onorari relativi alle prestazioni effettuate e una

III

indennità di trasferta da un minimo di 5 euro a un massimo di 15 euro per ogni ora o

frazione per distanze inferiori a 100 Km.; nonché da un minimo di 3 euro a un

massimo di 9 euro per ogni ora o frazione per distanze superiori a 100 Km.

Art. 7

Qualora più psicologi siano stati incaricati in collegio di prestare la loro opera nel

medesimo intervento, a ciascuno spetta un compenso determinato dividendo per il

numero dei membri del collegio medesimo l'onorario unico aumentato del 40% per

ogni professionista incaricato, salvo per l’eventuale coordinatore per il quale si applica

la tariffa piena.

A ciascuno spetta il rimborso delle spese giustificate e l'indennità.

Art. 8

Per gli interventi iniziati ma non giunti a compimento ovvero nel caso di cessazione

dell'incarico per qualsiasi motivo saranno dovuti gli onorari per l'opera prestata,

comprendendosi in questa il lavoro preparatorio compiuto dallo psicologo.

La sospensione per qualsiasi motivo dell'incarico dato allo psicologo non esime il

cliente dall'obbligo di corrispondere l'onorario relativo alle prestazioni rese.

Art. 9

Qualora tra la prestazione e l'onorario previsto dalla tabella appaia, per particolari

circostanze del caso, una manifesta sproporzione, possono, su conforme parere del

competente Consiglio dell'Ordine, essere superati i minimi e i massimi tariffari

rispettivamente della metà e sino alla decuplicazione.

Art. 10

Allo psicologo spetta un rimborso delle spese generali di studio in ragione del 10%

sull’importo dell’onorario.

Art. 11

Per i giudizi arbitrali sono dovuti gli onorari stabiliti ai sensi e per gli effetti del D.M. 5

ottobre 1994 n. 585, e successive modificazioni e integrazioni.

IV

TARIFFARI TARIFFARIO

min max

CONSULENZA E SOSTEGNO PSICOLOGICO

1

Seduta di consulenza e/o sostegno psicologico individuale 35 115

2

Seduta di consulenza e/o sostegno psicologico alla coppia e alla famiglia 45 165

3

Seduta di consulenza e/o sostegno al gruppo (max 12 partecipanti) 15 45

PSICOLOGIA CLINICA

4

Colloquio psicologico clinico individuale e osservazione clinica e comportamentale diretta o indiretta (per

seduta).

Include visita psicologica

35 115

5

Colloquio psicologico clinico familiare o di coppia. Include mediazione familiare 40 140

6

Indagine psicologica per la valutazione dell’inserimento ambientale

(es. in asilo nido, in famiglia o nel posto di lavoro)

o per la verifica del trattamento (es. in comunità terapeutica) (a incontro, escluse le spese)

45 165

7

Certificazione e relazione breve di trattamento 20 70

8

Consulenze psicologico-cliniche a enti pubblici o privati con impegno orario predeterminato (ad ora) 20 95

9

Analisi, definizione e stesura di relazione psicologico-clinica (con descrizione analitica delle valutazioni

psicodiagnostiche, sintesi clinica ed eventuale progetto d’intervento)

65 155

10

Supervisione psicodiagnostica e/o clinica di gruppo (per incontro e per partecipante) 35 75

11

Supervisione psicodiagnostica e/o clinica individuale (per incontro) 45 185

DIAGNOSI PSICOLOGICA

12

Colloquio anamnestico e psicodiagnostico individuale 35 115

13

Colloquio anamnestico e psicodiagnostico familiare o di coppia 40 140

14

Esame psicodiagnostico (comprende il colloquio anamnestico e psicodiagnostico, la somministrazione

di test e prove psicodiagnostiche, l’eventuale raccolta di informazioni da fonti esterne)

135 465

15

Certificazione e relazione breve psicodiagnostica 20 70

16

Valutazione neuropsicologica, include profilo psicofisiologico 35 115

17

Colloquio di sintesi psicodiagnostica e restituzione 45 165

18

Somministrazione e interpretazione di test carta-matita 10 35

19

Somministrazione, siglatura e interpretazione di reattivo proiettivo 45 350

20

Somministrazione, scoring e interpretazione di inventario o questionario per la valutazione globale della

personalità, del disagio psicologico o della psicopatologia, dei costrutti interpersonali e delle relazioni,

dello sviluppo psicosociale e il comportamento adattivo

35 280

21

Interviste strutturate e strumenti osservativi 55 185

22

Somministrazione, scoring e interpretazione di test attitudinale, di interessi 65 560

23

Somministrazione, scoring e interpretazione di batteria neuropsicologica per valutazione di funzioni

cognitive e relativi disturbi, valutazione del linguaggio e relativi disturbi,) test di profitto

35 465

V

24

Somministrazione, scoring e interpretazione di scala o batteria (almeno 3 test) per la misurazione

globale dello sviluppo mentale e dell’intelligenza

100 350

ABILITAZIONE E RIABILITAZIONE PSICOLOGICA

25

Stesura della Diagnosi Funzionale all’inserimento scolastico di alunno handicappato e del Profilo

Dinamico (in collaborazione con altre figure professionali).

Elaborazione del Piano Educativo Individualizzato (in collaborazione con altre figure professionali)

65 230

26

Verifica periodica del Piano Dinamico Funzionale o Piano Educativo Individualizzato 40 140

27

Programmazione di training individuale o collettivo per disturbi dell’apprendimento scolastico 55 185

28

Definizione e stesura di programma di riabilitazione di specifici deficit o disturbi comportamentali e di

rieducazione funzionale di specifici processi o abilità cognitive . Definizione e stesura di un programma

di riabilitazione del comportamento psico-sociale, di terapia ricreazionale, terapia del gioco, terapia

vocazionale e occupazionale

65 230

29

Verifica e aggiustamento di programma riabilitativo o rieducativo 35 115

30

Rieducazione funzionale di specifici processi o abilità cognitive e psicomotorie (per seduta). Include

l’uso di strumenti o di programmi computerizzati

35 115

31

Tecniche espressive di gruppo con finalità terapeutico-riabilitative (per seduta e per partecipante) (max

12 partecipanti per gruppo)

15 60

32

Tecniche espressive individuali con finalità terapeutico-riabilitative (per seduta) 35 115

PSICOTERAPIA

33

Psicoterapia individuale (per seduta) 40 140

34

Psicoterapia di coppia o familiare (per seduta) 55 185

35

Psicoterapia di gruppo (per seduta e per partecipante) (n. max 12 partecipanti per gruppo) 20 70

PSICOLOGIA DEL LAVORO E DELLE ORGANIZZAZIONI

36

Assessment Center (a candidato) 270 930

37

Intervista di selezione del personale (a candidato). Include: Intervista strutturata di selezione del

personale. Colloquio di Career Counseling . Selezione del personale. Include: definizione del

fabbisogno e analisi delle mansioni, reclutamento, selezione, colloqui e interviste, test e relazione finale.

55 230

38

Analisi del fabbisogno formativo e programmazione di corso di formazione e/o di aggiornamento.

Include: rilevazione dei fabbisogni formativi, analisi della motivazione, progettazione, realizzazione del

corso, monitoraggio e follow-up dell’attività formativa, predisposizione di strumenti di analisi quantitativa

e qualitativa, analisi dei risultati e valutazione dei processi di apprendimento.

Secondo accordi tra le parti

39

Sviluppo e gestione psicologica delle risorse umane. Include: analisi dei bisogni, progettazione

dell’intervento, costruzione degli strumenti e valutazione dei risultati, tecniche di creatività, soluzione dei

problemi e di comunicazione. Analisi organizzativa. Include: mappatura e analisi dei processi e dei ruoli

aziendali, revisione organizzativa, definizione dei fabbisogni, indagini di clima organizzativo, interventi di

psicologia della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Consulenza di comunicazione di marketing e pubblicità.

parti

Secondo accordi tra le

PSICOLOGIA DELL'EDUCAZIONE E DELL'ORIENTAMENTO

40

Colloquio individuale per l’orientamento scolastico 35 115

41

Consulenza di’orientamento scolastico per classi, rivolta a ragazzi, genitori e/o insegnanti (per incontro) 55 155

42

Consulenza/formazione psicologica per insegnanti, educatori o genitori (per incontro) 55 155

VI

43

Consulenze psicologico-educative per conto di enti pubblici o privati con impegno orario predeterminato

(ad ora)

20 95

44

Somministrazione, scoring e interpretazione di questionari per l’orientamento: metodi di studio,

autoefficacia, decisionalità, assertività (per studente – con un minimo di 10)

5 25

45

Esame psicoattitudinale in relazione a una scelta professionale (comprende il colloquio, la

somministrazione di test e prove psicodiagnostiche, l’eventuale raccolta di informazioni da altre fonti;

esclude la stesura della relazione)

100 350

PSICOLOGIA DI COMUNITA'

46

Elaborazione e costruzione di progetto di analisi di comunità

Secondo accordi tra le

parti

47

Organizzazione e conduzione di focus group 100 310

48

Analisi/Stesura di profilo/relazione psicologica di comunità

Secondo accordi tra le

parti

49

Analisi organizzativa di istituzioni, gruppi, associazioni e comunità

Secondo accordi tra le

parti

PSICOLOGIA DELLA SALUTE

50

Predisposizione esecutiva di un progetto di educazione sanitaria, verifica e valutazione con relazione

finale

Secondo accordi tra le

parti

Corso di sensibilizzazione e di informazione sui corretti stili di vita, per modificare abitudini negative e a

rischio per la salute.Include: training antifumo; educazione sessuale..) . (a ora: per incontro - fino a 20

persone)

45 165

51

oltre le 20 persone)

55 185

52

Sedute individuali : educazione sessuale, gestione dello stress, Biofeedbak training, training antifumo.. 45 165

53

Indagini per individuazione precoce/prevenzione di situazioni a rischio di psicopatologia: disagio,

maltrattamento, abuso..

Secondo accordi tra le

parti

PSICOLOGIA DELLO SPORT

54

Assistenza psicologica di squadra con presenza ad allenamenti, a gare e a ritiri (a giornata) 270 930

55

Consulenza psicologica per il management sportivo (per incontro) 65 230

56

Preparazione mentale alle gare per singolo atleta (per seduta)

Training cognitivo di gestione dello stress agonistico o training ideomotorio (per seduta)

Analisi e incremento delle abilità attentive e di concentrazione (per seduta)

Analisi e incremento della motivazione individuale (per seduta)

Interventi psicologici per migliorare la prestazione atletica (per incontro)

45 155

57

Socioanalisi di gruppi sportivi (per ogni atleta esaminato) 35 115
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categorie: psicoterapia, psicologia clinica
giovedì, 30 aprile 2009

Segnalazione evento: Michel Foucault: i soggetti, i poteri, le libertĂ 

Le ricerche e la scatola di attrezzi di Michel Foucault – grande protagonista del pensiero novecentesco – ci aiutano ad ampliare gli orizzonti delle nostre libertà personali e collettive: a costruire nuove autonomie, nuovi valori, nuovi “modi di vita”, all’interno del travagliato e complesso panorama della nostra democrazia e della crisi epocale che la attraversa.
Dobbiamo allora – con l’occhio rivolto al futuro – «capire in quale misura la poderosa e variegata macchina analitica di Foucault ci aiuti a costruire un’ontologia critica di noi stessi, un’ontologia del nostro presente, concepita non tanto “come una teoria o una dottrina”, ma piuttosto come una prassi, come un atteggiamento, un ethos, una vita filosofica, laddove la critica di quello che siamo è, al tempo stesso, analisi storica dei limiti che ci vengono posti e prova del loro superamento possibile”»
(dall’Introduzione di M. Galzigna a “Foucault, oggi”).
 
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Mario Galzigna insegna all’Università di Venezia, Storia della Scienza ed Etnopsichiatria & Psichiatria clinica.
Ha insegnato all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, all’Università di Boston e di Ginevra. E’ stato invitato come visiting professor all’Università di Marsiglia e all’Università della California (Los Angeles). Tra i suoi vari lavori pubblicati: La malattia morale. Alle origini della psichiatria moderna (Marsilio), Il mondo nella mente. Per un’epistemologia della cura (Marsilio), La follia reclusa. Museo del Manicomio di San Servolo (Arsenale).
Ha curato la pubblicazione di autori classici della psichiatria (Esquirol, Georget, Binswanger). E’ condirettore del magazine “Psychiatry on line Italia”.
   
 
 
 
Dibattito sul tema:
Michel Foucault: i soggetti, i poteri, le libertà
 
 Giovedì 14 maggio 2009
Sala Paladin di Palazzo Moroni
Ore 17.30
 
In occasione della pubblicazione del libro a cura di Mario Galzigna
“Foucault oggi”
(Feltrinelli)
la S.V. è invitata a partecipare
al dibattito sul tema
“Michel Foucault: i soggetti, i poteri, le libertà”
 
Interventi:
 
prof. Sandro Chignola
Università di Padova
 
prof. Umberto Curi
Università di Padova
 
prof. Mario Galzigna
Università di Venezia
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categorie: recensioni, societĂ