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ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

ARGOMENTI DI PSICOLOGIA CLINICA E DI PSICOLOGIA GIURIDICA

La potenza della parola nei riguardi delle cose dell'anima sta nello stesso rapporto della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo (Gorgia 483 a.C. circa – 375 a.C.)

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Utente: Inghilleri
Nome: Marco Inghilleri
Marco Inghilleri, psicologo psicoterapeuta, mediatore familiare, libero professionista, esercita in Padova presso lo Studio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia, via Carlo Rezzonico, 22, tel/fax. 049-9875002. Collabora sia con l'Università di Padova (Facoltà di Psicologia e Facoltà di Sociologia) che con l'Università Bicocca di Milano (Facoltà di Sociologia)e con l' Institute of Constructivist Psychology. E' presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia e Sociologia Interattivo-costruttivista (www.scienzepostmoderne.org) ed è stato docente in diverse scuole di specializzazione in psicoterapia. Le sue aree di interesse clinico riguardano: problemi relativi all'identità sessuale, personale e sociale, disturbi alimentari, dismorfofobie e problematiche legate alla costruzione dell'immagine corporea in uomini e donne. Si occupa inoltre dei disturbi d'ansia e delle disfunzionalità delle relazioni di coppia e dei disturbi della sessualità.

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sabato, 31 ottobre 2009

Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinitĂ 

Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità  
Autori e curatori: Elisabetta Ruspini
Contributi: Marco Alberio, Monia Azzalini, Lorenzo Benadusi, Chiara Bertone, Federico Boni, Stefano Ciccone, Raffaella Ferrero Camoletto, Nicola Gasparini, Rossella Ghigi, Marco Inghilleri, Paolo Jedlowski, Barbara Mapelli, Stefania Operto, Marina Piazza
Collana: La società - Saggi
Argomenti: Sociologia dei processi culturali
Livello: Saggi, scenari, interventi
Dati: pp. 304,     in preparazione, 1a   (Cod.1420.1.106)
 
Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità


Pubblico i primi tre paragrafi del VI capitolo per farvi venire la curiosità di leggerlo.

Coito ergo sum.
La sessualità come terreno di conferma identitaria del maschile
di
Marco Inghilleri e Nicola Gasparini
 
 
 
1. Introduzione
 
Nel corso di questi ultimi anni, nel nostro lavoro di psicologi clinici abbiamo registrato un aumento considerevole della domanda di psicoterapia soprattutto da parte di persone di sesso maschile. Incremento a cui per altro è corrisposto un cambiamento delle problematiche riferite. Se generalmente a portare un uomo nello studio di uno psicoterapeuta − evento decisamente più raro, rispetto alla controparte femminile − era un qualche disagio molto specifico, di carattere quasi prettamente sessuale, come ad esempio la disfunzionalità della funzione erettile, il calo del desiderio, l’eiaculazione precoce e così via, ora si presentano invece uomini che il regista Almodovar non esiterebbe a definire sull’«orlo di una crisi di nervi». Le difficoltà che vengono portate allo psicoterapeuta, cioè, si manifestano sempre più come significativamente caratterizzate da temi molto ampi e generali, che investono l’identità nella globalità dei suoi processi di costruzione, e che mettono in risalto un profondo senso di inadeguatezza relativamente ai propri ruoli maschili e all’espressione della propria mascolinità.
Gli uomini che abbiamo incontrato nel corso di psicoterapie talvolta anche lunghe e difficili, sono stati uomini non solo giunti nel nostro studio perché preoccupati da una virilità messa in discussione nel rendimento delle loro performance sessuali, o dalla solitudine provata per l’incapacità di vivere relazioni affettive significative e stabili. Piuttosto, sono uomini che cercano sempre più di riattribuire senso e significato ad una mascolinità percepita come espulsa dal mondo; uomini che hanno tentato di riparare al disagio attraverso mille tentate soluzioni, mille auto-terapie, che risultando inefficaci si sono rivelate generative di un senso di maggior smarrimento e disorientamento.
C’è un film, Fight Club, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, che rappresenta abbastanza bene la condizione del maschio postmoderno, perso in un mondo senza storia[1], e imprigionato tra la routine impiegatizia, «l’arredomania» e le palestre. Il protagonista impersonato da Edward Norton, consulente di una grande assicurazione, è il prototipo dello yuppie frustrato dalla vita contemporanea. Insonne, ansioso, ipocondriaco, stordito dal jet lag, trova un'apparente calma solo frequentando gruppi d'ascolto. Egli rappresenta il maschio postmoderno che ha perso il suo ruolo di cacciatore-raccoglitore (inteso come scontro e incontro con la natura), come si dice espressamente in un monologo del film, e che, incapace di reinventare la propria mascolinità e riposizionarsi in sintonia ai cambiamenti sociali, dà luogo a vere e proprie condotte devianti e autodistruttive.
Tuttavia, questo film coglie solo alcune delle diverse modalità attraverso cui l’uomo esprime il proprio disagio rispetto a un mondo in cui il maschile non è più funzionale al mantenimento dell’ordine sociale. Dove il maschile è percepito come aggressivo, violento e va quindi controllato, espulso, addomesticato o rieducato, regressivamente, ai valori tradizionali per contrastare in qualche modo la spinta ad un cambiamento culturale antiautoritario di cui le donne sono sempre state inconsapevoli custodi (Bookchin 1982).
Altre forme di risposta al disadattamento maschile prevedono, ad esempio, la restaurazione di una cultura revanscista dell’ordine patriarcale. Come mette in evidenza Marco Deriu (2004), nel mondo occidentale sono nati movimenti di uomini che si pongono come obiettivo specifico quello di una ricostruzione o ridefinizione delle forme di maschilità e paternità in una prospettiva nostalgica. Quando queste soluzioni sono vissute come inadeguate o anacronistiche, perché troppo distanti dai costrutti attraverso cui un individuo si rappresenta pubblicamente e interiormente, si assiste spesso a un ripiegamento su se stessi, dove è il corpo questa volta, a raccontare disordine, disorientamento, paure, angosce e insicurezza (Faccio 2007). Gli esorcismi, in questo caso, passano attraverso il culto di un estetismo della virilità erculea ed eroica, o attraverso la modificazione espulsiva dei caratterisessuali secondari femminilizzandosi quanto più possibile, oppure nello sperimentare una sessualità compulsiva ed estrema, dove l’imperativo ad essere riconosciuti nell’esibizione erotizzata di sé, diventa anche un’attribuzione di identità, una certezza di esistere.
In questo nostro lavoro, dopo aver presentato una breve riflessione epistemologica, indicando la metodologia utilizzata, andremo ad illustrare la costruzione sociale della mascolinità per poi affrontare nello specifico una riflessione sul corpo e l’identità maschile. A tale scopo, a chiusura del capitolo, abbiano ritenuto utile utilizzare delle storie cliniche che potessero meglio narrare quanto da noi sostenuto.
 
2. Problemi teorici e scelte metodologiche
 
Lo studio di uno psicoterapeuta, oltre ad essere un mini laboratorio sociale, può essere considerato un piccolo osservatorio sul «disagio di una civiltà». Le psicologie cliniche e le psicoterapie, infatti, essendo orientate ad intervenire sulle manifestazioni del malessere umano, riescono a catturare, e a volte con largo anticipo, le diverse e più recenti configurazioni disfunzionali che caratterizzano il disadattamento e le difficoltà di uomini e donne in una data epoca storica, culturale e sociale (Cushman 1995; Inghilleri e Fasola 2005). Tuttavia, questa possibilità lascia anche spazio a non poche difficoltà di natura epistemologica e metodologica nell’organizzare una sistematizzazione dei dati ricavati nel lavoro clinico, sia nell'adattarsi ai parametri di osservabilità prescritti dalla scienza classica sia rispetto all'impossibilità di ridurre i complessi oggetti qualitativi entro confini che definiscono l'indagine sperimentale (Di Maria e Giannone 1998). La rigida e rassicurante semplicità della tradizione positivo-naturalistica è entrata in grave crisi negli ultimi trent’anni (Goodman 1978), producendo importanti riflessioni sui criteri di scientificità che essa prescriveva e generando al contempo diversi cambiamenti all’interno delle discipline psicologiche e nell’ambito delle psicoterapie (Salvini 1998). Ciò ha favorito all’interno della riflessione psicologica di questi ultimi anni, l'esigenza di valorizzare la dimensione teorico-costruttiva dell'attività conoscitiva rispetto alla sua dimensione osservativo-fattuale. Ogni atto conoscitivo allora, è un atto teorico che si muove all'interno di un sistema di assunti non empirico-fattuali, bensì simbolico-concettuali (Goodman 1978).
Porre il problema del significato come centrale per la ricerca e l’analisi psicologica, così come per la ricerca storica, sociologica e antropologica (Geertz 1973; Rosaldo 1984), significa privilegiare lo studio del linguaggio, del discorso, dell’argomentazione, delle narrazioni come fonti di sviluppo e costruzione di significati condivisi.
Coerentemente con il modello costruttivo-interazionista da noi assunto, proprio dalle narrazioni dei nostri pazienti abbiamo organizzato il materiale del prossimi paragrafi, presentando il più classico dei metodi di ricerca della psicologia clinica: lo studio dei casi (Davidson-Neale1974). Abbiamo utilizzato, con le persone venute in psicoterapia da noi, strumenti di indagine assimilabili a una tradizione di tipo fenomenologico[2], come l’autobiografia, i colloqui clinici, le autocaratterizzazioni, le griglie di repertorio, al fine di cogliere il più possibile la natura mormorante a sé stessa delle loro narrazioni, piuttosto che invitarli a rispondere alle nostre domande o a scivolare nella tentazione di incasellarli in categorie diagnostiche professionali. Senza entrare troppo nei dettagli, diamo una breve descrizione degli strumenti da noi utilizzati.
a) Autobiografia e narrazione: con il termine autobiografia si è inteso un account retrospettivo e individuale formulato in un dato momento della propria vita (De Waele-Harré 1979). Per Bruner (1983), l’autobiografia risulta essere lo strumento privilegiato per lo studio del Sé: i resoconti autobiografici sono espressione della funzione ermeneutica del pensiero narrativo applicata al mondo interiore. In più non riportano solo la storia di un Sé che continuamente si modifica e si ricostruisce, ma permettono di osservare quanto di culturale ci sia in tale ricostruzione, ovvero come il raccontare se stessi avvenga in relazione alla propria cultura di riferimento[3].
b)Autocaratterizzazione:proposto all’interno della psicologia dei Costrutti Personali da Kelly (1955) come strumento di indagine privilegiata del sistema di costrutti di una persona; indaga i significati e i criteri con cui una persona struttura e dà forma al suo mondo. Una classica consegna è la seguente: «Vorrei che Lei si descrivesse brevemente, in generale. Scriva questo breve bozzetto come potrebbe scriverlo un amico che fosse molto benevolo con Lei e che la conoscesse molto intimamente, forse meglio di chiunque l’abbia realmente conosciuta. Si ricordi di scriverlo in terza persona; per esempio cominci pure dicendo tizio è… o conosco tizio….»[4].
c)Griglie di repertorio:lo strumento delle griglie di repertorio (Kelly 1955) ha la finalità di far emergere la rete di costrutti personali dell’individuo e di analizzarne la struttura e le relazioni con diversi ruoli significativi per lui[5] consentendo al clinico di calcolare correlazioni e significatività statistiche sui dati emersi (Gasparini 1994).
d) Colloquio clinico:in termini generali, possiamo definire il colloquio clinico come una tecnica di osservazione e di studio del comportamento umano orientato essenzialmente alla raccolta di informazioni, le cui funzioni possono tuttavia variare sulla base degli obiettivi che il clinico ha concordato con l’interlocutore e sulla base del modello teorico assunto[6]. Secondo il modello costruttivo-interazionista, il colloquio clinico implica, da parte dello psicologo, innanzitutto la capacità di assunzione del ruolo altrui. È questa la capacità che ci permette di sussumere e dare un senso alle parole e alle azioni dell’altro, di ricostruirne le intenzioni ed il significato. In tale modello, il primo obiettivo da raggiungere è quello di imparare a parlare il linguaggio e adottare la retorica utilizzata dal proprio interlocutore, ricostruirne gli schemi cognitivi, i sistemi di regole e di significati inerenti ai ruoli psicologici disadattanti entro cui è imprigionato.
 
 
3. La costruzione sociale della mascolinità contemporanea: sociogenesi di un disagio
 
La dimensione storica e culturale che sovrasta e costruisce l’identità maschile, le sue rappresentazioni, i ruoli ed i correlati psicologici, è soggetta a mutamenti molto più lenti di quelli sociali, che invece obbediscono alle accelerazioni ed ai più rapidi cambiamenti politico-economici, tecnico-scientifici e di costume. Questa diversa velocità di cambiamento mette a disposizione degli uomini un materiale semantico spesso incoerente e contraddittorio a cui attingere nella produzione dei propri costrutti biografici, dando così luogo a processi di costruzione identitaria conflittuali e fragili.
Se per le donne favorire e promuovere la spinta emancipativa e sociale, riconfigurando i significati attribuiti alla femminilità, ha implicato un percorso di liberazione e di riscoperta dei valori antiautoritari (Bookchin, 1982), al contrario per gli uomini questo ha comportato una perdita della visione patricentrica, autoritaria, e dei suoi modelli. La storia del maschile e dei suoi significati è infatti legata a quella del dominio e della gerarchia, tanto da coagularsi in una simbologia dove costrutti relativi al potere e mascolinità spesso si confondono. Gli uomini diventano i guardiani della comunità non in base ad un’usurpazione, ma perché meglio forniti di quella forza fisica e muscolare idonea a difendere la propria comunità da pericoli naturali, così come da predoni ostili (Bookchin, 1989). Infatti, non solo la caccia, ma anche la difesa e più tardi la guerra entrano a far parte delle attribuzioni maschili nella divisione sessuale del lavoro. Il maschio, nelle comunità dedite alla caccia, è uno specialista della violenza rispetto alla donna. Fin dai primissimi giorni dell’infanzia, egli si identifica con aree di significato attribuite al maschile, quali il coraggio, la forza, l’autoaffermazione, la decisione e l’atletismo; tutti costrutti sovraordinati e necessari al benessere della comunità. La comunità, a sua volta premierà il maschio per questi atteggiamenti, concorrendo così a promuoverli e a validarli. Similmente, la femmina è una specialista nell’allevare i bambini e nel raccogliere il cibo. Le sue responsabilità si focalizzano sull’educazione e sul sostentamento. Sin dall’infanzia apprenderà ad identificarsi in aree di significato attribuite al femminile,come il prendersi cura degli altri, la tenerezza e le verranno insegnate occupazioni relativamente sedentarie.
La riflessione degli esseri umani non ha che potuto dirigersi su quanto era loro dato di osservare più da vicino, cioè il corpo e l’ambiente in cui il corpo è immerso. Il corpo umano, luogo di osservazioni costanti, presenta un tratto notevole: la differenza sessuale e il differente ruolo dei sessi nella riproduzione. Su questo aspetto si fonda un’opposizione concettuale essenziale: quella che oppone l’identico al differente, uno di quei themata arcaici che si ritrovano in tutto il pensiero scientifico, antico e moderno, e in tutti i sistemi di rappresentazione. Le categorie di genere, le rappresentazioni della persona sessuata, la ripartizione dei compiti che conosciamo nelle società occidentali, non sono fenomeni a valore universale generati da una natura biologica comune, bensì costruzioni culturali. Infatti, con uno stesso alfabeto simbolico, ancorato a questa natura biologica comune, ogni società elabora frasi culturali particolari e che le sono proprie (Héritier 1996).
Non vi è una ragione intrinseca per cui una comunità patricentrica, solo perché ha un orientamento maschile, debba essere gerarchica, o debba ridurre le donne in posizione sottomessa. Senza il sostegno della complementarietà dei due generi la comunità si disintegrerebbe. Nel trasferire i nostri atteggiamenti e significati sulle società preletterate, non riusciamo spesso a renderci conto di quanto lontana sia una comunità arcaica da una moderna società politica. Finché la crescente sfera civile rimane un’estensione pragmatica del ruolo maschile nella divisione del lavoro, è solo questo e niente altro. Anche quando la sfera civile si espanderà, essa sarà ancora radicata nella vita domestica ed a questa intimamente interconnessa. Da qui il potere sacrale, orizzontale anziché verticistico, che circonda la donna nelle società primordiali. Solo quando la vita sociale viene sottoposta ad una differenziazione gerarchica ed emerge come spazio separato che va organizzato in proprio, troviamo conflitto tra sfera domestica e civile; un conflitto che introduce la gerarchia anche nella vita domestica e che sfocia non solo nella sottomissione della donna, ma anche nella sua squalifica. Allora, quegli aspetti più propriamente femminili, che la società arcaica valuta come un bene prezioso per la sopravvivenza, vengono degradati a tratti della subordinazione sociale. La capacità femminile di prendersi cura degli altri viene degradata a rinunzia, la sua tenerezza a obbedienza. Anche gli aspetti maschili propri all’uomo subiscono una trasformazione. Il suo coraggio diventa aggressività, la sua forza viene usata per dominare, la sua autoaffermazione si trasforma in egoismo, la sua determinazione in ragione repressiva, il suo atletismo è sempre più diretto alle arti della guerra e del saccheggio(Bookchin 1982).
È all’interno di una tale arcaica narrazione che il maschile va ad attingere le matrici generative di significato con cui continua a costruire storicamente la propria identità tradizionale. Identità che ancora gode di ottima salute all’interno delle società occidentali, in quanto estremamente funzionale all’assolvimento delle richieste sempre più competitive dei mercati globalizzati e al mantenimento dei principi di autorità e gerarchici di cui il nostro mondo ancora ha bisogno per legittimare il suo ordine.
Se per un verso le società occidentali favoriscono il permanere di modelli maschili tradizionali, d’altro canto ne prescrivono contemporaneamente la sua decostruzione innestando un vero e proprio gioco perverso di comunicazioni paradossali, di doppi legami e incongruenze, che rende vittime entrambi i generi, messi nella condizione di imprigionarsi l’uno con l’altro, in un muto vincolo di controllo reciproco e eteroregolazione.
Se favorisce la spinta emancipativa delle donne, la società lo fa in funzione di porre una sorta di contenimento agli aspetti della mascolinità che desidera espellere dalle proprie entità istituzionali. Limita così ciò che essa stessa concorre a creare e che a sua volta utilizza per disinnescare le istanze libertarie presenti nella critica radicale all’ordine e all’autorità patriarcale, che la liberazione femminile porta in dote. Tutto questo avviene attraverso un’astrazione dei modelli di mascolinità e femminilità che diventano in tal modo copioni di ruolo funzionali al mantenimento dell’ordine costituito, anziché mansionari legati semplicemente al genere di appartenenza. Il risultato è il paradossale invito che chiede agli uomini di rendersi più simili al genere femminilee alle donne di rendersi più simili al maschile, ricercando un’androginia psicologica funzionale al consumo delle merci e ai ritmi produttivi delle medesime.
E’ nelle prime fasi della rivoluzione industriale che compaiono in modo evidente tali richieste contraddittorie. Le mutazioni del luogo di lavoro, dalla fattoria rurale o dalla corporazione medievale alla fabbrica urbanizzata e industrializzata e all’ufficio, favorirono il processo di secolarizzazione che pose in maniera sempre più irrinunciabile le richieste di emancipazione da parte del femminile, generando di fatto nella controparte maschile la necessità, non solo psicologica, di riassegnare legittimazione all’autorità del proprio ruolo. La messa in discussione del modello patriarcale, che finora aveva governato e dato significato alle relazioni fra generi nei processi di costruzione e mantenimento di realtà consensuali, obbligava uomini e donne a rinegoziare quelle regole sociali che avevano costituito le certezze del mondo da loro finora abitato. Pertanto, il controllo sociale si preoccupò di riequilibrare e di ridefinire le tendenze che si ponevano come potenzialmente devianti dal corso di norme implicite o esplicite prescritte dal momento storico. Non è forse un caso, che uno dei luoghi in cui inizia a funzionare una forma di controllo sociale, diventa lo studio dello psicoanalista (Dal Lago 2000). È qui che il neo-sacerdote della modernità celebra il rito di una religione laica che se da un lato ha contribuito al processo di secolarizzazione sociale, dall’altra parte si è proposta come liturgia della cura del medesimo. La psicoanalisi in qualche modo ripropone così una consacrazione dell’autorità dell’ordine patriarcale, non più attraverso un discorso teologico, bensì attraverso un discorso scientifico atto a patologizzare ogni esigenza di liberazione sessuale femminile, stigmatizzandola come isteria o ninfomania. Parimenti, interviene anche sul disagio del maschile, minacciato e messo in discussione nei suoi poteri dai movimenti nascenti di emancipazione femminile, assegnandogli una certa e riconoscibile collocazione diagnostica che trovava forma ed etichetta nella perversione sessuale e nel comportamento criminale violento (Cushman 1995; Inghilleri e Fasola 2005).
È singolare notare come storicamente è proprio adesso che si inizia a fare attenzione al tema delle perversioni sessuali ed a come esse vengano sin da subito configurate tutte al maschile. La psicoanalisi, non solo garantisce la guarigione da queste forme di disagio manifestate attraverso una sessualità atipica o non ordinaria, ma si pone anche come esorcismo collettivo, rassicurando quel potere maschile, rappresentato simbolicamente dal fallo, messo in discussione da quelle forze liberatorie da sempre appartenute al pensiero occidentale (Vercellone 2003).
Il conflitto sociale, esterno, viene in tal modo risignificato attraverso uno spostamento all’interno delle persone sotto forma di conflitti inconsci, espressi attraverso un linguaggio metaforico che li depoliticizza, attraverso una retorica esplicativa di tipo causale, che rimanda ad angosce di castrazione, evirazioni edipiche e invidie del pene… Tutto purché il fallo venga salvaguardato come significante del dominio e del potere, ripristinando lo status quo ante.
 


[1] «Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita.», recita una battuta del film.
[2] Il lavoro di Segre (2001) Fenomenologia e Interazionismo simbolico, presenta uno studio sulle continuità concettuali delle due teorie.
[3] Un resoconto autobiografico consiste nell’incarico che si assume il narratore di descrivere nel presente il corso degli avvenimenti di un protagonista nel passato. Narratore e protagonista sono la stessa persona. L’autobiografia, dunque, è uno sforzo interpretativo da parte di un soggetto mosso dalla necessità di dare un senso a ciò che è accaduto per trovare e costruire la propria identità e, come tale, essa trasforma la vita in un testo, per quanto implicito o esplicito questo possa essere.
[4] Kelly (1955) propose precisi criteri di lettura degli elaborati, ai quali si rimanda in bibliografia, sottolineando come il rigore dell’analisi necessiti l’esplicitazione di tali criteri rendendo così confrontabili le modalità e i processi di interpretazione.
[5] La grigia di repertorio deve il suo nome alla sua struttura. Al soggetto viene chiesto di compilare una matrice che riporta in colonna una serie di elementi (attraverso i quali dovrà elicitare i propri costrutti) e in riga i costrutti identificati. Successivamente verrà chiamato ad assegnare un valore numerico per ciascun elemento, a seconda che questo sia vissuto come più vicino al costrutto elicitato o al suo polo di contrasto.
 
[6] Si può avvalere nell’eventualità dell’uso di domande, che possono essere domande aperte, chiuse, interlocutorie, indirette, riflessive, ecc... (Lang 2003) e può essere strutturato, semi-strutturato o libero. Le informazioni vengono ricavate da tre fonti principali: dal contenuto, cioè quello che si dice durante il colloquio; dal contesto e dal metacontesto, cioè la valutazione del comportamento non può prescindere dalla valutazione della situazione e dal ruolo assunto dagli interlocutori; dalle espressioni non verbali e dalla metacomunicazione.
sabato, 24 ottobre 2009

E' nato il Centro di Psicologia Sistemico Costruttivista

LOGOSTUDIOLASTStudio di Psicologia Giuridica e Psicoterapia
Via Carlo Rezzonico, 22 - 35131 - Padova 

Nei prossimi giorni potrete trovare informazioni più dettagliate sul sito internet
postato da: Inghilleri alle ore 18:41 | link | commenti
categorie: psicoterapia, psicologia clinica, psicologia giuridica
lunedì, 12 ottobre 2009

CICLO DI SEMINARI “GENERI, GENERAZIONI E ISTITUZIONI DELLA VITA QUOTIDIANA” (2009/2010)

 
Facoltà di Sociologia
Via Bicocca degli Arcimboldi 8

CICLO DI SEMINARI “GENERI, GENERAZIONI E ISTITUZIONI
DELLA VITA QUOTIDIANA” (2009/2010)



*
Laura Arosio
Ti sposo per sempre (o almeno per un po’)
giovedì 29 ottobre 2009
aula U6-27, ore 16.30-19.00
*
Marco Inghilleri
La psicologia nella vita quotidiana
martedì 3 novembre 2009
aula U6-27, ore 13.30-16.00
*
Alessandro Rosina
Aiutare i giovani italiani a farsi cittadini adulti
giovedì 12 novembre 2009
aula U6-27, ore 16.30-19.00
*
Marco Alberio
Non solo donna. Le rappresentazioni del corpo maschile nei media
martedì 17 novembre 2009
aula U6-27, ore 13.30-16.00
*
Martine Gross
L'homoparentalité: état des lieux
martedì 24 novembre 2009
aula Pagani, ore 14.30-17.00



I seminari sono organizzati all’interno del corso
Generi, generazioni e istituzioni della vita quotidiana
prof.ssa Elisabetta Ruspini
Laurea magistrale in Sociologia

Ciclo di Seminari Generi generazioni e istituzioni della vita quotidiana 2009-2010
domenica, 11 ottobre 2009

Il ruolo dello Psicologo giuridico: identitĂ , formazione e tutela della ProfessionalitĂ  (di Daniela Pajardi)

Il ruolo dello Psicologo giuridico:
identità, formazione e tutela della Professionalità
 
di Daniela Pajardi
Professore Associato di Psicologia Giuridica
Università di Urbino
 
 
 
Gli Psicologi che si occupano di Psicologia giuridica sono in notevole aumento in questi ultimi anni, sia per una maggiore sensibilità dei Magistrati alle problematiche psicologiche di alcune situazioni (separazioni dei coniugi, danno alla salute, ecc.) sia per il crescente numero di situazioni in cui i Magistrati sentono la necessità di un supporto tecnico, come ad esempio i reati sui minori.
Allo Psicologo giuridico si aprono quindi nuove possibilità professionali, per far fronte alle quali deve acquisire nuove competenze professionali e specializzare il suo intervento.
Si tratta di un campo professionale in cui è necessaria estrema cautela e competenza specifica: la gravità delle decisioni che conseguono alle valutazioni (affidamento dei figli, idoneità all’adozione, ecc.) è evidente.
Sono inoltre in aumento le situazioni in cui l’operato degli Psicologi in ambito forense diventa oggetto di materia disciplinare presso gli Ordini o di causa per responsabilità professionale, a dimostrare come questa attività sia in fase di sviluppo ma sia anche oggetto di attenta e critica valutazione.
 
 
CHI E’ (O DOVREBBE ESSERE) LO PSICOLOGO GIURIDICO
 
Lo svilupparsi di questo settore di attività rende necessario ancora una volta sottolineare che chi si definisce Psicologo giuridico non è un qualsiasi Psicologo che risponde ai quesiti del diritto, ma uno Psicologo che ha maturato una particolare esperienza in questo campo, che conosce non solo le leggi ma il contesto culturale e professionale in cui gli operatori del diritto si muovono, che sa contestualizzare i propri strumenti diagnostici e di intervento, che ha bene presente la specificità del lavoro clinico, sociale ed educativo in ambito forense.
Non è, infatti, sufficiente, ed anzi è fortemente foriero di equivoci, errori di valutazione ed incomprensione con i Magistrati, trasporre gli strumenti professionali della Psicologia nel contesto giudiziario senza una adeguata formazione e specializzazione.
La Psicologia giuridica si appresta a vivere una fase di maggiore considerazione e riconoscimento da parte del diritto, fase da tempo auspicata e che deve essere affrontata con preparazione e serietà anche per contrastare il fenomeno delle interferenze con le altre categorie professionali coinvolte sui questi temi.
 
 
I RAPPORTI CON LE ALTRE FIGURE PROFESSIONALI
 
Lo scorcio di realtà che ho visto nella mia attività professionale, sia accademica che di consulente tecnico, nonché il confronto con colleghi che operano in diversi Tribunali, mi portano a proporre delle riflessioni in proposito ed a lanciare delle provocazioni che mi auguro suscitino discussione, alla quale potrebbe poi essere dato uno spazio in un momento di confronto diretto (un incontro, un seminario o simile). Non vorrei che l’effetto sia solo un ulteriore “piangersi addosso” sulla nostra debolezza e sul potere della classe medica, perché sarebbe decisamente inutile.
La domanda che ci dobbiamo porre è quella circa l’immagine che la Psicologia ha saputo offrire al diritto e circa la capacità della Psicologia di calarsi nel mondo giuridico e di risultare una disciplina adeguata ed in grado di rispondere ai quesiti che il diritto pone in modo non astratto ma utile ed usufruibile per il diritto stesso.
Anche in Psicologia giuridica si ripresenta, infatti, la sovrapposizione di competenze e la rivalità professionale con i Medici Psichiatri, Neuropsichiatri infantili, Criminologi, Medici legali, finanche Sociologi e Pedagogisti.
La materia giuridica è una materia che richiama fortemente il concetto di interdisciplinarietà: penso che questo sia un valore importante, ed in tale senso mi sono espressa in diversi contesti. Ritengo però necessario distinguere tra interdisciplinarietà che crea ricchezza, confronto ed interazione di saperi e sovrapposizione ed interferenza nei reciproci saperi e ruoli professionali.
Questa situazione di confronto-scontro tra professionalità si riverbera nell’ambito dell’attività di consulenza per i Magistrati (Consulente Tecnico d’ufficio - CTU - o Perito ): osserviamo, come peraltro anche in altri campi applicativi, una diffusa abitudine dei Magistrati a non fare adeguata distinzione di competenze.
Tale confusione deriva anche dalla consuetudine a lavorare con professionisti che comunque hanno maturato una specifica preparazione sul campo e che magari già si conoscono, ma molto anche dalla mancanza di conoscenza delle specificità professionali in gioco. Si assiste quindi a casi di separazione dei coniugi in cui la scelta di affidamento del minore venga affidata ad un Pediatra o a casi di danno biologico di natura psichica in cui sia chiamato come consulente un Neurochirurgo. Senza arrivare a questi eccessi, è comunque assolutamente quotidiana la confusione di ruoli in generale tra Psicologi e Psichiatri, che si complica quando ci sono soggetti minori con i Neuropsichiatri infantili (anche per la valutazione dei genitori) ed in ambito penale o di valutazione del danno con i medici-legali. Ciò che sorprende è che tale confusione avvenga anche quando i professionisti delle altre categorie non hanno magari competenza o formazione forense specifica (ad eccezione ovviamente dei Medici legali che sono specializzati sui temi forensi) di particolare rilievo che ne giustifichino la preferenza.
 
DUE AMBITI ESEMPLIFICATIVI: L’IMPUTABILITA’ E LA VALUTAZIONE DEL DANNO
 
In alcuni ambiti forensi la scelta tra Psicologi e altri professionisti presenta poi delle specifiche criticità: possiamo portare l’esempio dell’imputabilità dei soggetti adulti e della valutazione del danno alla persona.
E' da molto che gli Psicologi giuridici evidenziano come la nostra disciplina abbia piena dignità scientifica per rispondere al quesito sull'imputabilità. Crea confusione in questo ambito fare riferimento all'art. 220 del codice di procedura penale: questo articolo vieta la perizia sulle qualità personali indipendenti da causa patologica, ma non si pronuncia su chi abbia la competenza per fare invece la valutazione sulla capacità di intendere e di volere (art.85 codice penale).
Attualmente chi svolge queste valutazione sono gli Psichiatri e i Medici-legali. Ciò che sorprende è che essi vengano nominati anche indipendentemente da una specifica competenza degli Psichiatri in ambito forense e dei Medici legali sulla clinica della psiche. Non sempre, infatti, sono professionisti che hanno una formazione forense o criminologia, ma sembra che comunque la formazione medica sia di per sé una garanzia di competenze su questa tematica.
Il quesito sull’imputabilità si centra su una competenza diagnostica: si tratta di una competenza che appartiene al patrimonio scientifico e professionale della Psicologia clinica, anzi ne è il fulcro. Si tratta di una competenza dello Psicologo clinico, non necessariamente Psicoterapeuta, dato che la competenza diagnostica qui necessaria è diversa da quella terapeutica.
Nella realtà il ruolo dello Psicologo, anche specializzato in ambito forense è invece decisamente residuale e raramente viene nominato come perito d’ufficio.
L'esclusione degli Psicologi da queste valutazioni sembrerebbe rispondere più che a dettami giuridici ad una tradizione dei Magistrati a rivolgersi ai Medici ed un interesse di questi ultimi a sottolineare, anche utilitaristicamente, la loro competenza specifica in materia. Il risultato è che l’unico spazio facilmente concesso è quello ancillare della somministrazione e interpretazione di test, strumenti che in genere i Medici non conoscono.
Il tema del danno alla persona è di recente acquisizione e riguarda gli effetti sulla psiche di eventi traumatici di vario genere. Le voci di danno che possono essere di nostra pertinenza sono il danno biologico di natura psichica ed il cosiddetto danno esistenziale o, secondo recenti orientamenti, danno non patrimoniale da violazione di diritti costituzionalmente lesi.
La disciplina che da sempre si è occupata del danno sul piano fisico è stata la Medicina legale. Essa ha tradotto in termini medici le indicazioni giuridiche, ha elaborato guide di quantificazione, criteri di identificazione della relazione causale tra evento e danno, ecc.; in questo senso la competenza della Medicina legale è centrale nella valutazione del danno alla persona.
Il danno psichico richiede però anche altre competenze che non sono di solito di patrimonio dei Medici legali, né sul piano teorico né su quello metodologico, ma lo sono piuttosto della Psicologia e della Psichiatria. La valutazione del danno comporta una diagnosi di disturbi che sono principalmente di tipo depressivo, ansiogeno o post-traumatico.
La soluzione ideale in questo ambito sarebbe una consulenza tecnica collegiale che riunisca le più importanti dimensioni del problema (medico legale e psichico) ma non sempre ciò è possibile per i costi relativi.
La realtà attuale è che il riferimento per le CTU sia il Medico legale; lo Psicologo è decisamente una figura secondaria, anche a fronte di una crescente presenza di professionisti che si stanno specializzando su questo tema, senz’altro molto tecnico ed in continua evoluzione sul piano giuridico.
Ciò non è solo dovuto ad una scarsa considerazione da parte dei Magistrati, ma a volte proprio dei Colleghi Medici. In tal senso esistono anche casi concreti. Una collega di Milano è stata nominata CTU in una valutazione sul danno psichico: il consulente di parte ne ha chiesto la ricusazione sostenendo che la CTU non aveva una base professionale medica e che questo tipo di valutazione richiedesse una competenza prima di tutto medico legale. Il Magistrato ha rigettato il ricorso sostenendo l’adeguatezza delle competenze professionali sul caso di CTU Psicologo.
Si tratta di un provvedimento importante, di un segnale positivo di apertura alla Psicologia in questo ambito.
Diverso è l’esito di molti contatti con avvocati che in caso di valutazione di parte di un “danno da mobbing”, una forma di danno che possiamo definire squisitamente psicologica e relazionale, hanno chiesto espressamente un parere medico legale e non hanno accettato quello di uno Psicologo, pur specializzato in ambito forense.
Il ruolo dello Psicologo nell’attività forense è certo complesso e forse ad un passaggio critico e storicamente importante, di rilancio di immagine scientifica e professionale della Psicologia in ambito forense. In questo senso l’approvazione da parte dell’Ordine Nazionale dei requisiti minimi
per l’iscrizione all’Elenco dei consulenti del Magistrato presso i Tribunali è uno dei segni di riconoscimento che per muoversi in questo ambito sia necessario una conoscenza del contesto giuridico.
Per sostenere la crescita e una più adeguata immagine scientifica e professionale in questo settore si rende necessario ancora una volta sottolineare che lo Psicologo giuridico non è un qualsiasi Psicologo che risponde ai quesiti del diritto, ma appunto uno Psicologo opportunamente formato.
Questa specializzazione dovrebbe certo essere richiesta anche ai professionisti delle altre discipline e non solo per senso per un discorso scientifico e professionale ma anche per un discorso deontologico.
Specializzare dei professionisti e, in parallelo, delineare specificità e competenze dello Psicologo nei diversi ambiti forensi, promuovere verso i giuristi l’immagine della Psicologia, confrontarsi concretamente con i Magistrati sulle loro aspettative nei confronti della nomina di un CTU, sono solo alcuni passi iniziali ma inevitabili che andrebbero fatti in sinergia tra mondo professionale, Università e Ordini per smuovere l’atteggiamento attuale verso la Psicologia e non radicarsi solo in una sterile lamentela.
 
* parte di questo articolo è stato pubblicato anche sulla “Newsletter” dell’Ordine della Lombardia
postato da: Inghilleri alle ore 19:22 | link | commenti (2)
categorie: psicologia giuridica
martedì, 06 ottobre 2009

LANGUAGE AND MEANING: SYMBOLIC INTERACTIONISM

L

ANGUAGE AND MEANING: SYMBOLIC

I

NTERACTIONISM

Keywords:

Relationships

Speech Theory, Human Communication, Cultural

Tina Mazzotta

was written as part of a Theories

and Principles of Human

Communication class in which

we learned about George

Herbert Mead’s theory. This

theory intrigued me greatly, and

Dr. Myers and I found it very

interesting to apply this theory

to different aspects of

communication. I felt that one of

the most exciting aspects of this

research experience was

furthering my knowledge on one specific subject that

interested me greatly. This specific research project has

helped me become a better writer in the sense of putting

information together in a logical and interesting manner. I

hope to eventually write or edit for a magazine. In my spare

time, I enjoy reading and writing, but also any sort of physical

exercise, especially running. I have been involved in

recreational softball teams on campus as well. Although it is

not a hobby, my job at Piedmont Farm and Garden Supply has

sparked my interest in gardening! Even being at my job, I get

to do what I enjoy most: meeting new and different people and learning more about the area where I chose to

attend college. This has been a great experience! Not only have I learned a lot, but it is great to know that

there are professors at this university that recognize hard work and encourage you to present your work to

others.

. This paper

Dr. W. Benjamin Myers

since Fall 2007. His research areas include Speech, Ethnography, and Performance Studies. He earned a Ph.D.

from Southern Illinois University and has published an article in

performing race and sexuality in everyday life. Dr. Myers also presents regularly

at the National Communication Association and the Annual

Congress

time he enjoys spending time with his family, reading and playing poker.

work is a very strong literature review that does more than simply list a few places

where the theory was mentioned. It explores how Symbolic Interactionism is used

to address specific phenomenon. Tina has a very clear grasp on how the theory can

speak to other disciplines which is always in important task for someone who

works in areas outside of the ‘hard sciences’. This paper provides a clear

justification that speech theory extends beyond people talking and addresses some

important philosophical issues.”

. Dr. Myers is an Assistant Professor of Speech and has been at USC UpstateQualitative Inquiry which exploresQualitative Inquiry. Dr. Myers is originally from Pittsburgh, Pennsylvania, and in his spare“Tina’s

Abstract.

ways that George Herbert

Meade’s influential theory,

symbolic interactionism, has been

used to describe communication

in different arenas of human

experience. Meade’s theory

explains how people use symbols

as a sense making tool. Symbolic

Interactionism has been used to

explain society, culture,

psychology and relationships. The

paper tracks some of the

important ways that this theory

has been used to explain these

aspects of human life. Through an

understanding of how symbols

are deployed we can better reflect

on how we assign meaning in

order to understand our

communication.

Tina Mazzotta and W. Benjamin Myers

Volume I, Spring 2008 Page 20

This essay tracks the

I. I

NTRODUCTION

Creating reality, minding, naming and a self fulfilling prophecy are all characteristics in understanding the

theory of symbolic interactionism. This interpretive theory allows us to see the world and the symbols we

use within it in a whole new light and creates a new understanding of how we perceive objects while we

make sense of the people that surround us. This theory is highly debated among scholars due to the ways

that interaction is a social act that constantly changes. Scholars that both criticize and commend George

Herbert Meade (the founder of symbolic interactionism) have applied the theory to numerous studies and

very important subjects. This essay will discuss the works of different scholars and their application of

symbolic interactionism in relation to society, psychology and culture as a whole.

Mead’s theory attempts to account for the origins and development of human mind - or intelligence - by

locating it within the process of evolution, by showing that the origins of human mind lie in human society[1].

Comparing society and symbolic interactionism is one of the most difficult and potentially argumentative

aspects of the theory. The issue of pragmatism deals with a philosophical point of view that truth and

meaning are measured by consequence. Many scholars such as Paul Rock acknowledge that symbolic

interactionism was created on a foundation of a philosophical tradition of pragmatism, but that many aspects

of Mead’s theory tend to break away and disregard actual human activity, especially the labeling aspect of the

theory. Rock claims that symbolic interactionism and its followers tend to believe too much in “dualism” and

“idealism” [2]. The meaning of dualism lies within the belief that the physical being of a human is separate

from their intelligence. Many would disagree, such as John P. Hewitt who claims Mead avoided dualism and

mainly focused on the way in which the human mind was developed and the intelligence that is created [1].

Others also tend to feel that symbolic interactionism holds a steady mirror up to society, reflecting its image

back to itself. Many would even recognize that symbolic interactionism was created from the a pragmatist

follower such as Mead himself. Therefore it is safe to say that “symbolic interactionism is a sociological

tradition that traces its linkage to the Pragmatists” [3].

II. M

EANING AND SYMBOLS

Mead explains that all objects hold a representative or symbolic value. Images of any completed act are

symbolically constructed whether it is in our memory as history or something we perceive to occur in the

future [4]. Duncan claims in

pragmatism or social theory did the best job of explaining action as social. The way in which Mead explains

this is through the four main stages of an act. These stages include impulse, perception, manipulation and

consummation. Through these stages, Duncan states that “the social act originates in, and continues to exist

through, communication”. All of these aspects of the social life revolve around our perceptions, actions,

religious views and future expectations. For example, Mead thinks of the future as a public act, and because it

is public, it is social. The issue of environment and the way in which events and actions occur on earth is a

debatable issue as well in considering symbolic interactionism. Duncan explains that in contrast to

environmentalists who determine action on the physical environment, Mead explains that the “environment

of man in society is not nature, or soma, but the symbolization of these in time”.

In furthering the discussion on acts and how they are mingled within symbolic interaction, it is necessary

to look at the meaning behind our actions within society. Hewitt claims in

within the way we behave. Meanings are not fixed or unchangeable, but are determined by how a person acts

toward an object. Hewitt claims that there is a distinguishable difference between social and individual

objects. A very important aspect to recognize when applying society to symbols is that people are social

objects during interactions, and these objects are constructed when humans perform certain social acts. The

next characteristic to understand is that social acts are evaluated by the interaction and interpretation that

follows them. Although a lot of our actions are based upon habit, Hewitt argues that in difficult situations in

which humans face, we use a greater sense of evaluation and interpreting. “It is in the face of such

problematic occurrences that our capacity to designate and interpret is crucial to the success of our actions”

[1].

Language and Meaning: Symbolic Interactionism

Symbols and Social Theory that Mead more so than any other creator ofSelf and Society that meaning lies

Page 21 USC Upstate Undergraduate Research Journal

III. E

XTENSIONS OF SYMBOLIC INTERACTIONISM

Many believe that symbolic interactionism has lost its important role in human society and others believe

that symbolic interactionism never held a strong enough point to be valid in considering human actions

within society. Sheldon Stryker published an article in the

growing importance of symbolic interactionism within our society today. Stryker makes the claim that

although it may have been proved that symbolic interactionism declined during the 1960’s and 70’s, that

there was not enough valid evidence supporting its decline, and for the majority of the time, psychologists

and sociologists completely ignored the works of Mead and other interactionists [5]. Some people such as

Herbert Blumer, have tried to mend symbolic interactionism into a more functional, as well as experimentally

testable theory, and critics have recognized the unnecessary need for this sort of action and the lack of

purpose in rendering symbolic interactionism into a different form. Luigo Esposito and John Murphy write,

“the experimental complexities that Blumer believed underlie all human group life are often transformed into

standardized ‘generic’ concepts simply for the sake of methodological convenience” [9].

To say that one is interested in social psychology tells other social scientists something of one’s

professional activities; to assert that one pursues social psychology from the perspective of symbolic

interactionism adds another layer of meaning [1].

Another aspect of study in which scholars have applied symbolic interactionism thoroughly, is within the

study of psychology. When you look at this theory as a whole, you can apply the topic of psychology easily,

due to the important aspects of the human mind and behavior. For example, it was Mead’s discovery (and

what we now associate very closely with his theory) that the human mind is too compound to be described

only by instinct [1]. Minding is a very important characteristic of symbolic interactionism that links to

psychology. John Hewitt explains how our mind and behavior all work upon actions of symbols. Mead makes

it clear that through the use of language, we as humans differ from other mammals. People anticipate

responses from their own individual acts and through the process of minding, can have control over their

own actions. The action of minding is reflected upon a basis of consciousness. Our ability to use our

conscious allows us to better understand people and react towards their actions [1]. “Mead created an

account of human behavior, mind, and selfhood that became a significant milestone in human selfunderstanding”

[1].

Scholars have also applied symbolic interaction to the identification and relation to psychological

insanity. Research has shown that symbolic interactionism, more so than the labeling theory, gives a better

understanding of the social aspect of insanity. Rosenburg conducted a study that recognized the defining

lines of symbolic interactionism that we take in our societal roles [6]. This is where researchers found that

the state of being psychotic does not occur because of an objective trait, but rather because an individual

plays a part in role taking which can lead to success or failure. The author of this article claims that symbolic

interactionism holds two contributions to the study of insanity: it gathers a meaning and purpose for

treatment and proposes available options for therapeutic procedures [6].

While there can be many similarities between social psychology and symbolic interactionism, some may

feel that there are definite distinctions between the two that tend to create a boundary that should not be

crossed. For example, symbolic interactionism is based upon a plan that humans derive from their

surroundings. Social psychology rather tries to eliminate alternatives as to why humans do what they do. In

this sense, the study of psychology is so intense with numerous outcomes and ways of explaining human

actions, that it does not exactly relate to the overall idea of symbolic interactionism [1]. Some scholars and

followers of symbolic interactionism even recognize the ignorance of psychologists in the past for not

recognizing the work of symbolic interactionists in their studies and printed works. Stryker writes in the

Social Psychology Quarterly on the vitality and

Social Psychology Quarterly

symbolic interactionism came from the “psychological wing of contemporary social psychology, which not

fifteen years ago, disdained paying that attention” [1].

The clearer conception of culture and its relation to conduct that we need can be constructed by

examining George Mead’s concepts of

that some of the “most explicit and perhaps most flattering” works that reflectedsymbol and object [7].

Tina Mazzotta and W. Benjamin Myers

Volume I, Spring 2008 Page 22

IV. C

ULTURAL SYMBOLS

The most generalized and abundant association of symbolic interactionism on the study of our everyday lives

deals with the topic of culture. So many aspects of our culture intermingle with symbolic interactionism and

the way we interpret the world that surrounds us. Although cultural solutions change over time, there always

seems to be a repetitive pattern of social action that creates some form of cultural solution. This, George

Kubler recognizes as a series and sequence that we follow [3]. Mead declares a difference between the social

symbol and the individual symbol. As far as history is concerned in considering symbolic interactionism, the

social symbol is shared while the individual meaning is achieved through private thoughts and gestures of

other humans. In understanding this aspect of symbolic interaction, Mead says that we can begin to see

culture as “received symbols, recipes, and products that actors draw on by way of grappling in emergent

meaningful ways with situational problems” [3]. Becker and McCall also discuss religion and its relation to

symbolic interactionism in our culture in their book entitled,

They feel that if we treat religious movements as cultural movements, we will begin to give more attention to

symbols and rituals within each religion in order to explain what they are and what they stand for [3].

Some people have taken symbolic interactionism and composed an entire work as to how it relates to a

certain topic. In this specific case, F. Scott Christopher wrote a book based on symbolic interaction and its

relation to premarital sex. Christopher poses the main characteristics of symbolic interactionism and links

them to the decisions, actions and behavior involved in premarital sex. He begins to explain that we look at

objects and assign meaning to them, but in many cases, certain objects take on special meanings due to when,

why and how they were placed in someone’s life [8]. This then leads into the interpretation of acts and social

roles within society. Christopher states that there is role taking in which people see the other’s point of view

as well as the role enactment which represents the outcome. Christopher also uses Mead’s example of the

generalized other and the perception of self to explain how adolescents may view their peers and evaluate the

possibility of a sexual experience with a significant other [8]. “Culture

beings live” [7].

Hewitt claims that the cultural world in which we reside is strong because as humans, we act towards the

objects within it. We experience culture through the use of its objects that help us reach a certain goal in life.

This strongly relates to the human’s ability to have motivation. Since culture is filled with objects, we decide

as humans, which objects we want to gain and the outcome that will come from the action we take in gaining

that object [7]. Once again, Hewitt explains a culture in which we assign meaning to not only visible and

tangible objects, but to those of feeling and emotion, in order to experience empathy within our society. One

of the most important traits of symbolic interactionism lies within language and meaning. As symbolic

interactionism is clearly a theory based upon communication, we need to recognize all of the times and ways

in which we use communication in our culture. Communication is the basis of Mead’s symbolic

interactionism and without the acknowledgment of “mind, self, and society,” we cannot evaluate this theory

accurately. Many theorists have done recent studies to make a stronger connection between language and

meaning [3]. Deirdre Boden explains the necessity of language in this theory in a very precise manner: “as

thought becomes action through language, that conversation analysis meets symbolic interaction” [3].

Symbolic Interactionism and Cultural Studies.is the world of objects in which human

V. C

ONCLUSIONS

Symbolic interactionism has been a highly criticized and vastly discussed theory among scholars and

theorists around the United States since its creation. Mead’s interpretation of symbols and the meanings that

we apply to them has not only been evaluated based upon its validity and accuracy or worthiness, but more

importantly, it has been applied to so many areas of research and study. These areas of research and study

have proved Mead’s ability to not only hold a strong theory worth discussing, but one worth applying to so

many aspects of our everyday lives. In studying symbolic interactionism and its emphasis on the topics of

society, psychology and culture within our everyday lives, one can have a greater understanding of Mead’s

intentions of explaining the way in which humans behave based upon their symbolic interpretation of objects

that surround us.

Language and Meaning: Symbolic Interactionism

Page 23 USC Upstate Undergraduate Research Journal

R

EFERENCES

[1] J. Hewitt. “Self and Society: A Symbolic Interactionist Social Psychology”,

and Bacon Inc., 1988.

[2] P. Rock. “Review: Untitled”,

[3] B. Howard and M. Michal. “Symbolic Interaction and Cultural Studies”,

Chicago Press Ltd

[4] D. Hugh. “Symbols and Social Theory”,

[5] S. Stryker. “The Vitalization of Symbolic Interactionism.”

1987.

[6] M. Rosenburg. “A Symbolic Interactionist View of Psychosis”,

25, 289-302, 1984.

[7] P. Hewitt. “Dilemmas of the American Self”,

[8] F. Christopher. “To Dance the Dance: A Symbolic Interactional Exploration of Premarital Sexuality”,

Newton, Massachusetts: AllynSocial Forces. vol. 59, 853-854, 1981.Chicago: The University of., 1990.New York: Oxford Press, 1969.Social Psychology Quarterly vol. 50, 83-94,Journal of Health and Social Behavior. vol.Philadelphia: Temple University Press, 1989.

Mahwah, NJ: Lawrence Erlbaum Associates, Inc

[9] L. Espositoi and W. Murphy. “Reply to Ulmer: Symbolic Interactionism or a Structural Alternative?”

., 2001.

Sociological Quarterly,

vol. 42, 297-302, 2001.
postato da: Inghilleri alle ore 14:18 | link | commenti
categorie: interazionismo simbolico
venerdì, 02 ottobre 2009

Internet Journal: Personal Construct Theory & Practice

Welcome to the Internet Journal
"Personal Construct Theory & Practice"!


 

 
 
 

 

 
Personal Construct Psychology was developed by George A. Kelly and presented in his ground-breaking work "The Psychology of Personal Constructs" in 1955. In this book he developed a theory of personality centred around the distinctive ways in which individuals construct and reconstruct the meanings of their lives, which he subsequently elaborated in a series of papers. While Kelly’s original focus was on applications to psychotherapy and counselling, personal construct concepts and methods have been used to understand such topics as diverse as stuttering, the development and breakdown of close relationships, vocational decision making, education, bereavement and organisational behaviour.

 
        

 
  • This journal publishes papers on personal construct theory as well as its applications in a variety of disciplines, such as psychotherapy and counselling, education, and organisational behaviour. It also serves as a forum for practitioners in the various professions involved. Contributions from related disciplines are also welcome.
  • Contributions to this journal are peer-reviewed. Manuscripts should be submitted to the Editor. Instructions for authors can be found at the side bar.
  • Subscription to this journal is free for individuals. However, a password is required to access it which can be obtained free from the first Editor. The right to charge libraries after a period of  two years is reserved.
  • Abstracts can be accessed without password.
  • The articles published prior to 2009 are now accessible without password. Generally, articles will be accessible without password one year after publication.

  • More on personal construct theory and its applications can be found in the Internet Encyclopaedia of Personal Construct Psychology currently in preparation. Information on organisations, websites, conferences, references etc. is available through the PCP Gateway; the latest developments, events etc. can be found in the PCP NewsBlog.
  • To proceed to the Contents Page, click here.
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categorie: costruttivismo
mercoledì, 30 settembre 2009

Quale formazione in psicoterapia?

 La scelta della scuola di psicoterapia è una scelta particolarmente delicata e importante nel curriculum di un professionista della mente. Quali sono i criteri che una scuola di formazione in psicoterapia dovrebbe perseguire per for formare degli psicoterapeuti seriamente preparati?
postato da: Inghilleri alle ore 10:24 | link | commenti (13)
categorie: psicoterapia, psicologia clinica
mercoledì, 23 settembre 2009

La psicoterapia cambia il cervello

NEWS
23/9/2009 - MEDICINA PSICOSOMATICA
La psicoterapia cambia il cervello
Aree attivate e spente. Sul lettino modificazioni biologiche simili a quelle dei farmaci. La risonanza magnetica riabilita gli eredi di Freud: "Una svolta che cambierà il modo di concepire la malattia"
ANDREA ROSSI
C’è un uomo che ha paura dei ragni. Ne ha uno davanti. La fotografia del suo cervello mostra che una parte - l’area pre-frontale laterale destra - si attiva, stimolata dalla sua paura. Qualche tempo dopo lo stesso individuo non ha più alcuna reazione. Guarda un ragno, eppure reagisce in modo «normale», come quello di chi non è assalito da impulsi di terrore.

Il cervello è cambiato: la struttura neuronale si è modificata e tutto senza utilizzare alcun farmaco. Soltanto con la psicoterapia. La risonanza magnetica funzionale può dare la misura di una delle «rivoluzioni» che verranno presentate a Torino da oggi a sabato nella 4 giorni del 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica. La terapia della psiche è in grado di far cambiare forma e anche attività al cervello: non solo contrasta ansie e fobie, ma regola anche le risposte agli stress causati dalle malattie. Agisce, infatti, sui circuiti neurobiologici. «Ha lo stesso effetto dei farmaci anti-paura, insomma», spiega Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per i disturbi del comportamento alimentare dell’ospedale Molinette di Torino che ospita il congresso.

Un processo consolidato negli anni, a partire dagli studi di Til Wykes. Con i suoi collaboratori, già nel 2002 e poi nel 2007, ha dimostrato con una risonanza magnetica che un tipo di psicoterapia - la «Crt» - aveva sui soggetti schizofrenici gli stessi effetti positivi dei farmaci anti-psicotici. «Ecco, quindi, che il modello psicosomatico, valorizzando le terapie psicologiche anche nelle malattie del corpo, può essere la base per una nuova medicina - spiega Fassino -. Nei prossimi anni i trattamenti psichiatrici diventeranno essenziali per migliorare e umanizzare l’assistenza soprattutto nei campi dell’oncologia, dell’obesità, del diabete e delle malattie cardiovascolari». Serve, di conseguenza, un approccio «olistico» alla persona e non solo settoriale all’organo malato: si parte dai disturbi della psiche per curare le malattie più «classiche».

Una prova importante, in questo senso, è la scoperta - grazie a tecniche di «neuroimaging», come la risonanza magnetica funzionale - che la psicoterapia è in grado di modificare l’attivazione di aree specifiche cerebrali, permettendo all’individuo di gestire meglio le emozioni negative: dall’ansia alle paure. Si tratta di evidenze che nascono dalle scoperte del Premio Nobel Eric Kandel, famoso per aver dimostrato l’insorgere di alcune modificazioni sull’espressione dei geni.

Ulteriori prove arrivano dai test all’Università di Montréal: la possibilità di gestire meglio le emozioni legate alla sofferenza è indispensabile per l’affermarsi di una medicina più avanzata. «Spesso, infatti, gli stress si trasformano in disturbi mentali, aggravando la malattia organica», sottolinea Fassino. Non solo. Altre ricerche con il «neuroimaging» hanno fotografato in pazienti depressi la «normalizzazione» dell’attività cerebrale dopo una psicoterapia di qualche mese: l’effetto è paragonabile a quello dei farmaci antidepressivi, con precise basi biologiche.

Uno dei protagonisti di queste scoperte è Claude Robert Cloninger, professore alla Washington University School of Medicine di Saint Louis, Usa, dove dirige il «Laboratorio di biopsicologia della personalità». L’Io - spiega - è costituito da una parte stabile (il temperamento), legato alla genetica, e da un’altra parte (il carattere), che muta a seconda delle circostanze. Ecco perché molte terapie farmacologiche e anche chirurgiche - come la gastroplastica negli obesi - possono essere «modulate» in modo personalizzato, se si studiano i pazienti prima e dopo le cure. Del resto Georg Northoff della Otto-von-Guericke University di Magdeburgo, in Germania, ha dimostrato che l’angoscia che si trasforma in somatizzazione, come nelle paralisi isteriche, non è frutto di suggestione: è il frutto dell’attivazione o dell’inibizione di specifici circuiti cerebrali.

Lo sapevi che?
UN RAPPORTO CONTROVERSO
Psiche e corpo
Solo una mente sana contribuisce a mantenere sano l’organismo: è il messaggio-base del 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica. Intitolato «Psychosomatic innovations for a new quality of health care», è in programma da oggi a sabato 26 settembre a Torino al Centro congressi del Lingotto.
 

Articolo preso da : http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1440&ID_sezione=243&sezione=
postato da: Inghilleri alle ore 23:22 | link | commenti
categorie: psicoterapia, psicologia clinica, psicologia giuridica
martedì, 22 settembre 2009

Problema anoressia

postato da: Inghilleri alle ore 23:48 | link | commenti
categorie: bulimia, anoressia, disturbi alimentari, dismorfofobia
venerdì, 11 settembre 2009

CONVERSAZIONI COSTRUTTIVISTE: gli Studenti dell'ICP raccontano...

 

CONVERSAZIONI COSTRUTTIVISTE: gli Studenti dell'ICP raccontano...

Nuova iniziativa promossa dall'Institute of Constructivist Psychology con l’obiettivo di far conoscere l'approccio costruttivista a tutti coloro che ne siano interessati.

Le Conversazioni Costruttiviste si propongono come un ciclo di seminari tenuti dagli specializzandi della nostra Scuola su argomenti connessi ai propri interessi professionali e di ricerca, approfonditi secondo un’ottica Costruttivista e in stretta collaborazione con i didatti e i docenti dell’ICP.

Le Conversazioni si terranno una volta al mese, il mercoledì dalle 18:30 alle 20, presso la nostra sede a Padova in via Martiri della Libertà 13.

La partecipazione è gratuita e aperta a tutti, ma è necessaria la prenotazione telefonando al 049 8751669 oppure inviando un’email a icp.scuola@gmail.com

Prossimi appuntamenti:

30/09/09 Ilaria Bregant Modello medico e costruttivismo: divagazioni sul tema

07/10/09 Simone Cheli Narrazioni e Interpreti in Psico-Oncologia

11/11/09 Fausta Fabbris L’incontro in pronto soccorso: il ruolo dello psicologo in un contesto di emergenza

02/12/09 Francesca Donà Persona e malattia

_______________________________________

Massimo Giliberto

Institute of Constructivist Psychology 

Via Martiri della Libertà, 13

35137 Padova, Italy


Tel./fax: ++39 049 8751669 

e-mail 1: m.giliberto@iol.it

e-mail 2: giliberto@icp-italia.it

web site: www.icp-italia.it

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categorie: comunicazioni, psicoterapia, psicologia clinica